N. 12 inverno 1997

Parole infedeli

“Ritornando, racccolse dei fiori per la tavola da pranzo. Si chiese se nel cassetto ci fosse un cavatappi; alla peggio, si poteva romper il collo della bottiglia, come nei western. Entro’ in casa, penso’ quale prova della propria sanita’ mentale avrebbe potuto fornire salvo il fatto di essersi sempre rifiutato di andare da uno psicanalista. Poi penso’ che avrebbe potuto smettere di scrivere lettere. Poso’ il cappello e i fiori sul pianoforte, ando’ nel suo studio con la bottiglia di vino in una mano come fosse una clave, si sdraio’ sul divano. E comprese che da quel momento in poi non aveva piu’ messaggi per nessuno. Nulla. Neppure una parola”.
Pressappoco cosi’ finisce la storia di Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere su lettere sugli argomenti piu’ vari raccontando la sua ira, le sue angosce, le sue proteste con sfoghi talvolta appassionati, talvolta meditativi, talvolta indignati, Scrive lettere ai suoi amici, ai giornali, agli uomini politici, al presidente. L scrive, ma non le spedisce: sono parole rivolte a persone che mai leggeranno perche’ mai l riceveranno.
Herzog vuole confronti, assistenza, dissenso, in una parola vuole aiuto, ma nello stesso tempo vuole essere sicuro di non riceverlo, e ne impedisce l’eventualita’ alla radice, non inviando il messaggio. Vuole, o finge di voler un dialogo, ma in realta’ compone un lungo interminabile monologo.
La protesta effimera di Herzog e’ nel contenuto delle sue lettere, ma la vera e duratura protesta – muta e solenne – e’ nella scelta di non spedirle, e’ nell’uso della parola non come veicolo di comunicazione, ma come segno di rifiuto.
“Quando le citta’ che canto saranno ridotte in cenere, quando gli uomini di cui scrivo le gesta saranno scomparsi, le mie parole resteranno”, diceva orgogliosamente Pindaro: era convinto che il marmo si sgretola, il bronzo – come i computer e le memorie fisse – si corrode, gli esseri viventi scompaiono, le passioni si spengono, ma le parole scritte rimangono e sopravvivono a quelli che le hanno pensate.
Anche Flubert era convinto che Madame Bovary sarebbe vissuta per sempre, e si indignava per il paradosso che voleva eterna la sua creatura inesistente, mentre il suo creatore sarebbe dovuto morire in pochi anni.
Herzog capisce che Pindaro e Madame Bovary sopravvivono, ma soltanto se qualcuno non solo li legge, ma e’ in grado di comprenderli e di compenetrarsi in cio’ che essi esprimono. Lo capisce, tardi, anche Dubin, lo scrittore di biografie creato da Malamud che, a un certo punto si accroge di “aver rinunciato alla propria vita per scrivere la vita degli altri”.
Ma Herzog capisce qualcosa di piu’: capisce che le parole si possono dosperdere come fa lui o vendere come fa Dubin, ma pur sempre la loro vita e’ affidata al caso, alla esistenza di un altro essere umano che le ascolti, le legga, le comprenda.
Proprio per questo la scelta finale del silenzio e’, per Herzog, non una rinuncia, ma una vittoria e una liberazione dalla dipendenza dal pensiero di poter dialogare e di dover comunicare: e’ la scoperta della capacita’ di liberarsi della tenaglia della sindrome di Pindaro e del paradosso di Flaubert.

