N. 6 – 1994

Nuovi mercati

I mercanti hanno cominciato molto tempo fa, occupando sporadicamente la piazza centrale di qualche importante villaggio europeo; oggi, dopo circa otto secoli, hanno occupato il mondo intero.
Il mercato ha vinto; e il socialismo, invece di costituire l’inevitabile sbocco della storia dell’uomo, non è stato altro che l’ultimo serio tentativo, dopo il crollo del feudalesimo, per impedire che la sua mano invisibile racchiudesse tutti gli esseri umani dentro il suo palmo.
Così, solo negli ultimi tre o quattro anni, tre miliardi di individui, in Cina, in India, nel Sud-est Asia, nell’ex Unione Sovietica, sono entrati nell’economia di mercato, entusiasti e baldanzosi. Proprio come c’erano entrati molti altri, qualche tempo prima. E, proprio come è accaduto dalle nostre parti (ricordate la cupa, fangosa, vecchia Manchester del buon Engels?), un mondo sregolato e selvaggio li attende: giornate lavorative di dodici o quattordici ore al giorno, con compensi che non superano i 50 centesimi di dollaro all’ora (è quanto attualmente succede in gran parte dell’India e in Cina), giovinezze senza istruzione, malattie senza ospedali, vecchiaie senza pensioni.

Fatti loro, che c’importa, direbbe a questo punto certamente il leghista o il simpatizzante per la nostra Banda Bassotti governativa nell’improbabile ipotesi in cui legga casualmente queste righe. Inutile spiegare, a questi improbabili e sgraditi lettori, che in pochi decenni milioni di posti di lavoro verranno risucchiati dai paesi sviluppati, e dall’Italia, verso quei luoghi dove il lavoro costa meno, e gli investimenti rendono di più.

Questo porterà una drastica riduzione del numero dei cosiddetti immigrati extracomunitari, con indubbia esultanza dell’improbabile lettore leghista. E, ancora una volta sarebbe inutile frenare la sua esultanza, ricordandogli che molti lombardi sprovvisti di specializzazioni lavorative saranno costretti a emigrare verso i nuovi mercati, alla ricerca di occasioni di lavoro ormai inesistenti nell’Europa felice. Certo, questo scenario potrebbe essere evitato. Ma sarebbe necessario proporre e avviare oggi politiche di lungo periodo di istruzione e educazione superiore, di ricerca e di riorganizzazione del sistema produttivo, in modo che l’espansione del mercato divenga una opportunità e non una sciagura. Solo così si potrebbe oggi difendere il diritto al lavoro della prossima generazione.

Nulla di tutto ciò sarà fatto, naturalmente. Non ci sarà quindi sottratto il doloroso piacere di gustare questa nemesi della storia e di vedere duri discendenti di Bossi e Formentini affollare gli incroci delle strade coreane e thailandesi, immediatamente riconoscibili per la loro lattea pelle, nel tentativo di raggrannellare qualche soldino lavando i vetri delle automobili in transito o percorrere le calde spiagge malesi cercando di piazzare tipici prodotti italiani, come pizzi o vetri soffiati.

I Testi infedeli, dopo un breve intervallo, ritornano alla originaria impostazione autarchica. C’è quindi la consueta raccolta di testi che ho scelto nel corso dell’anno. Come sempre, i testi originari sono stati riprodotti in modo rigorosamente infedele, e sono stati liberamente adattati e manipolati, seppur cercando di rispettare quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore. Gli autori indicati, poi, corrispondono quasi sempre agli autori effettivi. La mia ignoranza del polacco e del portoghese mi ha costretto ad avvalermi di traduzioni per i testi di Herbert e Saramago.

Ringrazio infine Cristina Morelli, Brenda Sandilans, Lorenza Zanuso e Augusto Bianchi per l’aiuto offertomi, senza il quale i Testi infedeli di quest’anno sarebbero stati diversi.

S.N.

Creazioni: una poesia di Jorge Rossetti 

Creazioni
Prima,
hanno provato con i protozoi.
Sono durati molto, è vero,
centinaia di milioni di anni,
ma, come mondo, non era davvero granché:
I protozoi rimanevano lì, nell’acqua,
si riproducevano, sempre uguali,
e basta.

Poi, hanno provato con i dinosauri.
E’ stato un passo avanti,
e forse avrebbero potuto farcela.
Lo ammetto: hanno avuto sfortuna,
e forse qualcuno in alto ha remato contro.
Però, alla fine, contano i risultati.

E il risultato è che anche i dinosauri
dopo qualche diecina di milioni di anni appena,
sono scomparsi.
Ho capito che avevano bisogno di aiuto,
e allora, ho detto, vi do una mano.
Ma loro, testardi, hanno voluto fare ancora da soli.
“L’incarico è stato dato a noi:
tu occupati dei tuoi mondi”.

E hanno voluto provare con l’uomo.
“Con l’uomo non ce la farete mai” ho detto subito
“Informatevi. Con l’uomo nessuno è mai riuscito
a fare qualcosa di buono”.
Non mi hanno neppure risposto.
E adesso, dopo qualche migliaio di anni soltanto,
sono di nuovo qui,
e mi chiedono aiuti e consigli:
si sono resi conto che c’e una ragione
se i miei mondi funzionano
e sono portati a esempio da tutti.

Ma che si può fare, ormai,
con un mondo conciato in quel modo?

Il destino del mondo

Tanto tempo fa eravamo moltissimi,
in ogni angolo di questo pianeta.
Eravamo i dominatori incontrastati della natura,
della terra, dell’acqua e dell’aria.

Eravamo i dominatori di tutte le altre specie di esseri viventi.
Eravamo i più adattabili
i più resistenti
i più abili
i più intelligenti.

Eravamo il punto più alto raggiunto dall’evoluzione
e probabilmente il suo punto finale.
Solo noi, tra tutti gli esseri,
avevamo l’anima,
perché Dio ci aveva fatto
a sua immagine e somiglianza.

Diventavamo sempre più numerosi.
A un certo punto, eravamo così tanti,
che tutti sono stati contenti
quando finalmente le nascite sono cominciate a calare:
ci sarebbe stato più spazio per ciascuno,
avevamo pensato.

Oggi, dopo molto molto tempo,
sono rimasto io solo,
credo,
su tutto il pianeta.
Non resterò a lungo: sono vecchio,
sento la morte che si avvicina.

Poi, il nulla.
Ma che senso potrà avere questo mondo
e tutto l’universo intorno,
senza noi dinosauri?

Da JORGE ROSSETTI, Creazioni, Ed. Sur, Bogotà 1993.

 

Quattro poesie di Zbigniew Herbert

Resoconti dal Paradiso

La vita quotidiana
In paradiso non è come qui,
lì la settimana lavorativa è di trenta ore
si lavora poco, e si lavora tutti

Ci sono ancora gli operai
e nelle periferie fumano i camini delle fabbriche,
gli stipendi sono mediamente più alti di qui
c’è la scala mobile bimestrale
c’è la pensione dopo trent’anni di lavoro,
gli ospedali sono tutti pubblici
e praticamente gratuiti,
i prezzi calano
soprattutto quelli dei beni superflui
come barche a vela,
videotelefoni portatili,
auto da deserto a quattro ruote motrici;
soprattutto, non ci sono ancora
Berlusconi, Fini, Bossi,
e, soprattutto, non ci sono Ferrara e Sgarbi.

Davvero, per il momento in paradiso si sta meglio di qui.
All’inizio, certo, le cose erano un po’ diverse
c’erano solo cerchi luminosi e cori,
puri suoni e pura luce
amplitudini volanti e astrazione dappertutto
ma poi la gente si è accorta che anche il corpo doveva
risorgere
e andare in paradiso
e qualcuno ha cominciato a portarsi dietro pezzi di carne,
mani, piedi, muscoli, tendini
e poi, pian piano, corpi interi.

Alla fine si è dovuto cedere.
Oggi solo pochissimi vedono Dio
solo quelli ancora fatti soltanto di pura anima
tutti gli altri però restano in contatto
ascoltando notiziari e bollettini,
andando nelle chiese una volta alla settimana
parlando con l’angelo custode,
anche se, un giorno, nessuno sa quando,
tutti potranno vederlo.

Per ora, comunque,
le sirene continuano a ululare dolcemente
e dalle fabbriche escono felici i proletari
gustando il loro panino con la bologna
e portando infagottate sotto il braccio
le loro ali.

Alle porte del paradiso

Dopo che tutte le stelle furono cadute
al termine dell’Apocalisse
si riunirono tutti su prati di ceneri
vigilati da angeli.

In verità non sembravano poi così tanti
come solitamente si pensa
contando anche quelli che devono ancora arrivare
dal lontano passato.

Poi, in fondo, verso la fine della valle
cominciano a levarsi delle grida:
è il grido delle madri a cui vengono tolti i figli,
degli amanti che vengono bruscamente separati,
delle famiglie che, appena riunite, vengono sciolte:
la Redenzione colpisce tutti singolarmente.

Gli angeli sono intransigenti ma umani
ma bisogna riconoscere che fanno un duro lavoro.
Una ragazza implora
nascondimi in un occhio, nel palmo della mano,
tra le braccia
non abbandonarmi adesso
che sono morta e ho bisogno di tenerezza
siamo sempre stati insieme.

Una vecchietta porta
i resti di un canarino
(gli animali erano tutti morti un po’ prima degli uomini)
era così caro – dice piangendo –
capiva tutto quello che dicevo
ma la sua voce si perde nel chiasso generale.

Un taglialegna, un vecchio omone ricurvo
si stringe l’ascia al petto
– per tutta la vita è stata mia
anche adesso sarà mia
mi ha dato da vivere là,
mi darà da vivere anche qui,
non la consegnerò –
Poi ci sono quelli
che a quanto sembra hanno obbedito agli ordini
se ne vanno in fila, nudi, a capo chino
ma nei pugni stretti nascondono
frammenti di lettere,nastri, ciocche di capelli
fotografie
credendo ingenuamente
che nessuno se ne accorgerà
e che riusciranno a tenerle
anche in presenza di Dio.

Caligola

In tutta Roma, non c’era un solo cittadino
degno di essere amato
e allora ho dovuto fare cittadino
Incitatus, il mio cavallo.

E’ stato l’unico cittadino di Roma
che si è sempre comportato bene.
Poi lo ho fatto senatore
e la prima volta che fece il suo ingresso in senato
il candore del suo pelo
riluceva tra tutti gli assassini coperti di porpora.

Incitatus non parlava né profferiva discorsi inutili
come tutti gli altri
era un vero stoico.
Amavo Incitatus a tal punto che un giorno decisi di
crocifiggerlo
ma la sua nobile anatomia non me lo consentì.

Accettò con indifferenza anche la carica di console
non era ambizioso,
esercitava il potere in modo perfetto
ossia, non faceva niente.

Non riuscii a convincerlo a stabilire relazioni d’amore
con la mia amata sposa Cesonia
così non nacque una generazione di Cesari-centauri;
anche per questo, credo, Roma cadde.

Decisi, a un certo punto, di nominarlo Dio,
ma il nono giorno prima delle calende di febbraio
Cornelio Sabino e altri sciocchi me lo impedirono.
Incitatus accolse con calma la notizia della mia morte
fu cacciato dal palazzo
e condannato all’esilio

ma, mi dicono, si comportò con dignità.
Morì senza lasciare discendenti
macellato grossolanamente dalle parti di Anzio.
Della sorte del cadavere
di Incitatus cittadino, senatore, console romano
Tacito non fa parola.

Il sasso

Il sasso è una creatura perfetta
sempre uguale a sé stessa;
è attento ai propri confini
ripieno di buon senso pietroso
con un odore che non suscita ricordi o desideri.

Provo un po’ di rimorso
quando lo tengo chiuso nella mano
e un falso calore gli invade il corpo;
ma i sassi non si lasciano addomesticare
e ci guarderanno fino alla fine
con uno sguardo calmo e freddo.

Da ZBIGNIEW HERBERT, Rapporto dalla città assediata, Adelphi 1993, traduzione dal polacco di Pietro Marchesani.

Il vento il muro e quattro passanti: un racconto di Wolfgang Borchert

C’erano il vento, un muro e quattro passanti.
Il vento è la prima e l’ultima sinfonia del mondo.
Alla fine, quando uomini, governi, musica, motori, guerre, pietre, strade e amore non esisteranno più, quando tutto sarà scomparso, resterà solo il vento. E allora, nelle sere di inverno, il vento continuerà a soffiare sulle gelide distese di neve, nelle sere d’estate continuerà a giocare con i cespugli e nelle sere di primavera a innamorarsi dei fiori, per sempre.

Il muro era antico e diroccato; una volta, aveva fatto parte di una casa. Ora, si ergeva vacillante nell’oscurità del cielo, umile, abbandonato e triste.
Giunse il vento e lo prese dolcemente tra le braccia. L’abbraccio del vento era caldo e delicato, e il muro emise, per la prima volta dopo tanto tempo, un sospiro di piacere.

Ti piace? gli chiese il vento.
Sì, mi piace molto, ma mi sento solo, non servo più a niente.
Ti senti solo perché gli uomini ti hanno dimenticato. Tu li hai sempre protetti, hai riscaldato le loro vite, i loro matrimoni, i loro amori, e loro si sono dimenticati di te. Non curarti più di loro, sono cattivi, fatti abbracciare da me, disse il vento, io ti starò sempre vicino.

Già, gli uomini mi hanno davvero dimenticato. Sono davvero ingrati, si lamentava il muro, facendo accarezzare dal vento tutta la sua superficie.
E allora, vendicati, gli suggerì all’improvviso il vento.

Che cosa vuoi dire? In che modo potrei vendicarmi, chiese il muro.
Un modo c’è: crolla, rispose voluttuosamente il vento. Ti faccio vedere. E, dicendo queste parole, scosse il muro un poco in avanti, facendo scricchiolare le sue ossa irrigidite. Il muro ebbe un brivido di piacere, e, sporgendosi in avanti, intravide, proprio sotto di sé, un gruppo di uomini che passavano in fretta, senza neppure accorgersi della sua tristezza. Si mise a tremare tutto, e domandò al vento: Davvero, io – potrei – crollare?

Ti piacerebbe? Certo che puoi, e, se vuoi, posso aiutarti, sussurrò il vento.
Dopo qualche minuto di silenzio, alla fine il muro si risolse, e con un sospiro disse: Sì, voglio provare, voglio crollare, aiutami tu!

Crolla allora, urlò il vento, afferrandolo con forza tra le sue braccia; e lo scosse, lo piegò, gli si strinse addosso con violenza, lo sollevò lievemente da terra; il vecchio muro si lasciò trascinare senza opporre resistenza, poi, a un tratto, perse l’equilibrio, cominciò a sgretolarsi e, alla fine, con un gemito, si ruppe, sporgendosi in avanti. La strada, sotto, brulicava di uomini ingrati, sleali e indifferenti, uomini per i quali era stato un muro fedele per tutta la vita.

Ma, quando li vide, così piccoli, operosi, diligenti, inutili, il muro dimenticò d’un tratto il suo rancore e il suo desiderio di vendetta: in fondo, era ancora affezionato a quelle piccole creature. E cercò all’ultimo momento di rimettersi in equilibrio.

Ma il vento se ne accorse e, con un’ultima vigorosa spinta, fece rovinare il muro con grande fracasso sulla strada.

Morirono quattro passanti: una donna anziana che, dopo il lavoro, era andata a comprare del cibo per il marito invalido, due bambini che giocavano sul marciapiede con le biglie, e un giovane, appena ritornato a casa dalla guerra.

Mandò un urlo di disperazione il vecchio muro morente e, ormai frantumato, chiese al vento con un ultimo sospiro: Perché me lo hai fatto fare? Tu sai che io volevo bene agli uomini.

Il vento rise, senza rispondere. Rise, perché sapeva che sarebbe finita così, o meglio, perché sapeva che come finivano quel muro e quei quattro uomini era del tutto indifferente. Rise anche perché era senza cuore, il vento. Però, pur essendo senza cuore, non si dimenticò del vecchio muro e dei quattro piccoli uomini ingrati sepolti sotto le macerie, e stette loro vicino per sempre con il suo sibilo invernale, con il suo canto primaverile, con le sue dolci carezze estive.

*Per comprendere il rapporto tra il vento e il muro bisogna tener presente che, in tedesco il muro è un sostantivo femminile (die Mauer), mentre il vento è un sostantivo maschile, come in italiano (der Wind).

Da WOLFGANG BORCHERT, Die traurigen Geranien und anderen Geschichten aus dem Nachlass, Rohwolt Verlag, 1962.
I racconti dell’intera raccolta sono stati scritti tra il 1946 e il 1947 e ne è pubblicata una scelta in traduzione italiana e con una introduzione di Roberto Rizzo da Guanda, Opere, Parma 1968.

Walter Benjamin: Il Giudizio Universale

C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Si vede un angelo che sembra stia allontanandosi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’Angelo della Storia ha questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi che conducono al momento presente, l’Angelo vede solo catastrofi, e l’accumularsi incessante di morti su morti, di rovine su rovine che si rovesciano ai suoi piedi. L’Angelo talvolta vorrebbe fermarsi, ricomporre il disastro, ridestare i morti; ma è sospinto da una tempesta che lo spinge avanti, verso il futuro, l’Angelo non può vedere il futuro, cui volge le spalle, ma solo il cumulo di rovine che sale verso il cielo.
La tempesta è ciò che noi, stando nella posizione dell’Angelo, chiamiamo progresso.

*

Per comprendere ciò che ci accade oggi, è necessario anticipare ciò che ci accadrà domani. Anticipare non significa predire, perché il futuro non è ineluttabilmente scritto nel presente. L’anticipazione è una sorta di profezia che denuncia l’ emergenza dell’attualità.
Questa è la conoscenza storica, che non può comprendere il senso che il passato può avere per noi, se non a condizione di avere coscienza dell’avvenire e di ciò che il presente significa per l’avvenire.

Reciprocamente, il presente ha senso solo in rapporto al passato, o, piuttosto, a questo o quel particolare passato che esso prolunga e che in esso si riproduce, e che noi riusciamo a percepire.

Perché il passato ci è trasmesso attraverso una tradizione che seleziona gli avvenimenti conservandone alcuni e tralasciandone altri. E’ la storia dei vincitori, che si trasmette con continuità di generazione in generazione. Per rimetterla in questione, è necessario rompere la continuità in un punto determinato e da quel punto gettare uno sguardo nuovo sul passato e salvare la storia dei vinti.

La dimensione politica della conoscenza del presente è indissociabile da una visione morale, da un senso di responsabilità verso un passato e un avvenire.

La storia non testimonia un movimento irreversibile di progresso; anzi, la fede nel carattere ineluttabile del progresso storico dimostra una incomprensione della vera natura della storia. La storia è il luogo, in ogni istante, di un conflitto sempre rinnovato tra la tendenza alla continuità e il sorgere, dall’infinità dei possibili, del nuovo.

L’esito di questa lotta tra continuità e rottura, tra ripetizione e rivoluzione è sempre incerto, anche se si contrappongono forze ineguali, perché l’inerzia, in virtù della quale si perpetua la continuità, non può essere rotta se non da qualcosa di radicalmente nuovo, da una rottura della temporalità prevedibile.

È un evento che può accadere in ogni istante, perché ogni istante del tempo fa apparire un nuovo stato del mondo: la differenza qualitativa di ogni istante, di ciascun frammento di tempo, porta sempre con sé un fattore di novità. Il vero storico agisce allora sforzandosi di comprendere e liberare il nuovo che ogni istante di passato contiene. Le sorti della storia si giocano quindi nel presente dello storico. All’opposto dell’idea marxista o dell’idea cristiana della fine della storia, che si basa su una concezione quantitativa e accumulativa del tempo storico, l’utopia sorge in ogni istante nel cuore del presente: è lì, e non alla fine dei tempi, che si svolge il giudizio universale: ogni attimo è l’attimo del giudizio finale sugli attimi che lo hanno preceduto

Da WALTER BENJAMIN, Passagen-Werk, Suhrkamp Franfurt\Main, 1982; traduzione italiana: Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi Torino 1962 e da STEPHANE MOSÈS, La storia e il suo angelo, Anabasi, Milano1993.

José Saramago: Rivelazione

Chiese Gesù a Dio: Sto aspettando che tu mi dica quanta morte e quanta sofferenza costerà la Tua vittoria sugli altri falsi dei, con quante morti si pagheranno le lotte che, nel tuo nome e nel mio, gli uomini che crederanno in noi scateneranno.
Davvero vuoi saperlo? – disse Dio.

Davvero – rispose Gesù.

Ebbene, ci sarà una chiesa che tu fonderai, questa chiesa si diffonderà nel mondo, oltre i confini che tu ora conosci, e si chiamerà cattolica perché sarà universale. Ma questo non eviterà discordie e dissensi.

Ma gli uomini saranno più felici? – lo interruppe Gesù

Più felici non direi; avranno una speranza di felicità, la felicità di vivere nel cielo dove io vivo eternamente, la speranza di vivere per sempre con me.

Tutto qui? – chiese Gesù.

Ti pare poco, vivere per sempre con me? – rispose irritato Dio.

La speranza di vivere per sempre con te – corresse Gesù – per questa speranza, gli uomini moriranno.

Moriranno per me e per te, ma ricorda che gli uomini sono sempre morti per gli dei, persino per dei falsi e menzogneri. Che male c’è se ora muoiono per un dio vero?

E allora, vuoi dirmi quante morti costerà la tua vittoria sui falsi dei? – chiese ancora Gesù.

Ebbene, la chiesa che tu fonderai dovrà essere scavata nella carne, le sue fondamenta saranno un cemento di rinunce, lacrime, dolori, torture, di morti, tutte quelle che puoi immaginare, e anche quelle che non riesci neppure a immaginare.

Finalmente parli chiaro – disse Gesù.

Cominciamo da quelli che conosci. il pescatore Simone sarà crocifisso come te, ma a testa in giù, Andrea su una croce a forma di x, Giacomo sarà decapitato. Poi, tra i tuoi amici, ci sono un certo Bartolomeo che sarà scuoiato vivo, un Tommaso, ammazzato a colpi di lancia, un altro Simone, segato a metà, un altro Giacomo, lapidato, un Mattia, decollato; poi sarà una storia interminabile di ferro e sangue, di fuoco e ceneri, di sofferenze e lacrime.

Racconta, voglio sapere – disse Gesù.

Dio allora cominciò in ordine alfabetico: Adalberto di Praga, ucciso con uno spuntone a sette punte, Adriano, ucciso a martellate sopra un’incudine, Afra di Strasburgo, bruciata viva, Agapito di Preneste, morto sul rogo appeso per i piedi, Agata di Sicilia, morta con i seni recisi, Agricola di Bologna, trafitto dai chiodi, Alfegio di Canterbury, bastonato con un osso di bue, Anastasio di Salona, impiccato e decapitato, Ansano di Siena, eviscerato, Antonino di Pamiers, squartato, Apollinare di Ravenna, ucciso a mazzate, Apollonia di Alessandria…. vuoi che continui?

Sì, continua.

Dio continuò, ma, finita la lettera d, cominciò ad abbreviare il più possibile: Elifio di Rampillon, segata la calotta cranica, Emanuele, trafitto da chiodi (con un chiodo da un orecchio all’altro), Emerita, bruciata, Emilio di Trevi, decapitato, Erasmo di Gaeta, dismembrato, e così, dopo alcune ore, arrivò a Wilgefortis,crocifissa.

È tutto? disse Gesù.

No, questi sono solo i martiri. Ci sono poi tutti quelli che perdono la vita non con il martirio, ma con la rinuncia, quelli che nessuno vuole uccidere e che, allora, corrono incontro alla morte, castigandosi per il corpo che ho dato loro, e senza il quale non saprebbero dove ficcare l’anima: rinchiusi in celle e monasteri, ritirati in grotte e caverne come bestie, arrampicati in cima a colonne. Si chiameranno con nomi diversi: agostiniani, benedettini, bernardini, certosini, gilbertini, e così via.

Hai finito? chiese ancora Gesù.

No. Ci saranno poi massacri, carneficine, stragi, crociate: milioni di persone che credono in me e in te saranno uccise. In aggiunta, saranno uccise milioni di persone che non credono in me e in te da quelli che ci credono. Poi, ci sarà l’Inquisizione, e ti dico subito che cos’è: moriranno diecine di migliaia di uomini e soprattutto di donne uccise da coloro che rappresenteranno me e te sulla terra. La terra si riempirà di urli di dolore, il fumo degli arsi vivi offuscherà il sole, il loro grasso sfrigolerà sulle braci, e tutto avverrà per me e per te.

Perché continui ad associarmi a te? Io non faccio che quello che tu vuoi. Io non voglio tutte queste morti: Padre, allontana questo calice da me – disse Gesù.

No: che tu lo beva è la condizione per il mio potere, per il mio piacere, e per la tua gloria.

Non voglio questa gloria.

Ma io voglio il potere e il piacere. Sei costretto a farti crocifiggere, e a ricevere la tua gloria.

Allora il Diavolo, che aveva assistito silenziosamente a tutta la conversazione, disse: Bisogna proprio essere Dio per amare tanto il potere, il piacere e il sangue.

Da JOSÉ SARAMAGO, O Evangelho segundo Jesus Cristo, Editorial Caminho, Lisbona 1991; traduzione italiana dal portoghese di Rita Destì, Il vangelo secondo Gesù, Bompiani Milano 1993.

 

Quattro poesie di Wendy Cope

Definizione del problema

Non ti posso perdonare.
Eppure, non riesco a trattenermi dall’amare
ciò che pensavo che tu fossi prima di conoscerti.

Perdite

Il giorno in cui se ne andò fu terribile;
la sera, sembrò un inferno.
Il problema era la sua assenza,
o il fatto che si fosse portato via anche il
cavatappi?

Poema sul gatto

Il mio gatto è morto;
ho deciso di non farne una tragedia.

La fine del mondo

Presto una grande esplosione
eliminerà ogni traccia di vita su questo pianeta,
compresi quelli che non capiscono
l’importanza della mia poesia.
Gli sta bene.

Da WENDY COPE, Serious Concerns, Faber & Faber, Londra 1992.

Due poesie di Valery Larbaud: Mormorii della coscienza

Il dono di se stesso

Mi offro a tutti, senza esserne richiesto.
Come una ricompensa prima ancora di essere meritata;
Ma posso farlo solo perché c’è qualcosa dentro di me
qualcosa di infinitamente arido
qualcosa senza eco,
ma qualcosa che vede e che sente;
qualcosa con una sua vita propria
che però vive anche tutta la mia vita e ascolta, impassibile,
il mormorio della mia coscienza.
E’ un qualcosa fatto di niente,
insensibile alle mie sofferenze
che non piange quando piango,
che non ride quando rido,
che non si indigna se mi comporto male
e non si addolora quando il mio cuore si rattrista;
resta sempre immobile e non da consigli,
ma dice sempre: sono qui, indifferente a tutto.
Potrebbe essere qualcosa di vuoto come è il vuoto,
così grande che non riescono a riempirlo
il bene e il male messi insieme.
L’odio muore soffocato,
e il più grande amore non penetra mai.
Dunque, potete prendere tutto da me.
Non certo quello che si legge,
né quello che io dico,
ma quello che si percepisce senza che io lo voglia:
prendete, prendete: non avrete nulla.
Dovunque io vada,
incontro sempre
fuori di me
dentro di me
il vuoto.

Sonora Palace Hotel

Quante volte ho pensato a quelle lacrime,
le lacrime del supremo Inca dell’impero ignorato
per così tanto tempo, sugli altopiani ai bordi lontani
del Pacifico – quelle lacrime, quelle povere lacrime
nei grandi occhi rossi che supplicavano Pizzarro e
Almagro.
Ho pensato a quelle lacrime allorché da bambino,
mi soffermavo
a lungo, in un triste museo di Lima
davanti a quel quadro storico, ufficiale, terrificante.
Si vedono le donne dell’Inca, distrutte dal dolore,
che chiedono di essere uccise con lui e lì,
circondato da preti, croci e ceri accesi,
Atahualpa, disteso sulla garrota
con il suo torso bruno denudato, e il viso dimagrito
di profilo
mentre i conquistadores pregano al suo fianco,
pii e feroci.
E’ uno dei molti strani crimini della storia,
prodotti dalla maestà della legge e dallo splendore
della chiesa,
crimini così prodigiosi e orrendi
che non si può credere che non continuino
eternamente
in qualche posto, al di là del mondo visibile.
E forse anche in quel quadro rivivono
sempre lo stesso dolore, le stesse preghiere, le
stesse lacrime.
E forse, in questo stesso momento
in cui sono solo e scrivo
in una stanza del Sonora Palace Hotel
in qualche posto in questo albergo,
in una camera sfolgorante di luce elettrica
silenziosamente questa stessa terribile scena
si compie esattamente
come, quattrocento anni fa, a Caxamarca.
– Che a nessun avventore capiti di sbagliare stanza!

Da VALERY LARBAUD, Poèmes par un riche amateur ou Oeuvres francaises de M.Barnabooth, in Oeuvres complètes, Gallimard Pleiade 1955.

Considerazioni di Theodor Adorno: Ricordi, menzogne e altro

Ricordi

L’idea che i ricordi siano l’unico possesso che nessuno può toglierci appartiene all’armamentario di chi ricerca un impotente conforto sentimentale, e vuol far credere agli altri che il suo ripiegamento nell’interiorità e la sua rinuncia all’affermazione costituiscano la sua improbabile realizzazione.

In realtà, la rivendicazione del valore della costituzione di un archivio di se stesso comporta un implicito sequestro del proprio patrimonio di esperienze, che viene congelato e trasformato in una proprietà delimitata e immobilizzata: una specie di insignificante arredo della propria anima. Proprio quando divengono davvero un oggetto di proprietà, e quando sono ritenuti definitivamente come tali, i ricordi sbiadiscono come tappeti delicati esposti alla luce del sole.

I ricordi, invece, non si sistemano in cassetti: in essi infatti, se sono veri ricordi, il passato si intreccia continuamente e ineluttabilmente con il presente. E nessuno ne può disporre, né può programmare le imprevedibili modalità con le quali essi si intrecciano con il presente. Nessun ricordo è indifferente al futuro di chi lo possiede: nessun passato è garantito dalla maledizione e dalla torbida fiumana del presente.

Frutta nana

Ai poveri è la disciplina altrui che impedisce di pensare; ai ricchi, la propria.

Primo e unico principio dell’etica sessuale: l’accusatore ha sempre torto.

La pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento.

Menzogne

La menzogna non è mai immorale, quando trasmette l’indegnità di un assetto sociale o di un insieme di rapporti personali che costringono a mentire per sopravvivere, con l’alternativa tra ripetere ossessivamente che il vero valore è quello della sincerità, e cioè del passivo, torpido adeguamento alla realtà, oppure affrontare lo sforzo di organizzare la ribellione di sé contro tutti.

La fragile nobiltà della menzogna è quindi quella di esprimere la ribellione alle imposizioni sociali, confessando nel contempo la debolezza di non aver la forza di abbatterle.

Non tutte le menzogne, naturalmente, sono uguali.
Solo coloro che condividono l’indegnità dell’assetto sociale e l’immoralità dei rapporti personali che l’assetto sociale impone riescono a mentire con abilità e spudoratezza.

Essi usano la moralità della menzogna per conservare o acquisire posizioni di privilegio sfruttando le pieghe tenebrose di quei rapporti sociali, dei quali la menzogna dovrebbe mettere a nudo l’indegnità.

