N. 44 estate 2013

IN COPERTINA:

Guido Martinotti, olio su carta, matite e carboncino

 

RICORDO DI GUIDO

Eravamo insieme la sera del 12 dicembre 1969, alla manifestazione seguita alla strage di Piazza Fontana, subito convinti che la strage era di stato.

Eravamo insieme anche la sera del 13 maggio 1974 alla manifestazione per festeggiare l’esito negativo del referendum per abrogare la legge sul divorzio, convinti che fosse l’inizio della fine del regime DC. (Nel primo caso avevano ragione, nel secondo no).

Siamo stati insieme, con Eva e con tanti amici comuni, negli anni Settanta, durante tante sere passate tra via del Caravaggio e via San Barnaba (dove io allora vivevo con Claudia) e poi via via negli anni successivi, seguendo e commentando gli episodi che hanno caratterizzato la storia politica del paese o discutendo sui grandi eventi della politica internazionale, oppure di grandi e piccoli temi di sociologia e di politica urbana.

Infine, abbiamo avuto in comune la ricerca sulle bancarelle d’Italia dei saggi Einaudi con il dorso rosso pubblicati fino al 1943 con il numero progressivo in caratteri romani sul dorso (ora introvabili), scambiandoci i volumi doppi; e anche una stupenda Moto Guzzi.

A Guido questo numero è dedicato. Le segnalazioni sui libri da leggere sono questa volta a cura anche di alcuni suoi amici.

 

IN QUESTO NUMERO

Alla vicenda dei bambini cecoslovacchi salvati, nell’agosto del 1939, dai Winston Transports (di cui ho parlato nei testi infedeli dell’inverno 2009) segue, in questo numero, un’altra storia simile: il trasferimento di centinaia di bambini dalla Spagna al Messico alla conclusione della guerra civile, rimasti noti come los ninos de Morelia.

C’è ancora un testo dedicato allo sport: la storia di Alfonsina Strada. C’è anche un ritratto di uno dei personaggi più interessanti ed eretici nella prima generazione dei dirigenti sovietici: Anatolyi Lunaciarsky. Ne è autore Curzio Malaparte. C’è poi una canzone di John Lennon dedicata a Riccardo. Infine, c’è un pensiero su verità e infedeltà di Susan Sontag.

Per il consueto appuntamento con la poesia, ci sono opere di due poco noti autori spagnoli, Eloy Sànchez Rosillo e Miguel d’Ors; poi alcune poesie di Maria Liscio de Lauretis.

Le segnalazioni dei libri da leggere o da rileggere sono questa volta di Augusto Bianchi, Eva Cantarella, Sabino Cassese, Luciana Castellina, Gherardo Colombo, Joseph DiMento, Stefano Draghi, Giulia Gavagnin, Marina Nespor, Pasquale Pasquino, Michele Salvati, Roberto Satolli, Armando Spataro, Serena Vicari, Francesca Zajczyk. Un grazie a tutti.

IL PROTETTORE DELLE ARTI

Lunaciarsky era un uomo fra i cinquanta e i sessant’anni, tutto coperto da un folto pelo nero che già cominciava qua e là a sbianchirsi e a diradarsi; macchie paonazze gli apparivano tra il pelame sul dorso delle mani; il vello caprino della fronte, fitto e ritorto come lana, si apriva in chiazze. Aveva il viso pallido, più pallido intorno ai rossi zigomi da tisico. Il colletto floscio e largo gli scopriva la gola bianca, dalla pelle vizza sparsa di grossi peli grigi.