Nulla. Neppure una parola.
Avrebbe potuto essere la conclusione anche della lunga lettera che Lord Chandos – il personaggio creato da Hoffmanstahl – scrive al suo maestro Francesco Bacone per dirgli che si e’ accorto all’improvviso che le parole non gli servono piu’ per conoscere e per spiegare la realta’: “Tutto si frammentava in parti” scrive Chandos – ” e le parti in particelle piu’ piccole, e nulla piu’ si lasciava avvolgere da un concetto. Le singole parole fluttavano intorno a me; si trasformavano in occhi che mi fissavano e nei quali io dovevo riuscire a fissare lo sguardo. Vortici sono, che mi fanno perdere l’equilibrio a guardarli, che si agitano senza sosta, e oltre i quali, se si attraversano, si finisce nel vuoto”. C’e’ una lingua in cui potrebbe forse scrivere e pensare, “ma e’ una lingua della quale non conosco ancora una sola parola, una lingua nella quale si rivolgono a me le cose mute”.
Poco piu’ di cinquanta anni separano il racconto di Bellow da quello di Hoffmanstahl. Ma e’ quasi un’era geologica, che misura la densita’ di questi cinquanta anni del nostro secolo. Infatti quel che per Herzog e’ trionfo e liberazione, per Chandos e’ rinuncia e disperazione. Cio’ che per Herzog e’ scoperta di un futuro, per Chandos e’ orrore, e’ riflusso verso il passato.
Il rifiuto di Chandos e la sua decisione della impossibilita’ di spiegare la realta’ con le parole e con l’intelletto esprimono la pesante rinuncia dell’allievo all’insegnamento di Bacone secondo il quale attraverso le arti e le scienze l’uomo puo’ diventare signore della natura e recuperare il Paradiso Terrestre: “Quello che il peccato originale ha sciupato, la scienza potra; riparare: recuperiamo il diritto che originariamente Dio ci ha dato”., diceva Bacone.
E’ qualcosa che sembra ovvio, eppure si contrappone ad una tradizione cristiana (che muove soprattutto da Sant’ Agostino e che domina, per esempio, la cultura spagnola del XVI e XVII secolo) secondo cui la Natura e’, come l’uomo, creazione della imperscrutabile volonta’ di Dio e quindi intoccabile e immodificabile (anche se, ammette Malebranche, i fiumi e i mari sarebbero migliori se avessero forme piu’ regolari); si riaggancia alla visione di Calivino secondo cui Dio ha fatto il mondo in sei giorni e non in uno solo per dimostrare all’uomo che tutto era fatto per lui; si riaggancia all’insegnamento, ben piu’ crudele e devastante, di Cartesio secondo il quale ogni cosa anche vivente, escluso l’uomo, e’ una macchina e gli uomini possono manipolarla senza scrupoli.
E’ da Bacone, e’ da questo filone del cristianesimo (ma anche per gli Ebrei mantenere il patto con Jahve significava rinunciare alla promessa delle religioni orientali, e cioe’ l’armoniosa integrazione dell’uomo con la natura, osservava Henry Frankfort) che sorgono la rivoluzione industriale, Smith e Marx, il capitalismo e la borghesia, la devastazione e, in generale, l’occupazione del mondo da parte dell’Occidente cristiano. E’ questo mondo che Chandos istintivamente rifiuta, presagendo dove portano le parole, dove porta la ricerca della conoscenza e della spiegazione della realta’, dove porta il domino della Natura con la Parola.
Chandos si ferma di fronte a una realta’ sconosciuta. Ma si ferma anche, terrorizzato, perche’ intravede gli oscuri orizzonti di quella realta’ che la parola sli permette di conoscere, e verso i quali il suo maestro Bacone vuole dirigersi. Quella davanti a cui Chandos si ferma e dalla quale rifugge e’ lanostra realta’.
Questa seicentesca contrapposizione tra Chandos e Bacone e’, per Hoofmanstahl, estremamente attuale: e’ l’emblema della contrapposizione che si verifica nel suo tempo, all’inizio del nostro secolo, tra i valori di una societa’ absburgica, nella quale la borghesia e’ ancora legata alla terra, alla monarchia universale e multietnica, a tradizoini logorate e tuttavia presenti di tolleranza e di comprensione, e la nuova realta’ emergente, da cui quei valori verranno in breve tempo sgretolati e sostituiti dall’autoritarismo, dal nazionalismo, dal fanatismo.
Due silenzi uguali, quelli di Herzog e di Chandos, eppure carichi di significati incommensurabilmente diversi. E’ l’ambigua vicenda del silenzio, lo sanno i giuristi che a questo fenomeno, al suo significato,al suo valore espressivo hanno dedicato volumi e volumi. Ma i giuristi sanno anche che le parole impegnano, le parole legano: sono il veicolo dell’accordo, del contratto, della legge, dell’obbedienza, della gerarchia: “Sarai prigioniero delle tue parole” diceva l’Ecclesiaste.