In questo caso la menzogna diventa davvero immoralità, perché ha perso la sua nobile funzione di ingannare: chi mente non vuole ingannare nessuno, prima di tutto perché – come tutti coloro che cercano il consenso – gli è indifferente che cosa la gente pensi, e poi perché sa che comunque, qualsiasi cosa dica, tutti lo credono.

Solo gli individui più sensibili all’indegnità dalla quale sono circondati invece mentono maldestramente.

E, in questo caso, la menzogna maldestra denota una profonda moralità verso l’altro: il desiderio di segnalare e di trasmettere, con l’offerta di essere scoperta e svergognata, la vacuità dell’imposizione sociale, e quindi, insieme, il desiderio di partecipazione al di fuori di questa imposizione.

In questo caso, la menzogna va alla ricerca della verità, e la verità può spesso essere percepita solo attraverso la menzogna.
In questo senso, la menzogna è potente strumento di moralità quotidiana.

Da THEODOR WIESENGRUND ADORNO, Minima Moralia. Reflexionen aus dem beschadigten Leben, Suhrkampf Verlag, Francoforte 1951. L’edizione italiana è nei Saggi Einaudi, 1954, con traduzione di Renato Solmi.

Crediti

Questo settimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel 1994, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.

N. 7 estate 1995

Il piacere dell’infedeltà

Il piacere dell’infedeltà verso i testi – acuito anche dalla constatazione che gli originali non riescono mai ad essere davvero fedeli alle loro traduzioni (come già osservava Borges) – è una droga che deve essere assunta in dosi sempre più massicce con il progredire dell’assuefazione. Questo non previsto fascicolo estivo dei TI è quindi il segno che sono lanciato su una china pericolosa e inevitabile. Nel contempo, si estende il gusto trasgressivo dell’inautenticità, e cresce quindi anche il numero di lettori dei TI.
Questa circostanza, insieme al raddoppiato impegno provocato dalla semestralizzazione, rende però necessaria l’introduzione di una regola: chi desidera continuare a ricevere i TI dovrà darmene segnalazione con ogni mezzo idoneo (ovviamente, la richiesta non si rivolge ai molti che già lo fanno). È un piccolo onere, ma è anche una possibilità di fuga: per evitare di essere bersagliati, a scadenze ormai ravvicinate, dai TI, o per segnalare di non essere d’accordo con il loro contenuto, è sufficiente, d’ora in poi, non fare niente.

*

Come sempre, i testi originali sono stati riprodotti in modo infedele e sono stati liberamente adattati e manipolati, cercando quasi sempre di rispettare quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore. Gli autori indicati corrispondono nella maggior parte dei casi agli autori effettivi. Per i testi di Nazim Hikmet ho utilizzato la traduzione di Joyce Lussu .

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Ringrazio Monique Baum, Augusto Bianchi, Cristina Morelli e Marina Nespor per i consigli e i suggerimenti offerti per la stesura di questo fascicolo dei TI.

Politeismi e prodigi

Si racconta che l’imperatore Giuliano (l’apostata nella storiografia cristiana), dopo aver reintrodotto il culto degli dei dell’Olimpo, una notte, evocandoli, se li vide comparire davanti stanchi e irritati per questo imprevisto richiamo in servizio.
Molti ritengono che il lavoro forzato cui gli dei furono sottoposti ebbe breve durata e si concluse con la prematura morte di Giuliano. Sbagliano. Gli dei sono tuttora in servizio: Giuliano è stato un sognatore non perché ha cercato di riportare indietro le lancette dell’orologio della storia, ma, al contrario, perché le ha portate troppo avanti, avendo intuito i vantaggi della fusione tra monoteismo e politeismo che sarebbe stata realizzata, nei secoli futuri, dalla religione cristiana.

Così, il Cristianesimo ha lentamente aggiunto a una divinità suprema una e tripla di modello induista, a una personificazione della contrapposizione delle forze del Bene e delle forze del Male di derivazione zoroastriana, a un culto della madre di derivazione sumerica e mediterranea, a una schiera di spiritelli famigliari (trasformati in angeli custodi) tratta dalla religione romana arcaica, una nutrita popolazione di semidei e di divinità minori, con rigorose competenze per materia o per territorio, non inferiore a quello dell’Olimpo greco-romano e, tra l’altro, in continuo aumento. Anche la diffusione dei miracoli nel mondo cristiano non è inferiore a quella registrata nel mondo romano. Le statue di Giunone e di Apollo piangevano e sudavano non meno frequentemente di quanto oggi non facciano le statue della Madonna.

Per venire ai tempi nostri, sbagliano quelli che pensano che il pianto delle statue della Madonna sia un fenomeno raro: solo in questo secolo, ci sono state centinaia di diverse lacrimazioni. Le statue hanno pianto quasi sempre lacrime (una statua ha però eccezionalmente pianto olio di oliva); poi, con l’avvento della televisione a colori, hanno cominciato a piangere sangue (spesso femminile, ma ogni tanto anche maschile). La maggior parte delle lacrimazioni si è verificata in Italia: varie diecine di casi nel secondo dopoguerra. Ma, ancora una volta, sbaglierebbe chi pensasse a un miracolo tipicamente italiano: fenomeni di lacrimazione di statue della Madonna si sono verificati infatti – sempre limitandoci al ventesimo secolo – in oltre quaranta paesi. A riprova dell’intuizione di Giuliano sui bisogni dell’Occidente, il pianto delle statue della Madonna e, più in generale, l’area del miracolo coincidono oggi nel mondo quasi perfettamente con l’area del Cristianesimo. Tutte le religioni hanno i loro riti, i loro oggetti di fede, i loro dogmi; solo il Cristianesimo ha i miracoli. Naturalmente, l’uso intensivo del politeismo offre alle varie religioni cristiane molti vantaggi, ma non è senza pericoli: ciò che si guadagna in audience popolare, puntando sull’accoppiata ignoranza e superstizione, si perde a livelli di educazione più elevati, dove la gente vede il miracolo con diffidenza e con disapprovazione.

Questo spiega, per esempio, ciò che accade negli Stati Uniti, dove la competizione tra le Chiese, anche nell’interno dell’area del Cristianesimo, è assai vivace: secondo una recente indagine del settimanale Time (The Message of Miracles, Time 10\4\1995) le Chiese cristiane tradizionali sono dichiaratamente contrarie al riconoscimento dei miracoli, mentre su questi fenomeni puntano le Chiese cristiane emergenti per incrementare il proprio seguito. Così, la Chiesa Carismatica e la Chiesa Pentecostale, due tra le Chiese cristiane attualmente in grande crescita, conquistano i loro fedeli con messaggi basati su segnali prodigiosi ed eventi straordinari, inspiegabili, e quindi miracolosi.

C’è però da dire che, se è vero che chi ha fede non ha bisogno di miracoli, non è affatto vero che i miracoli non servano per chi non ne ha. Un buon miracolo crea benessere e occasioni di lavoro quanto il Cenacolo restaurato e assai più degli impianti della Italsider a Taranto e delle promesse di Berlusconi. Lo sanno bene gli abitanti di Lourdes o di Fatima, e tutte le collettività miracolate dal turismo religioso (che ha attualmente un giro di affari di varie diecine di miliardi di lire e mobilita milioni di pellegrini ogni anno). Se ne sono resi conto gli abitanti di Civitavecchia, i quali si sono subito schierati – Sindaco PDS in testa – a difesa del loro miracolo, e delle possibilità di prosperità economica che esso fa balenare. Il progetto per il santuario che ospiterà la statua di gesso piangente è già pronto, predisposto da un esperto del settore: avrà una pianta ellittica, sarà largo 47 metri, mentre in altezza raggiungerà i 37 metri (come un palazzo a 12 piani); potrà contenere mille posti a sedere e almeno 500 posti in piedi; intorno, in mezzo ai campi della frazione di Pantano (il luogo del miracolo), sorgeranno parcheggi, bar, ristoranti, negozi di souvenir.

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Fatti il tuo miracolo. Prepara una soluzione di carbonato di calcio e cloruro di ferro, filtrala con attenzione, aggiungi cloruro di sodio (sale da cucina). Avrai un composto solido e di colore scuro. Se lo scuoti lentamente, non succede niente; con alcune scosse energiche, si liquefa. Il miracolo è stato messo a punto nel 1991 da Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia, da Sergio Della Sala dell’Università di Aberdeen e da Franco Ramaccini. Tutte le sostanze da usare erano disponibili a Napoli nel 1389, allorché è stato segnalato per la prima volta il miracolo del sangue di San Gennaro.

Muggleton. Un ritratto di Lytton Strachey

Verso il 1650 in Inghilterra il disfacimento dell’autorità religiosa era al culmine. La Bibbia, depositaria della Verità assoluta, era a disposizione di tutti: tutti potevano leggerla, interpretarla e diffondere le proprie opinioni in proposito. Personaggi che fino a pochi anni prima sarebbero stati immediatamente condannati come eretici e bruciati vivi, o sarebbero stati costretti a vivere nella clandestinità, potevano ormai esporre le proprie idee su Dio, sulla vita eterna e sull’anima non solo senza timore, ma ottenendo pubblici riconoscimenti.
Così, profeti e profetesse percorrevano a frotte le vie di Londra, predicando le proprie soluzioni per ogni problema spirituale. Si poteva così divenire a piacimento behmisti, bidelliani, coppinisti, salmonisti, dipperiani, traskiti, tryoniti, filadelfiani, cristadelfiani, battisti del settimo giorno. L’autorità delle chiese ufficiali era a livelli assai bassi: ci si poteva attendere che la Verità eterna si rivelasse per bocca di una qualsiasi cuoca, o perfino per bocca del figlio di un falegname, che pretendesse di essere figlio di Dio.

Lodovic Muggleton nacque nel 1609 e fu avviato al mestiere di sarto. In seguito a una crisi religiosa, ruppe il proprio fidanzamento con un’incantevole ragazza, perché la madre gestiva un’agenzia di pegni e l’usura era peccaminosa e decise di vivere in castità.

Qualche anno dopo comparvero a Londra John Tawny e John Robins. Il primo si proclamava sommo sacerdote del Signore (e in qualche occasione sosteneva anche di essere l’erede legittimo al trono di Francia). Robins, invece, affermava di essere la reincarnazione di Adamo, e, talvolta, di essere Dio stesso. Serpenti e draghi si mostravano a un suo cenno. Poteva colloquiare con il proprio angelo custode, e con quelli di tutti i suoi seguaci. Insieme, si erano prefissi il compito di condurre tutti i loro fedeli sul Monte degli Ulivi attraverso il Mar Rosso, nutrendoli di pane secco e di verdure crude: di lì, dopo tre anni di penitenze, sarebbe apparso Cristo e avrebbe condotto tutti direttamente in Paradiso.

Molte migliaia erano i seguaci di Tawny e Robins, e molti si stavano già preparando alla partenza per la Terrasanta. I due uomini fecero una grande impressione su Muggleton e su suo cugino Reeve, uomo di temperamento ardente, di fede incrollabile e di inflessibile santità. Entrambi caddero in preda a una strana esaltazione: udivano voci misteriose di santi e di angeli. Un giorno, Reeve si rese conto di essere, unitamente a Muggleton, uno di quei testimoni eletti dal Signore, la cui apparizione era profetizzata dal libro della Rivelazione (capitolo undicesimo, terzo paragrafo). Muggleton si dichiarò subito dello stesso avviso.

Quanto a Tawny e Robbins, i due decisero che erano diabolici impostori, che dovevano essere immediatamente smascherati, e condannati alla eterna dannazione. Trovarono dapprima Robbins; Reeve lo maledisse, proclamandolo dannato davanti a tutti i suoi fedeli. L’effetto fu immediato: Robbins cadde riverso al suolo svenuto; quando rinvenne, implorò inutilmente di essere perdonato. Poi fuggì e nessuno più lo rivide. Analoga fu la sorte di Tawny. Reeve lasciò nella sua stanza un pezzo di carta, con la scritta ‘Noi ti bolliamo con una sentenza di eterna dannazione’. Il disgraziato, non appena letto il verdetto, si trasferì in Olanda con una barca, e non si sentì più parlare neppure di lui.

Il successo della nuova religione era assicurato; purtroppo Reeve non visse tanto da poterne gioire: il suo spirito ardente si logorò in pochi mesi di attività. Muggleton dovette così procedere da solo. Forte e tenace, raggiunse l’età di ottantotto anni, e continuò a guadagnarsi da vivere come sarto, rivelando intanto la volontà finale del Signore. Predicava e scriveva con inesauribile facilità, e mai cessò di proclamare al mondo e ai suoi fedeli con sermoni, lettere, libri, opuscoli, la Verità divina e assoluta.

Spesso tra i seguaci di Muggleton c’erano scismi, ma gli eretici erano invariabilmente condannati alla maledizione eterna e annientati: di loro, in pochi giorni non rimaneva più traccia. Muggleton inoltre aveva un sistema infallibile per riconoscere immediatamente coloro che dubitavano della sua parola: li poneva vicino a una statua della Madonna che conservava nel suo appartamento, e che gli era stata consegnata direttamente dall’Arcangelo Gabriele. Questa, di fronte agli scismatici o ai semplici dubbiosi, cominciava a piangere e a sanguinare. Su costoro si abbatteva immediata la condanna. Oggi, si sa, le statue piangono con frequenza, sono trucchi noti, facili da fare e da scoprire, ma allora molti consideravano questo fenomeno un miracolo e cadevano in estasi.

Muggleton sopportò con stoicismo anche angherie, persecuzioni e torture dalle autorità: queste, seppur tolleranti, non vedevano di buon occhio la sua popolarità e il ferreo regime cui assoggettava i credenti e, a un certo punto, con un pretesto, lo condannarono anche a qualche anno di prigione. Quando, già assai vecchio, fu liberato, Muggleton impiegò gli ultimi anni della sua vita a scrivere la propria autobiografia; poi si spense in pace.

Le sue dottrine non morirono con lui. La fede dei muggletoniani è rimasta inalterata, di generazione in generazione, da quei giorni sino ad oggi. I pochi eletti (sono oggi circa duecentocinquanta) si riuniscono ancora nel luogo in cui il Fondatore fu messo al mondo, per celebrare le due festività del culto: la Grande Festa, cioè l’anniversario della Rivelazione a Reeve, e la Piccola Festa, e cioè il rilascio di Muggleton dalla prigione.

Sarebbe davvero triste se un giorno non ci fossero più muggletoniani. D’altronde, con il passare degli anni, gli aderenti al muggletonismo sono divenuti più miti e quasi inoffensivi, e si astengono dal pronunziare condanne alla dannazione eterna.

La tremenda condanna fu pronunziata, per l’ultima volta, verso la metà del diciannovesimo secolo, contro un eretico swedenborghiano: anche in quel caso, il destinatario scomparve dopo pochi giorni.

LITTON STRACHEY, Portraits in miniature, Penguin, Londra 1934. La traduzione italiana è di Longanesi, Milano 1950.

Tre poesie di Pietro Bigonari

Cuore eterno

Gli spazi delle strade fermentano come fiori
pallidi stretti al petto;
dalle inferriate degli anni
cadranno ancora luci e ombre
su questa sazietà.
Allora, tu fedele e infedele, saprai
che la prima parola non conta più
dell’ultima, saprai che tu non vincerai;
e intanto la clessidra riempirà
lentamente il cono d’ombra
seguitando impassibile a svuotarsi,
sapendo di potersi riempire di nuovo
all’improvviso, se capovolta.

*

Il cielo sogna il mare

Il mare sogna il cielo
il cielo sogna il mare
è un sogno che li unisce
non li svegliare.

*

Assente dal passato

Porte di spazio perduto
luce di tempo che non tiene
fantasmi per il tristemente muto
ricordo che non viene.
Ma da un cielo di memoria è scesa una lacrima
un attimo è mancato, e passando da quello
sei entrato
trionfatore assente dal passato.
O assente per sempre? Dal futuro
i fiori sono morti, ormai è seccato
nei vitrei boccali il brindisi,
i battimani non ti hanno ridestato.

PIERO BIGONGIARI, Tutte le poesie, vol.I, ed. Le lettere – Firenze, 1994.

Genocidi: Truganini e appendice a Truganini

Truganini

Nell’aprile del 1828 il Governatore inglese Arthur ordinò a tutti i Tasmaniani di abbandonare la parte dell’isola già occupata dagli Europei. I Tasmaniani si difesero, e allora iniziarono le rappresaglie. Il Governatore istituì delle pattuglie formate da coloni guidati da agenti di polizia che avevano il compito di dare la caccia ai Tasmaniani e di ucciderli. Contemporaneamente fu messa una taglia di cinque sterline per ogni Tasmaniano adulto, e di due sterline per ogni bambino.

Fu anche costituita una Commissione, presieduta dall’arcidiacono anglicano di Australia, William Broughton, per trovare una soluzione finale del problema dei Tasmaniani; la Commissione, dopo aver esaminato le ipotesi di avvelenarli, prenderli con trappole o cacciarli con i cani, optò per mantenere il sistema delle pattuglie e delle taglie in quanto offriva uno svago remunerato per la popolazione.

Nel 1830 fu assunto un missionario cristiano, George Augustus Robinson, per raccogliere tutti i Tasmaniani residui e deportarli a Flinders Island, un’isola vicino alle coste della Tasmania, assai ventosa e con pochissima acqua. A Robinson furono pagate 300 sterline di anticipo, e ne furono promesse altre 700 a lavoro concluso.

Affrontando gravi pericoli e enormi difficoltà, Robinson riuscì nel compito affidatogli. Molti Tasmaniani, naturalmente, morirono nelle marce di trasferimento, ma circa 200 arrivarono: erano gli ultimi. Robinson decise di iniziare a questo punto la sua opera civilizzatrice e di convertirli al cristianesimo. I bambini furono separati dai genitori, gli uomini dalle donne. Il programma giornaliero dei Tasmaniani prevedeva la lettura della Bibbia e il canto di inni sacri tre volte al giorno. Chi si rifiutava o non partecipava con il dovuto fervore era sottoposto a dure pene corporali, e privato di cibo e di acqua.

Nel 1861 l’opera di conversione poteva dirsi conclusa con successo: i tre Tasmaniani superstiti, due donne e un uomo, erano tutti fervidamente cristiani. Nel 1869, quando morì l’ultimo Tasmaniano maschio, due gruppi di medici in concorrenza tra di loro, l’uno diretto dal dottor George Stokell della Royal Society of Tasmania e l’altro dal dottor W.L. Crowther del Royal College of Surgeons, riesumarono e riseppellirono varie volte il suo corpo, al fine di verificare se i Tasmaniani fossero l’anello mancante dell’evoluzione dalle scimmie antropomorfe all’uomo. Per le necessarie sperimentazioni, tagliarono numerose parti del cadavere: in particolare, dapprima il dottor Crowther tagliò al cadavere la testa, poi il dottor Stokell amputò le mani e i piedi, poi fu di nuovo il turno del dottor Crowther, che asportò le orecchie e il naso, infine il dottor Stoker, recuperando ciò che avanzava, asportò la pelle e fece una borsa per il tabacco. Analoga sorte toccò a una delle due donne, non appena morta.

L’altra, chiamata Truganini, terrorizzata alla vista di quelle ripetute mutilazioni, chiese di essere gettata in mare, dopo la sua morte. Le fu promesso. Ma, alla sua morte, nel 1876, venne seppellita. Pochi anni dopo il cadavere fu disseppellito e lo scheletro fu esposto al pubblico nel Museo Tasmaniano di Hobart, dove rimase fino al 1947, allorché, a fronte di alcune proteste da parte dell’opinione pubblica, il Museo trasferì lo scheletro in una stanza riservata, visibile solo a richiesta.
Infine, nel centenario della morte, il Governo australiano stabilì che lo scheletro di

Truganini fosse cremato, nonostante l’opposizione del Museo. Le sue ceneri furono finalmente disperse in mare.

Appendice a Truganini

1) Il genocidio è un concetto qualitativo o quantitativo?
Se è un concetto quantitativo: quanti individui è necessario uccidere perché si possa parlare di genocidio, anziché di semplice strage?
Se è un concetto qualitativo: i nazisti sono meno responsabili di genocidio degli Inglesi che hanno estinto i Tasmaniani?

2) Il genocidio presuppone un dolo specifico, cioè la volontà di eliminare una intera popolazione, oppure è sufficiente compiere atti idonei a realizzare l’obiettivo?
Per esempio, gli ignoti coloni americani che nel 1763 hanno ucciso gli ultimi venti indiani Susquehanna maschi sono responsabili di genocidio?

3) Il genocidio deve essere posto in essere direttamente da un Governo per mezzo di propri apparati militari o civili, oppure può anche essere posto in essere da privati, di propria iniziativa?
Per esempio, i coloni spagnoli, portoghesi, inglesi che uccidevano nei secoli scorsi gli abitanti dei territori da colonizzare per difendersi o per impadronirsi di aree coltivabili commettevano genocidi?

4) Perché ci sia genocidio, è necessario uccidere?
Per esempio, è responsabile di genocidio il primo presidente degli Stati Uniti George Washington, il quale consigliava di seguire con gli indiani la seguente politica: ‘Il nostro obiettivo deve essere la totale distruzione e devastazione dei loro insediamenti. Sarà inoltre essenziale distruggere i campi, in modo che non possano più coltivare la terra e procurarsi approvvigionamenti’?

5) Il genocidio deve essere giustificato solo da motivazioni razziali, etniche, religiose, nazionali o politiche, o valgono anche le ragioni economiche?
Secondo il rappresentante del Brasile all’ONU gli indios amazzonici sono stati sterminati non per ragioni razziali o ideologiche, ma solo perché i coloni volevano impossessarsi delle loro terre, e questo fa cadere l’accusa di genocidio.

da JARED DIAMOND, The Rise and Fall of the Third Chimpanzee, Radius Random Century Group Ltd, 1991. La traduzione italiana è pubblicata da Bollati Boringhieri, Torino 1994

Cinque poesie di Nazim Hikmet

I

Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

II

Ti ho sognata
mi sei apparsa sopra i rami
passando vicino alla luna
tra una nuvola e l’altra
andavi, e io ti seguivo
ti fermavi e io mi fermavo,
mi fermavo, e tu ti fermavi,
mi guardavi e io ti guardavo
ti guardavo e tu mi guardavi
poi tutto è finito.

III

Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
dei miei tradimenti
le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi
le mie parole erano stanchezza, noia serale,
un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
il peso dei miei passi
che si allontanano esitando
quel peso sarà quello più grave.

IV

Il più bello dei mari
è quello che non abbiamo ancora navigatoI più belli dei nostri giorni
sono quelli non ancora vissuti.
Ciò che di più bello voglio dire
non lo ho ancora pensato.

V

Ho dormito dovunque,
in alberghi di lusso, per la strada e in prigione,
ho sofferto la fame e ho fatto la sciopero della fame
non c’è cibo che non abbia assaggiato
non c’è dolore che non abbia provato
non c’è gioia che non abbia vissuto
ho amato molte donne
sono stato innamorato delle donne che ho amato
tutte pensano che le abbia ingannate
non ho tradito gli amici
ho mangiato e ho bevuto,
ho sempre guadagnato il mio pane
mi sono spesso vergognato per gli altri
spesso ho mentito per non far male agli altri
ma ho anche mentito per non far male a me
e ho anche mentito senza motivo
non sarò primo ministro o deputato
ma non mi interessa
non ho fatto nessuna guerra
non ho difeso nessuna patria
non mi è mai successo di stare dalla parte dei vincitori
e non ne avrei avuto nessuna voglia
in una parola
anche se oggi
sono sul punto di morire per lo sconforto
sono vissuto con dignità.

da NAZIM HIKMET, Poesie d’amore, Mondadori, Milano. La traduzione dal turco è di Joyce Lussu.

Crediti

Questo settimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel maggio del 1995, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.

N. 8 inverno 1995

Nigeria

Fino alla fine degli anni Ottanta, un piccolo gruppo di persone ha liberamente saccheggiato le risorse mondiali, destinandole a un quotidiano, sontuoso banchetto che si svolgeva in una sala le cui porte erano tenute rigorosamente chiuse.
Nella sala si era ammessi non per merito, ma, salvo poche eccezioni, per ragioni ereditarie: era necessario portare la pelle bianca e essere nati nel mondo libero. Tutti quelli cui l’accesso era interdetto stavano a guardare e ricevevano avanzi, qualche bottiglia di Coca-cola e molti rifiuti. E premevano per entrare.

Ma gli ammessi al banchetto erano ben difesi dall’assalto degli esclusi: proprio come il muro di Berlino difendeva il mondo libero dal socialismo (anche se era stato ingenuamente costruito per difendere il socialismo dal mondo libero).

Alla fine degli anni Ottanta, il muro è caduto e la porta della sala del banchetto è stata aperta. Hanno fatto festa le masse degli esclusi dell’Asia e della Cina, del Sudest asiatico e dell’America Latina e hanno fatto festa, curiosamente, anche gli originari convitati. Tutti erano felici che le regole del libero mercato avessero finalmente trionfato ovunque.

Ma tutti hanno dimenticato che se i convitati aumentano le portate diminuiscono. Come si sa, la storia spesso si ripete: anche la generalizzata estensione del titolo di cittadini da parte di Caracalla nel 968 a.U.c. (212 d.C) è apparsa a molti contemporanei come il segno del trionfo dell’impero romano e non dell’inizio della sua disgregazione.

In realtà, il presupposto della capacità del libero mercato di produrre benessere e beni di consumo per tutti era che la libertà, l’uguaglianza e il mercato restassero un diritto di tutti, ma un privilegio di pochi, e che solo a pochi fosse riservato l’uso esclusivo delle risorse collettive.

Il mercato di questo mondo non è in grado di garantire a ciascun cinese non solo la libertà di avere una sua autovettura, ma neppure quella di mangiarsi un buon hamburger alla settimana, se non al prezzo di una catastrofe ambientale. Ma è difficile spiegarlo al cinese. L’alternativa è un rigoroso e impensabile riequilibrio globale dei consumi, accompagnato da una decisa riduzione della libertà di mercato: un difficile ritorno a muri invalicabili e porte sbarrate.

Così, la festa già si avvia alla conclusione. Con o senza mercato, l’appropriazione delle residue risorse mondiali deve restare una faccenda esclusiva di quei pochi che hanno la pelle bianca. La strada da seguire è già stata esemplarmente indicata dai patiboli di Lagos. In Nigeria sono stati impiccati otto militanti che si battevano non per il comunismo o per la rivoluzione, ma per difendere il loro ambiente e per impedire da parte della multinazionale Shell il saccheggio delle risorse naturali.. Il Governo nigeriano è stato solo l’esecutore. I mandanti sono qui, tra noi. E presto, anche il boia sarà costretto a portare la pelle bianca.

***

Come sempre, i testi originali sono stati tradotti e riprodotti in modo infedele e sono stati liberamente adattati e manipolati, cercando però quasi sempre di rispettare quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore.

Gli autori indicati corrispondono nella maggior parte dei casi agli autori effettivi.

Grazia

Perfida, feroce, cattiva. Questi gli aggettivi più usati da tutti quelli che non conoscevano Grazia Cherchi, o anche da alcuni di quelli che la conoscevano. Non cercava elogi, né riconoscenza, né riconoscimenti, né affetto a buon mercato. Detestava tutti coloro che pensano che scrivere sia un passatempo, ma anche tutti coloro che pensano che leggere sia un passatempo.

Detestava tutti coloro che approfittano o non si curano del lavoro o del tempo altrui, perché pensano che il proprio tempo o il proprio lavoro sia più importante. Detestava tutti coloro che pensano che il tempo e il lavoro siano necessariamente una merce che può essere sempre comprata o scambiata e non possa anche essere un dono, all’interno di un rapporto di solidarietà, di affetto, di amore. Detestava l’insensibilità, la superficialità, gli adoratori degli idoli, gli inseguitori del consenso.

Cercava intransigenza e impegno. Amava rigore e conseguenza. Il rifiuto del consumismo, valore proclamato da molti, era per lei un programma dimostrativo di rinuncia selettiva: ricordo lo sguardo sdegnato che mi inflisse quando le proposi di sostituire il suo vecchio mangianastri con un CD-player.

Si era scelta sempre lavori-ombra: l’organizzazione di una rivista che ha segnato il passaggio di questo paese dall’untuoso, familista, arrogante e crudele clerico-fascismo diffuso degli anni cinquanta alle trasformazioni sociali degli anni sessanta e settanta, l’assistenza agli scrittori nella revisione dei loro testi. Il suo piacere era nel non apparire, e nel non far riconoscere a nessuno, e spesso neppure ai suoi autori, l’importanza del proprio contributo.

Quando la ho conosciuta, non era bella. Lo sapeva. Anche per questo non si curava di apparire gradevole. Chi voleva conoscerla davvero doveva superare la forma e l’esteriorità. La sua trasandatezza era certamente istintiva (perché l’eleganza è un prodotto dell’educazione e dei quattrini, ma trasandati o si nasce o non si diventa), ma era anche una consapevole provocazione, una prova che solo chi cercava la sostanza poteva superare.

E proprio per questo, era attraente. Grazia non sarà dimenticata da pochi. È quello che voleva.

Padri e figli

Una sera arrivò all’improvviso nostro padre. Ci chiese:
“Ragazzi, dov’è la nonna?”.
“E’ morta”.
“E voi vivete soli? Come fate a cavarvela, siete ancora dei bambini”.
“Ce la caviamo ottimamente, papà”.
“Sono venuto di nascosto. Aiutatemi”.
“Tu non ti sei occupato di noi e non ci hai dato nessuna notizia di te per molti anni”.
“Avete ragione. Ma sono stato rinchiuso in un campo di concentramento. Mi hanno torturato. Sono riuscito a fuggire”.
“Perché ti hanno rinchiuso?”.
“Perché sono politicamente sospetto. Perché combatto contro questo regime. Ma ora, non posso più vivere qui. Devo riuscire a fuggire in un Paese libero”.

Allora, noi diciamo:

“Vuoi attraversare la frontiera?”.
“Sì. Voi state qui, a poche centinaia di metri dalla frontiera, voi dovete sapere come, o conoscere qualcuno…”.
“Si, noi sappiamo. La frontiera è invalicabile”.
“Ci deve essere un modo di passare”
“C’è, ma si rischia la vita”.
“Preferisco morire, piuttosto che vivere qui”.

Allora, noi gli spieghiamo:

“La prima difficoltà è arrivare alla prima barriera di filo spinato senza incontrare le pattuglie con i cani e senza essere visto dalle guardie che stanno sulle torrette. E’ difficile, ma si può fare. Poi, bisogna superare la barriera. Servono due ganci, il primo per salire, il secondo per tenersi mentre si sale. Se si cade, è impossibile liberarsi dal filo spinato”.
“Non cadrò”
“Poi, si devono recuperare i ganci per superare la seconda barriera di filo spinato, che si trova a circa sette metri di distanza”.
“È un gioco da ragazzi”.
“Però lo spazio tra le due barriere è minato”.

Il papà impallidisce:

“Allora, è impossibile”.
“No, è questione di fortuna. Le mine sono disposte a zigzag. Se si va dritti e si fanno balzi di circa un metro, c’è una probabilità su sette di evitarle”.
“Voglio tentare”.
“Allora ti aiuteremo, papà. Ti accompagneremo fino alla prima barriera”.
“Vi ringrazio, ragazzi”.
“Adesso, è ora che tu mangi e dorma un po’. Ti sveglieremo noi domani”.

Mentre il papà dorme, noi prepariamo quattro ganci e andiamo a fare un sopralluogo vicino alla frontiera. Poi lo svegliamo. Sono le undici del mattino.