Da (non nell’ordine): Bellow, Herzog, New York 1967; Hoffmanstahl, Ein Brief in Gesammelte Werke in Einzelausgaben, Stoccolma 1946; Magris, Prefazione a Lord Chandos, Rizzoli 1974, Pindaro, Opere, Loeb Classical Edition, Cambridge; Bacone, Novum Organum, Bari 1981; Malamud, Dubin’s Lifes, New York 1977; Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997; Frankfort, Kingship and the Gods, Chicago 1948.

Stefano Nespor

Tre poesie di Joseph Brodsky

Tramonto

Vorrei che tu fossi qui, amore
Vorrei che tu fossi qui.
Vorrei che tu fossi seduta qui,
vicino a me.
Tu col tuo fazzoletto
io con le mie lacrime,
Oppure il contrario.

Vorrei che tu fossi qui, nella mia auto,
e allora potrei inserire il cambio
e subioto ci ritroveremmo in una terra sconosciuta
o magari ci troveremmo di nuovo
li’, da dove siamo partiti.

Vorrei che costasse ancora qualche centesimo soltanto
farti una telefonata, come una volta,
quando eravamo vicini.
Vorrei che fossi qui,
da questa parte del mondo,
seduta con me sotto il portico
con in mano un bicchiere di birra.
E’ sera, il sole tramonta:
i ragazzi gridano,
i gabbiani lanciano il loro urlo.
A che serve dimenticare,
se tanto poi si muore?

Non è ancora musica non è piu’ rumore

In passato mi capitava di aspettare insieme ad altri
che cessasse la pioggia sotto il colonnato della Borsa.
Una volta anch’io sono stato felice.
Vivevo in mezzo agli angeli.
Cercavo i cavalli bianchi e i vampiri.
Attendevo, nascosto in un portone, una donna
che avrebbe dovuto scendere di corsa una scalinata.
Chissa’ dove, tutto questo
a un certo punto e’ svanito. Pero’
guardo fuori dalla finestra e scrivendo “dove”
non metto il punto interrogativo.
E’ settembre.
Davanti a me c’e’ un parco.
Un tuono lontano per un momento mi assorda.
Tra le foglie degli alberi vedo pere mature.
Oggi il mio udito lascia filtrare
solo ifruscio dell’aquazzone:
non e’ ancora musica, ma non e’ piu’ rumore.

Ulisse e Telemaco

Telemaco mio,
La guerra e’ finita.
Chi ha vinto – non lo ricordo piu’.
Dovrebbero essere stati i Greci.
E poi – troppo lunga e’ stata la strada verso casa:
era Poseidone che me le allungava.
Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
inospitale, ci sono, alla rinfusa, baracche, arbusti,
sassi, mostruosi giganti, maiali,
un parco abbandonato,
e anche una regina…. Caro Telemaco!
Tutte le isole si assomigliano,
tutto si assomiglia,
qunado viaggi cosi’ a lungo;
il cervello si offusca contando le onde,
lacrima l’occhio scrutando l’orizzonte,
e poi l’udito si assopisce
e neppure senti piu’ il canto delle sirene.