“È per questa sera?”.
“No, si va subito”.
“Siete matti, è pieno giorno. Mi vedranno”.
“Anche noi dobbiamo vedere, papà. Soltanto gli stupidi cercano di passare di notte, quando non si vede niente e le pattuglie sono molto più numerose. A quest’ora, invece, non c’è quasi sorveglianza”.
“Va bene, mi fido di voi, ragazzi”.
“Vorremmo guardare nelle tue tasche, prima di andare. Vogliamo evitare che qualcuno possa identificarti, se la fuga fallisce. Noi saremmo accusati di complicità”.
“Pensate davvero a tutto, ragazzi”.

Frughiamo nelle sue tasche, gli portiamo via la carta di identità, un biglietto del treno, un quadernetto di indirizzi e una foto della mamma.
Bruciamo tutto nel camino della cucina. Poi ci mettiamo in movimento.
Arriviamo vicino alla frontiera. Diciamo al papà di accucciarsi dietro un albero mentre passa una pattuglia. E’ senza cani.
La pattuglia si allontana. Noi diciamo:

“Vai adesso, papà. Ci sono venti minuti prima che arrivi la prossima pattuglia”.

Lui prende due ganci sotto le braccia, ci guarda con gratitudine, poi avanza, lancia un gancio sulla barriera, sale. Noi ci stendiamo per terra, ci chiudiamo le orecchie con le mani. C’è un’esplosione. Ci alziamo e corriamo fino alla barriera di filo spinato. Saliamo usando gli altri due ganci. Il papà giace a terra vicino alla seconda barriera.

C’è un solo modo per attraversare la frontiera: far andare qualcuno avanti.

Camminiamo velocemente sulle orme lasciate dai passi di papà, poi sul suo corpo, superiamo la seconda barriera. Finalmente siamo nel Paese libero.

AGOTA KRISTOF, Le grand cahier, Éditions du Seuil, Parigi 1986.

Due poesie di Theodor Fontane

L’ultima notte di Carlo Stuart
(30 gennaio 1649)

Non riesco a dormire.
E’ il suono del martello là fuori che costruisce
il patibolo, il mio ultimo trono,
o è la paura della morte
che mi priva dell’ultimo riposo?
Sia quel che sia; a questa notte insonne
seguirà presto, all’alba, un riposo eterno.
Le guardie marciano avanti e indietro nel corridoio,
come prima, quando ancora ero il re.
Prima proteggevano la mia vita,
ora attendono la mia morte.
Che gioco mutevole è la vita!
Se penso a chi ero e chi sono,
non posso fare a meno di guardarmi allo specchio
e, sotto le rughe, andare alla ricerca di me stesso
dentro quell’immagine estranea
che mi rimbalza dallo specchio.
Qui, dove da bambino mi insegnavano a comandare,
dove anche sui miei capricci si spargeva incenso,
qui, dove c’è l’origine della mia regalità
mi ritrovo adesso come un delinquente da eliminare.
E se davvero fossi un delinquente?
Se il re fosse davvero un uomo come gli altri,
se questa mia pelle ormai giallognola
non fosse davvero sacra, come si crede,
come ho sempre creduto?
Non è possibile! Non è possibile che la volontà del popolo
d’un tratto valga di più del mio volere.
Mai, nel periodo del mio potere, ho avuto dubbi;
ora però il mio trono è divenuto un traballante sgabello,
e ora mi chiedo: “Non eri anche tu soltanto un attore
amato finché recita bene,
ma subito fischiato, quando recita male,
anche se è vestito da re?”.
La verità è che ho recitato male.
Avrei dovuto afferrare ben più saldamente
le redini del potere,
ben più severamente avrei dovuto domare il cavallo
che ora ha gettato il suo cavaliere nella polvere.
Io invece, sempre indeciso tra necessità di dominio
e desiderio di piacere al mio popolo,
tra il dovere del re e il piacere dell’uomo
io ero chiamato tiranno quando tiravo le redini
ed ero considerato un debole quando le allentavo.

L’uomo in me combatteva il re;
Questo contrasto mi ha privato del trono e della vita.
L’incertezza mi ha condotto al patibolo.
Albeggia.
Che possa avere la forza per affrontare questo viaggio;
ho sbagliato a non vivere come un re,
morire come un re è il mio ultimo desiderio.

*

L’ultima notte di Oliver Cromwell.
(2 settembre 1658)

Non è solo l’espressione scura del mio medico che lo dice,
io stesso lo sento: le mie ore sono contate.
E questa notte, che sogno terribile ho avuto.
Carlo si ergeva serio di fronte a me;
intorno al collo portava invece di una collana,
una striscia rossa
e quando, per salutarmi
fece il gesto di togliere il cappello.
tolse, insieme, anche la testa dal corpo.
I miei occhi si chiusero; e quando timidamente li riaprii,
egli mi fece sorridendo cenno di seguirlo, e scomparve
indietreggiando lentamente nel vano oscuro della porta.

Che cosa mi spaventa, in questo sogno
e risveglia in me l’antica superstizione
dell’invulnerabilità dei re?
La spada del boia si sarebbe spezzata come vetro,
se la volontà di Dio avesse voluto Carlo invulnerabile.
Quella testa sanguinolenta non deve più farmi paura.
La sua morte era necessaria per il mio successo.
Il sangue del re doveva divenire la calce del mio edificio.
Improvvisamente vidi, nel sogno, una nave.Era nel mezzo della tempesta, vicino agli scogli.
Allora feci un balzo in avanti,
allontanai dal suo posto il debole timoniere,
che era di aspetto del tutto simile a Carlo,
con mano sicura guidai la nave
e condussi tutti i passeggeri esultanti nel porto.
Come sempre, in situazioni di emergenza,
il diritto del più forte non è da disprezzare.
Nel corso della missione che mi sono proposto,
ho preso anche decisioni dettate
dall’egoismo, dall’orgoglio e dalla vanità
solo per le scelte dettate dalla debolezza mi sono pentito.
Di fronte alla mia inflessibilità e alla mia crudeltà
tutti hanno dimostrato gratitudine;
solo quando dimostravo comprensione
trovavo odio e rancore
Albeggia.
La mia è stata la vita di un tiranno:
ho le mani bagnate di sangue,
ma non ho mai sparso sangue senza motivo.
Per ciò che ho fatto di bene
attendo, fra poco, il giusto premio;
per i miei crimini
attendo, fra poco, il perdono.

THEODOR FONTANE, da Hundert Gedichte, Verlag Neues Leben, Berlin 1989.

Sarajevo

Lavoro alla fabbrica che sta dall’altra parte del fiume. Ogni giorno, da anni, attraverso il ponte due volte al giorno. Alla mattina e alla sera.
Proprio come adesso. Ma adesso vedo un fotografo accucciato dietro a un bidone vuoto. Ha l’obiettivo della macchina fotografica puntato su di me. È immobile. Sta aspettando il momento giusto per scattare la foto. Allora, guardo alle mie spalle. Vedo su un tetto là in fondo un luccichio. È il riflesso del sole su un oggetto metallico. Un’arma. Mi rendo conto che il fotografo attende il momento in cui il colpo del cecchino, appostato sul tetto, mi spappolerà la testa.

Mi piego e corro in avanti. Sento di essere inquadrato da due persone, dal fotografo e dal cecchino, sento il clic degli scatti del fotografo e aspetto il colpo del cecchino.

Arrivo di corsa dall’altra parte e mi butto a terra dentro un portone.

Vedo il fotografo irritato che si allontana. E si allontana lentamente anche un uomo, dal tetto là in fondo.

KARIM ZAIMOVIC, Sarajevo, in BiH Dani 28\3\1993, XII fascicolo, anno II.

Owen Meany

A scuola, tutti si divertivano con Owen Meany. Era così piccolo che, quando era seduto, non toccava terra con i piedi e le ginocchia non gli arrivavano ai bordi del sedile: così, stava seduto con le gambe in fuori, come un bambolotto.
Naturalmente, essendo così piccolo, era anche leggerissimo, nonostante che il padre avesse una cava di granito. Owen, in effetti, nonostante l’assenza di peso, aveva qualcosa di granitico. Prima di tutto, la polvere della cava: una fine polvere grigia che si levava dai suoi abiti quando venivano scossi. e tutti si divertivano a sollevarlo. Poi aveva il colorito di una pietra tombale: la luce era riflessa dalla sua pelle come dalla superficie di una perla così che lui, a volte, sembrava translucido, specie alle tempie, dove gli affioravano venuzze azzurre.

Forse, la polvere di granito aveva anche contribuito a rovinargli la voce, o forse, era stato colpito alla trachea, appena nato, da un pezzo di granito: certo era che le sue corde vocali non si erano completamente sviluppate: per farsi sentire, Owen doveva urlare attraverso il naso.

Non mi ricordo come cominciò il nostro sport del sollevamento Meany. Ma, da un certo punto in poi, non appena la maestra ci lasciava soli, noi acchiappavamo Owen Meany e ce lo passavamo a vicenda sopra le teste. Senza alzarci dai banchi: questo era il gioco. Uno di noi si alzava, andava ad afferrare Owen, tornava a sedersi al suo posto e lo passava al vicino di banco, il quale lo passava a sua volta, e così via.

Anche le ragazze prendevano parte al gioco: chiunque poteva sollevare Owen. Naturalmente, stavamo attenti a non farlo cadere. Talvolta gli cadevano gli spiccioli dalle tasche, ma noi gli restituivamo sempre tutti i soldi. Se aveva con sé le figurine dei campioni di baseball, anche quelle gli cadevano dalle tasche, mentre veniva passato da un banco all’altro. Era una delle cose che lo mandava in bestia, perché conservava le figurine rigorosamente in ordine alfabetico e quindi, quando le restituivamo, insieme agli spiccioli, si metteva a riordinarle, con truce e silenziosa furia.

Naturalmente, Owen protestava quando ce lo passavamo tenendolo in aria, emettendo suoni stranissimi con la sua voce incompiuta. A noi piaceva molto udire la sua voce: sembrava che provenisse da un altro pianeta.

“Mettetemi giù” gridava con il suo enfatico falsetto “Piantatela. Non ci sto più. Quando è troppo e troppo. Mettetemi giù, brutti stronzi”.

Noi niente, continuavamo a passarcelo. Lui diveniva sempre più fatalistico, dopo un po’ si irrigidiva e non si dibatteva più, e incrociava le braccia sul petto in un gesto di sfida, guardando torvo il soffitto. A volte si aggrappava al banco, non appena la maestra usciva di classe e si teneva saldo come un uccello su un trespolo.

Ma era facile farlo staccare, perché soffriva il solletico. Una ragazza di nome Sukey era bravissima nel fargli mollare la presa in pochi secondi.

“Il solletico no” gridava lui “Non vale”.

Ma a stabilire le regole eravamo noi, non lui: secondo noi, il solletico era valido. Spesso, quando la maestra rientrava, Owen era ancora in aria. E la reazione era sempre la stessa, incredibilmente stupida. “Owen” gli intimava “torna subito al suo posto. Scendi giù di lì”. Che cosa poteva insegnarci di buono quella maestra, se credeva che Owen Meany stesse in aria per conto suo?

Owen era sempre dignitosissimo. Non diceva mai “Sono stati loro! Fanno sempre così! Mi sollevano, seminando per terra i miei soldi e le mie figurine, e non mi ascoltano quando chiedo di essere messo giù”. No: si lagnava con noi, ma mai con la maestra. Non era una carogna. Con la nitidezza di una parabola evangelica, Owen Meany ci mostrava come si comporta un martire. Non nutriva rancore. Neppure quando lo sollevavamo in altre occasioni, in modo meno sistematico e più improvvisato.

Una volta, un compagno lo appese per il colletto a un attaccapanni, nell’auditorium della scuola. Anche allora, Owen subì, incrociando le braccia, senza divincolarsi. Pendeva silenzioso, in attesa di qualcuno che lo staccasse. Un’altra volta, dopo l’ora di ginnastica, uno di noi lo appese dentro l’armadietto e chiuse lo sportello.

“Non fa ridere! Non fa ridere!” gridava lui, sempre più fiocamente, finché qualcuno, dopo un po’ di tempo, non è andato a liberarlo.

JOHN IRVING, A Prayer for Owen Meany, William Morrow and Co., New York 1989. Il brano fa parte del primo capitolo, pubblicato anche sul New Yorker. Il libro è tradotto in italiano da Rizzoli con il titolo Preghiera per un amico.

Una poesia di James Fenton

E’ qualcosa che dici a tuo rischio.
E’ qualcosa che non dovresti trattenere.
E’ una verità da tirar fuori al buio, in un letto.
Spegni la luce, e ti spiego tutto.
E’ l’ovvia verità del mattino
trascinato all’indietro mentre il sole si trasforma in pioggia
trascinato verso la pioggia, il buio, il letto.
Spegni la luce, e ti spiego tutto.
Ecco quello che speravo di dirti
Ecco quello che speravo che tu indovinassi.
Ecco quello che speravo che tu non potessi indovinare
quel che speravo che, in fondo, non ti importasse.
E’ la speranza che tu speri a tuo rischio.
E’ la speranza che tu temi di capire.
E’ l’ovvia verità della sera.
Spegni la luce e ti spiego tutto.

JAMES FENTON, Penguin Books, Londra 1994.

Virginia Woolf

Andai in Tavistock Square e sostai davanti al numero 37. Ebbi un momento di esitazione, poi mi feci coraggio varcai la soglia e infilai la testa nell’ufficio.

  • Potrei parlare con la signora Woolf? –

C’era intorno alla stanza un pulviscolo inafferrabile che danzava in un raggio di sole: era come una traduzione fisica di Virginia Woolf. Era seduta dietro una cascata di bozze e teneva una matita dritta sullo scrittoio. Mi guardò come se io fossi sull’orlo di un baratro insuperabile.

Sembrava su uno scoglio mentre aspettava il salvatore. Appariva vulnerabile, fragile, dolorante, ma anche trasandata e avvizzita. Aveva un naso affilato e un mento apprensivo. La fronte era solcata da linee orizzontali, ne contai sei. Le sopracciglia erano incolori e staccate. I capelli scendevano in disordine sulla fronte e sulle orecchie e si arricciavano in piccoli ciuffi dietro al collo. Gli occhi avevano un bagliore notturno sotto le palpebre scure e davano alla sparuta gentilezza del viso ovale una grazia bizzarra, inaspettata e sfuggente.

– Voleva guardarmi in faccia, suppongo –

Il contatto era stato stabilito. Il suo viso si dileguò, come una pellicola sotto l’azione dell’acido.

– Si –

– Bene, ora mi ha visto –

Abbassò gli occhi seraficamente. Rideva di me, tra sé e sé, con un’indifferenza che mi ricomprendeva tutto. Mi sentivo impotente. Feci un tentativo.

The Waves, signora Woolf, che libro meraviglioso. Non è un romanzo, è una ragnatela piena di luce, di sole… –

– Ma dopotutto, mio caro ragazzo, che cosa è un romanzo? Ci ha mai pensato? Che cosa è un romanzo? –

Mi lanciò una occhiata cattiva, come una ragazza dispettosa. Con sottile perfidia stava giocando un suo gioco segreto, con gusto e con tristezza, e, per un breve momento emozionante, colsi uno sprazzo della vera Virginia Woolf.

– Bé – dissi, balbettando – c’è ambiguità in tutti i romanzi. Prenda Dostoievski per esempio. Che cosa prova per Dostoievski ? –

– Oggi ormai – rispose con condiscendenza – non provo niente per Dostoievski.

– O Gogol – continuai – che cosa pensa di Gogol?

– Di Gogol oggi non penso più niente – rispose soavemente.

– O Pirandello – domandai a precipizio – Non la diverte Pirandello?-

– Non sento nessuna affinità con Pirandello –

– O Ulysses, signora Woolf. Quali sono i suoi sentimenti su Ulysses? –

Si concentrò scaltramente a fissare le sue unghie. Ci fu un silenzio carico di attesa.

– Non ho sentimenti particolari per Ulysses. Nessun sentimento, almeno, che meriti di essere ricordato. Quando lo ho letto, mi ha colpito come un grandioso errore di calcolo –

Improvvisamente, sembrò che avesse dieci anni di più. I capelli erano striati di grigio. Gli occhi apparivano iniettati di sangue e le guance erano segnate dalla stanchezza. Fissò una mosca che si era aggrappata a una lampadina. Poi piegò la testa come se posasse per un fotografo.

– Ulysses: una vera catastrofe – osservò lentamente – un tracollo delle facoltà critiche -.

Abbassò le palpebre, che mi parvero simili a fragili petali appassiti. Poi giunse le mani, quasi in un gesto di preghiera. Per un attimo rimase immobile. Credetti che si fosse trasformata in una statua.

Guardai verso la finestra. Dietro i vetri polverosi si delineava una struttura di ombre, cupe, i simboli di una metropoli squallida e inaccessibile. I granelli dorati del pulviscolo avevano interrotto il loro piccolo balletto e io sentii che la fine del tempo che mi era stato concesso si stava avvicinando.

– Bene, addio signora Woolf. E’ stato un piacere incontrarla –

Il sudore mi colava dalla fronte. Continuavo a guardare la finestra. Raccolsi il mio manoscritto e mi diressi verso la porta. Mi voltai indietro per un momento, e lei era seduta laggiù, ancora immobile, ancora notturna e astuta dietro la sua cascata di bozze.

FREDERIC PROKOSCH, Voices. A Memoir, 1983.

Crediti

Questo ottavo volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel maggio del 1995, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.

N. 9 – estate 1996

Fedeltà

Molti non gradiscono l’infedeltà, quantomeno nella letteratura. Vari lettori dei Testi Infedeli, per esempio, vorrebbero conoscere il testo originale, dove è stato modificato e perché, in modo da misurare il grado di infedeltà delle traduzioni o delle trasformazioni. Questo atteggiamento dipende da una radicata opinione secondo cui non sono importanti tanto le sensazioni, le emozioni, le reazioni che uno scritto trasmette allorché viene letto, quanto la comprensione di ciò che l’autore ha realmente scritto, quindi la esatta individuazione di ciò che l’autore voleva che si leggesse. La attuale fortuna delle “edizioni critiche” è contemporaneamente la causa e l’effetto di questo atteggiamento. Questo atteggiamento non tiene però del tutto conto che l’odierna letteratura è il frutto di poderose falsificazioni. La falsificazione più trascurata, protrattasi per alcuni millenni e perdurata più o meno fino a un paio di secoli fa, è stata l’annientamento dell’apporto della donna: la immensa tradizione letteraria che abbiamo alle spalle e sulle cui gigantesche spalle gli attuali nani si ergono per vedere e per comprendere meglio (per usare un’espressione infedelmente attribuita a Newton), è un prodotto – salvo sporadiche eccezioni – fatto da uomini (anche se non necessariamente per uomini). Fino a due secoli fa, l’uso della scrittura e della carta stampata per fini di comunicazione pubblica è stato sostanzialmente interdetto alle donne di ogni nazione e di ogni tempo, con un intervento più efficace di qualsiasi divieto, e cioè distribuendo educazione e capacità di conoscenza solo alla metà maschile del mondo. Le idee e le sensazioni delle donne sono state così eliminate alla radice e condannate all’oblio (salvo per quanto possiamo oggi ricostruire da quanto hanno scritto in merito gli uomini). Questa falsificazione è irreversibile: nessuno potrà mai immaginare come sarebbe oggi la letteratura se vi avessero contribuito in modo paritario entrambi uomini e donne. Di fronte a questo dramma, tutte le infedeltà realizzatesi all’interno di questa letteratura falsificata sono poca cosa. Non va comunque dimenticato che il purismo critico, se applicato con rigore, imporrebbe di gettare nella spazzatura quasi tutta la letteratura antica greca e romana, su cui è stata in gran parte costruita la nostra civiltà occidentale. La maggior parte delle opere degli autori antichi ci è pervenuta infatti rimacinata da secoli e secoli di copiature e ricopiature ad opera di monaci che svolgevano il loro ingrato compito in locali umidi e poco illuminati, con occhi ispessiti dalla presbiopia e, spesso, senza granché comprendere che cosa stessero facendo e perché. L’inevitabile risultato dello stratificarsi di approssimative copiature è che abbiamo ricevuto testi che spesso assomigliano solo lontanamente al loro originale, sempre sono zeppi di errori, privi di parole, frasi, talvolta brani interi, e sono poi stati rielaborati e riassemblati in epoche successive nel tentativo di dare il senso che sembrava più corretto in quel momento e a quel copista. Per esempio, quasi tutti coloro che hanno letto l’Antigone di Sofocle ricordano un verso: “O caro Emone, come ti disonora tuo padre!”. È l’esclamazione indignata di Ismene allorché Creonte si rifiuta di perdonare Antigone e afferma provocatoriamente di non volere che suo figlio Emone sposi una donna malvagia. Nonostante che tutti i manoscritti della tragedia pervenutici attribuiscano il verso a Ismene, nella prima edizione a stampa dell’Antigone del 1502 Aldo Manuzio mette senza esitazione la frase in bocca a Antigone. Quest’ultima, rimasta fino a quel momento silenziosa, rassegnata e indifferente non riesce più a trattenersi allorché viene volgarmente insultata insieme al suo promesso sposo: il risultato che si ottiene spostando quel verso dalla bocca di Ismene a quella di Antigone è di tale potenza e intensità che alcuni moderni studiosi si sono convinti che Manuzio avesse ragione, che Sofocle avesse realmente posto la frase in bocca ad Antigone (tra l’altro, compiendo un’operazione teatralmente innovativa, rispetto alla tradizione classica dei due attori parlanti in scena, con il terzo eventualmente solo presente) e che abbiano avuto torto tutti i copisti, meccanicamente trascinati dallo svolgimento del dialogo o dall’errore precedentemente compiuto da altri ad attribuire il verso ancora a Ismene. Afferma per esempio Richard Webb, uno dei massimi esperti del teatro di Sofocle: “Sono certo che il verso fosse originariamente di Antigone, e che i copisti abbiano cancellato uno dei punti più belli dell’opera, mettendolo in bocca a Ismene”. Tutto sommato, non è poi così facile decidere se è più fedele a Sofocle il Sofocle dell’unanime tradizione manoscritta, oppure se gli sono più fedeli Manuzio e Webb che al testo di Sofocle – così come ci è stato tramandato – sono deliberatamente infedeli. Naturalmente, l’infedeltà non è limitata alla sola letteratura classica. Tutti oggi sono convinti che Mary Shelley abbia scritto Frankenstein per dimostrare la follia di coloro che vogliono travolgere le leggi di natura e sostituirsi a Dio. Frankenstein è oggi diventato l’esempio delle conseguenze che si verificano allorché “man plays god”: è l’emblema di tutti coloro che si oppongono alle nuove tecnologie genetiche, al progresso della scienza medica, all’innovazione tecnologica in generale. Ho avuto molte volte occasione di ricordare, negli ultimi anni, la decisione emessa nel 1641 dalla Commissione dei teologi dell’Impero spagnolo con la quale venne vietata l’attuazione del progetto di canalizzazione dei fiumi Tago e Manzanarre, predisposto dagli ingegneri italiani Carducci e Martelli su incarico del conte-duca di Olivares. Il divieto venne motivato perché “commette un attentato contro la Natura e contro le leggi della Divina Provvidenza chi cerca di migliorare ciò che, per motivi imperscrutabili, è stato voluto imperfetto. Se Dio avesse voluto che i fiumi fossero navigabili, li avrebbe fatti navigabili”. Con queste parole venne segnata la condanna della Castiglia a restare un’arida pianura spopolata e, insieme, venne segnata la condanna della maggiore potenza europea dell’epoca, ancora padrona di gran parte del mondo, a un accelerato e inesorabile declino demografico e economico. Nel frattempo, al di là dei Pirenei, il cardinal Mazarino annuncia l’apertura del grande canale della Linguadoca, che, collegando il Mediterraneo alla valle della Garonna, pone le premesse della moderna struttura agricola francese e dello sviluppo economico successivo. Ogni epoca ha i suoi teologi, sempre regolarmente smentiti dal futuro, ma immancabilmente pronti a risorgere dalle loro ceneri, sempre premiati dalla creduloneria e dalla superstizione popolare (da questo punto di vista, l’Italia è, come è noto, leader del settore: basti pensare che il vescovo Milingo, ai cui esorcismi e ai cui riti magici nessuno ormai crede più neppure nell’Africa nera, si è trasferito alle porte di Milano, dove prospera ed è venerato, mentre restano inascoltati gli appelli alla ragione del cardinal Martini).

Ma torniamo a Mary Shelley. La versione oggi diffusa e seguita costituisce una infedeltà al testo non dichiarata, ma così metodica, che il testo originale è ormai scomparso: il testo infedele ha vinto. In realtà l’autrice non si è affatto occupata del problema della eticità della creazione di un uomo artificiale. Si è proposta invece di dimostrare che sono la società e i pregiudizi che creano i mostri. L’uomo di Frankenstein, infatti, creato incline alla bontà e alla riflessione, dotato di non comune intelligenza, viene rifuggito e respinto da tutti per il suo corpo mostruoso, ed è così, lentamente e inarrestabilmente portato sulla strada del crimine. Ecco le sue ultime parole: “Una volta avevo sogni di virtù, di gloria, di piacere. Una volta erroneamente pensavo di potermi incontrare con esseri che, non tenendo conto del mio volto, potessero amarmi per le qualità che io potevo esprimere”. Ma viene maltrattato da tutti coloro che incontra: nessuno riesce a superare la sua mostruosa apparenza, nessuno cerca di vedere la sua anima: “Cercavo amore, compagnia. E venivo sempre respinto. Non è ingiusto? Devo essere considerato l’unico colpevole quando l’intera umanità ha peccato contro di me? Ma è sempre così: l’angelo caduto diviene un diavolo feroce”.

***

I testi che seguono sono stati tradotti in modo infedele e sono stati liberamente adattati e manipolati, tentando di rispettare nella maggior parte dei casi quello che avrebbe potuto o dovuto essere il pensiero dell’autore.

Tre poesie d’amore

I

Quando ti ho perduta entrambi abbiamo perduto

io, perché tu eri ciò che amavo di più

tu, perché io ero quello che ti amava di più.

Perciò, tra noi due tu hai perso più di me:

perché io potrò ancora amare un’altra come amavo te

tu non sarai amata da nessuno come ti amavo io.

II

La tua voce era piena di dolcezza,

i tuoi occhi erano pieni di gioia,

le tue mani erano piene di tenerezza.

Ma non mi amavi.

Poi hai cominciato ad amarmi.

La tua voce era piena di amarezza,

i tuoi occhi erano pieni di lacrime,

le tue mani erano piene di asprezza.

Peccato che quando ami non puoi essere amata.

III

Ho tanto desiderato che passassero veloci gli anni

che tu potessi così perdere lo splendore dei tuoi occhi

la delicatezza della tua pelle

tutto il crudele splendore della tua gioventù.

Allora soltanto ti avrei potuto amare,

allora soltanto mi avresti prestato attenzione.

Gli anni sono passati veloci,

hai perso lo splendore dei tuoi occhi

la delicatezza della tua pelle

tutto l’attraente splendore della tua gioventù.

Io non ti amo più

e se ancora non mi presti attenzione non mi importa davvero.

La prima poesia è di Ernesto Cardenal, ed è stata pubblicata in Obras poeticas escogidas, Managua (Nicaragua) 1984.

La seconda e la terza poesia sono state scritte da un ignoto filosofo confuciano cinese e da questo consegnate a William Somerset Maugham nell’inverno del 1919, in una località imprecisata sullo Yang-tze. Sono state tradotte in inglese molti anni dopo dal sinologo P.W.Davidson.

Il grugnito dell’universo

Nel 1992 gli americani hanno mangiato 52 miliardi di hamburger: 5,2 miliardi di carne macinata. Per soddisfare questa sfrenata voracità di carne, ogni anno vengono macellati e trattati 14 miliardi di polli, 33 milioni di buoi, 88 milioni di maiali. È un risultato reso possibile dal perfezionamento della catena di smontaggio dei maiali inventata verso il 1830 (che offrirà alcuni decenni dopo l’idea a Taylor e a Ford della catena di montaggio industriale).

All’inizio le carcasse dei maiali percorrevano la catena appese a un carrello ruotante, mentre ogni operaio restava fermo a disossarne una parte, sempre quella. La catena di smontaggio centralizzata iniziò con i maiali perché questi, a differenza dei manzi, erano difficili da trasportare avendo gambe corte e un cattivo carattere e perché solo così era possibile utilizzarne ogni parte. Il porco era la forma più compatta con la quale il raccolto del mais poteva essere trasportato al mercato: perciò il mais è dato ai maiali nella fattoria e poi è spedito confezionato nella forma di maiale, fornita dalla natura. Il porco è, di fatto, due quintali di mais su quattro zampe.

Ben presto la catena di smontaggio fu oggetto di una impressionante razionalizzazione produttiva: nel 1906 venne definita da Upton Sinclair una produzione di suini per mezzo della matematica applicata.

Nel 1863 in un impianto di Chicago venne sfruttata per la prima volta la forza di gravità. Le bestie erano spinte su un piano inclinato fino al terrazzo sovrastante i due piani dell’edificio; poi erano fatte scendere in fila al secondo piano, dove erano uccise con una martellata alla testa; erano quindi scannate e dissanguate dalla gola. Il sangue colava in appositi conduttori inclinati verso serbatoi, mentre le carcasse calavano su scivoli e, nel frattempo, erano divise, disossate e confezionate. Al piano terra erano pronti i prosciutti appesi. C’era, però, ancora il tempo perso della martellata alla testa e dello sgozzamento.

Nel 1866 Windsor Leland trovò la soluzione, inventando la slaughtering machine: un gancio veniva infilato nel fianco del maiale, che era così trascinato verso l’alto da una cremagliera mossa da un elevatore a vapore. Il maiale restava così appeso per una gamba al nastro trasportatore ed era sgozzato ancora vivo (saltando così la fase della martellata alla testa) poi era rasato, raschiato, scuoiato, sventrato, squartato, sezionato, suddiviso in tagli. All’apice del suo successo la linea di smontaggio avrebbe impegnato fino a 126 persone nel macello di un singolo maiale. Ma, con il metodo Leyland, anche un solo macellaio poteva squartare e sezionare un maiale, impiegando pochi minuti.

Nel 1869 l’Associazione dei macellatori di Chicago organizzò una gara per coronare il primo campione nazionale di macello. Charles Leyden vinse macellando e preparando il suo maiale in 4 minuti e 45 secondi. C’erano però due controindicazioni. Prima di tutto, poiché il maiale era sgozzato da vivo, il sangue pompato dal cuore schizzava dappertutto. Poi, c’era il rumore: il maiale infatti si lamentava per il trattamento cui era sottoposto e emetteva grugniti acutissimi. Il lamento proveniva contemporaneamente da centinaia e centinaia di maiali. Era il grugnito dell’universo.

***

Ciascuna scrofa può avere otto piccoli per parto, e può partorire due volte all’anno. Dieci scrofe possono quindi produrre centosessanta maialini all’anno. Ma l’allevamento dei maiali non è attività così semplice come quella dei bovini, che possono essere lasciati in libertà a pascolare. Infatti, mentre i maiali maschi possono vivere e nutrirsi all’aperto, le femmine gravide e quelle che hanno appena partorito debbono essere costantemente sorvegliate. Mentre sono gravide, bisogna evitare che si sdraino l’una sull’altra, schiacciandosi e procurandosi aborti. Poi, quando hanno partorito, debbono essere tenute sempre insieme ai loro piccoli. Infatti, i piccoli non riconoscono la propria madre, e, se si mescolano, si mettono a succhiare le mammelle di una scrofa qualsiasi; e poiché neppure le scrofe fanno differenza tra i propri figli e i figli altrui, il risultato è che, in breve tempo, ci sono piccoli ipernutriti e altri che muoiono di fame, scrofe spossate e altre congestionate dal latte. La soluzione preferibile è quella di isolare scrofe gravide e scrofe che hanno partorito, collocandole in box separati, lungo un muro. Perché non possano saltare fuori, i box devono essere posti ad almeno un metro dal suolo; debbono inoltre essere aperti in alto perché il guardiano possa sempre verificare il numero dei porcellini. Il guardiano deve infatti saper riconoscere a colpo sicuro i figli d’ogni scrofa non appena nascono per ricondurli dalla madre quando si allontanano. Proprio per questo, la dote più importante per l’allevatore di maiali è la memoria.

Il primo pezzo è tratto da MARCO D’ERAMO, Il maiale e il grattacielo, Feltrinelli 1995. Il secondo da COLUMELLA, Trattato di agricoltura.

George e Mabe

Si fidanzarono mentre lui era in Inghilterra in licenza, e stabilirono che lei lo avrebbe raggiunto in Birmania entro sei mesi. Purtroppo, accaddero numerosi imprevisti: prima morì il padre di Mabel, poi scoppiò la guerra e George venne inviato in una zona operativa; in conclusione, passarono sette anni prima che lei potesse partire per la Birmania. Lui svolse tutte le formalità per la celebrazione del matrimonio e andò a Rangoon ad attenderla. La mattina in cui era previsto l’arrivo della nave affittò una automobile e si recò al porto. Mentre aspettava il sopraggiungere della nave che già si poteva scorgere all’orizzonte, si rese conto che non vedeva Mabel da ben sette anni. Si era persino dimenticato che aspetto avesse. Si sentì un vuoto allo stomaco e le ginocchia cominciarono a vacillare. Si rese conto che non poteva sposarla. Ma come poteva dirle una cosa simile dopo che lei gli era stata fidanzata per sette anni e aveva percorso seimila miglia per sposarlo? Non ne aveva il coraggio. Allora, scrisse in tutta fretta una lettera e, senza alcun bagaglio, proprio mentre la nave di Mabel stava attraccando, saltò a bordo di una nave che stava partendo per Singapore. La lettera per Mabel diceva pressappoco: “Carissima Mabel, debbo improvvisamente andare via per affari. Non so quando ritornerò. Mi sembra che sarebbe saggio se tu tornassi in Inghilterra. Con affetto, tuo George”. Quando arrivò a Singapore, George trovò ad attenderlo un cablo: “Capisco benissimo. Non preoccuparti. Baci. Mabel”. Il terrore lo assalì, pensando che Mabel intendesse seguirlo. Infatti, scoprì che lei era sulla lista dei passeggeri della nave che era diretta da Rangoon a Singapore. Non c’era un momento da perdere. Saltò su un treno in partenza per Bangkok, ma si rendeva conto che non sarebbe stato difficile a Mabel fare lo stesso, così, appena giunto a Bangkok si imbarcò su un battello francese diretto a Saigon. Il viaggio durò cinque giorni. Prese un riksciò e si diresse all’albergo. Mentre firmava sul registro degli ospiti gli porsero un telegramma: conteneva tre sole parole “Ti amo. Mabel”. Gli vennero i sudori freddi. Si rese conto che la sua fuga stava diventando una cosa seria. Si imbarcò immediatamente per Hong Kong, di lì andò a Manila, proseguì per Shangai, e di lì proseguì per Yokohama. Al Grand Hotel di Yokohama lo attendeva un cablo: “Spiacentissima non averti trovato a Manila. Ti amo. Mabel”. Studiò gli orari di tutti gli imbarchi e la carta geografica con occhi febbrili. Dove poteva essere in quel momento Mabel? Tornò subito a Shangai, andò diritto al consolato e chiese il telegramma. Il funzionario glielo porse: “Sto arrivando. Ti amo. Mabel”. No. Non ci sarebbe riuscita. Stava per cominciare la piena dello Yang-tze. Faceva appena in tempo a prendere l’ultimo vapore che lo portasse a Chungking, e poi nessuno avrebbe potuto mettersi in viaggio prima della prossima primavera, se non su una giunca. Andò a Hankow, da Hankow a Ichang, da Ichang, passando per le rapide del fiume ormai in piena, raggiunse Chungking. Ma non voleva correre rischi: a quattrocento miglia di distanza, percorrendo una strada infestata da briganti, c’era Cheng-tu, capitale del Szechuan. Lì sarebbe stato al sicuro. Arruolò portatori e coolies e si mise in marcia. Dopo diciotto giorni di cammino, vide finalmente le mura merlate della sperduta città: dalle mura si potevano vedere in lontananza le montagne innevate del Tibet. Finalmente poteva riposare. Il console inglese di Cheng-tu era un suo amico e lo ospitò. Si godeva l’agio di una casa lussuosa e le settimane passavano pigramente, una dopo l’altra. Finché una mattina si udì bussare al portone del consolato, e entrò una sedia portata da quattro coolies. La sedia venne posata al suolo, furono aperte le tende e ne uscì Mabel. Era bella, fresca, riposata. George restò di sasso. Lei gli si fece incontro. “Ciao, George, temevo di non trovarti”. Lui non sapeva che dire. Si guardò intorno, ma lei stava tra lui e il portone e lo fissava con i suoi occhi azzurri. “Non sei per niente cambiato” disse “Temevo di trovarti grasso e calvo. A un certo punto, quasi non me la sentivo più di rivederti e di sposarti”. Poi si rivolse al console: “E’ lei il console?”. “Sì”. “Benissimo. Sono pronta a sposarmi, appena fatto il bagno”. E così fu.

Da WILLIAM SOMERSET MAUGHAM, The gentleman in a parlour, Londra 1992. Il libro è stato pubblicato in Italia da Mondadori, e tradotto da Luciano Bianciardi.

The anchorage perspective

Mi ero ripromesso di non toccare più – almeno per un po’ di tempo – l’argomento delle apparizioni e dei sanguinamenti della Madonna. Ma davvero non posso fare a meno di raccontare la storia e le teorie del geom. Flavio Vettorel di Assago, così come le ho apprese dal settimanale Visto del 29 marzo 1996, in un articolo a firma Luca Pavanel (sono stato indeciso se rendere noto o meno il nome dell’autore delle teorie che fra poco leggerete; poi, visto che lo stesso geom.Vettorel ritiene di essere un testimone mandato per diffondere le sue idee, ho deciso che anche la minuscola pubblicità che posso fargli con i Testi Infedeli gli sarà sicuramente gradita).
Tutto comincia nel 1988, allorché la moglie del geom.Vettorel si ammala di cancro. Dopo molti interventi e trattamenti medici, la signora Vettorel viene dichiarata incurabile. A questo punto, i coniugi Vettorel perdono fiducia nella scienza e si affidano alla Madonna. La decisione, di per sé, non era assurda ed era fondata su numerosissimi precedenti.

Ecco solo qualche esempio tra molti che sono stati registrati. Maria Ardouin, una giovane donna di Nantes, ammalatasi di cancro nel 1835, ottenne la guarigione a seguito di una apparizione della Madonna il 29 dicembre 1840.

Numerosissime inoltre sono le guarigioni da tumori provocate dal noto “scapolare verde” – più propriamente un medaglione, recante da un lato l’immagine della Madonna e dall’altro un cuore infiammato da raggi splendenti – consegnato a Giustina Bisqueyburu, postulante della Congregazione delle suore figlie della carità di Parigi, direttamente dalla Madonna nell’ultima di sei apparizione avvenute tra il 28 gennaio 1840 e l’8 settembre 1846 (lo scapolare verde è stato approvato come strumento prodigioso da papa Pio IX nel 1870).

Ancora uno scapolare, ma questa volta bianco e unito da due fettucce, contraddistingue la miracolosa e celebre guarigione di Stella Faguette, allorché vide per la quinta volta la Madonna nel 1876: a quell’epoca Stella Faguette – che sarebbe vissuta fino al 1929 – era ammalata di un tumore già da undici anni, aveva una grave forma di tisi ed era paralizzata al braccio destro (lo scapolare bianco fu approvato da Leone XIII il 30 gennaio 1900: alla pari di quello verde, deve essere indossato per esplicare appieno le sue potenzialità miracolose).

Infine, Margrit Bays di Le Pierraz (Svizzera) venne guarita da un tumore all’intestino dalla Madonna, apparsale improvvisamente l’8 dicembre 1854.

Purtroppo, la Madonna non appare alla moglie del geom.Vettorel che – nonostante sei pellegrinaggi a Lourdes, Fatima e Medjugorje – muore nel 1991. La reazione più attendibile del geometra sarebbe stata quella di dire: in fondo, i medici avevano ragione. Ma non è questo il caso del geom.Vettorel il quale un giorno ha una illuminazione: guarda la cartina geografica con occhio attento e si rende conto che Lourdes e Medjugorje si trovano più o meno sullo stesso parallelo, il 40° parallelo Nord. L’illuminazione viene confermata dallo studio delle carte topografiche militari, utilizzando le quali il geom.Vettorel riesce anche a dimostrare che la distanza fra la chiesa di Mostar e il colle di Podborno, dove c’è stata la prima apparizione a Medjugorje, e la distanza fra la chiesa di Saint Jean in Tarbes di Lourdes e la grotta delle apparizioni sono praticamente identiche, e cioè m.18568 per Lourdes a m.18569 per Medjugorje.

Questa incredibile coincidenza ha per il geom.Vettorel un significato profondo: significa che “le due chiese, quella cattolica e quella ortodossa, devono avvicinarsi”. Studiando le carte topografiche militari, il geom.Vettorel si è anche accorto che anche Assisi si trova sul 40° parallelo Nord, mentre esiste una analoga correlazione geografica tra Akita in Giappone, dove la Madonna è apparsa più volte tra il 1973 e il 1981, e Fatima.

In effetti, tutte le apparizioni mariane si trovano in una stessa, sottilissima fascia geografica. Un caso? Assolutamente no. Sono “tutte coincidenze straordinarie, segni divini di qualcosa che occorre capire e decodificare” dice il geometra. Almeno a prima vista la tesi lascia adito a qualche dubbio. Prima di tutto, non mi sembra dimostrato che la Madonna appaia sempre soltanto dove viene vista: non mi sembra che si possa escludere che la Madonna si manifesti frequentemente anche nelle aree polari o nelle numerose aree desertiche del pianeta, senza però essere vista da alcuno. Certo, se invece si ritiene che la Madonna appare non semplicemente per visitare il nostro pianeta, ma proprio per essere vista da qualcuno, allora sembra più che logico che trascuri le zone spopolate, e insista con le zone temperate. Poi, non bisogna dimenticare che di coincidenze topografiche ve ne sono molte. Per esempio, Anchorage (la capitale dell’Alaska) e’ posta esattamente alla stessa distanza da Tokio, New York e Francoforte; questo ha indotto molti economisti a presceglierla come il punto di osservazione ideale per tenere d’occhio l’evoluzione delle tre principali economie capitaliste: è la cosiddetta “prospettiva Anchorage”. Bene, si può pensare che non sia un caso che Anchorage – con tutto lo spazio che c’era in Alaska – sia stata fondata casualmente in un punto così unico del globo terrestre. E allora non si può fare a meno di domandarsi: perché Anchorage è stata fatta lì?

Le coincidenze evidenziate dal geom.Vettorel non finiscono qui, ma si estendono dalla topografia dei luoghi mariani alla sua vita privata. Egli infatti si è recentemente risposato con una donna conosciuta a San Damiano Vicentino, dove anni fa si verificò una apparizione della Madonna. Inoltre, lo stesso geom .Vettorel è nato il 28 luglio, data non casuale, perché è anche quella in cui è nato Benito Mussolini. E, coincidenza davvero clamorosa, il geom.Vettorel è consigliere comunale ad Assago nella Fiamma Tricolore di Rauti.

S.N.

Due storie di Italo Calvino

Libertà

C’era un paese dove tutto era proibito, salvo che il gioco della lippa. Tutti allora si riunivano nei prati che stavano dietro al paese e lì giocavano alla lippa e passavano le giornate. Siccome le proibizioni erano state poste poco alla volta, e sempre per giustificati motivi, nessuno aveva qualcosa da ridire. Un giorno i governanti decisero che non c’era più ragione che tutto fosse proibito, abrogarono tutti i divieti e stabilirono che ognuno poteva fare quello che voleva. I governanti poi andarono in giro per i prati, dove gli abitanti si riunivano e annunziarono: “Niente è più proibito”. Ma tutti continuavano a giocare alla lippa. “Avete capito? Potete fare quello che volete. Siete liberi!” “Bene” risposero tutti “Noi vogliamo giocare alla lippa”. I governanti si affannavano a spiegare quante occupazioni belle e utili vi fossero, cui ora ci si poteva dedicare. Ma tutti continuavano a giocare alla lippa. I governanti allora si riunirono e decisero di proibire il gioco della lippa. Scoppiò la rivoluzione. Tutti i governanti furono massacrati. Poi tutti tornarono a giocare alla lippa.

Il giudice

In un paese stavano impiccando uno. Arrivò un vecchio su un mulo e si sedette sotto un grande albero che stava in mezzo alla piazza. La gente chiese: “Chi sei?” “Sono un giudice” rispose il vecchio. La gente chiese che cosa fosse un giudice. Gli anziani spiegarono che una volta, quando le leggi non erano ancora complete, succedeva che spesso non si sapeva se condannare o assolvere uno, e allora c’erano persone apposta che prendevano questa decisione. Quelli erano i giudici. “Bene” disse la gente “Qui il giudice non serve. Oggi le leggi sono complete, tutto è previsto: c’è la certezza del diritto”. “Non è vero” disse il giudice “I casi del mondo sono sempre diversi una volta dall’altra: non può essere tutto previsto, e non possono esserci leggi immutabili”. “Questa è anarchia” disse la gente. “No” disse il vecchio. Vera giustizia è ascoltare e giudicare a seconda dei casi, con animo uguale, ma comprendendo la diversità di ciascun caso”. La gente rimase perplessa, discusse a lungo, poi decise: “Vediamo cosa sai fare”. Il vecchio indico l’uomo che stavano impiccando e disse “Portatemi qui quell’uomo. Che cosa ha fatto?” “Ha ammazzato la moglie con un colpo di scure in testa, poi la ha fatta a pezzi e ha gettato i pezzi nel fiume”. “Bisogna vedere le circostanze” disse il giudice. “Non c’è bisogno” disse la gente “Il caso è previsto dai codici. Ci sono anche tutte le aggravanti e le attenuanti, e tutte le combinazioni possibili. In fondo a ciascuna, c’è scritta la pena. Per questo caso, c’è scritto: Impiccagione. “Vediamo” disse il giudice. Interrogò l’imputato, si accorse che aveva ragione, e lo mandò assolto. La gente rimase perplessa e non sapeva cosa dire. Ma uno pensò che forse poteva trarre vantaggio da questa sentenza: andò a casa, ammazzò la moglie con un colpo di scure alla testa, la fece a pezzi e ne gettò i pezzi nel fiume. Le guardie lo portarono al giudice, sotto la quercia. Lui disse come erano andate le cose, né più né meno come quello di prima. “Allora” disse il giudice “vuol dire che questo lo impicchiamo”. Lui ci rimase male: “Ma come? Ho fatto talquale l’altro. Ho forse sbagliato qualcosa?” E ripeté tutto, insistendo che tutto era uguale. Ma più quello aggiungeva particolari, più il giudice insisteva nel condannarlo. “È lì il brutto” diceva il giudice “Questi due fatti così uguali. Mai capitate due storie senza niente di differente. Così se il primo aveva ragione vuol dire che tu hai torto. Sarai impiccato” La gente però non era convinta: “Va bene, lui lo impicchiamo, però vogliamo vederci chiaro”. Infatti lo impiccarono, poi tornarono dal giudice per vederci chiaro: “Che cosa è questa storia che uno ammazza la moglie con una scure, la fa a pezzi, getta i pezzi nel fiume, e una volta è innocente e quell’altra è colpevole? Dov’è la certezza del diritto? Qui, se c’è un giudice, uno non sa più come comportarsi”. Il giudice cercò di spiegare che le storie non sono mai uguali, e che l’importante è capire quello che c’è di diverso in due storie che sembrano uguali. Nessuno volle ascoltarlo. Così portarono al giudice il suo mulo, lo salutarono e lui se ne andò.

ITALO CALVINO. Sono due manoscritti, datati rispettivamente 17\5\1943 e 15\51943, pubblicati postumi nel terzo volume dei Romanzi e racconti, Mondadori Milano 1994.

Due poesie di Eichendorff

Il castello nel bosco

Là stanno le montagne da cui nessuno ritorna,

alla sera diventano rosse per il tramonto;

e appare il castello delle signore del bosco, fatto di nuvole.

Là, tra picchi e vette, fioriscono i garofani selvaggi,

siedono le fatate signore del bosco e cantano ogni sera la loro canzone nel vento.

Ogni tanto arriva un cavaliere,

guarda verso le montagne rosse per il tramonto

vede il castello delle signore del bosco fatto di nuvole,

e esclama “Le signore del bosco, solo loro, sono il mio amore”.

Sprona il suo cavallo, al galoppo verso le donne fatate si dirige.

Nessuno più lo rivedrà.

Nessuno sa se abbia raggiunto il castello del bosco, se abbia raggiunto il suo amore.

Al tramonto

Per dolore e gioia abbiamo camminato mano nella mano,

il cammino è stato lungo,

ora riposiamo ora su questa terra silenziosa.

Intorno a noi le valli declinano, l’aria diviene scura

solo due allodole si alzano e giocano sognando la notte, tra i profumi.

Vieni qui vicino, lasciale giocare, presto sarà tempo di dormire,

cerchiamo di non perderci in questa solitudine.

O pace ampia e silenziosa così profonda nel rosso del tramonto

siamo davvero stanchi di camminare – è forse questa la morte?

JOSEPH VON EICHENDORFF, Ausgewahlte Werke, Berlino 1932. Il castello nel bosco è stato musicato da Felix Mendelssohn-Bartholdy (op. Postuma). Al tramonto è stato musicato da Richard Strauss: è l’ultimo dei Vier letzte Lieder (op. Postuma).

Il Silenzio

Non c’è nessun bel discorso che non possa essere migliorato con il silenzio.

Proverbio dei pescatori del Maine.

Crediti

Questo nono volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 250 esemplari fuori commercio nel giugno del 1996 da Marco Capodaglio nella tipografia Cinque Giornate srl.

N. 10 inverno 1996

Una poesia di Bob Dylan

Chi ha ucciso Davey Moore?
Certo non io, dice l’arbitro, non guardate me.
È vero, avrei potuto fermare prima l’incontro,
e forse lo avrei salvato.
Ma pensate alle proteste degli spettatori,
avrebbero voluto avere indietro i loro soldi.
Mi spiace che sia morto,
ma dovevo tener conto degli altri,
delle istruzioni ricevute.
No, io non lo ho ucciso,
non ho niente da rimproverarmi.
Non noi, dicono gli spettatori,
è davvero un peccato che sia morto,
ma noi volevamo solo un match di pugilato,
non c’è niente di male in questo.
Non volevamo certo che lui morisse,
No, non lo abbiamo ucciso noi,
non abbiamo nulla da rimproverarci.
Non io, dice il suo manager
fumando il suo sigaro.
Che ne sapevo del difetto al cuore?
Io ho sempre pensato che stesse bene,
se era malato, avrebbe dovuto dirmelo.
Con tutto il tempo e i quattrini che ho investito
doveva dirmelo se non poteva fare a pugni.
No, io non lo ho ucciso,
non ho niente da rimproverarmi.
Non io, dice il bookmaker,
non sono io che lo ho colpito,
le mie mani non hanno mai picchiato nessuno,
sono contrario a ogni violenza.
Avevo anche scommesso su di lui, quella sera.
No, io non lo ho ucciso,
non ho niente da rimproverarmi.
Non io, dice il giornalista sportivo,
mentre scrive sul suo computer
che la boxe non va condannata,
che non è certo più pericolosa del rugby.
E scrive che fare a pugni non si può proibire,
è lo sport dei veri uomini,
degli uomini coraggiosi.
No, io non lo ho ucciso,
non ho niente da rimproverarmi.
Non io, dice il pugile che lo ha hanno abbattuto
Lo ho colpito, ma sono pagato per questo.
Non si dica omicidio, non si parli di uccidere,
è stato il destino, è stata la volontà di Dio.
Chi ha ucciso Davey Moore?

BOB DYLAN, Who killed Davey Moore?, da Song Book, Londra 1974.

Il nuovo mondo

Ulisse non salva dai Lotofagi, da Circe, dalle Sirene solo la sua possibilità di ritornare e il suo futuro. Salva la sua identità e la sua memoria.
Salva la possibilità di ricordare, l’impronta del passato e il progetto del futuro. È la possibilità di ricordare che permette di fare senza dimenticare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare.
Così, più o meno, scriveva Calvino nell’agosto del 1975.

Ma davvero deve essere letta in questo modo la storia di Ulisse?
Calvino trascura il fatto che il viaggio di Ulisse non è un viaggio di andata, un viaggio verso il futuro senza dimenticare il passato: è un viaggio di ritorno, obiettava Edoardo Sanguineti.
Il futuro di Ulisse è il suo passato: tutto ciò che di nuovo Ulisse incontra e tutti gli sforzi che compie sono solo per tornare al punto di partenza.
Questo ambiguo incrocio tra avventura e rinuncia, tra ricerca e paura della novità contrassegna un’opera che sta alla radice della nostra civiltà.
Ulisse vince le tentazioni e le lusinghe, si aggrappa alla sua memoria del passato, non per andare avanti, ma per tornare indietro.

Ulisse non salva dai Lotofagi, da Circe o dalle sirene il suo passato: perde il suo futuro, perde il nuovo per ritornare al vecchio. Ma allora Lotofagi, Circe e Sirene non rappresentano il rischio, il pericolo e il male, come a tutti noi hanno insegnato a scuola: sono occasioni perdute di rotta verso l’ignoto.

Fin dall’inizio della nostra educazione impariamo così che la rivoluzione e il cambiamento sono pericolose possibilità da accantonare.
Ulisse rifiuta queste occasioni non perché non ne comprende e non ne apprezza la novità, ma perché le considera ostacoli sulla strada del vecchio.
Il suo desiderio è tornare al punto di partenza, come se il tempo non fosse passato. La sua avventura si compie quando il cerchio si chiude.
Il futuro di Ulisse è la restaurazione, la sua saggezza è la ripetizione.
Questo significa che alla base della nostra civiltà e della nostra cultura sta la saga del ritorno, non la saga della scoperta.

Anche la scoperta del Nuovo Mondo non è altro che un infortunio sulla strada del vecchio: il progetto di Colombo, non diversamente da quello di Ulisse, era un viaggio circolare, un ritorno su sé stesso e sul proprio passato.
E questo è il modello di futuro che ha assorbito la nostra cultura. Per questo, chi vuole davvero cambiare, e non ritornare, è sempre vissuto come un corpo estraneo, come un pericolo.

Anche Dante, che a prima vista fa di Ulisse un eroe moderno, proiettato verso l’avventura, la scoperta, il cambiamento, riprendendo non l’eroe dell’Odissea, ma l’eroe del mito dell’Ultimo Viaggio, non fa in realtà altro che confermare il segno negativo della ricerca di un futuro diverso dal proprio passato. Ulisse infatti non torna dall’ultimo viaggio: va verso l’ignoto, ma l’ignoto non lo realizza, lo divora. Chi va verso l’ignoto, chi esce dal cerchio, chi cerca il futuro, chi cerca “vertute e conoscenza” è perduto.

S.N.

Tre scritti di Borges

Il principio

Due uomini stanno conversando.
Non sapremo mai i loro nomi, né sapremo il luogo e il tempo in cui la conversazione si è svolta
Forse in Africa, molto tempo fa.
Anche il tema del dialogo non ci è noto.
Talvolta, i due uomini sembrano alludere a miti o divinità nelle quali entrambi non credono davvero.
Le ragioni che adducono a sostegno delle loro tesi ci sembrerebbero oggi piene di errori e prive di logica.
Non polemizzano. Non vogliono né persuadere, né essere persuasi, non pensano né a vincere né a perdere.
Sono d’accordo su una sola cosa: la discussione che stanno facendo è una via per giungere a una verità.
Liberi da dio, dal mito, dalla metafora, dalla magia, per la prima volta due uomini cercano di pensare insieme.
Questa conversazione tra due sconosciuti è il fatto più importante della nostra storia.

Capodanno

La simbolica attenzione
con cui si sostituisce una cifra
con la cifra che segue,
l’inutile metafora
che per una sola volta all’anno convoca
l’attimo che muore e quello che sorge,
il compimento di un processo astronomico
di cui si ignorano le esatte caratteristiche
non sono sufficienti
a scavare nella magia di questa notte
e non sono sufficienti
per farci sentire quest’obbligo ricorrente
di attendere i dodici rintocchi.
La vera causa di questa attesa
è il sospetto dell’enigma del tempo, è lo stupore
che ogni capodanno si polarizza su un miracolo:
malgrado l’inesorabile scorrere del tempo,
qualcosa perdura in noi,
immobile.

Moby Dick

Nel 1851 Melville pubblicò Moby-Dick, il romanzo infinito che ha decretato la sua gloria. Pagina dopo pagina, il racconto si ingrandisce fino ad occupare la misura del cosmo. Dapprima il lettore può supporre che l’argomento del libro sia la miserabile esistenza degli arpionatori di balene; poi che sia la follia del capitano Achab e il suo inseguimento della Balena bianca che sfianca tutti gli oceani del pianeta; poi che sia la Balena bianca, simbolo dell’irraggiungibile meta dell’uomo. Infine, il lettore si rende conto che l’argomento del libro sono Achab e la Balena insieme. Presi isolatamente, sono due travolgenti personaggi di un libro che non ha eguali: sono entrambi il Male e sono entrambi il Bene, sono entrambi la Volontà, l’Ordine, la Violenza. Presi insieme, sono lo Specchio dell’Universo.
Per insinuare che il libro è un simbolo, Melville dichiara ostinatamente che non lo è: “Nessuno deve considerare Moby Dick come una allegoria”.
Tutti i critici preferiscono limitarsi a una interpretazione morale. Per esempio, Forster osserva che “il tema spirituale del Moby Dick è una battaglia contro il Male, prolungata con eccesso o in maniera erronea”. In questo modo, il simbolo viene reso comprensibile all’interno di una prospettiva religiosa, ma viene distrutto nella sua potenza. Perché la Balena forse suggerisce anche che il cosmo è intimamente malvagio, ma certo ne rappresenta la vastità, l’inumanità, la enigmatica stupidità, l’indifferenza quindi a qualsiasi valutazione morale.
È in quell’universo, che tutti gli altri scorgono addolcito dalla morale e dalla religione, che Achab riesce a penetrare, e in cui, attratto e respinto da Moby Dick, ma alla fine ad essa avvinghiato per l’eternità, gioca la sua vita e il suo destino, diventandone parte e attirando e trascinando tutti gli uomini dell’equipaggio, che abbandonano o dimenticano la loro morale, salvo – significativamente – Queequeg, l’uomo primitivo, che tutti considerano al di fuori della morale e della civiltà.
Queequeg è l’unico che fugge, che sceglie di morire prima del contatto finale tra Achab e Moby Dick, prima della rivelazione finale del segreto del cosmo.

JORGE LUIS BORGES, Capodanno è tratto da Fervor de Buenos Aires (1923); Il principio è tratto da Atlante (1984); Il brano su Moby Dick si trova all’interno di una prefazione al racconto Bartleby di H.Melville, pubblicato nel 1944.

Due blues di Enzenberger

I

Che qualcosa vada fatto e subito
lo sappiamo benissimo;
ma sappiamo benissimo anche
che è ancora troppo presto per farlo
o che è già troppo tardi per farlo.
E che comunque a noi va bene
e che comunque per noi tutto va avanti
e che nulla ha uno scopo preciso
e che tutto ha uno scopo
lo sappiamo benissimo.
Che noi siamo colpevoli
Che non possiamo farci niente
Che siamo colpevoli per non poterci fare niente
Che non dovremmo sentirci colpevoli
tutto questo, lo sappiamo benissimo
Che noi non possiamo aiutare nessuno
e che nessuno può aiutarci
questo lo sappiamo benissimo
Che noi siamo contro la repressione
e che le sigarette diventano sempre più care
questo lo sappiamo benissimo
Che non c’è in fondo niente di nuovo
e che la vita è bella
e che tutto è diverso da come viene detto
questo lo sappiamo benissimo
questo lo sappiamo benissimo
questo lo sappiamo benissimo
e sappiamo anche benissimo
di saperlo bene.

II

Non possiamo lamentarci.
Abbiamo molto da fare
Siamo sazi.
Mangiamo.
Cresce il prodotto sociale
Cresce il conto in banca.
Cresce l’Europa unita.
Cresciamo.
Le strade sono vuote.
La porta blindata è ben chiusa.
L’automobile è lavata.
La televisione è accesa.
Mangiamo il prodotto sociale
Mangiamo le unghie delle dita
Mangiamo il nostro passato
Mangiamo.
Non abbiamo nulla contro nessuno.
Non abbiamo nulla da dire.
Non abbiamo nulla da nascondere.
Abbiamo.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER, Gedichte 1950-1985, Suhrkamp Francoforte 1986.