La guerra, non so neppure come e’ finita,
e quanti anni hai – neppure questo so.
Cresci e diventa grande, mio Telemaco,
solo gli dei sanno se ci vedremo ancora.
Ma ti e’ andata bene: senza di me
ti sei liberato del complesso di Edipo
e hai evitato molti incubi notturni.

Da Joseph Brodsky. La prima poesia e’ stata scritta in inglese, ed e’ stata pubblicata in So Forth, New York 1995; la seconda e la terza sono state scritte in russo, e
sono rispettivamente del 1968 e del 1972.

Echi dell’età del Jazz
I

Il bellissimo Ruggiero e’ ammalato dalla maga Alcina finche’ Bradamante non gli regala l’anello che discanta. E l’anello, racconta Ariosto, “in odio gli la pose, ancor che tanto l’amasse dianzi: e non vi paia strano, quando il suo amor per forza era di incanto, ch’essendovi l’anel, rimase vano”. Una storia simile e’ quella di Francis Scott Fitzgerald. Da ragazzo non ha nulla che lo protegga dai lacci di Alcina: ambisce di diventare sportivo per aver successo a scuola, vuole partecipare alla guerra perche’ cosi’ si ottiene lustro e riconoscimento sociale, vuole, naturalmente, diventare un grande scrittore. I balli, i bicchieri di liquore, i volti stereotipi e sorridenti dei party sono per lui attraenti e gioiosi; le luci della citta’ brillano piu’ fulgide delle stelle, New York e’ un castello incantato, la pubblicita’ un concerto di liuti, le canzonette canti di trovatori, Hollywood la rocca piu’ alta del castello fatato.
Appoggiatevi ai vostri principi: finiranno con il cedere; appoggiatevi alle vostre illusioni: finiranno con l’aprirsi sul vuoto.
Mentre la seduzione di Alcina in questa storia e’ tutta moderna, l’animo di Scott Fitzgerald/Ruggero e’ antico: e’ il personaggio della fiaba che si inoltra estasiato nella citta’ fatta di case di sole facciate e senza interno, e’ Fabrizio Del Dongo alla battaglia di Waterloo.
L’anello di Bradamante E’ il crollo di Zelda, la moglie amata con fervore esclusivo, quasi per impuntatura e con desiderio di umiliazione. Zelda si rivela malata, egoista, schizofrenica. Tutto cio’ che a lei si accompagna tutto cio’ che partecipa della sua essenza, crolla con lei. Crollano, soprattutto, la fantasmagoria della merce e il fascino dell’industria culturale, in cui Scott ha creduto come pochi.
Il paladino prigioniero di Alcina rientra nella societa’. Scott Fitzgerald, uscito dal castello incantato, non sa dove andare. Diventa scrittore, ma e’ un supplizio in solitudine e senza speranza. Le malattie e l’alcool sono in realta’ armi per un suicidio: la societa’ intera diventa lentamente il castello della maga, tutti i valori diventano abbagli. Cosi’ la bella Nicole, in Tenera e’ la notte, ha solo il fascino che la societa’ le consente di avere, e’ il prodotto di una macchina i cui congegni sono le ferrovie trascontinentali e i fumaioli delle fabbriche di gomma da masticare (che, come ricorda Horkheimer, alla pari della Coca-Cola non ha bisogno di una ideologia: e’ essa stessa ideologia).
Ma come vivere avendo scoperto la verita’?
L’esaltazione del conformismo nella quotidianeta’ non puo’ essere sufficiente per chi aveva esaltato il conformismo della fantasmagoria. Cosi’, Scott Fitzgerald preferi’ inconsciamente la morte. E di lui e’ rimasto un ricordo, quasi un culto, simile al culto che si nutre per i bei giovani sacrificati, eroe infantile stroncato dal troppo duro destino.