Il Diavolo

È assai pericolosa la tolleranza che c’è al giorno d’oggi in merito al lassismo di molti fedeli sull’esistenza del diavolo. Il diavolo è l’avamposto della fede cristiana in territorio nemico e quindi è il punto più vulnerabile; infatti coloro che si avviano a divenire miscredenti iniziano sempre col dubitare della sua esistenza.
Una persona, quando comincia a pensare che il diavolo non esiste, è su una strada pericolosa.
Quasi tutti, per esempio, sono ormai d’accordo nel negare al diavolo una precisa dimora. L’Inferno è per lo più considerato come una metafora dei tormenti di una cattiva coscienza, insuscettibile di localizzazione.
Tutto è ridotto ai rimorsi.
A furia di trattare così un personaggio che svolge un ruolo chiave nella storia dell’umanità e del cristianesimo, per forza si arriva a perdere la fede.
Una religione sta per estinguersi quando i suoi aderenti, invece di insistere orgogliosamente e dogmaticamente sui più ridicoli o incomprensibili articoli del credo che i loro antenati avevano accettato con audace e sottomessa esultanza, cominciano a interpretarne e ad attenuarne la portata. Infatti, non è tanto l’opinione del singolo individuo quanto quella di tutte le persone che lo circondano che crea quell’atmosfera di sicurezza grazie alla quale i dogmi più assurdi sono stati trasmessi di generazione in generazione.
Se nel tormentare un peccatore il diavolo gode anche solo la metà di quanto gode Dio, che prima si è preso la briga di creare l’uomo, e poi di inventare tutto un sistema di cavilli per giustificarsi di averlo consacrato al tormento eterno, la sua ricompensa deve essere considerevole.
Tiberio, Bonaparte o Castlereagh non hanno mai fissato una ricompensa per chi scopre o provoca le cospirazioni paragonabile a quella che Dio ha previsto per incentivare il Diavolo a tentare, tradire e accusare l’infelice umanità. Questi due personaggi hanno stipulato un accordo in base al quale il contraente più debole (il Diavolo) ha accettato di accollarsi tutto l’odio derivante dalle imprese comuni e permesso al contraente più forte di presentarsi come una persona per bene, a condizione di avere una partecipazione in quella che è la passione di entrambi, bruciare gli uomini per l’eternità.
Il lavoro sporco viene svolto dal Diavolo, in cambio di una parte del bottino.
Certo che indurre in tentazione l’umanità perché si meriti la dannazione eterna deve essere per Dio e per il diavolo un piacere fondato su quel gusto gratuito del tormento che raramente si osserva se non in tempi molto antichi. Molti dicono che a Dio non piaccia, ma questa è solo una scusa per salvare la faccia, perché Dio può decidere ogni cosa e non ha nessun bisogno di dannare qualcuno se non ne ha voglia.
Il Diavolo, tutto sommato, ha una scusa migliore, perché, essendo fatto da Dio, non può avere tendenze che non gli siano state originariamente impiantate dal suo creatore, né può avere più potere di quello che gli è stato assegnato da Dio. Sarebbe quindi altrettanto ingiusto lamentarsi con il Diavolo perché si comporta male quanto con un orologio perché non funziona bene: i difetti sono da imputare all’orologiaio in quest’ultimo caso, a Dio nel primo.
Un altro segno del lassismo che dilaga in merito al Diavolo riguarda la porzione di umanità che viene dannata. Una mia amica molto devota ritiene che i dannati siano circa diciannove su venti persone.
Infatti, oltre ai cristiani che commettono qualche grave peccato e non hanno l’accortezza di pentirsi in tempo (basta un momento prima di morire, secondo la migliore dottrina, quindi i dannati non dovrebbero essere molti) tutti i non cristiani, e anche tutti i cristiani che non appartengono alla setta giusta di cristiani dovrebbero essere dannati.
Questa dottrina però sembra essere stata definitivamente abbandonata: sembra infatti difficile pensare che un Papa possa incontrarsi in pubblico con un rabbino, sapendo che costui sarà preda del demonio con tutto il suo popolo. Ma se anche un rabbino, e magari un muezzin, possono salvarsi, si può poi ammettere che vada all’Inferno un cristiano della giusta setta, per qualche peccatuccio?
Anche sul numero dei Diavoli le idee si sono fatte poco chiare.
Sul fatto che i diavoli siano tanti, e che circolino per il mondo in squadre di sei o sette alla volta, concordano tutti gli esperti più antichi.
Per esempio, vi era un gran numero di Diavoli in Giudea al tempo di Gesù Cristo: quest’ultimo, trovandosi un giorno vicino a Gadara, cacciò una intera legione di Diavoli in un branco di maiali che, indispettiti, si buttarono in un lago e annegarono. Era un gruppo di suini di nobili sentimenti: dovendo vivere in stretta compagnia dei Diavoli, hanno preferito non vivere affatto. Non si sa invece che fine abbiano fatto i Diavoli: se siano tornati all’Inferno o siano invece rimasti in acqua è questione che l’Evangelista ha lasciato aperta a eterne congetture. Chi per certo ci ha rimesso sono stati i porcai, delle cui esigenze Gesù non tenne alcun conto.
Oggigiorno, però, si ritiene che i Diavoli circolino isolati e clandestinamente e che la loro attività sia oscura e difficile da individuare.
Nessuno pensa più di poter intercettare un intero gruppo di Diavoli, né tantomeno di inserirli in un branco di maiali: dubito che moderni porcai, se si fossero ritrovati con tutti i loro maiali annegati avrebbero trattato con analoga indulgenza chi ne avesse provocato la morte ficcandoci dentro un branco di Diavoli.

PERCY BYSSHE SHELLEY, On the Devil and Devils. Lo scritto è dell’autunno del 1819; non è stato inserito dalla moglie, Mary Godwin, nella prima raccolta delle sue opere di Shelley per timore delle reazioni in Inghilterra. In P.B.SHELLEY, Opere, Einaudi-Gallimard, Torino 1995.

Il gioco del possibile

Le opere del 16esimo secolo dedicate alla zoologia sono spesso illustrate con immagini di animali che popolano qualche sconosciuta zona della terra E si trova così la minuziosa descrizione dei cani con la tesa di pesce, di uomini con gambe di pollo, di donne con teste di serpente. Questi esseri, fino al sedicesimo secolo, sono appartenuti non al mondo dell’immaginazione, ma al mondo della realtà.
Molti asserivano di averli incontrati e ne offrivano una descrizione dettagliata. Questi mostri vivevano accostati agli animali che tutti potevano vedere e toccare quotidianamente. Erano dentro i limiti del possibile.
Anche trasformazioni e metamorfosi sono appartenuti al mondo della realtà e del possibile.
Centovent’anni dopo Darwin si resta convinti che la vita, se si è sviluppata in qualche posto dell’universo, debba aver riprodotto animali simili a quelli che ci sono sulla terra e debba necessariamente evolversi verso esseri che assomigliano agli uomini o al mondo terrestre.
Queste fantastiche creature, antiche e recenti, mostrano come la nostra cultura maneggia il possibile e ne traccia dei limiti. Gli uomini creano un dialogo continuo, e in continua trasformazione, tra ciò che potrebbe essere e ciò che è. Un sottile insieme di credenze, di conoscenze e d’immaginazione costruisce davanti ai nostri occhi l’immagine, in continuo movimento, del possibile.
È con questa immagine che noi confrontiamo i nostri desideri e le nostre paure; è con riferimento a questa immagine che noi modelliamo i nostri comportamenti. Molte attività umane, le arti, le scienze, la tecnica, la politica non sono altro che modi particolari, ciascuno con sue proprie regole, di giocare il gioco del possibile.
Da molti anni, molte accuse vengono rivolte agli scienziati.
Vengono accusati di essere senza cuore e senza coscienza, di non interessarsi al resto dell’umanità, di essere individui pericolosi che non esitano a forzare i limiti del possibile per scoprire mezzi di distruzione e a servirsene per aumentare il proprio prestigio personale o per perseguire il loro interesse.
Ma la proporzione di imbecilli e di malfattori è una costante, che si ritrova in qualsiasi segmento di una determinata popolazione, tra gli scienziati come tra gli agenti di assicurazione, tra gli scrittori come tra i contadini, tra i preti come tra gli uomini politici.
Però, tutte le catastrofi e i crimini della storia sono il prodotto più dell’imbecillità dei preti e degli uomini politici che dell’imbecillità degli scienziati.
Perché non è solo l’interesse personale che scatena catastrofi. È anche il dogmatismo. Niente è così pericoloso come la certezza di aver ragione. Niente ha provocato tanta distruzione e tante morti come l’ossessione di una verità considerata come assoluta. Quasi tutti i crimini della storia sono la conseguenza di qualche fanatismo. Molti massacri sono stati compiuti in nome della virtù, della vera religione, del vero Dio, del legittimo nazionalismo, della giusta ideologia, per combattere le false verità del nemico, per annientare Satana. Ben pochi massacri sono stati compiuti dagli scienziati in nome della vera scienza o per far trionfare una verità scientifica.
Non sono le idee della scienza che sviluppano o utilizzano le passioni, sono le passioni che, talvolta, utilizzano la scienza. La scienza non conduce al razzismo o all’odio. E l’odio che si appella alla scienza per giustificare il razzismo.

***

Più che come una continuità, vedo la mia vita come un susseguirsi di persone diverse, estranee l’una dall’altra.
Vedo dapprima il bambinetto coccolato e vezzeggiato da tutti che gioca da solo e si diverte a deformare le parole che impara.
Vedo poi l’adolescente vanitoso e ambizioso, un po’ incapace con le ragazze. Poi, lo studente di medicina che si prepara a una tranquilla vita di chirurgo. Sostituito, subito dopo, dal combattente delle Forze francesi libere spedito in Africa e il poveretto che torna a Parigi straziato dai colpi di granate.
Tutta una combriccola di personaggi che si avanza in fila indiana.
E faccio fatica a immaginare che tutte queste persone rispondano presente al nome di Francois Jacob.

FRANCOIS JACOB, Il primo brano è tratto da Le jeu des possibles, Parigi Fayard 1981; il secondo da La statue intérieure, Odile Jacob 1987.

Due poesie di Heinrich Heine

Una donna

Si volevano molto bene,
lei era una bricconcella, lui faceva il ladro.
Quando lui faceva qualche colpo,
lei si buttava sul letto e rideva.
Le giornate passavano felici e piacevoli,
la notte lei dormiva sul suo petto.
Quando vennero per portarlo in prigione,
lei corse alla finestra e rideva.
Lui le mando a dire: “Vieni a trovarmi,
ho tanta voglia di vederti,
ti chiamo e ti cerco, qui in prigione”
Lei scuoteva la testa e rideva.
Poi, alle sei del mattino lui è stato impiccato
e alle sette è stato sepolto;
già alle otto lei beveva del buon vino rosso e rideva.

Topi

Nel mondo ci sono topi affamati,
vanno in giro in cerca di cibo.
Vanno per miglia e miglia
senza mai sostare o perdere tempo: non li ferma né il vento né il maltempo.
Scalano le montagne,
attraversano i mari a nuoto.
Molti annegano o si rompono l’osso del collo
quelli che ce la fanno
lasciano i morti alle loro spalle.
Hanno grugni terrificanti
hanno la testa tutta rasata
rattescamente e radicalmente pelata.
La masnada dei ratti
non sa nulla di dio,
dei valori cristiani,
delle pensioni di anzianità
dell’europa unita.
Non battezza i propri nati,
si dice che mangi i propri nemici
ed anche i propri amici, quando ha fame.
Ciò che conquistano è di tutti,
tutto, pensate, viene tra tutti diviso.
Mangiano e si ingozzano,
non si preoccupano dell’immortalità dell’anima,
dello stato assistenziale,
della riforma della scuola.
Non hanno beni, non hanno denaro,
si augurano solo distruzione e saccheggi.
I ratti migratori, orribile!
Sono già nelle vicinanze
Avanzano, io già sento il loro fischio – sono legioni.
Il Presidente, il Senato, i Generali
scuotono la testa, non sanno che fare.
Non resta che scappare.
Mentre scappiamo, cittadini, correte alle armi,
Preti, suonate le vostre campane.
Sono in pericolo i costumi,
le tradizioni del nostro paese,
lo stato di diritto, lo stato sociale,
la proprietà.
Nessuno vi aiuta ormai,
non servono né campane,né preghiere, né meditate legislazioni,
né sacrifici comuni, né eurotasse,
né acrobatiche coalizioni.
Non si acchiappano i ratti coi sillogismi.
Son giunti. Eccoli qua.

HEINRICH HEINE, Samtliche Werke in vier Banden, Leipzig Philipp Reclam Verlag.

Crediti

Questo decimo volume di Testi Infedeli è stato stampato in 300 copie fuori commercio nel dicembre del 1996 da Marco Capodaglio nella tipografia Cinque Giornate srl.

N. 11 estate 1997

Il Diavolo a Torino

Torino e’ la citta’ prediletta dal Diavolo. Da questo punto di vista, e’ una delle citta’ piu’ pericolose d’Italia, e forse del mondo: migliaia e migliaia di torinesi subiscono annualmente danni fisici o psichici di origine diabolica, anche se i dati non risultano dalle statistiche ufficiali della criminalita’, sol perche’ il Diavolo, non essendo un essere umano, non e tecnicamente un criminale.
Proprio per questo, tenuto conto dell’inerzia delle pubbliche autorita’, la diocesi di Torinoo si e’ fatta carico del problema: oggi sono in forza ben sei eorcisti ufficiali a tempo pieno (piu’ che a New York che ha una popolazione venti volte superiore).
Non e comunque facile ottenere un appuntamento: la richiesta e’ enorme e da un lato la ben nota mancanza di mezzi finanziari delle istituzione ecclesiastiche, d’altro lato la carenza di professionisti adeguatamente preparati (gli esorcisti di talento sono pochi e vengono prenotati e assubti molto tempo porima della conclusioone dei loro studi) fa si che la popolazione torinese debba fronteggiare l’emergenza diabolica con le poche forze che la diocesi e’ in grado di offrire.
E’ stato cosi’ previsto uno screening preliminare di tutti coloro che si sentono vittime dell’influsso del Maligno: per ottenere un appuntamento con l’esorcista e’ necessario un apposito attestato, rilasciato da un parrocco o da persona abiliata, che certifichi l’eefetiva condizione di indemoniato del richiedente.
Purtropppo chi non riesce ad ottenere il certificato deve cavarsela da solo, e con il Diavolo, come si sa, non e’ sempre facile. Molti ricorrono al mercato nero di praticoni e esorcisti non ufficiali, spesso pericolosi e non controllabili.
Chi invece ottiene il certificato, viene ammesso all’esorcismo, erogato quotidianamente, salvo il giovedi’ e le feste, presso la Diocesi. Si tratta di una pratica generale e collettiva, una cura generale, un po’ come l’aspirina: serve nella maggior parte dei casi, costituiti da indemoniati non cronici e non gravi.Per i casi piu’ gravi, sono invece necessari riti specifici e calibrati individualmente.
Il Diavolo, come e’ noto, ama non solo impossessarsi delle anime dei cristiani, ma anche distruggere i luoghi di culto sacri per il Cristianesimo. E’ per questo che molti hanno subito sospetta che ci fosse una sua resposabilita’ dietro il rogo del Duomo di Torino che ha minacciato di distruggere quella importantissima reliquia che e’ la Sindone (poco importa che sia un bidone medioevale, come il sangue di San Gennaro: come per la fede, anche nel mercato delle reliquie, vale la massima che l’importante e’ crederci). Questa possibilita’ pero’ esclusa da Don Giuseppe Capra, uno dei sei esorcisti Diocesani torinesi: “L’incendio della cappella del Guarini non e’ certamente opera diretta del Diavolo” ha dichiarato a Elisabetta Rosaspina, inviata del Corriere della Sera. E il lettori di questo illustre quotidiano hanno sicuramente tratto un sospiro di sollievo, e sono stati in grado di dare una risposta rassicurante ad amici e conoscenti che inutilmente ricercavano informazioni serie e attendibili su altri quotidiani dotati di pari autorevolezza e prestigio internazionale (nulla, a questo proposito, e’ stato scritto, per fare solo alcuni esmpi, sul New York Times, su Le Monde o sulla Frankfurter Allgemeine).
Le parole di Don Capra vanna pero’ lette con attenzione: il fatto che l’incendio non sia opera diretta del Diavolo, non vuol dire che il Diavolo non c’entri. Precisa l’esorcista: “Satana non appicca mai direttamente il fuoco, e non si occupa di colpire direttamente i luoghi sacri. Satana consiglia il male all’uomo”. E’ chiaro quindi che, nonostante le rassicuranti dichiarazioni ufficiali, ci sono pesanti sospetti negli ambienti ecclesiastici sul fatto che proprio Satana sia stato il mandante del rogo che ha distrutto la Cappelle del Guarini e abbia tentato di bruciare il Sacro Lenzuolo.
Ma, tutto sommmato, su una almeno indiretta responsabilita’ del Diavolo per il rogo ben pochi hanno avuto dubbi. La notizia che davvero ha dell’incredibile e’ un’ altra: secondo voci non confermate, sembra che non sia estraneo all’esecuzione dello spregevole crimine Leonardo Marino, il ben noto pentito del caso Calabresi.
Non sappiamo quali elementi siano nelle mani degli investigatori; tuttavia, molte circostanze conducono a ritenere che Marino abbia partecipato all’operazione quale autista. Prima di tutto egli, come e’ noto (e come ha ricordato la Corte III d’Assise di Milano) ha compiuto gli studi dall’infanzia fino alla terza media proprio a Torino, in un istituto di Salesiani (sentenza, pag.132), e risulta aver visitato molte volte la cappella ove era conservata la Sindone: pertanto, era a perfetta conscenza della topografia del luogo. A cio’ va aggiunto che – come evidenziano i giudici della Corte di Assisi di Apprllo – Marino e’ persona portata al rimorso, alla delusione e al risentimento. Sono questi aspetti del suo carattere che lo hanno indotto, dopo diciotto anni, abbandonato dai suoi vecchi compagni di lotta e deluso nelle speranze di rivoluzione, a quello che la sentenza definisce “un riavvicinamento alla religione di carattere mistico” (sentenza, pag.188) e, cosi’, a “confessare” la propria partecipazione all’omicidio del commisario Calabresi, indicando quali coautori e mandanti Sofri, Pietrostefani, e Bompressi.
Ebbene, sempre per questi aspetti del suo carattere, esmbra ben probabile che Marino, dopo aver contestato che nessun beneficio materiale o morale aveva tratto neppure da quest riavvicinamento mistico alla religione, vistosi abbandonato sia da don Regolo Vincenzi, il parrocco di Bocca di Magra cui inizialmente si era rivolto per raccontare la sua storia, sia dai Carabinieri con i quali aveva convissuto quasi tre settimane per metterla a punto, sia dal Pubblico Ministero e dai giudici che, con acrobatici sforzi, lo hanno qualificato come persona sincera e credibile, abbia cominciato a covare delusione e risentimento nei confronti del Cristanesimo e rimorso per essersi fatto trascinare, spinto da una crisi mistica, alla “confessione” dell’omicidio. Cosi’, alla fine, Marino ben potrebbe essersi rivolto al Diavolo (che forse aveva gia’ avuto modo di incontrare nella sua infanzia torinese) es essersi lasciato convicere a compiere questa efferata azione delittuosa, in un secondo tentativo di purificazione e di catarsi. E’ noto del resto che “i sentimenti di rimorso e il desiderio di emenda sono radicti nelle coscienze della nostra gente da duemila anni di pratica religiosa cristiana” (sentenza, pag.131): ma non va dimenticato che di questi sentimenti, da duemila anni, anche il Diavolo cerca di trarre profitto.
Se e’ cosi’, se l’ipotesi della partecipazione di Marino al dilettuoso rogo e’ fondata, non bisogna agitarsi. Basta aspettare qualche anno il pentimento di Marino e la verita’ verra’ inesorabilmente a galla.

S.N.

La storia del piccolo Usignolo

Era primavera e gli usignoli cominciavano a cantare. Il Cacciatore usci’ con le sue trappole, e, in ub sol giorno, catturo’ molti usignoli; li porto’ tutti nella sua casa e li richiuse nella grande voliera. D’ora in poi, canterete per me, disse.
Alcuni usignli morirono quasi subito. I sopravissuti, terrorizzati, rimasero muti per qualche giorno, poi, timidamente, cominciarono a cantare, un po’ nella speranza di ingraziarsi il Cacciatore, un po’ perche’ proprio non potevano fare a meno di cantare in primavera. Solo uno, il piu’ piccolo, si manteneva muto: perche’ non riusciva a cantare se non si sentiva libero, per protestare contro l’ingiusta prigionia, e anche perche’ sperava che il cacciatore, vista la sua inutilta’, lo avrebbe lasciato andare.
Passavano i giorni. Gli usignoli, ormai definitivamente rassegnati alla loro condizione, lanciavano i loro canti notturni sempre piu’ melodiosi: nessuno avrebbe potuto capire che non erano liberi nei boschi, ma prigionieri nella voliera del Cacciatore. Solo il piccolo usignolo rimaneva ostinatamente in silenzioso.
Poi, dopo molto tempo, una notte, resosi conto dell’inutilita’ della sua protesta si arrese e comincio’ a cantare. Forse, penso’, se cantero’ bene il Cacciatore per ringraziarmi mi lasciera’ libero.
Canto’ a lungo e il suo canto era il piu’ melodioso, il piu’ intenso, il piu’ magico di tutti.Anche gli altri usignoli rimasero stupiti in ascolto. Il Cacciatore si alzo’ dal letto e venne a sentire da vicino il dolcissimo canto del piccolo usignolo. Aveva le lacrime agli occhi.
Certo ricevero’ in premio la liberta’, disse il Piccolo usignolo.
Il giorno dopo, il Cacciatore libero’ tutti gli altri usignoli e al Piccolo usignolo disse, canterai d’ora in avanti per sempre solo per me

Da un racconto popolare russo del secolo XIX

Due poesie per Kurt Weill

Settembre

E’ lungo, lungo il tempo
da maggio a settembre,
e i giorni diventano corti
quando si e’ arrivati a settembre,
quando l’autunno
trasforma le foglie in fiamme
e non c’e’ piu’ tempo,
piu’ tempo di attendere.
Perche’ i giorni continuano a sparire

e sono sempre piu’ brevi.
Settembre, Novembre:
questi pochi, preziosi momenti di luce
voglio passarli con te

Se incontri una donna
all’inizio della primavera
e lei ti corteggia con le sue canzoni
e ti affascina con le sue belle parole d’amore
guarda bene che cosa ti offre:
guarda che cosa c’e’
oltre alle canzoni che canta,
e al tempo che consuma.
E’ lungo, lungo il tempo
da maggio a settembre,
e i giorni diventano corti
quando si e’ arrivati a settembre,
poi non c’e’ piu’ tempo,
piu’ tempo di attendere.

Parlami piano

Parlami piano
quando mi parli, amore,
i nostri giorni passano
troppo veloci, troppo veloci.
Parlami piano
i nostri momenti sono brevi,
come navi alla deriva
saremo separati troppo presto.
L’amore e’ una scintilla
perduta nella notte
troppo presto, troppo presto.
Sento
dovunque io vada
che il domani e’ vicino,
il domani e’ gia’ qui,
troppo veloce, troppo presto
i tempi sono scaduti, amore,
siamo arrivati tardi.
Il sipario sta per calare,
tutto ha una fine,
troppo presto, troppo veloce.
Io aspetto, amore.
Ma tu, parlami piano,
parlami d’amore,
in fretta.

Entrambe le poesie sono state musicate di Kurt Weill. September song e’ di Maxwell Anderson, ed e’ inserita nel musical Knickerbocker Holiday ; Speak low e’ di Ogden Nash, ed e’ inserita nel musical One touch of Venus. Da ascoltare nell’interpretazione di Lotte Lenya, registrazione del 1957 a Berlino (CD della CBS del 1988).

Due poesie cinesi

I

Appena ti ho conosciuta
ti ho offerto il mio cuore
avvolto in leggera carta si riso,
ti ho detto prendilo
tu mi hai getto aspetta,
ho bisogno di tempo.
Il tempo e’ passato
e tutto e’ finito.

II

Ho sempre viaggiato.
un giorno, ho voluto fermarmi.
ho voluto lasciare all spalle
il mio passato e il mio futuro
Sono stanco, avevo pensato.
E’ durato poco.
Presto, sono tornato a viaggiare.

Chen Po Tai, Il libro delle devozioni e delle riflessioni, VII secolo d.C. il testo e’ tradotto dalla versione inglese di Gerald W. Bottingham, inserita nella Anthology of Antique Chinese Poetry, pubblicata nei Pemguins nel 1965.

Sull’educazione

I

A volte si pensa che la scuola sia semplicemente uno strumento per tramandare una certa quantita’ di conscenza da una generazione a qulla succesiva. Ma la conoscenza da sola e’ una cosa morta; la scuola, invece, serve alla vita. Essa deve sviluppare nei giovani quelle qualita’ e quelle capacita’ che rappresentano un valore per il benessere dell’umanita’.
Come si puo’ raggiungere questo obbiettivo? Certo non attraverso parole e moralismo. Le parole e il moralismo restano un suono vuoto, e la strada della predizione e’ sempre stata caratterizzata dal rispetto non sentito per un ideale.
La persona non viene formata da cio’ che sente, ma da cio’ che fa.
Il piu’ importante metodo di educazione e’ quello con cui si viene spinti ad agire. Cio’ vale per i primi tentativi di scrivere, per il processo di imparare a memoria una poesia, per l’interpretazione o la traduzione di un testo, per la risoluzione di un problema matematico o anche per la pratica di uno sport.
Ma dietro ogni conquista di conoscenza deve esistere una motivazione che ne’ e’ il fondamento e che a sua volta e’ rafforzata e invigorita dal compimento dell’impresa.
Lo stesso lavoro e lo stesso risultato possono essere motivati dalla paura e della costrizione, dell’ambizione e dal desiderio di autorita’, oppure da un desiderio di verita’ e di comprensione o da quella curiosita’ che ogni giovane possiede e che troppo spesso viene precocemente soffocata.
La cosa peggiore in una scuola e’ l’uso di metodi basati sulla paura, sulla forza e sull’ autorita. In questo modo si distruggono i sentimenti sani, la sincerita’ e la fiducia in se stesso e si producono dei soggetti sottomessi. E’ semplice evitare questo pericolo: basta dare all’insegnante il minor numero possibile di mezzi coecitivi, cosi’ che l’unica fonte di rispetto di cui egli dispone sia costituita’ dalle sue qualita’ umane e intellettuali.
Anche l’ambizione, o in termini piu’ generali, l’aspirazione al riconoscimento e alla considerazione, seppur fortemente radicati nella natura umana, rappresentano un pericolo, perche’ esse legano strettamenet forze costruttive e forze distruttive. Il desiderio di essere stimati e approvati e’ un motivo sano; ma il desiderio di essere migliori, piu’ forti o intelligenti conduce ad un attegiamento egoistico e dannoso per la comunita’. Percio’ ci si deve guardare dal predicare ai giovani il successo come scopo della vita.
Il valore di un uomo sta in cio’ che egli da’ e non in cio’ che egli riceve.
La motivazione piu’ importante e’ invece il piacere che si prova nel produrre qualcosa per se e per la collettivita’. Nel risveglio e nel rafforzamento di questo aspetto io vedo il compito piu’ importante della scuola. Suscitare queste capacita’ e’ certamente meno facile che usare la forza o risvegliare l’ambizione.
Rispetto a questa fondamentale esigenza, gli argomenti di insegnamento sono di secondaria importanza. Se un giovane ha allenato i propri muscoli con la ginnastica, sara’ in grado piu’ tardi di compiere ogni sforzo fisico. Questo e’ vero anche per l’allenamento della mente.
L’educazione e’ cio’ che rimane dopo che si e’ dimenticato cio’ che si e’ imparato a scuola. Per questo motivo, ritengo futili le discussioni trai seguaci dell’educazione classica e i seguaci dell’educazione scientifica.
La scuola deve sempre avere come suo fine che i giovani ne escano come persone armoniose e non come specialisti.
Lo sviluppo dell’attitudine a pensare e giudicare liberamente dovrebbe essere sempre al primo posto, e non l’aquisizione di conoscenza specializzate. Se una persona ha imparato a lavorare indipendentemente, trovera’ sicuramente la propri strada e sara’ in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti piu’ di una persona la cui educazione consiste nell’acquisizione di una conoscenza particolareggiata.

II

Ho sempre posseduto un fortissimo senso di giustizia e di responsabilita’ sociale. Ma queste caratteristiche sono state perennemente in contrasto  con la mia mancanza di bisogno di un contatto diretto con altri esseri umani.
Ho voluto bene a poche persone, non sono appartenuto a nessuno e nessuno ha voluto davvero appartenermi. Sono stato un viaggiatore solitario, e non sono mai stato vicino con tutto il cuore ne’ ai miei genitori, ne’ alla mia patria, ne’ ai miei amici.
Non ho mai perso nel corso della mia vita un senso di distacco, di solitudine e di impotenza, giudicando le azioni degli alrti e, soprattutto, le mie.

ALBERT EINSTEIN, Out of my later years 1950. Il primo brano e’ stato scritto nel 1936, il secondo nel 1931.

Due poesie di Esenin

I

Non e’ il vento a denudare i boschi
non sono le foglie che cadono a indorare le colline
non c’e’ principio ne’ fine
fino a dove l’azzurro divora gli occhi.
L’ala dei corvi
striscia sulla finestra,
il ciliegio agita le sue braccia
bianche come la neve.
Le nubi intrecciano sulla foresta
un morbido pizzo d’oro
e la foresta profumata consegna al fiume
insieme ai ramoscelli le proprie parole.

II

Dove sei, dove sei, vecchia casa della mia gioventu’
con le tue mura calde sotto il colle?
Azzurro, azzurro mio fiore,
sabbia d’oro non calpestata
dove sei, dove sei, vecchia casa?
Oltre il fiume canta il gallo,
e la’ dove un pastore conduceva la sua mandria
e luccicavano dall’acqua
tre stelle lontane.
Oltre il fiume canta il gallo.
il tempo – mulino vertiginoso,
inclina il pendolo della luna
nei prati di segale, oltre il villaggio,
e macina l’invisibile pioggia delle ore.
Il tempo – mulino vertiginoso.

Questa pioggia come un diluvio d’aghi
nelle nubi ha avvolto la mia vecchia casa
ha ucciso il fiore azzurro
ha calpestato la sabbia d’oro.
Questa pioggia come diluvio d’aghi.

SERGEJ ALEKSANDROVIC ESENIN, La prima poesia e’ stata pubblicata nella raccolta Radunika (1914); la seconda e’ stata pubblicata nella raccolta Azzurro (1918).

Istruzioni per l’uso dell’uomo sociale

E’ l’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso. Si e’ appena conclusa l’epopea rivoluzionaria del 1848, e si sta avviando – massiccio, illuminato, sicuro, inevitabile – il dramma del progresso economico, scientifica, tecnologico.
L’economia della maggior parte dell’Europa e’ prevalentemente agricola, in alcune zone e’ ancora feudale, salvo per alcune sacche di sviluppo industriale in taluni paesi avanzati. In queste sacche tumultano, pronti a insorgere, lavoratori sradicati e sottopagati, concentrati nelle grandi realta’ urbane; accanto gli ideologi e ai fautori della economia borghese si preparano gli ideologi della rivoluzione a trasformare le conquiste liberali in conquiste sociali.
Si sta diffondendo ovunque una orgogliosa fede nella scienza e nelle conquiste tecnologiche: ancora qualche anno e l’acciaio comincera’ a riversare sull’intero pianeta, sotto forma si nastri di rotaie o di cavi sottomarini.Tutti condividono l’ingenua opinione di Lore Kelvin secondo cui i preoblemi fondamentali della fisica e delle altre scienze esatte erano ormai definitivamente risolti, e restavano solo da chiarire alcune questioni di minore importanza.
Molti comprendevano che il mondo occidentale era sull’orlo di immani cambiamenti, pochi erano in grado ci prevedere quello che stava per succedere; pochissimi quello che sarebbe successo da li’ a poco, in dieci o in venti anni. Proprio come oggi.
Si deve tener conto di tutto cio’, per comprendere quanto sia stupefacente il brano che segue, scritto appunto in quegli anni.

*

Un sistema di produzione basato sull’aumento e lo sviluppo delle forze produttive esige la incessante produzione di nuovi consumi, esige cioe’ che il circolo del consumo si allarghi, sia con un ampliamento quantitativo del consumo esistente, sia con la propagazione dei bisogni esistenti in una sfera piu’ ampia, sia con la produzione di bisogni nuovi.
In altri termini, le necessita’ dello sviluppo impongono che esso non rimanga un surplus meramente quantitativo, ma che sia al tempo stesso ampliato, reso piu’ vario e differenziato. Cosi’, se in seguito a un aumento della produttivita’ si puo’ impiegare meno capitale, e conseguentemente si possono rendere disponibili il capitale e il lavoro non piu’ necessari, occorre creare per questi ultimi un nuovo settore di produzione, qualitativamente differente, che generi e soddisfi nouvi bisogni.
Le condizioni affinche’ questo processo sono l’esplorazione sistematica della nature per scoprire nuove utilita’ utili delle cose, lo scambio universale dei prodotti di tutti i paesi, la preparazione di nuovi oggetti dotati di nuovi valori d’uso, lo sviluppo delle scienze naturali. Ma la condizione perche’ questo processo si realizzi e’ soprattutto la coltivazione di tutte le qualita’ dell’uomo sociale e la produzione di un uomo sociale ricco di bisogni perche’ ricco di qualita’ e di relazioni, ossia la produzione di un uomo sociale come per quanto possibile totale e universale della societa’. Infatti, per avere una vasta gamma di godimenti, quindi di bisogni da soddisfare con nuove forme di produzione, l’uomo deve esserne prima di tutto capace, ossia deve essere istituito a un grado idoneo.
La produzione basata sul capitale dunque crea non solo lavoro che produce valore, ma un sistema di valorizzazione delle qualita naturali e spirituali dell’uomo.
Di qui l’enorme influenza civilizzatrice del capitale, la sua creazione di un livello sociale rispetto al quale tutti quelli precedenti si presentano semplicimente come primitivi sviluppiu locali dell’umanita’ e come fenomeni di idolatria della natura o di superstituzione. Soltanto con il capitale la natura diventa un oggetto per l’uomo, un puro oggetto di utilita’. Nei confronti della natiura e dei limiti che essa impone, il capitale attua una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive e lo sfruttamento delle forze dello spirito.

KARL MARX, Grundisse der Kritik der Politischen Okonomie (Rohentwurf), Dietz Verlag, Berlin 1953, 3. Teil, 4. Heft.

Tre poesie di Fedro

I

Anche il vile e’ pronto a prendersi il gioco
di chi perde il potere.
Ormai privo di forze per l’eta’
un vecchio leone stava accucciato,
pronto a morire.
Sopraggiunse il cinghiale e lo azzanno’
con i suoi denti acuminati
per vendicarsi di un’antica offesa.
Poi arrivo’ il toro e gli ficco’ le corna nel corpo
indebolito.
Infine l’asino, dato che il leone non reagiva,
gli assesto’ un paio di calci sul muso.
Prima di morire, disse il leone:
“E’ stato duro dover sopprtare gli insulti
di quei forti che ti hanno preceduto.
Ma mi sembra di morire due volte,
visto che ormai debbo sopportare anche i tuoi”.

II

Rivoluzioni e cambiamenti politici
non cambiano il padrone,
cambiano solo il nome del padrone.
Un vecchio pascolava un asino su un prato.
All’improvviso s’odono voci e grida sconosciute:
il vecchio, spaventato, sospinge l’asino,
cerca di nasconderlo e di proteggerlo,
ha paura che gli venga rubato.
Ma l’asino, muovendosi senza fretta, osserva:
“Che vuoi che me ne importi a me chi e’ il mio padrone;
se chi sopraggiunge mi cattura,
e’ la tua vita che cambia senza di me,
non la mia senza di te”.

III

La rana, presa da invidia per la grandezza di un bue,
cerca di rigonfiare la sua rugosa pelle,
poi chiede agli amici se era piu’ grande del bue.
I figli dicono di no.
Allora la rana si sforza, si gonfia,
tende ancora di piu’ la pelle;
ancora gli amici implacabili rispondono:
“E’ piu grande il bue”.
La rana si indigna, si concentra
ricomincia a gonfiarsi.
Fu l’ultimo tentativo: scoppio’,
e mori’ con il corpo lacerato.
Il povero soccombe sempre quando vuole imitare il potente.

Fedro, Fabulae Aesopiae.

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S.N.

Crediti

Questo undicesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 1997 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Come sempre, tutti i testi sono stati liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti, anche se spesso è stato rispettato – magari parzialmente – il pensiero dell’autore.
Il volume non sarà inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

N. 12 inverno 1997

Parole infedeli

“Ritornando, raccolse dei fiori per la tavola da pranzo. Si chiese se nel cassetto ci fosse un cavatappi; alla peggio, si poteva romper il collo della bottiglia, come nei western. Entrò in casa, pensò quale prova della propria sanità mentale avrebbe potuto fornire salvo il fatto di essersi sempre rifiutato di andare da uno psicanalista. Poi pensò che avrebbe potuto smettere di scrivere lettere. Posò il cappello e i fiori sul pianoforte, andò nel suo studio con la bottiglia di vino in una mano come fosse una clave, si sdraiò sul divano. E comprese che da quel momento in poi non aveva più messaggi per nessuno. Nulla. Neppure una parola”.
Pressappoco così finisce la storia di Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere su lettere sugli argomenti più vari raccontando la sua ira, le sue angosce, le sue proteste con sfoghi talvolta appassionati, talvolta meditativi, talvolta indignati, Scrive lettere ai suoi amici, ai giornali, agli uomini politici, al presidente. Le scrive, ma non le spedisce: sono parole rivolte a persone che mai le leggeranno perché mai le riceveranno.
Herzog vuole confronti, assistenza, dissenso, in una parola vuole aiuto, ma nello stesso tempo vuole essere sicuro di non riceverlo, e ne impedisce l’eventualità alla radice, non inviando il messaggio. Vuole, o finge di voler un dialogo, ma in realtà compone un lungo interminabile monologo.
La protesta di Herzog è nel contenuto delle sue lettere, ma la vera e duratura protesta – muta e solenne – è nella scelta di non spedirle, nell’uso della parola non come veicolo di comunicazione, ma come segno di rifiuto.
“Quando le città che canto saranno ridotte in cenere, quando gli uomini di cui scrivo le gesta saranno scomparsi, le mie parole resteranno”, diceva orgogliosamente Pindaro: era convinto che il marmo si sgretola, il bronzo – come i computer e le memorie fisse – si corrode, gli esseri viventi scompaiono, le passioni si spengono, ma le parole scritte rimangono e sopravvivono a quelli che le hanno pensate.
Anche Flaubert era convinto che Madame Bovary sarebbe vissuta per sempre e si indignava per il paradosso che voleva eterna la sua creatura inesistente, mentre il suo creatore sarebbe dovuto morire in pochi anni.
Herzog capisce che Pindaro e Madame Bovary sopravvivono, ma soltanto se qualcuno non solo li legge, ma è in grado di comprenderli e di compenetrarsi in ciò che essi esprimono. Lo capisce, tardi, anche Dubin, lo scrittore di biografie creato da Malamud che, a un certo punto si accorge di “aver rinunciato alla propria vita per scrivere la vita degli altri”.
Ma Herzog capisce qualcosa di più: capisce che le parole si possono disperdere come fa lui o vendere come fa Dubin, ma pur sempre la loro vita è affidata al caso, alla esistenza di un altro essere umano che le ascolti, le legga, le comprenda.
Proprio per questo la scelta finale del silenzio è, per Herzog, non una rinuncia, ma una vittoria e una liberazione dalla dipendenza dal pensiero di poter dialogare e di dover comunicare: è la scoperta della capacità di liberarsi della tenaglia della sindrome di Pindaro e del paradosso di Flaubert.

Nulla. Neppure una parola.
Avrebbe potuto essere la conclusione anche della lunga lettera che Lord Chandos – il personaggio creato da Hoffmanstahl – scrive al suo maestro Francesco Bacone per dirgli che si è accorto che le parole non gli servono più per conoscere e per spiegare la realtà: “Tutto si frammentava in parti” scrive Chandos – ” e le parti in particelle più piccole, e nulla più si lasciava avvolgere da un concetto. Le singole parole fluttuavano intorno a me; si trasformavano in occhi che mi fissavano e nei quali io dovevo riuscire a fissare lo sguardo. Vortici sono che mi fanno perdere l’equilibrio a guardarli, che si agitano senza sosta, e oltre i quali, se si attraversano, si finisce nel vuoto”. C’e’ una lingua in cui potrebbe forse scrivere e pensare, “ma e’ una lingua della quale non conosco ancora una sola parola, una lingua nella quale si rivolgono a me le cose mute”.
Poco più di cinquanta anni separano il racconto di Bellow da quello di Hoffmanstahl. Ma e’ quasi un’era geologica, che misura la densità di questi cinquanta anni del nostro secolo. Infatti quel che per Herzog è trionfo e liberazione, per Chandos è rinuncia e disperazione. Ciò che per Herzog è scoperta di un futuro, per Chandos è orrore, è riflusso verso il passato.
Il rifiuto di Chandos e la sua decisione della impossibilità di spiegare la realtà con le parole e con l’intelletto esprimono la pesante rinuncia dell’allievo all’insegnamento di Bacone secondo il quale attraverso le arti e le scienze l’uomo può diventare signore della natura e recuperare il Paradiso Terrestre: “Quello che il peccato originale ha sciupato, la scienza potrà riparare: recuperiamo il diritto che originariamente Dio ci ha dato”, diceva Bacone.
E’ qualcosa che sembra ovvio, eppure si contrappone ad una tradizione cristiana (che muove soprattutto da Sant’Agostino e che domina, per esempio, la cultura spagnola del XVI e XVII secolo) secondo cui la Natura è, come l’uomo, creazione della imperscrutabile volontà di Dio e quindi intoccabile e immodificabile (anche se, ammette Malebranche, i fiumi e i mari sarebbero migliori se avessero forme più regolari); si riaggancia alla visione di Calvino secondo cui Dio ha fatto il mondo in sei giorni e non in uno solo per dimostrare all’uomo che tutto era fatto per lui; si riaggancia all’insegnamento, ben più crudele, di Cartesio secondo il quale ogni cosa anche vivente, escluso l’uomo, è una macchina che gli uomini possono manipolare senza scrupoli.
Da Bacone, da questo filone del cristianesimo (ma anche per gli Ebrei mantenere il patto con Jahve significava rinunciare alla promessa delle religioni orientali, e cioè l’armoniosa integrazione dell’uomo con la natura, osservava Henry Frankfort) sorgono la rivoluzione industriale, Smith e Marx, il capitalismo e la borghesia e, in generale, l’occupazione del mondo da parte dell’Occidente cristiano. E’ questo mondo che Chandos istintivamente rifiuta, presagendo dove portano le parole, dove porta la ricerca della conoscenza e della spiegazione della realtà, dove porta il dominio della Natura con la Parola.
Chandos si ferma di fronte a una realtà sconosciuta. Ma si ferma anche perché intravede gli oscuri orizzonti di quella realtà che la parola sli permette di conoscere e verso i quali il suo maestro Bacone vuole dirigersi. Quella davanti a cui Chandos si ferma e dalla quale rifugge è la nostra realta’.
Questa seicentesca contrapposizione tra Chandos e Bacone è, per Hoofmanstahl, attuale: è l’emblema della contrapposizione che si verifica nel suo tempo, all’inizio del nostro secolo, tra i valori di una società absburgica, nella quale la borghesia è ancora legata alla terra, alla monarchia universale e multietnica, a tradizioni logorate e tuttavia presenti di tolleranza e di comprensione, e la nuova realtà emergente, da cui quei valori verranno in breve tempo sgretolati e sostituiti dall’autoritarismo, dal nazionalismo, dal fanatismo.
Due silenzi uguali, quelli di Herzog e di Chandos, eppure carichi di significati incommensurabilmente diversi. E’ l’ambigua vicenda del silenzio, lo sanno i giuristi che a questo fenomeno, al suo significato,al suo valore espressivo hanno dedicato volumi e volumi. Ma i giuristi sanno anche che le parole impegnano, le parole legano: sono il veicolo dell’accordo, del contratto, della legge, dell’obbedienza, della gerarchia: “Sarai prigioniero delle tue parole” diceva l’Ecclesiaste.

Da (non nell’ordine): Bellow, Herzog, New York 1967; Hoffmanstahl, Ein Brief in Gesammelte Werke in Einzelausgaben, Stoccolma 1946; Magris, Prefazione a Lord Chandos, Rizzoli 1974, Pindaro, Opere, Loeb Classical Edition, Cambridge; Bacone, Novum Organum, Bari 1981; Malamud, Dubin’s Lifes, New York 1977; Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997; Frankfort, Kingship and the Gods, Chicago 1948.

Stefano Nespor

Tre poesie di Joseph Brodsky

Tramonto

Vorrei che tu fossi qui, amore
Vorrei che tu fossi qui.
Vorrei che tu fossi seduta qui,
vicino a me.
Tu col tuo fazzoletto
io con le mie lacrime,
Oppure il contrario.

Vorrei che tu fossi qui, nella mia auto,
e allora potrei inserire il cambio
e subito ci ritroveremmo in una terra sconosciuta
o magari ci troveremmo di nuovo
li’, da dove siamo partiti.

Vorrei che costasse ancora qualche centesimo soltanto
farti una telefonata, come una volta,
quando eravamo vicini.
Vorrei che fossi qui,
da questa parte del mondo,
seduta con me sotto il portico
con in mano un bicchiere di birra.
E’ sera, il sole tramonta:
i ragazzi gridano,
i gabbiani lanciano il loro urlo.
A che serve dimenticare,
se tanto poi si muore?

Non è ancora musica non è più rumore

In passato mi capitava di aspettare insieme ad altri
che cessasse la pioggia sotto il colonnato della Borsa.
Una volta anch’io sono stato felice.
Vivevo in mezzo agli angeli.
Cercavo i cavalli bianchi e i vampiri.
Attendevo, nascosto in un portone, una donna
che avrebbe dovuto scendere di corsa una scalinata.
Chissà dove, tutto questo
a un certo punto è svanito. Però
guardo fuori dalla finestra e scrivendo “dove”
non metto il punto interrogativo.
E’ settembre.
Davanti a me c’è un parco.
Un tuono lontano per un momento mi assorda.
Tra le foglie degli alberi vedo pere mature.
Oggi il mio udito lascia filtrare
solo il fruscio dell’acquazzone:
non e’ ancora musica, ma non è più rumore.

Ulisse e Telemaco

Telemaco mio,
La guerra e’ finita.
Chi ha vinto – non lo ricordo più.
Dovrebbero essere stati i Greci.
E poi – troppo lunga e’ stata la strada verso casa:
era Poseidone che me le allungava.
Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
inospitale, ci sono, alla rinfusa, baracche, arbusti,
sassi, mostruosi giganti, maiali,
un parco abbandonato,
e anche una regina…. Caro Telemaco!
Tutte le isole si assomigliano,
tutto si assomiglia,
quando viaggi così a lungo;
il cervello si offusca contando le onde,
lacrima l’occhio scrutando l’orizzonte,
e poi l’udito si assopisce
e neppure senti più il canto delle sirene.

La guerra, non so neppure come sia finita,
e quanti anni hai – neppure questo so.
Cresci e diventa grande, mio Telemaco,
solo gli dei sanno se ci vedremo ancora.
Ma ti è andata bene: senza di me
ti sei liberato del complesso di Edipo
e hai evitato molti incubi notturni.

Da Joseph Brodsky. La prima poesia è stata scritta in inglese, ed è stata pubblicata in So Forth, New York 1995; la seconda e la terza sono state scritte in russo, e sono rispettivamente del 1968 e del 1972.

Echi dell’età del Jazz
I

Il bellissimo Ruggiero è ammalato dalla maga Alcina finché Bradamante non gli regala l’anello che discanta. E l’anello, racconta Ariosto, “in odio gli la pose, ancor che tanto l’amasse dianzi: e non vi paia strano, quando il suo amor per forza era di incanto, ch’essendovi l’anel, rimase vano”.

Una storia simile e’ quella di Francis Scott Fitzgerald. Da ragazzo non ha nulla che lo protegga dai lacci di Alcina: ambisce di diventare sportivo per aver successo a scuola, vuole partecipare alla guerra perché così si ottiene lustro e riconoscimento sociale, vuole, naturalmente, diventare un grande scrittore. I balli, i bicchieri di liquore, i volti stereotipi e sorridenti dei party sono per lui attraenti e gioiosi; le luci della città brillano più fulgide delle stelle, New York e’ un castello incantato, la pubblicità un concerto di liuti, le canzonette canti di trovatori, Hollywood la rocca più alta del castello fatato.
Appoggiatevi ai vostri princìpi: finiranno con il cedere; appoggiatevi alle vostre illusioni: finiranno con l’aprirsi sul vuoto.
Mentre la seduzione di Alcina in questa storia e’ tutta moderna, l’animo di Scott Fitzgerald/Ruggero è antico: è il personaggio della fiaba che si inoltra estasiato nella città fatta di case di sole facciate e senza interno, è Fabrizio Del Dongo alla battaglia di Waterloo.
L’anello di Bradamante E’ il crollo di Zelda, la moglie amata con fervore esclusivo, quasi per impuntatura e con desiderio di umiliazione. Zelda si rivela malata, egoista, schizofrenica. Tutto ciò che a lei si accompagna tutto ciò che partecipa della sua essenza, crolla con lei. Crollano, soprattutto, la fantasmagoria della merce e il fascino dell’industria culturale, in cui Scott ha creduto come pochi.
Il paladino prigioniero di Alcina rientra nella società. Scott Fitzgerald, uscito dal castello incantato, non sa dove andare. Diventa scrittore, ma è un supplizio in solitudine e senza speranza. Le malattie e l’alcool sono in realtà armi per un suicidio: la società intera diventa lentamente il castello della maga, tutti i valori diventano abbagli. Cosi’ la bella Nicole, in Tenera è la notte, ha solo il fascino che la società le consente di avere, è il prodotto di una macchina i cui congegni sono le ferrovie transcontinentali e i fumaioli delle fabbriche di gomma da masticare (che, come ricorda Horkheimer, alla pari della Coca-Cola non ha bisogno di una ideologia: è essa stessa ideologia).
Ma come vivere avendo scoperto la verità?
L’esaltazione del conformismo nella quotidiano non può essere sufficiente per chi aveva esaltato il conformismo della fantasmagoria. Così, Scott Fitzgerald preferisce inconsciamente la morte. E di lui è rimasto un ricordo, quasi un culto, simile al culto che si nutre per i bei giovani sacrificati, eroe infantile stroncato dal troppo duro destino.

II

L’Età dell’jazz ebbe fine nel 1929, perché la fiducia totale degli Americani sul loro futuro, che ne era il sostegno principale, ricevette un enorme scossone e non ci volle molto tempo perché tutta la struttura crollasse.
Era iniziata dieci anni prima: i più austeri cittadini della repubblica avevano appena ripreso fiato dalla Grande Guerra quando la generazione che era stata allora adolescente bruscamente li spinse da parte a spallate e si mise a danzare alle luci della ribalta.
Poi l’Età del Jazz divenne sempre meno una cosa per giovani, come una festicciola per bambini continuata dai grandi, mentre i giovani organizzatori restavano stupiti e disorientati: i più vecchi, stanchi di assistere alla baraonda, si lanciarono nella mischia.
Un intero paese si dichiarava per l’edonismo e per il piacere; il jazz marciava verso la rispettabilità, passando dal significare prima sessualità, poi danza, infine musica. Ma attorno al 1927 una nevrosi diffusa cominciò a farsi evidente, segnalata, come un nervoso battere di piedi, dalla crescente popolarità dei cruciverba. Rammento un tale all’estero mentre apriva una lettera inviategli da un comune amico che lo invitava a tornare in patria e a recuperare le dure e stimolanti qualità del suolo natio. Era una lettera energica, che ci fece un impressione profonda, finché non notammo sulla carta l’intestazione di una clinica psichiatrica della Pennsylvania.
Anche i miei coetanei avevano cominciato a scomparire nelle oscure fauci della violenza: un mio compagno di scuola uccise prima la moglie poi sé stesso a Long Island, un altro si gettò da un grattacielo a Philadelphia, un altro ancora precipitò da un grattacielo a New York; uno fu ucciso in un bar di Chicago, un altro fu picchiato a sangue davanti al suo club a Princeton. Queste cose non accadevano durante la crisi, accadevano durante il boom.
Eppure, l’Età del jazz continuava impetuosa, dopo la sua gioventù scatenata: tutti avevano ancora voglia di un altro bicchiere. E tutti, a un certo punto, si trovarono alla pari sulla linea di partenza. Ma la corsa non ebbe luogo. L’orgia più costosa della storia ebbe fine nel 1929.
Oggi, nel 1931, l’eta’ del jazz sembra così distante come i giorni dell’anteguerra. Oggi, ci si rende conto che per molti anni una parte di una nazione aveva vissuto con l’opulenza di granduchi e l’imprevidenza di ballerinette. Adesso, la cintura è stretta e l’orrore ci afferra nel ricordare la nostra gioventù sciupata: eppure, non sentiremo mai più con tutta l’intensità di allora il nostro ambiente.

Il primo pezzo e’ tratto da Elemire Zolla, Prefazione a Francis Scott Fitzgerald, L’età del jazz; il secondo è tratto da Francis Scott Fitzgerald, Echi dell’età del jazz, in L’età del jazz, Milano 1966 (il titolo originale è The crack-up).

Tre poesie di Costantino Kavafis

I barbari

Che aspettiamo, tutti insieme sulla piazza?
Stanno per arrivare i barbari

Perché il Senato non fa niente?
Perché i senatori non danno ordini?
Stanno per arrivare i barbari.
Loro daranno gli ordini, quando saranno qui.

Perché l’imperatore sta, solenne e incoronato
davanti alla porta della città?
Stanno per arrivare i barbari e l’imperatore aspetta
il loro capo. Gli offrirà doni e una pergamena.
Così sono i nostri capi, lo sai.

Perché i consoli sono usciti vestiti con la toga purpurea,
indossando i bracciali con ametiste e anelli con smeraldi?
Stanno per arrivare i barbari,
i consoli sperano di impressionarli.
Cosi’ sono i nostri difensori, lo sai.

Perché non ci sono gli oratori sulla piazza
a incoraggiare la gente, con i loro sapienti discorsi?
Se ne sono andati. Dicono che ai barbari
non interessano discorsi, retorica e arringhe.

Perché, d’un tratto, questo smarrimento
e questa ansia tra la folla? Perché rapidamente la
piazza si svuota e tutti tornano tristi nelle loro case?
E’ giunta la notte, i barbari non sono venuti.
Non verranno più.

E adesso, senza i barbari, che ne sara’ di noi?

La fede in Dio

Quando si celebrarono le nozze di Teti e di Peleo,
alla mensa riccamente imbandita si levò Apollo,
e promise che il frutto della loro unione
non sarebbe mai stato sfiorato da malattie
e avrebbe avuto una vita lunga e senza affanni.
Si rallegro’ Teti, le parole di Apollo le parvero
una felice garanzia per il figlio.
Poi, tempo dopo, le dissero:
“Tuo figlio Achille e’ stato ucciso a Troia”.
Si dispero’ Teti, si strappo’ le vesti di porpora,
le sovvenne il passato e, fra i lamenti, domando’
dove era Apollo il profeta, dove era Apollo il Dio
che ai conviti diceva parole cosi’ belle,
dove era Apollo mentre le uccidevano il giovane figlio
Apollo era sceso a Troia
e con i troiani aveva ucciso Achille,
le dissero.

Amore eterno

Si amavano immensamente.
Non avrebbero voluto lasciarsi mai.
Eppure dovettero separarsi.
Molto si dolsero, per molto tempo si pensarono
e piansero.
Non si resero mai conto del capolavoro
compiuto dal Destino, separandoli
prima che si spegnesse il loro amore,
prima che li corrodesse il Tempo.
Si ricorderanno l’un l’altro belli e giovani.
Per il loro amore, gli anni non passeranno mai.

Da Costantino Kavafis, Poiemata. Le prime due poesie sono precedenti il 1911, la terza e’ del 1924. L’edizione italiana con testo a fronte e’ di Mondadori, 1991.

Collage

Mi sono perduto tante volte nel mare
con l’udito pieno di fiori appena recisi
con la bocca piena di amore e di agonia.
Vederti era ricordare la terra
forma pura chiusa all’avvenire: confine d’argento.
Vederti era comprendere l’ansia
della pioggia che cerca uno stelo.
Le tue labbra erano un’alba senza contorno.
Cercavo la tua mano.
Dammi il tuo guanto di luna,
il tuo guanto smarrito nell’erba.
Ballero’ a Vienna con te,
con una mashera fatta col fiume,
Lascero’ l’anima in fotografie
e nelle onde oscure del tuo passo
lascero’ il violino e il suono del valzer.
Tutto il resto passa.
Il resto e’ altro, e’ rossore senza nome,
e’ vento triste, mentre le foglie fuggono a sciami.
Ma i sentieri sono tutti impossibili,
anche se loi percorri di notte, con calma,
e vedi passare tristi e eterne carovane.
Questa storia e’ uno stagno dell’amore.
Questo stagno e’ un nodo del tempo.
Questo tempo e’ un sospiro nel grido.
Poi il vento ha chiuso la finestra
dietro i muri grigi si sente il pianto,
come un angelo che suona
mentre le lacrime mordono il vento.

Da Federico Garcia Lorca, Brani, frasi, parole e citazioni da (non nell’ordine) Gacela de la huida, Casida del llanto, Casida de la mujer tendida, Casida de la mano imposible in Poemas sueltos, Nocturno del hueco e Pequeno vals vienes in Poeta en Nueva York.

*

Una gallina è uno dei mezzi migliori per fare un uovo con un uovo.

Crediti

Questo dodicesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel dicembre del 1997 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Come sempre, tutti i testi sono stati liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti, anche se spesso è stato rispettato – magari parzialmente – il pensiero dell’autore.
Il volume non sarà inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

N. 13 estate 1998

Infedeltà del ricordo, infedeltà dell’oblio

“Ma perché fissare sulla carta, su pagine che nessuno leggerà mai, ciò che al contrario bisogna sforzarsi di dimenticare?” si chiede il curato di campagna di Bernanos,iniziando a scrivere il suo diario.
È una domanda che chiunque, in qualche occasione della vita, si è posto: che cosa va ricordato e che cosa è meglio dimenticare dando per scontato ovviamente che il ricordo non sia del tutto casuale: sia quindi, come la memoria, un’arte e possa essere il frutto di un addestramento)?
Ma è una domanda che ci si è posti anche a livello collettivo: in taluni frangenti della loro storia molti Stati hanno scelto di cancellare il loro passato in nome del presente.
La guerra civile inglese, per esempio, si è conclusa con un atto formale di rinnegazione del passato, con un atto di oblio. Un atto di oblio è stato previsto e richiesto specificatamente da molti trattati internazionali: a partire da quello stipulato nel 851 tra Lothar, Ludovico e Carlo, eredi dell’impero carolingio, per giungere al Trattato di Losanna del 1923.
Più recentemente, una scelta analoga è stata compiuta dalla Spagna per ciò che riguarda il periodo franchista: senza rifiuti, senza condanne, semplicemente facendo finta che quel mezzo secolo non ci sia mai stato. Commemorando il cinquantenario della guerra civile spagnola, il governo spagnolo ha proclamato che quel momento era finalmente storia e quindi non doveva essere più presente nella coscienza collettiva del paese.
Curiosamente, la strada della dimenticanza è stata imboccata anche per la ragione opposta, in quanto il passato sgradito, essendo troppo recente, non era ancora divenuto storia: è la soluzione scelta in Polonia, dal primo Governo non comunista (e successivamente abbandonata).
Vi sono poi anche scelte di dimenticanza attiva.
Su questa linea si sono messe, dopo la seconda guerra mondiale, la Francia, l’Austria e il Vaticano.
La prima ha sradicato le tracce del suo periodo collaborazionista (anche al prezzo di lasciare impuniti coloro che vi avevano attivamente preso parte).
L’Austria ha addirittura cercato di costruirsi un passato di vittima del nazismo, pur essendone stata una fervida e attiva sostenitrice.
Il Vaticano ha tentato con ciniche acrobazie di trasformare in tormentato e sofferto silenzio le gravi e criminose omissioni di denuncia di Pio XII in merito alle ben conosciute operazioni di deportazione nei campi di sterminio attuate dalla Germania di Hitler.
La scelta di dimenticanza attiva può divenire una vera e propria manipolazione del passato, quella che una felice espressione tedesca denomina Geschichtsaufarbeitung.
È una soluzione attuata sistematicamente per la prima volta nell’antico Egitto: dei Faraoni caduti in disgrazia veniva metodicamente cancellata ogni traccia, distrutta ogni statua, rasa ogni iscrizione recante il loro nome: è la sorte capitata a Tutankaton, odiato inventore del monoteismo.
La soluzione è stata ripresa dai Romani, creando uno specifico istituto giuridico, la damnatio memoriae, che prevede la cancellazione di ogni traccia dell’esistenza di coloro che si intendono punire: la storia avrebbe dovuto procedere come se quel personaggio non fosse neppure esistito.
Sulla scia degli Egiziani e dei Romani si è collocata l’Unione sovietica. Anch’essa ha tentato di riscrivere la propria memoria eliminando i personaggi sgraditi; manon si è resa conto che il passaggio da sistemi di registrazione del passato basati su papiro e pietra all’età attuale, che offre una enorme quantità di mezzi di fissazione del passato a basso costo e ad alta diffusione, avrebbero reso il compito impossibile.
Sono questi tutti casi in cui è stata in vario modo applicata la massima secondo la quale i momenti sgraditi del passato vanno dimenticati: casi di riproduzione del passato in funzione del presente, ricostruito infedelmente dal punto di vista di uno storico, ma fedelmente a quella che avrebbe dovuto essere la storia, e quindi a chi è in grado di manipolarla.
Ma neppure per gli Stati questo è l’unico modo di confrontarsi con il proprio passato.
C’è la strada del ricordo.
La Germania ha scelto, rispetto al periodo nazista, un percorso di ricordo attivo, e ha faticosamente ricostruito la sua identità attuale su un triste lavoro, sul ricordo martellante di un tragico periodo del suo passato.
Molti Stati passati da un regime (in genere totalitario) ad un altro negli ultimi trent’anni hanno istituito apposite Commissioni per la ricerca della verità, con il compito di fare chiarezza sul passato: ne sono state censite circa venti.
Così ha fatto il Sudafrica nero. Ma con una scelta coraggiosa e innovativa dalla quale il civile mondo dei bianchi avrebbe molto da imparare il Sudafrica ha istituito
una Commissione di riconciliazione nazionale, incaricata di raccogliere le dichiarazioni e le confessioni di tutti gli esponenti del passato regime razzista cui è imputabile qualche crimine. A tutti coloro che dichiarano e riconoscono le proprie responsabilità è stata garantita l’impunità.
Il Sudafrica si è reso conto che la memoria di un passato infelice serve per non ripetere gli stessi errori, ma si è reso conto anche che per punire i responsabili non sono sempre necessarie galere e patiboli.
Anche a livello individuale, la domanda iniziale può avere risposte divergenti.
La risposta più immediata è che vanno ricordati i momenti belli e vanno dimenticati quelli tristi.
Il motivo è, secondo alcuni, perché il ricordare momenti tristi del proprio passato rende triste il presente. secondo altri perché dimenticare è la punizione per avvenimenti o persone che ci hanno reso tristi nel passato.
In entrambi i casi, ricordare e dimenticare sono il risultato di una infedeltà: infedeltà alla propria storia così come è stata nel passato. Per chi sceglie queste risposte, la fedeltà alla propria identità presente costituisce sempre un coraggioso atto di infedeltà verso la propria identità passata.
Per questo, chi vuole davvero essere un serio storico di sé stesso, chi vuole ricordare sé stesso come è stato nello sviluppo del proprio passato è inevitabilmente condannato all’infelicità, perché deve essere vampiro infedele con il proprio presente, con sé stesso, carnefice e insieme vittima delle malie del passato.
Ma non è detto che sia proprio così. Infatti, è anche possibile e ragionevole una risposta diversa ed opposta: secondo il motto di Santayana, ricordare il passato significa impedire che il passato si ripeta: chi dimentica il passato è costretto a ripeterlo.
La storia è maestra di vita, ma solo per chi la sa.
Se si sceglie questa seconda risposta, ciò che va dimenticato sono proprio i momenti di felicità, mentre solo quelli infelici vanno ricordati: questa diventa la vera fedeltà a se stessi, l’arte di imparare a non ripetere attraverso il ricordo.
L’alternativa non è semplice, anche perché la scelta di essere infedeli con sé stessi nel presente per salvare il passato o infedeli per il passato senza salvare il presente è sempre ardua.