II

L’eta dell’jazz ebbe fine nel 1929, perche’ la fiducia totale degli Americani sul loro futuro, che ne era il sostegno principale, ricevette un enorme scossone e non ci volle molto tempo perche’ tutta la struttura crollasse.
Era iniziata dieci anni prima: i piu’ austeri cittadini della repubblica avevano appena ripreso fiato dalla Grande Guerra quando la generazione che era stata allora adolescente bruscamente li spinse da parte a spallate e si mise a danzare alle luci della ribalta.
Poi l’Eta’ del Jazz divenne sempre meno una cosa per giovani, come una festicciola per bambini continuata dai grandi, mentre i giovani organizzatori restavano stupiti e disorientati: i piu’ vecchi, stanchi di assistere alla baraonda, si lanciarono nella mischia.
Un intero paese si dichiarava per l’edonismo e per il piacere; il jazz marciava verso la rispettabilita’, passando dal significare prima sessualita’, poi danza, infine musica. Ma attorno al 1927 una nevrosi diffusa comincio’ a farsi evidente, segnalata, come un nervoso battere di piedi, dalla crescente popolarita’ dei cruciverba. Rammento un tale all’estero mentre apriva una lettera inviategli da un comune amico che lo invitava a tornare in patria e a recuperare le dure e stimolanti qualita’ del suolo natio. Era una lettrea energica, che ci fece un impressione profonda, finche’ non notammo sulla carta l’intestazione di una clinica psichiatrica della Pennsylvania.
Anche i miei coetanei avevano cominciato a scomparire nelle oscure fauci della violenza: un mio compagno di scuola uccise prima la moglie poi se’ stesso a Long Island, un altro si getto’ da un grattacielo a Philadelphia, un altro ancora precipito’ da un grattacielo a New York; uno fu ucciso in un bar di Chicago, un altro fu picchiato a sangue davanti al suo club a Princeton. Queste cose non accadevano durante la crisi, accadevano durante il boom.
Eppure, l’eta del jazz continuava impetuosa, dopo la sua gioventu’ scatenata: tutti avevano ancora voglia di un altro bicchiere. E tutti, a un certo punto, si trovarono alla pari sulla linea di partenza. Ma la corsa non ebbe luogo. L’orgia piu’ costosa della storia ebbe fine nel 1929.
Oggi, nel 1931, l’eta’ del jazz sembra cosi’ distante come i giorni dell’anteguerra. Oggi, ci si rende conto che per molti anni una parte di una nazione aveva vissuto con l’opulenza di granduchi e l’imprevidenza di ballerinette. Adesso, la cintura e’ stretta e l’orrore ci afferra nel ricordare la nostra gioventu’ sciupata: eppure, non sentiremo mai piu’ con tutta l’intensita si allora il nostro ambiente.

Il primo pezzo e’ tratto da Elemire Zolla, Prefazione a Francis Scott Fitzgerald, L’eta’ del jazz; il secondo e’ tratto da Francis Scott Fitzgerald, Echi dell’eta’ del jazz, in L’eta’ del jazz, Milano 1966 (il titolo originale e’ “The crack-up”).

Tre poesie di Costantino Kavafis

I barbari

Che aspettiamo, tutti insieme sulla piazza?
Stanno per arrivare i barbari

E perche’ il Senato non fa niente?
Perche’ i senatori non danno ordini?
Stanno per arrivare i barbari.
Loro daranno gli ordini, quando saranno qui.

E perche’ l’imperatore sta, solenne e incoronato
davanti alla porta della citta’?
Stanno per arrivare i barbari, e l’imperatore aspetta
il loro capo. Gli offrira’ doni e una pergamena.
Cosi’ sono i nostri capi, lo sai.

E perche’ i consoli sono usciti vestiti con la toga purpurea,
indossando i bracciali con ametiste e anelli con smeraldi?
Stanno per arrivare i barbari,
i consoli sperano di impressionarli.
Cosi’ sono i nostri difensori, lo sai.