Da (non nell’ordine): BG.BERNANOS, Diario di un curato di campagna, Plon Parigi 1936; NEIL J. KRITZ (a cura di) Transitional Justice: How emerging democracies reckon with former regimes, United States Institute of Peace, 1997; ANTONELLA TARPINO, Sentimenti del passato, Firenze 1997; T.G.ASH, The Truth about Dictatorship, in New York Review of Books 3,1998; F.YATES, Giordano Bruno e l’arte della memoria, Laterza 1985.

Due poesie di Jacques Supervielle

Il cavaliere che passa
Ricorda, non chiamare
il cavaliere che passa.
Se il cavaliere si volta,
cadrà la notte,
una notte buia, senza stelle,
e senza nuvole.
E che ne sarà
di tutto ciò che fa il cielo,
come la luna e il suo corso,
e le stelle,
e il bagliore del sole all’alba?
Al buio
dovrai attendere
che passi un altro cavaliere:
Ma, ricorda, non chiamarlo.

Progetti: Dio crea l’uomo

Dovrà naturalmente assomigliarmi
anche se non capisco ancora bene come,
visto che io sono tutto ciò che esiste
insieme e in ciascun suo momento.
Vorrei però separarlo da tutto il resto
e potermelo tenere fra le braccia,
in modo da poter esaminare i suoi gesti
almeno all’inizio.
Me lo immagino già alla finestra
mentre mi saluta con un fazzoletto,
anche se, a pensarci bene,
finestra e fazzoletto non esistono ancora.
Ecco, io lo tocco, lo tasto,
lo sto costruendo quasi senza volerlo,
che voglia ho di vederlo finito!
Lo guardo e lo rimiro,
per progettarlo meglio.
Nessuno mi guarda e mi controlla:
ma io voglio poterti vedere e controllare da lontano.
Visto che io sono muto da sempre,
voglio darti la parola.
Da sempre volo senza fissa dimora,
e sono dappertutto in ogni momento;
e allora voglio darti dei piedi
e sistemarti in un posto ben preciso.
Visto che sono più solo nell’universo
di un agnello sperduto in un bosco,
e non ho mai mangiato né bevuto
voglio farti sedere a una tavola imbandita
e mettere seduta davanti a te una donna.
Poi, visto che io sono inevitabilmente supremo
e non mi diverto mai se non con me stesso
e per di più sono anche eterno,
tu sarai mortale, mio piccolo amico,
e, quando morrai, ti sistemerò
in un caldo letto di terra da cui farò nascere gli alberi.

Da Jules Supervielle, Oeuvres Poétiques Complètes, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard. La seconda poesia è inserita nel ciclo La Fable du Monde, pubblicato nel 1937.

Una lettera

Mio caro amico,
La scomparsa di suo padre, appresa a mezzo della sua lettera, è stata per me una grave perdita.
Sono portato infatti a immaginare sempre in piena attività gli uomini che si sforzano sempre di accrescere le loro conoscenze e di ampliare le loro opinioni.
Purtroppo quando tra amici il silenzio comincia a insinuarsi, a causa anche della lontananza, fino a divenire totale, e per questo cominciano a nascere incomprensioni o risentimenti, dovremmo accorgerci che in ciò c’è qualcosa di sbagliato e di maldestro, e dovremmo studiarci di superare e eliminare questo inconveniente, come ogni altro errore.
Nella mia vita agitata e senza pace mi sono reso colpevole spesso di simili negligenze; anche con suo padre potrebbe essere successo qualcosa del genere.
Le assicuro tuttavia che per suo padre ho sempre provato ammirazione, interesse e simpatia; spesso ho pensato di interpellarlo su qualche argomento importante.
Ma la vita che passa avanti a noi rumoreggiando ha, fra le tante stranezze, anche questa, che, così impegnati in attività di studio e di ricerca, così avidi di conoscenza e di godimento, raramente sappiamo apprezzare e trattenere i particolari che l’attimo ci offre.
Così nella parte estrema dell’età ci rimane ancora il dovere di ricercare e riconoscere tutto ciò che è umano nelle sue peculiarità, e di consolarci riflettendo su tutte quelle mancanze che non possiamo evitare di imputarci.
Mi raccomando alla simpatia sua e dei suoi cari, suo

Johann Wolgang von Goethe.

La lettera è del 3 gennaio 1832. È una delle ultime lettere scritte da Goethe, morto il 22 marzo seguente.
Il destinatario è Moritz Seebeck che ha annunciato la morte del padre Thomas Seebeck, lo scopritore dei colori endottici. In questa scoperta Goethe individuò la prova della validità della sua teoria dei colori (contrapposta a quella di Newton).
Con Seebeck Goethe mantenne per molti anni intensi rapporti, poi divenuti più rarefatti a seguito del trasferimento del primo da Jena a Berlino.

La lettera è stata inserita da Walter Benjamin nel volume Deutsche Menschen. Eine Folge von Briefen, Suhrkampf, Francoforte 1962. Il volume è stato tradotto in italiano da Bovero e Castellani per Adelphi, Milano 1992.

Prigioni: due poesie

I

Non è il tetto che sgocciola
né le zanzare che ronzano
nella cella umida
non è la serratura che cigola
quando il secondino la chiude
non è la miserabile razione di cibo
non è il vuoto del giorno
che affonda nel nulla della notte
non è
non è
non è.
È la menzogna
tramandata da generazioni
è la codardia trasformata in obbedienza
è il giudice che ti condanna
a una pena che sa immeritata
è il secondino che ti picchia
solo per far piacere ai suoi capi
è la crudeltà trasformata in dovere
è l’indifferenza di chi sta fuori
è questo
è questo
è questo
che trasforma un mondo libero
in una sordida prigione.

II

Fuori colombe si posano sui tetti
è chiaro dal loro tubare di amore e di piacere
piacere come una frusta sul sonno del prigioniero
è chiaro
dal frullare di ali
ali come un ventaglio sul sonno del prigioniero
è chiaro
che fuori colombe si posano dovunque
La notte è giorno oltre le sbarre
qui il giorno è notte

La prima poesia è di Ken Saro-Wiwa, nigeriano, impiccato dal dittatore Shani Abacha il 10 novembre 1995 con altri otto compagni, arrestato perché aiutava gli Ogoni a opporsi alla devastazione del loro territorio da parte della Shell e del Governo nigeriano. La seconda poesia è di Reza Baraheni, iraniano, incarcerato e torturato nel 1973 dallo Scià. Entrambe sono pubblicate in Scrittori dal carcere, Antologia PEN di testimonianze, Feltrinelli 1996.

Mappe e infedeltà

Le mappe, come le fotografie, non dovrebbero mentire.
Eppure, non è così.
Le mappe subiscono una prima principale distorsione per ragioni politiche: le carte geografiche greche non indicano lo stato della Macedonia, le carte irachene non indicano il Kurdistan, e così via.
Politicamente, le mappe rappresentano ciò che desidera il potere del luogo dove vive l’autore della mappa e anche ciò che si vuol far credere a chi le osserva. Non sono mai casuali, ma sempre il frutto di un accurato e sofisticato complotto.
Durante tutta la guerra fredda, negli USA si è usata la carta del mondo basata sulla proiezione Van der Grimpen, che, ingrandendo le zone laterali, trasformava l’Unione sovietica in un mostruoso colosso incombente sull’Europa e sugli USA. A partire dal 1988, tramontato il pericolo rosso, ed iniziato il periodo del dominio planetario degli Stati Uniti, l’American National Geographic Society si è subito adeguata, ha abbandonato questo tipo di proiezione cartografica, sostituendola con una, attribuita a tale Mr. Robinson, che ha ridotto il territorio dell’ex Unione sovietica a dimensioni assai più contenute.
Più in generale, tutte le carte geografiche del mondo comunemente in commercio sono il risultato di proiezioni a distanze equivalenti. Questo significa che il rapporto tra due distanze tra punti diversi della mappa corrisponde a quello reale. È un tipo di proiezione assai utile per i viaggiatori, e si è infatti affermata con il consolidarsi degli imperi coloniali. Ma è un tipo di proiezione che ha anche il vantaggio, proprio perché rispetta le distanze reali, di occultare le proporzioni tra le aree dei vari Stati e dei vari continenti. Se si adotta una proiezione ad aree equivalenti, quale quella recentemente elaborata da Peters, il lettore scopre all’improvviso le reali dimensioni dei vari paesi: scopre l’immensità del continente africano rispetto alla minuscola Europa, e le insignificanti dimensioni della Gran Bretagna rispetto alle sue ex-colonie.
C’è poi il problema della riduzione in scala, che impone di indicare alcuni dati e di trascurarne altri. La scelta del cartografo non è mai casuale.
Le mappe sono fatte per i ricchi.
In una carta dell’Africa vengono sempre evidenziati i parchi nazionali; in una dell’Europa, i centri industriali e commerciali.
Nelle carte topografiche dei centri urbani, i campi di golf sono indicati sempre assai meglio che non gli slums.
Il geniale inventore dell’uso della mappa per ragioni di politica e di potenza è stato l’autore della proiezione ancora generalmente utilizzata: Gerardus Mercator. Nel 1492 Spagna e Portogallo decisero di spartirsi il mondo in due sfere d’influenza con un preciso confine e affidarono questo compito al Papa: al Portogallo toccò l’Est, alla Spagna l’Ovest.
Mercator progettò subito una proiezione geografica che permetteva di realizzare una carta che respingeva l’Est ai bordi e poneva invece le Americhe nella parte alta a sinistra della mappa, quella da cui si inizia a leggere. Mercator naturalmente era alle dipendenze del re di Spagna.

Da Jeremy Black, Maps and Politics, Reaktion Books, New York 1997.

Naufragi

Ho trovato su un vecchio giornale la storia
di un uomo che, a un certo punto, ha abbandonato la moglie.
Il fatto di per sé non è così insolito e neppure può essere a priori giudicato insensato o riprovevole. Ma, in questo caso, la vicenda è certamente tra le più bizzarre: è una storia che ciascuno di noi pensa che non potrebbe mai capitargli, pur pensando che potrebbe benissimo capitare a qualcuno che lui conosce.
La coppia viveva a Londra. L’uomo, con il pretesto di dover fare un breve viaggio di lavoro, uscì una mattina presto di casa e si sistemò in un appartamento sito nella strada vicina a quella della sua casa. All’inizio, pensava di rimanere nascosto per un paio di giorni, poi per una settimana, poi, al massimo, per un mese. Rimase in quella casa per quasi vent’anni, senza più aver la forza di tornare indietro, senza che nessuno lo riconoscesse o lo rintracciasse. Ogni tanto, nascosto sotto un ombrello o dietro un giornale spalancato, seguiva la moglie, sempre più triste e più curva, o così almeno gli appariva, o gli piaceva vederla.
Una sera, allorché era ormai sicuro che la sua morte fosse data per certa e che i suoi beni fossero stati suddivisi tra gli eredi, l’uomo si dirige verso la sua vecchia casa.
E’ una frizzante serata di autunno e comincia a piovere all’improvviso.
Fermandosi nei pressi della casa, alza gli occhi e scorge, al secondo piano, il riflesso del fuoco acceso nel caminetto.
Sul soffitto, si staglia l’ombra grottescamente deformata della moglie. Proprio in questo momento, uno scroscio di pioggia gli colpisce la faccia.
E lui, deve starsene lì fuori, fradicio e tremante, quando in casa sua c’è un fuoco che può scaldarlo e sua moglie può portargli dei caldi vestiti di lana? Senza esitare l’uomo sale le scale, pesantemente perché da quando le ha discese per l’ultima volta le sue gambe si sono indurite. Attento! Vuoi entrare così, all’improvviso, nella casa che hai da tanto tempo abbandonato? E’ come saltare nella fossa! Niente da fare, è ormai deciso a varcare l’uscio della sua vecchia casa. E si riesce a cogliere sul suo volto un sorriso simile a quello con il quale, molti anni prima, era uscito, pensando al piccolo scherzo che intendeva combinare.
Ma, proprio mentre sta girando con la mano la manopola della porta di ingresso, ecco all’interno del suo appartamento un suono, che avrebbe potuto essere simile ad una voce sconosciuta, e un rumore di passi, che gli parve dissimile da quello della moglie, che ben ricordava.
Istintivamente la mano si leva e rimane per un momento a mezz’aria. Poi, lentamente, l’uomo si gira, discende lentamente i gradini, e scompare nel buio e nella pioggia.
Nell’apparente confusione del nostro mondo, gli individui si adattano così bene a un sistema di relazioni, e ciascun sistema ad un altro, e all’insieme di tutti, che basta perdere contatto per un solo momento e si corre il rischio di perdere il proprio posto per sempre: si può divenire, all’improvviso, naufraghi nell’universo.

Da Nathaniel Hawthorne, Twice-told Tales, Viking Portable Library 1978

Libero arbitrio

La caratteristica fondamentale degli angeli, osserva un trascurato autore spagnolo medioevale, è quella di non avere alcuna possibilità di scegliere: sono così vicini a Dio, che conducono la loro esistenza (immortale, secondo molti, ma effimera secondo altri, che pensano che ci siano angeli la cui vita dura un solo istante) soddisfatti e felici da questo rapporto totalizzante, senza poter e senza dover scegliere: non ne hanno bisogno.
La possibilità di scelta segna l’imperfezione. Segna l’incertezza, segna l’infedeltà.
Eppure molti pensano alla possibilità di scelta, al libero arbitrio, come un dono: è il dono che Dio ha dato agli uomini, ed è per il libero arbitrio, ci insegnavano a scuola, che gli uomini sono superiori agli altri animali.
Ma anche per gli elefanti il vero unico privilegio degli esseri animati è l’essere dotati di proboscide: nel loro universo proboscidocentrico certamente Dio ne è dotato, mentre sono esseri inferiori tutti coloro che ne sono privi.
La realtà è che il libero arbitrio, la libertà di scegliere in ciascun momento, è solo un piccolo e illusorio risarcimento dato all’uomo per essere stato collocato al livello più basso dell’esistenza.
Il libero arbitrio è un surrogato del dono di non poter o dover scegliere che invece hanno ricevuto tutti gli altri esseri animati.
La possibilità di non scegliere accomuna tutti gli animali – salvo l’uomo – agli angeli.
Se è così, gli uomini sono riusciti a costruire come un privilegio il segno manifesto della loro inferiorità nella scala dell’esistenza e della loro distanza da Dio.

Collage celan

Con chiavi diverse
tu mi aprivi la casa dove
la neve trasportava il silenzio.
Cambia la chiave, cambia la parola,
portata dai fiocchi di neve.
Seguendo il vento che ti sospinge
si raccoglie intorno alla parola
la neve.
Non dormivamo più
e piegavamo le lancette dell’orologio
e esse si muovevano veloci all’indietro
e frustavano a sangue il tempo
e tu allora parlavi del crepuscolo crescente
e dodici volte io dissi tu alla notte delle tue parole
ed essa si sovrappose e rimase aperta
e una giovane saetta nuotò verso di noi

Bevevo dall’azzurro cercando ancora il tuo occhio
dalle tue orme bevevo e vedevo:
tu mi rotolavi tra le dita e crescevi.
Non cercare sulle mie labbra la tua bocca,
l’estraneo davanti alla porta
o nell’occhio la lacrima
ette notti più in alto migra rosso sul rosso
sette notti più in fondo bussa la mano sulla porta
sette rose più tardi mormora la fontana.

Corpo silente
giacevi sulla sabbia vicino a me
Un raggio di luce calò all’improvviso verso di me
era un bastone
calato su di noi
che luceva così?

Tu hai aperto gli occhi – io vedo vivere il mio buio.
Lo vedo fino in fondo:
anche lì è mio e vive.
La luce mi segue da vicino.

Colui che ci contò le ore.
continua a contare.
Che mai può contare, dimmi?
Mangiamo i frutti di chi tace.
Stare ritto nell’ombra
della ferita nell’aria.
Stare inutilmente ritto.
Non riconosciuto.
Per te
solo.
Con tutto ciò che lì ha spazio,
anche senza
parole.

Eternità, su di te
scivolano via,
una lettera tocca
le tue dita
non ancora ferite.

Bianche, bianche, bianche
si allineano le leggi
e marciano
dentro di noi.
La selvaggia convinzione
che tutto ciò che si dice
si debba dire
in modo diverso.

Da Paul Celan, Brani, frasi, parole e citazioni sono tratti (non nell’ordine) da: Marchio di fuoco, Tardo e profondo, Cristallo in Papavero e memoria; Fulgore, Di buio in buio, Colui che ci contò le ore, Con diverse chiavi in Di soglia in soglia; Stare ritto nell’ombra in Svolta del respiro, Eternità in Filamenti di sole, La selvaggia convinzione in Parte di neve.

Crediti

Anche in questo tredicesimo volume dei Testi Infedeli, come in tutti i volumi precedenti, i pezzi sono stati liberamente e infedelmente tradotti dall’originale.
Il volume è stato stampato nel giugno del 1998 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

N. 14 inverno 1998

Guerre e guerre

Una volta c’era la guerra fredda.
L’Occidente produceva, commerciava e vendeva armi sempre più letali e sofisticate per conservare la pace: l’obiettivo era quello di essere più armati del Nemico.
La conservazione della pace comportava una vita sotto l’incubo della distruzione totale: ma era l’unico mezzo per evitare la guerra.
Mai è stato realizzato in modo così perfetto il mercato ideale: un meccanismo fine a sé stesso, inventato per produrre e vendere costosissime merci da non usare. Merci tanto più costose, quanto assolutamente inutili, perché progettate e realizzate per una guerra finta, una guerra che non ci sarebbe mai stata e non avrebbe mai potuto esserci, anche perché il Nemico, presentato assiduamente come forte, agguerrito, crudele, era debole, privo di risorse, tecnologicamente arretrato: gli mancava tutto, telefoni, cavi, computer.
Il suo crollo ha distrutto il mercato virtuale che per mezzo secolo ha reso ricchi e felici i produttori e i mercanti di armi e i governi occidentali che ufficialmente o clandestinamente li hanno sponsorizzati.
Fine dell’incubo, fine del pericolo di distruzione, inizio di un mondo di pace?
Assolutamente no: fine della guerra fredda e finta, ritorno alle guerre tradizionali, quelle calde e vere. È iniziato il riarmo: non si parla più di guerre stellari, si parla, tutti i giorni, di guerre.
È iniziata così una espansione della NATO, un organismo che avrebbe dovuto essere soppresso perché ormai totalmente inutile. Secondo Joel Johnson di Aerospace Industries la domanda di caccia da combattimento per il mercato NATO da sola vale attualmente più di 10 miliardi di dollari. Nello stesso tempo, la maggior parte dei paesi occidentali ha aumentato gli stanziamenti bellici nel proprio bilancio. L’Italia è in prima fila: la legge finanziaria del 1998 ha portato il bilancio del Ministero della Difesa da 26.000 miliardi a 31.000 di lire: un aumento di oltre il 20%, un record. Per di più, il costo per finanziare il caccia da combattimento Eurofighter 2000, pari a 928 miliardi di lire, è stato occultato nel bilancio del Ministero dell’Industria (furbissimi, non è vero, Prodi e D’Alema?).
Nessuno ne ha parlato.
La corsa al riarmo significa anche corsa al riarmo nucleare.
In questo settore, la scomparsa del Nemico ha segnato lo sblocco di una situazione di stallo che durava da vari anni e il rilancio della produzione di armi nucleari: il segnale è stato dato dalla Francia prima, da India e Pakistan più recentemente.
Ma, finita la guerra finta, le armi si possono vendere solo se c’è un numero sufficiente di guerre vere che permette di usarle e di consumarle.
La domanda va inventata, creata e incoraggiata.
Prima il compito dei produttori di materiale bellico e dei media era quello di convincere l’opinione pubblica che il Nemico era forte e minaccioso.
Oggi il compito è diverso: vanno costruiti tanti nemici e vanno dislocati in luoghi adatti, dove eventuali bombardamenti e massacri non diano noia al mondo ricco.
È un lavoro che richiede tempo e investimenti.
Non è un lavoro facile.
Bisogna convincere l’opinione pubblica mondiale che il capo di un piccolo paese sottosviluppato – ieri Nicaragua e Libia, oggi Irak – è una minaccia per il mondo intero, Stati Uniti compresi.
Ma il vero colpo di genio del marketing bellico – paragonabile quasi a quello della guerra fredda – è quello inaugurato con l’Irak, e cioè l’ispezione permanente: i nemici devono essere a disposizione per perlustrazioni continue a tempo indeterminato alla ricerca di armi, munizioni, industrie chimiche dissimulate, provette, carte.
Pensate quanto è stato investito in tempo e denaro per ottenere un vero mostro come Saddam Hussein, a confronto del quale Noriega, Ortega e perfino Gheddafi costituiscono dilettanteschi tentativi. Ma pensate anche quanto rende un piccolo, stupido, crudele criminale come Saddam Hussein in termini di produzione di armi, navi, aerei, bombe e in termini di occupazione per militari e attivisti bellici.
Il vero problema è però che, a differenza del vero Nemico, questi piccoli nemici si usurano velocemente e debbono essere prontamente sostituiti: siamo passati all’usa e getta. Quali saranno i prossimi?
*

Il libero mercato globale non ha distribuito benessere e uguaglianza; ha globalizzato morte e fame.
In Russia e in molti paesi asiatici la popolazione è stata severamente punita per aver creduto nelle promesse di un roseo capitalismo con il quale tutti avrebbero avuto automobili e forni microonde a portata di mano.
Il libero mercato ha globalizzato anche la disoccupazione, ovunque in aumento.
Nel contempo, si è globalizzata anche la sovrapproduzione: solo nel settore dell’auto vengono prodotti annualmente milioni di auto in eccesso.
Eppure secondo alcuni bisogna abbassare i salari per rilanciare l’economia. Perché i produttori dovrebbero assumere altri lavoratori anche se costano meno? C’è qualcuno che crede che se si dimezzano i salari la Fiat assumerà personale per fare un numero ancora maggiore di inutili automobili, magari a mano?
Abbassare i salari ha un solo effetto: demolisce il lavoro stabile a favore di quello instabile, ricattabile, infortunabile, trucidabile.
Ma, dicono quelli che lo propongono come rimedio, così facendo si diminuisce la rigidità del mercato del lavoro.
Ottima idea per un paese come l’Italia dove ci sono almeno 5 milioni di lavoratori in nero: un enorme mercato del lavoro superflessibile, che in molte zone del paese supera il mercato del lavoro ufficiale.
Cosa c’è di meno rigido del lavoro nero? Non sicuramente il sistema schiavistico, dato che i proprietari di schiavi dovevano nutrire i propri schiavi tutti i giorni e non potevano disfarsene licenziandoli.
Certo, flessibilità significa rendere legale il mercato del lavoro nero, o meglio rendere nero il mercato ufficiale, e poi rendere il tutto legale, ottenendo così centinaia di migliaia di posti di lavoro in più, tutti flessibilissimi.
In realtà, nei paesi occidentali siamo in presenza di una guerra unilaterale e globale contro i lavoratori garantiti e contro i livelli di sicurezza conquistati nel corso degli ultimi decenni. Una guerra che in Italia fa 1000 morti ufficiali l’anno (e due o tre volte tanto sommersi). Gli incidenti sul lavoro sono centinaia di migliaia l’anno, ma non se ne parla più (è un argomento archiviato insieme al comunismo, ai dischi di vinile e ai telefoni a manovella).

Odon Von Horvàth: tre pezzi e qualche dato

I

Ieri c’è stata la rivoluzione. Finalmente.
I Ministri sono stati tutti arrestati, salvo il Presidente del Consiglio che è fuggito all’estero, e il Ministro degli Interni fucilato in una osteria.
C’è gioia dovunque. Il popolo balla per la strada e si formano cortei qui e là. Dovunque la gente brucia e strappa le vecchie bandiere, mentre le nuove sventolano.
I militari sfilano; il nuovo Presidente ha le lacrime agli occhi.
La vecchia signora Hatschmaier ha avuto un infarto per la gioia.
Finalmente, finalmente il popolo ha vinto.
Sono scomparse le caste e le classi. C’è solo un popolo. Scomparsi anche i falsi dei. C’è solo la Nazione.
C’erano anche alcuni che dicevano, ma come un solo popolo, com’è questa storia della fratellanza e dell’uguaglianza, se alcuni continuano ad avere molto denaro e altri non ne hanno?
Sono stati subito fucilati.

II

Sul mio tavolo c’è un mazzo di fiori. Un regalo dei miei genitori: oggi è il mio compleanno. C’è un biglietto di mia madre: “Per il tuo trentaquattresimo compleanno ti auguro, mio caro figlio, ogni bene. Dio ti invii salute, fortuna e felicità!”. C’è anche un biglietto di mio padre: “Per il tuo trentaquattresimo compleanno ti auguro, mio caro figlio, ogni bene. Dio ti invii salute, fortuna e felicità!”.
La fortuna serve sempre, la salute c’è, ma felice proprio non lo sono. Ma forse nessuno lo è.
Mi siedo al tavolo, apro il calamaio con l’inchiostro rosso, sistemo davanti a me i ventisei compiti in classe che devo correggere, e penso: sono proprio stupido. Ho un posto sicuro con il diritto alla pensione, e questo è un bel successo oggigiorno, quando non si sa che cosa succederà domani. Quanti vorrebbero essere al mio posto! È davvero minuscola la percentuale di coloro che vogliono fare gli insegnanti che riesce a divenire di ruolo. C’è da ringraziare Dio che io lo sono diventato in un ottimo liceo e così posso divenire vecchio e stupido senza preoccupazioni. Posso arrivare anche a cent’anni, sempre con una pensione.
Comincio a correggere.
Ventisei ragazzi, di circa quattordici anni, hanno fatto un compito in classe di geografia (io insegno geografia e storia).
Il tema assegnato dalla scuola è “Perché dobbiamo avere delle colonie?”
Allora, Bauer (non ho allievi il cui cognome comincia per A), allora spiegami perché dobbiamo avere delle colonie.
“Abbiamo bisogno di colonie perché lì si trovano le materie prime con le quali facciamo funzionare le nostre industrie; senza le colonie non potremmo quindi offrire lavoro a tutti i nostri operai” – Giusto, Bauer – “Naturalmente, il problema non sono i lavoratori, è il popolo, perché anche loro, alla fin fine, appartengono al popolo”. Senza dubbio questa è alla fin fine una bella scoperta, caro Bauer. Ma so bene che è meglio non fare alcun appunto: è ciò che tutti i giornali ripetono. Non voglio irritarmi con i miei studenti, che, poveretti, non fanno altro che ripetere quello che sentono.
Vediamo che cosa scrive N.
“Abbiamo le colonie perché tutti i Negri sono falsi, fannulloni e ignoranti”.
Questo è troppo!
Sto già intingendo la penna nel calamaio, per scrivere: “Generalizzazione banale e priva di senso!”, poi mi fermo. Non ho appena sentito questa frase l’altro giorno da qualche parte? Sì, la ho sentita alla radio, mentre ero al ristorante, e mi era quasi passato l’appetito.
Lascio la penna: quel che la radio dice, non può essere censurato da un insegnante.
Passiamo al compito di S.

III

Sono nato il 9 dicembre del 1901 a Fiume sull’Adriatico.
Quando pesavo trentadue libbre, ho lasciato Fiume, e ho cominciato a girare tra Venezia e i Balcani.
Quando divenni alto 1,20 metri fui portato a Budapest, dove vissi fino a 1 metro e 21. Lì fui un visitatore accanito di spazi dedicati ai giochi per bambini, risultando sempre antipatico per il mio comportamento un po’ sognatore e un po’ dispettoso.
Ad un altezza di circa 1,52 metri si risvegliò in me l’Eros, ma senza procurarmi troppi fastidi.
Il mio interesse per l’arte e per la letteratura spuntò relativamente tardi, quando ero alto circa 1 metro e 70, ma solo quando raggiunsi 1,79 metri divenne una vera e propria irrefrenabile passione.
Quando scoppiò la guerra mondiale ero alto 1,67 e quando finì ero già arrivato a 1,80.
Tutti i miei ricordi d’infanzia sono andati perduti durante la guerra.
E poi, prima della guerra cambiavo città praticamente ogni anno; così ogni anno a scuola parlavo una lingua diversa. Quando giunsi in Germania la prima volta, non riuscivo neppure a leggere, nonostante la mia lingua materna fosse il tedesco, perché non conoscevo l’alfabeto gotico. Solo a quattordici anni scrissi la mia prima frase in tedesco.
Non chiedetemi perciò della mia patria. Posso solo rispondere: sono nato a Fiume, sono cresciuto a Belgrado, Budapest, Bratislava, Vienna e Monaco. Ho un passaporto ungherese. Patria? Non so che cosa vuol dire. Sono ungherese, croato, tedesco, ceco, il mio nome è ungherese, la mia lingua è il tedesco. Non ho patria, e non mi dispiace, anzi ne sono contento.
Naturalmente ci sono paesaggi, città, appartamenti, camere da letto dove mi sento a casa. Ho i miei ricordi: strade, piazze, stazioni ferroviarie, boschi, il mio primo amore con una donna che mi incontrò a Budapest e mi portò nella sua grande casa, dove viveva sola perché il marito era da tanto tempo in guerra, credo in Galizia; lei aveva voglia di essere amata.

IV

Odon von Horvàth: simpatico, modesto, pieno di charme, cavalleresco, ironico secondo Walter Mehring; sempre socievole e gaio secondo Hertha Pauli; gli piacevano la solitudine e le montagne, ma anche i mercati e le piazze piene di traffico, gli piaceva lo sport, soprattutto l’hockey su ghiaccio e la boxe, secondo Theodor Csokor. Dice Hans Geiringer che odiava i vestiti nuovi, lo smoking, i colletti duri, le scarpe di vernice; ciò nonostante era sempre elegante. Frequentava il salotto di Alma Mahler e quello di Max Reinhardt a Vienna. Gli piaceva la compagnia e riusciva a entrare in contatto anche con persone di cui non parlava la lingua.
Divenne famoso a Berlino per i suoi atti unici per teatro; ottenne il premio Kleist nel 1931.
Per i nazisti fu un rappresentante dell’arte degenerata.
Scrisse al suo carissimo amico Csokor nel novembre 1933: “Siamo ormai tutti prossimi ad emigrare, viviamo vicino alle nostre valige già pronte, impariamo freneticamente l’inglese, impariamo a cucire e a cucinare. E intanto, continuiamo a scrivere, a pensare, come se nulla fosse”.
Era a Vienna quando, nel marzo del 1937, l’Austria è occupata dai nazisti e annessa al Reich. Trova fortuitamente un posto su un autobus per Budapest. Da Budapest scrive a Csokor: “Capisco solo adesso che cosa vuol dire non poter più tornare indietro”.
Fugge da Budapest e si ferma per due settimane da una amica a Teplitz.
Riparte e va a Milano, si ferma tre giorni.
Di lì va a Zurigo.
Rimane due settimane, poi si ferma due ore a
Bruxelles. Poi ad Amsterdam.
Il 28 maggio arriva a Parigi. Ottiene un visto per gli Stati Uniti. Deve partire il 3 giugno.
Scrive a Csokor: “Sono felice: Adieu, Europa”.
Il 31 maggio festeggia la partenza con i suoi amici.
Si allontana alle sette di sera, vuole fare un’ultima passeggiata per gli Champs-Elisées.
C’è un improvviso temporale, un colpo di vento abbatte un vecchio castagno. Un ramo colpisce Horvàth.
Muore sul colpo.