E perche’ non ci sono gli oratori sulla piazza
a incoraggiare la gente, con i loro sapienti discorsi?
Se ne sono andati. Dicono che ai barbari
non interessano discorsi, retorica e arringhe.

E perche’, d’un tratto, questo smarrimento
e questa ansia tra la folla? Perche’ rapidamente la
piazza si svuota e tutti tornano tristi nelle loro case?
E’ giunta la notte, i barbari non sono venuti.
Non verranno piu’.

E adesso, senza i barbari, che ne sara’ di noi?

La fede in Dio

Quando si celebrarono le nozze di Teti e di Peleo,
alla mensa riccamente imbandita si levo’ Apollo,
e promise che il frutto della loro unione
non sarebbe mai stato sfiorato da malattie
e avrebbe avuto una vita lunga e senza affanni.
Si rallegro’ Teti, le parole di Apolle le parvero
una felice garanzia per il figlio.
Poi, tempo dopo, le dissero:
“Tuo figlio Achille e’ stato ucciso a Troia”.
Si dispero’ Teti, si strappo’ le vesti di porpora,
le sovvenne il passato e, fra i lamenti, domando’
dove era Apollo il profeta, dove era Apollo il Dio
che ai conviti diceva parole cosi’ belle,
dove era Apollo mentre le uccidevano il giovane figlio
Apollo era sceso a Troia
e con i troiani aveva ucciso Achille,
le dissero.

Amore eterno

Si amavano immensamente.
Non avrebbero voluto lasciarsi mai.
Eppure dovettero separarsi.
Molto si dolsero, per molto tempo si pensarono
e piansero.
Non si resero mai conto del capolavoro
compiuto dal Destino, separandoli
prima che si spegnesse il loro amore,
prima che li corrodesse il Tempo.
Si ricorderanno l’un l’altro belli e giovani.
Per il loro amore, gli anni non passeranno mai.

Da Costantino Kavafis, Poiemata. Le prime due poesie sono precedenti il 1911, la terza e’ del 1924. L’edizione italiana con testo a fronte e’ di Mondadori, 1991.

Collage

Mi sono perduto tante volte nel mare
con l’udito pieno di fiori appena recisi
con la bocca piena di amore e di agonia.
Vederti era ricordare la terra
forma pura chiusa all’avvenire: confine d’argento.
Vederti era comprendere l’ansia
della pioggia che cerca uno stelo.
Le tue labbra erano un’alba senza contorno.
Cercavo la tua mano.
Dammi il tuo guanto di luna,
il tuo guanto smarrito nell’erba.
Ballero’ a Vienna con te,
con una mashera fatta col fiume,
Lascero’ l’anima in fotografie
e nelle onde oscure del tuo passo
lascero’ il violino e il suono del valzer.
Tutto il resto passa.
Il resto e’ altro, e’ rossore senza nome,
e’ vento triste, mentre le foglie fuggono a sciami.
Ma i sentieri sono tutti impossibili,
anche se loi percorri di notte, con calma,
e vedi passare tristi e eterne carovane.
Questa storia e’ uno stagno dell’amore.
Questo stagno e’ un nodo del tempo.
Questo tempo e’ un sospiro nel grido.
Poi il vento ha chiuso la finestra
dietro i muri grigi si sente il pianto,
come un angelo che suona
mentre le lacrime mordono il vento.

Da Federico Garcia Lorca, Brani, frasi, parole e citazioni da (non nell’ordine) Gacela de la huida, Casida del llanto, Casida de la mujer tendida, Casida de la mano imposible in Poemas sueltos, Nocturno del hueco e Pequeno vals vienes in Poeta en Nueva York.

*

Una gallina è uno dei mezzi migliori per fare un uovo con un uovo.

Crediti

Questo dodicesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel dicembre del 1997 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Come sempre, tutti i testi sono stati liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti, anche se spesso è stato rispettato – magari parzialmente – il pensiero dell’autore.
Il volume non sarà inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.