Il primo pezzo è tratto da Die stille Revolution. Kleine Prosa, Suhrkamp 1975. Il secondo e il terzo da Ausgewahlte Werke, vol.2, Berlin (DDR) 1981. Le note biografiche sono tratte da varie fonti e dalle introduzioni dei curatori dei due volumi, Traugott Krischke e Hansjorg Schneider.

Dove sono gli Ilois

Gli Ilois erano gli abitanti dell’isola Diego Garcia. Non erano più di qualche migliaio, all’inizio degli anni Sessanta.
Diego Garcia è una colonia britannica, fa parte dell’Arcipelago delle Chagos.
Gli Ilois sarebbero dovuti divenire indipendenti nel 1965. Diego Garcia avrebbe dovuto formare un unico Stato insieme a Mauritius.
Mauritius è divenuta indipendente. Le isole Chagos e Diego Garcia no.
Sono state costituite in nuova colonia, denominata British Indian Overseas Territories, nonostante una risoluzione delle Nazioni Unite che diffidava formalmente la Gran Bretagna dal separare le isole Chagos da Mauritius.
Poi, le isole Chagos e i suoi abitanti sono scomparsi dalla carta geografica.
Non perché non valesse la pena di segnarle. Sono scomparse perché valgono troppo. Sono collocate a metà strada tra India e Medio Oriente, e la Gran Bretagna si è accorta che avrebbero presto avuto una enorme importanza strategica.
Così le ha affittate agli Stati Uniti, che le usano come base militare (e anche, visto che ci sono, come discarica di materiale radioattivo).
Da Diego Garcia nel 1991 sono partiti gli aerei utilizzati per bombardare l’Irak.
Ma che fine hanno fatto gli Ilois?
Le isole sono state consegnate agli Stati Uniti vuote, libere da persone o cose, come in ogni contratto di affitto che si rispetti.
Secondo il Ministero della Difesa della Gran Bretagna, gli Ilois “non sono mai esistiti”.
“Virtualmente disabitata” era Diego Garcia secondo il Ministero della Difesa degli Stati Uniti allorché ha fornito spiegazioni a una richiesta del Congresso in merito alla sorte degli abitanti.
Virtualmente.
Gli Ilois non ci sono più in Diego Garcia. Neppure uno.

Da: JOHN MADELEY, Diego Garcia. Report n.54. Minority Rights Groups, 1985; MARK CURTIS, The Ambiguity of Power: British Foreign Policy since 1945, Zed Books London 1995; JOHN PILGER, Hidden Agendas, Australia 1998.

Otto poesie di Giorgio Caproni

I

Devi perseverare
e usare molta pazienza
se vuoi arrivare
al punto di partenza.

II

Devi tornare.
Stai cercando davanti a te
ciò che hai lasciato alle spalle.

III

Calmati. Dove mai vuoi andare?
un punto è assodato.
non potrai mai arrivare
dove sei già arrivato.

IV

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

V

Tutti i luoghi che ho visto
che ho visitato,
ora so – ne sono certo:
non ci sono mai stato.

VI

Non chiedere nulla più.
Nulla per te qui resta.
Non sei della tribù.
Hai sbagliato foresta.

VII

Guardava il bicchiere. Fisso.
Quasi da ridurlo in schegge.
Capiva che il bicchiere dura
Più di chi lo regge.

VIII

Non portare con te nemmeno
la lanterna. Là
il buio è così buio
che non c’è oscurità.

Da GIORGIO CAPRONI. Le poesie sono tratte da: Il Franco cacciatore, Il muro della terra, Congedo del viaggiatore cerimonioso.

Il nuovo mondo

“Come stavo dicendo l’ultima volta che ci siamo visti”.
Così si rivolse ai suoi studenti, riprendendo il suo corso all’università di Salamanca al punto in cui lo aveva interrotto, l’umanista e poeta Luis de Leon.
L’interruzione, protrattasi per vari anni, fu dovuta all’incarceramento di de Leon su ordine della Santa Inquisizione.
Luis de Leon fu un uomo fortunato: fu incarcerato e ripetutamente torturato, ma non fu considerato sufficientemente eretico per essere bruciato.
Era il 1576.
Luis De Leon nelle sue lezioni parlava del Nuovo
Mondo, e parlava di coloro che abitavano in quei luoghi come esseri umani.
Parlava anche degli abitanti di Hispaniola (oggi suddivisa tra Haiti e Santo Domingo), diceva che erano uomini proprio come gli spagnoli.
Gli abitanti di Hispaniola furono assai meno fortunati delle popolazioni indiane delle aride zone dell’alta California e del Nevada, che vissero indisturbati fin oltre la metà del secolo scorso.
Scrisse Joseph Ives nel 1857, allorché la sua spedizione raggiunse il Grand Canyon: “La regione è totalmente priva di interesse; ci sono solo alcuni gruppi di selvaggi; una volta arrivati, l’unica cosa da fare è andarsene. Il gruppo di bianchi da me guidato è stato il primo, e certamente l’ultimo, a visitare questa località priva di qualsiasi utilità”. Per quei gruppi di selvaggi queste parole furono la salvezza. Per qualche decennio.
Hispaniola fu invece ritenuta subito interessante dai suoi primi visitatori. Così i suoi abitanti, circa centomila nel 1492 al momento dell’invasione spagnola, divennero duecento appena ottanta anni dopo.
Erano stati distrutti dalle malattie e dalle sevizie subite; ma forse ancor di più dal disgusto per quella civiltà rappresentata ai loro occhi dall’unione di conquistadores e di preti, di potere militare e poliziesco e potere religioso. È stato per entrambi i poteri un abbinamento di enorme successo, e solo da pochi secoli la Chiesa cattolica vi ha rinunciato, qui in Europa. Non vi ha invece mai rinunciato in America Latina: ne sono stati conferma e simbolo in un recente passato l’immondo pubblico incontro in Vaticano tra Woytila e Pinochet.
Mentre gli abitanti delle terre invase morivano, i colonizzatori inviavano commissioni di inchiesta per indagare sulla loro natura.
Erano uomini, o creature diaboliche?
I monaci spagnoli dell’ordine di San Gerolamo furono incaricati di effettuare un vero e proprio sondaggio, inviando un questionario ai coloni per sapere se essi li considerassero uomini.
Tutte le risposte furono negative.
Non erano uomini – secondo gli intervistati – “perché sfuggono gli Spagnoli, perché vanno in giro nudi, perché rifiutano di lavorare senza compenso, perché non hanno la barba, perché tagliano la barba quando cresce, perché regalano i loro beni agli amici, perché non scacciano i compagni a cui gli Spagnoli per punizione hanno tagliato le orecchie”.
Naturalmente, i monaci spagnoli dell’ordine di San Gerolamo non intervistarono Luis de Leon.
Così, per l’opinione pubblica europea del tempo, sapientemente orchestrata, costruita e alimentata dal potere politico, ecclesiastico e militare, questo era e doveva rimanere il Nuovo Mondo: popolato non da uomini, ma da mostri e da creature fantastiche, nemiche e diaboliche.
Alcuni hanno cercato di opporsi e di combattere queste menzogne e di svelarne i disegni di dominio e di sfruttamento.
Basta pensare alla Tempesta, composta da Shakespeare alcuni decenni dopo che Luis de Leon aveva ripreso le sue lezioni, ove l’atteggiamento dominante viene irriso e capovolto: Miranda, che da sempre vive con il padre Prospero in un’isola popolata solo da mostri e da creature fantastiche, reagisce con incontenibile stupore alla vista…. di un essere umano uguale a lei, con l’istintiva esclamazione (resa poi famosa da Huxley): “O Brave New World!”.

Da: CLAUDE LEVY STRAUSS, Tristes Tropiques, 1960; HENRY KAMEN, The Spanish Inquisition: A historical revision, Yale Uni Press 1998; STEPHEN J. PYNE, How the Canyon became Grand: A Short History, Viking 1998).

Tre poesie di Wislava Szymborska

La nuova stella

Hanno scoperto una nuova stella.
Ma non è che qui ci sia più luce di prima.
E prima di questa stella
non se ne sentiva la mancanza.
La stella è grande e lontana,
così lontana che sembra assai piccola,
più piccola di altre stelle
che in realtà sono molto più piccole di lei.

L’età   della   stella,  la   sua   massa,  la posizione
sono  state  l’argomento  per  una  tesi  di dottorato
e per un piccolo rinfresco:
c’erano  l’astronomo,  sua  moglie,  parenti, colleghi,
il   rettore   dell’università,   il ministro dell’educazione;
l’atmosfera era rilassata,
gli abiti informali
si parlava soprattutto di politica locale
si masticavano noccioline
bevendo l’aperitivo.

È una stella davvero magnifica,
ma senza conseguenze
sul tempo, sulla moda, sul governo,
sulla crisi in borsa e la crisi dei valori.
Non ha conseguenze neppure
Sull’industria pesante,
sulle trattative sindacali,
sulla globalizzazione.

È una stella in più
Per i giorni contati della vita.

Una stella nuova.
Mostrami dov’è.
Tra il bordo di quella nuvoletta grigia
e quel rametto d’acacia, sulla sinistra.
– Ah, eccola.

Un’altra guerra

Dopo ogni guerra
c’è chi deve pulire,
rimettere in ordine.
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade,
c’è chi deve trascinare travi
per puntellare muri
c’è chi deve mettere i vetri alle finestre.
Ci vogliono anni.
Nel frattempo, gli altri sono già ripartiti
per un’altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti,
le stazioni, gli stadi,
cogliere l’occasione
perche’ tutto sembri più bello di prima.
C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta annuendo.
Ma presto ci sarà chi si annoia.
Chi sapeva di che si trattava
fa lentamente posto a quelli
che ne sanno poco.
Poi a quelli che non ne sanno nulla.
Sull’erba che ha sepolto le cause e gli effetti
c’è chi sta disteso
con una spiga tra i denti
e fissa le nuvole.
Poi ci sarà un’altra guerra.

La moglie di Lot

Ho guardato indietro, è vero.
Dicono per curiosità.
Non pensano neppure che potessi avere altri motivi:
il rimpianto di una coppa d’argento
lasciata nella mia casa di Sodoma.
La voglia di non vedere più il mio probo marito
che mi camminava davanti.
La voglia di verificare se si sarebbe fermato,
qualora fossi morta (non si fermò).
La disubbidienza degli umili.
La speranza che Dio ci avesse ripensato,
e non facesse morire migliaia di innocenti.
La solitudine e la vergogna di fuggire così di nascosto.
Ma forse fu solo un colpo di vento
che mi sciolse i capelli
e che istintivamente mi fece girare la testa.
È possibile che io sia caduta, e poi divenuta di sale
con il viso rivolto alla città.

Da WISLAVA SZYMBORSKA. La prima poesia è tratta dalla raccolta Gente sul ponte; la seconda da La fine e l’inizio; la terza da Grande numero.

Voglio bene anche a loro

“Andiamo a dare un’occhiata a tombe di due o tremila anni fa” disse il padre “Tombe etrusche”.
“Papà” domandò la piccola Giannina “perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle nuove?”
“Si capisce” rispose il padre “I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti; è come se non fossero mai vissuti, e come se siano stati sempre morti”.
“Adesso che dici così” disse Giannina dopo qualche istante “mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri”.

Da GIORGIO BASSANI, Il giardino dei Finzi-Contini, in Opere, Mondadori 1998.

Crediti

Anche in questo quattordicesimo volume dei Testi Infedeli, come in tutti i volumi precedenti, i pezzi sono stati liberamente e infedelmente tradotti dall’originale.
Il volume è stato stampato nel dicembre del 1998 in duecento copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

N. 15 estate 1999

Le ragioni umanitarie

“Profondamente sensibili al dovere solenne di promuovere il benessere dell’umanità, persuasi che è giunto il tempo di rinunciare alla guerra come strumento di politica nazionale, convinti che tutti i cambiamenti nelle relazioni internazionali debbano avvenire con mezzi pacifici” sessantacinque Stati aderiscono al patto Briand-Kellogg (del quale la citazione iniziale costituisce il preambolo) che abolisce solennemente il ricorso alla guerra come strumento per dirimere conflitti internazionali.
È l’anno 1929. Tra gli Stati aderenti figurano la Germania, l’Italia e il Giappone. Il patto non segna, come tutti sanno, la fine della guerra come strumento offensivo; segna però il fiorire delle aggressioni militari giustificate da ragioni umanitarie (ritenute compatibili con gli scopi del patto).
Ecco i tre episodi più noti.

L’intervento militare del Giappone in Manciuria nel 1931, rivolto secondo gli aggressori giapponesi  a tutelare i diritti umani degli abitanti, violati dai Cinesi e la successiva costituzione nel 1932 dello Stato fantoccio del Manchukuo.
L’intervento militare dell’Italia in Etiopia nel 1936 (con ampio uso di armi chimiche e di gas), rivolto secondo gli aggressori italiani a liberare un popolo ridotto in schiavitù dai suoi governanti per immetterlo nella civiltà occidentale.
L’intervento militare della Germania nazista in Cecoslovacchia nel marzo del 1939, rivolto secondo gli aggressori tedeschi a tutelare i diritti etnici del popolo tedesco e del popolo boemo e finalizzato a realizzare i diritti umani fondamentali degli abitanti del paese. L’intervento segue di qualche mese lo smembramento della Cecoslovacchia, attuato mediante la  costituzione di due Stati (fittiziamente) indipendenti: la Slovacchia e la Rutenia (quest’ultima con il pomposo nome di Repubblica Carpato-Ucraina riesce a battere ogni record nella scala del decadimento degli Stati, durando poco meno di 24 ore: viene infatti subito invasa e annessa dall’Ungheria, naturalmente con l’assenso tedesco), e precede di pochi giorni la costituzione del famigerato Protettorato di Boemia e Moravia.

*

Osserva Louis Henkin, uno dei più importanti esperti di diritto internazionale, che “Ogni argomentazione tendente a erodere la proibizione dell’uso della guerra e a giustificare interventi militari a livello internazionale, al di fuori dei casi espressamente previsti dal diritto internazionale e dai trattati, deve essere considerata pericolosa. In particolare, estremamente pericolosa deve essere considerata la tesi che vuole consentire interventi militari in paesi sovrani, giustificati da ragioni umanitarie. La violazione dei diritti umani costituisce un dato di fatto assai comune; se fosse lecito da parte di uno Stato o di un gruppo di Stati aggredirne un altro allo scopo di tutelare tali diritti, sarebbe praticamente impossibile impedire l’uso della forza da parte di qualsiasi Stato nei confronti di qualsiasi altro Stato. I diritti umani debbono essere tutelati con mezzi diversi dall’aggressione militare, se si vogliono conservare gli attuali principi che governano il diritto internazionale”.
Non bisogna poi dimenticare che una delle caratteristiche fondamentali delle aggressioni militari per ragioni umanitarie è quella che lo spirito umanitario anima invariabilmente Stati militarmente e economicamente potenti, mentre destinatari dell’intervento umanitario sono sempre Stati militarmente e economicamente deboli.
Questo può significare che la mancanza di umanità è propria solo degli Stati poveri e che, viceversa, solo gli Stati ricchi che molto investono in armi e in apparati bellici sono non solo genuinamente umanitari, ma per di più animati da un incontenibile spirito solidaristico, che porta ad affrontare spese enormi in nome di principi di fratellanza.
Oppure può significare che gli Stati ricchi e potenti usano il pretesto delle ragioni umanitarie per fare guerre non consentite dal diritto internazionale, quasi sempre vietate dalle normative costituzionali dei singoli Stati, e comunque non giustificabili di fronte all’opinione pubblica interna.

*

Ecco l’elenco dei paesi che hanno subito aggressioni militari e bombardamenti dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Sono ventidue casi in cui gli Stati Uniti (e in talune occasioni i suoi alleati) hanno violato il diritto internazionale vigente. Molte volte, per ragioni umanitarie.

Cina 1945-46
Corea 1950-53
Cina 1950-53
Guatemala 1954
Indonesia 1958-60
Cuba 1959-60
Guatemala 1960
Congo 1964
Perù 1965
Vietnam 1961-73
Laos 1964-73
Guatemala 1967-69
Cambogia 1969-70
El Salvador 1980
Nicaragua 1980
Grenada 1983
Libia 1986
Panama 1989
Iraq 1991-99
Sudan 1998
Afghanistan 1998

*

Che Milosevic e la Serbia siano il reale obiettivo dell’attuale aggressione bellica e che gli scopi siano quelli umanitari dichiarati sono affermazioni che hanno lo stesso livello di credibilità delle stimmate di Padre Pio (e delle stimmate dei suoi circa trecento predecessori).
Ecco altri tre obiettivi che rendono più comprensibile (anche se meno umanitaria) l’aggressione:

affermazione della NATO come organizzazione militare indipendente e autonoma, formalmente espressione di una pluralità di Stati, sostanzialmente braccio armato degli Stati Uniti;

occupazione e colonizzazione dell’intera area balcanica da parte delle potenze europee e degli Stati Uniti: la Bosnia è ormai stabilmente amministrata da forze di occupazione, l’Albania è ormai solo formalmente indipendente, Montenegro e Macedonia sono velocemente avviate a divenire protettorati a sovranità limitata;

avvio della spartizione della Confederazione russa. Come è accaduto per l’impero ottomano, le grandi manovre per la spartizione cominciano rosicchiando l’impero ai suoi margini e delegittimandolo all’esterno presso gli Stati protetti o amici e all’interno presso tutti i popoli che ne facevano parte.

Poi, è solo questione di tempo: per ridurre l’impero ottomano all’attuale Turchia, sono serviti quasi cento anni.

Per fonti e riferimenti: L’elenco delle aggressioni militari degli Stati Uniti è di WILLIAM BLUM, pubblicato in ZNET; NOAM CHOMSKY, The Current Bombing: Behind the Rhetoric, pure in ZNET; LOUIS HENKIN, Refugees and their Human Rights. Foreign and Comparative Law, in Fordham International Law Journal Online 1994; OGATA, SADAKO N., Defiance in Manchuria: the Making of the Japanese Foreign Policy, Berkeley 1964.

Cinque poesie e un racconto di Dorothy Parker

Un nuovo amore

Ed ecco qui alla mia porta un altro;
ed ecco i fiori nelle mie mani.
Mi siedo e guardo verso il pavimento.
Non avrò davvero niente da obiettare
Se se ne va verso un’altra porta.
E neppure se rimane.

Coincidenze sfortunate

Nel momento in cui tu giuri che sei sua
Tremando e singhiozzando,
e lui afferma che il suo amore è eterno
cara amica, tieni presente questo:
uno di voi due sta mentendo.

Separazione

Cerca pure, mio amato, la tua nuova strada;
non mi lascerai nella disperazione.
Finché io posso tenermi il passato
Vai a prenderti il tuo dannato futuro.

Canzone di guerra

Soldato, nella strana terra
Al di là del mare sconfinato
Raccogli pure il suo sorriso e tienile la mano:
non sentirti colpevole con me.
Poi, quando mai i soldati sono stati fedeli?
Se lei è bella e dolce e allegra,
ti auguro di farcela,
e di non dormire da solo.
Solo, ricordati
quando di notte le parlerai
Tra il sonno e la veglia
Chiamala con il mio nome.

Penelope

Nei percorsi del sole
Sulle soglie del vento
Dove terra e mare si uniscono
Lui cavalca le acque argentate
E fende le onde tumultuose.
Io me ne sto a casa e filo;
mi alzo impaurita
quando sento qualcuno che si avvicina;
faccio il tè, avvolgo la lana,
inamido le lenzuola per la notte.
Per tutti, valoroso  sarà lui.

La telefonata

Ti prego, Dio, fa che telefoni adesso. Gesù caro, non ti chiederò null’altro, davvero. E non ti sto poi chiedendo molto. E per te è davvero uno sforzo piccolo piccolo, accontentare questo mio desiderio. Ti prego. Ti prego. Se non ci penso, magari il telefono suona. Talvolta funziona così. Dovrei pensare a qualcosa d’altro.
Potrei contare fino a cinquecento. Lentamente. Senza imbrogliare. Anzi, se telefona prima che sia arrivata a trecento, non rispondo. Uno, due, tre, quattro….Cinquanta. Ma insomma, perché non telefona? Questa è l’ultima volta che guardo l’orologio. Poi non lo guardo più. Aveva detto che mi avrebbe chiamata alle cinque. “Ti chiamerò alle cinque, cara”. È qui che mi ha chiamata cara, ne sono quasi sicura. So per certo che mi ha chiamato cara due volte, e l’altra è stato quando se ne è andato. “Ciao, cara”. Non può aver pensato che io dovevo telefonargli. So che non sta bene, e agli uomini poi non piace. Se lo fai, si rendono conto che tu stai pensando a loro, e questo li irrita. Ma lui, non aveva bisogno di dirmi che mi avrebbe telefonato. Io certo non lo ho chiesto. Davvero.
Sarò più buona, Dio, se fai sì che telefoni. Ti sembra una cosa da niente, mio Dio, quello che ti chiedo? Certo, tu stai seduto lì in cielo, bianco e vecchio, con gli angeli e le stelle tutt’intorno. E io arrivo chiedendoti una telefonata. Non ridere, ti prego. Tu non sai come mi sento male. Per forza, tu sei intoccabile, sul tuo trono, nessuno può farti del male. E io sto male, davvero male. Non vuoi aiutarmi? In nome di tuo figlio, lo hai detto tu che avresti fatto qualsiasi cosa ti fosse richiesta in nome suo.
Devo smettere. Non posso andare avanti così. Supponiamo che un uomo dica ad una donna che la chiamerà al telefono, e poi qualcosa accade, e lui non telefona. Non è così grave. Probabilmente succede continuamente nel mondo. Ma a me non importa nulla di quel che succede nel mondo. Adesso metto l’orologio nell’altra stanza.
Se non guardo l’orologio, sicuramente mi telefona. Sarò dolcissima con lui, quando mi chiama. Anche se dice che non vuole vedermi questa sera, gli dirò “Va bene, non fa niente”. Certo, devo piacergli almeno un poco, se no non mi avrebbe chiamato cara ben due volte. Insomma, Dio, se ricevo la telefonata, giuro che non ti chiederò mai più niente. Ma forse mi stai punendo, perché mi sono comportata male? Se non mi chiama, saprò che Dio è irritato con me. Adesso conto fino a cinquecento e se non mi chiama, saprò che Dio non mi aiuterà mai più…

Da DOROTHY PARKER. Le prime tre poesie sono tratte da Enough Rope 1927; Canzone di guerra da War Songs 1944; Penelope da Sunset Gun 1928. La Telefonata da The Portable Dorothy Parker, Viking 1944.

Due scritti di Levi-Strauss

I

Montaigne ha detto che la vecchiaia ci riduce ogni giorno che passa; così, quando la morte sopraggiunge, non si porta via che un mezzo uomo, o un quarto di uomo. Montaigne è morto però a cinquantanove anni: sicuramente non ha potuto avere né esperienza né idea dell’estrema vecchiezza in cui io ora mi trovo. Ora, a quest’età che non avrei mai pensato di raggiungere e che costituisce una delle sorprese più curiose di tutta la mia esistenza, ho la sensazione di essere come un ologramma spezzato.
L’ologramma non possiede più la sua unità; ciononostante, come in tutti gli ologrammi, ciascuna parte residua conserva una immagine del tutto.
Così oggi c’è per me un io reale che non è più che la metà o un quarto di un uomo, come diceva Montaigne; ma c’è anche un io virtuale, che conserva ancora viva un’idea del tutto. L’io virtuale prepara un progetto di libro, comincia a organizzarne i capitoli e dice all’io reale: “Adesso tocca a te”. E l’io reale, che non è assolutamente in grado di continuare, risponde “Non ci penso nemmeno. È affar tuo. Sei tu soltanto che ancora percepisci la mia totalità”.
La mia vita oggi si svolge con questo strano, continuo battibecco tra i miei due io.
Ma devo ringraziarvi, perché, grazie alla vostra presenza e alla vostra amicizia, per qualche istante oggi avete fatto cessare questo dialogo, e avete permesso ai miei due io di coincidere di nuovo. So bene che il mio io reale continuerà a sciogliersi fino alla fine, ma vi sono riconoscente per avermi teso la mano e avermi dato la sensazione di poter fermare il tempo.

II

Capisco la passione, la follia, l’inganno dei racconti di viaggio. Danno l’illusione di cose che non esistono più e che tuttavia dovrebbero esistere ancora per farci sfuggire alla desolante sensazione che ventimila anni di storia sono andati perduti. Ma non c’è più nulla da fare. La civiltà è stata un fragile fiore che ha dovuto svilupparsi faticosamente in angoli riparati, in terreni ricchi di specie vegetali selvatiche che permettevano di variare e rinvigorire le sementi. Ora non più. L’umanità è cristallizzata nella monocoltura e produce civiltà uniforme in massa. La sua mensa offrirà per sempre ormai solo questa vivanda.
Un tempo si rischiava la vita per conquistare beni che oggi appaiono privi di valore: legna da bruciare in Brasile (da cui il nome), pepe, così prezioso che veniva conservato in bomboniere e masticato a grani, stoffe, e altro ancora.
Erano beni che producevano scosse visive o olfattive, gioioso calore per gli occhi, bruciore squisito per la lingua, che aggiungevano nuovi registri alla gamma sensoriale di una civiltà  che non si era resa ancora conto della sua scipitezza.
Oggi i viaggiatori riportano da quelle terre resoconti scritti e fotografici: spezie morali di cui la nostra società abbisogna per non essere sommersa dalla propria crudeltà, dalla propria insensibilità, o dalla noia.

Il primo pezzo è il discorso di Claude Lévi-Strauss agli amici al Collège de France il 25 gennaio 1999, in occasione del festeggiamento per il suo novantesimo compleanno. Ho ricevuto il testo del discorso da Pasquale Pasquino.
Il secondo pezzo è tratto da Tristes Tropiques, Librairie Plon, Parigi 1955.

Due poesie di Alex Fleites

Basta con Leibniz

Se vi siete finalmente
Resi conto
Che questo non è
Il migliore dei mondi possibili,
Mettetevi subito alla ricerca
del migliore
dei mondi impossibili.

Attenzione: Inverno

La Prefettura ha comunicato
che fra sette giorni all’alba
comincerà l’inverno.
Tutti,
donne e uomini,
anche se extracomunitari,
dovranno rispettare
le seguenti istruzioni.
Prima di tutto,
non lasciare il cuore esposto alle intemperie.
Poi, camminare a passo lesto
verso il sole nascente.
Soprattutto, ricordarsi
che l’inverno è transitorio.
Bisogna avere fiducia:
durerà lo stretto necessario
La fine dell’inverno sarà tempestivamente comunicata.

Da ALEX FLEITES, Poesie, Habana 1995.

Il tempo e l’amore

Un quadro di Van Dick conservato a Parigi nel museo Jacquemart-André raffigura un vecchio e un bambino. Entrambi hanno le ali.
Il vecchio trattiene il bambino sulle ginocchia e gli taglia le ali.
Secondo l’interpretazione corrente, il vecchio è il tempo, il bambino è l’amore. Quindi, il tempo sconfigge l’amore.
Le sconfitte dell’amore ad opera dei soggetti più vari sono un tema ricorrente delle arti figurative dell’epoca di Van Dick e del secolo successivo. Victor Hugo racconta ne I Miserabili che una vecchia suora ospitata nel convento di Picpus custodiva gelosamente tra i propri effetti personali un vecchio piatto di Faenza che rappresentava degli amorini fuggitivi, inseguiti da infermieri con enormi siringhe. Amore sconfitto dalle coliche è il titolo dell’opera.
L’interpretazione generalmente offerta del quadro di Van Dick si basa però su una distorsione mitologica: Eros è stato sempre descritto e rappresentato come un paffuto bambino dotato di ali (quasi sempre due, ma talvolta quattro) che vola qua e là: la giovinezza rappresenta la giocosità e lo slancio, le ali rappresentano l’imprevedibilità (proprio per segnalare quest’ultima caratteristica, anche la Fortuna  e la Vittoria nella tradizione classica e mitologica sono fornite di ali).
Non ha mai invece le ali il tempo: Cronos è un voluminoso signore di mezz’età che, ben seduto, crea e divora i suoi figli.
Questo perché il tempo non è imprevedibile. Anzi, è il contrario dell’imprevedibilità.
Sia che si addotti una visione eraclitea del tempo come movimento, sia che si scelga l’impostazione parmenidiana della staticità dell’essere, il tempo è, nel pensiero mitologico greco, l’eternità che in un incessante movimento ciclico si riproduce e divora sé stessa e tutto ciò che nasce dentro di sé, che si nutre macinando incessantemente ciò che produce: la massiccia stabilità e la voracità di Cronos ne sono appunto il miglior simbolo.
Il detto tempus fugit non esprime infatti la velocità del Tempo, ma la velocità della vita umana rispetto all’immobilità e alla eternità del Tempo dentro la quale essa è immersa.
A un certo punto però il Tempo comincia davvero a fuggire.
Molto più tardi, quando l’uomo non è più concepito come immerso in un cosmo di cui è una componente importante ma non essenziale, ma come il centro e il fine dell’universo, la durata della vita umana diviene il metro della percezione dell’universo.
Il tempo dell’uomo si separa per sempre dal Tempo ciclico e immutabile, l’eternità si sposta oltre i confini del tempo umano, con le varie invenzioni di inferni e paradisi (il limbo, con tutto il suo ingombrante contenuto di neonati non battezzati sembra sia stato un’allucinazione durata qualche secolo: si è recentemente deciso che non esiste), premi e punizioni che ciò comporta.
È solo in quel momento che al tempo spuntano le ali, ed è solo in quel momento che il tempo assume come connotazione raffigurativa (e punitiva) la vecchiaia.
Solo in quel momento il tempo, divenuto unilineare e non più ciclico, non divora più i suoi figli, ma viene dotato di una falce (riprendendo in parte l’episodio mitologico secondo cui con un falcetto Cronos avrebbe evirato il padre Urano).
Il quadro di Van Dick sembra collocarsi all’interno di questa concezione.
Così  il quadro vuole dirci, secondo l’interpretazione corrente, che quando si invecchia scompare l’amore, la possibilità e la capacità di amare, la capacità di essere imprevedibili.
Ma il quadro può esprimere un altro ben diverso messaggio, e cioè che qualsiasi amore invecchia si consuma e si affloscia con il passare del tempo: non esistono, ci dice Van Dick, la fedeltà e la costanza.
Entrambe queste interpretazioni sono possibili. Naturalmente, se il vecchio rappresenta davvero il tempo.
E se invece non solo il giovane, ma anche il vecchio rappresentasse l’amore, in diverse fasi del suo sviluppo? Il quadro raffigurerebbe la costanza dell’amore che, con il passare del tempo, prevale sulla imprevedibilità e ne distrugge il simbolo, le ali.
Potrebbe essere un elogio della fedeltà.

Da VICTOR BARENREITER, Kunst, Deutung und Darstellung, Varsavia 1954.

Mitteleuropa: Mukachevo

Il vecchio: Sono nato nell’Impero austroungarico, sono stato a scuola in Cecoslovacchia, mi sono sposato in Ungheria, poi ho lavorato nell’Unione Sovietica, ora vivo in Ucraina.
Il giovane: Ha davvero viaggiato molto, signore.
Il vecchio: Viaggiato? Non mi sono mai mosso da Mukachevo, il mio paese.

Crediti

Questo quindicesimo volume dei testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 1999 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Il volume non sarà inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.