Parlava afferrandosi con ambo le mani ai braccioli  della poltrona e ogni tanto si gettava all’indietro  sulla spalliera con una mossa improvvisa che faceva  rimbalzare, sotto il panciotto, il ventre adiposo.  Gli alti funzionari sovietici hanno una passione  morbosa per i panciotti, più forte di quella per le  borse di cuoio (nel giornale umoristico Krokodil la  burocrazia sovietica ha per emblema sia il panciotto  che la borsa di cuoio). Dai taschini del panciotto  (un gilet Louis-Philippe di velluto color verde bottiglia con grandi bottoni di madreperla che avrebbe fatto invidia a Theophile Gautier) spuntavano cinque o sei matite di diverso colore, due penne stilografiche, un pettine, un taccuino e un pacchetto di Erezegovina Flor, le sigarette preferite dai grandi dirigenti sovietici. Lunaciarsky era il solo tra i capi sovietici che non giudicasse borghesi o controrivoluzionari gli scrittori e gli artisti e non temesse la libertà dell’arte come un grave pericolo per lo Stato. Pur temendo di compromettersi e di esporsi alle 4 critiche dei giacobini comunisti, non rifiutava mai agli artisti sovietici la sua protezione di Commissario del popolo per l’Istruzione pubblica e le Belle arti. I maligni insinuavano che egli proteggesse solo gli artisti graditi a sua moglie, attrice del Teatro di Meyerhold e una delle donne più eleganti di Mosca. Ma Lunaciarsky non si preoccupava delle malignità che correvano sul suo conto: aveva troppa paura delle pugnalate alla schiena per curarsi delle punture di spillo. Aveva un senso molto acuto di ciò che distingue un’aristocrazia di parvenus qual è la nobiltà marxista di Mosca dove nulla è in gioco fuorché la testa da un’autentica nobiltà di sangue dove, fuorché la testa, tutto è in gioco: il Capo del protocollo del Commissariato del popolo per gli Affari esteri, il biondo e roseo Florinski, il più celebre omosessuale di Mosca, soleva dire che in un’autentica nobiltà “il y a parfois des morts, mais jamais des cadavres”.

Nei pressi di Mentone, poco oltre il confine italiano, c’è una lapide che ricorda il luogo dove è morto Lunaciarsky mentre era diretto in Spagna dove avrebbe dovuto assumere la carica di ambasciatore dell’Unione sovietica, assegnatagli da Stalin per tenere lontano un personaggio divenuto sgradito in patria.

Anatoly Lunacharsky, nato in Ucraina, ha studiato filosofia e scienze naturali a Zurigo. Tra il 1909 e il 1913 ha diretto, insieme a Gorky e a Bogdanov, prima a Capri poi a Bologna, una scuola per lavoratori russi. Nel 1917, allo scoppio della rivoluzione, torna in Russia, aderisce, tra dubbi e incertezze (espresse nelle sue lettere alla moglie), al partito bolscevico ed è nominato Commissario per l’educazione e le arti del nuovo governo sovietico. Si batte, spesso con successo, per salvare il patrimonio artistico contro coloro che vogliono eliminare le vestigia del passato zarista. Nella battaglia culturale che si svolge nella Mosca degli anni Venti Lunaciarsky cerca di salvaguardare il pluralismo e protegge molti scrittori, artisti e scienziati non allineati con il regime. Diviene noto come “il protettore delle arti”. È in contatto con vari personaggi della cultura europea tra cui Bernard Shaw, Herbert Wells, Romain. Rolland, Stefan Zweig. Anche per questi suoi rapporti nel 1929 Stalin lo allontanò dalla carica inviandolo come rappresentante dell’Unione sovietica alla Lega delle Nazioni. Nel 1933 fu nominato ambasciatore in Spagna ma morì prima di assumere la carica. Nel 1936 il suo nome fu cancellato dalla storia ufficiale del partito comunista e le sue foto furono eliminate. Oltre a numerosi saggi letterari, ha scritto una raccolta di brevi scritti e aneddoti sulla rivoluzione e sui suoi protagonisti.

Il brano che ho riportato è tratto da Il ballo al Cremlino. Materiali per un romanzo di Curzio Malaparte (Adelphi 2012). Kurt Suckert, noto come Curzio Malaparte, di padre tedesco e madre italiana, nasce a Prato nel 1898. All’età di sedici anni si arruola 6 nella legione garibaldina per combattere in Francia, poi, entrata l’Italia in guerra contro l’Austria, passa nell’esercito italiano. Aderisce al fascismo e partecipa alla Marcia su Roma. Dal 1929 al 1931 è direttore de La Stampa: viene allontanato per le critiche al regime. Nel 1931, a seguito della pubblicazione in Francia di Tecnica del colpo di stato ove attacca Mussolini, è condannato a cinque anni di confino sull’isola di Lipari. Liberato, diviene, insieme a Dino Buzzati, corrispondente di guerra del «Corriere della Sera». È inviato in Francia, Russia e Finlandia e sulle sue esperienze scrive Kaputt (1944) e La Pelle (1949). Del 1949 è anche il suo saggio su Coppi e Bartali. Nel 1957 parte per la Russia ma rientra pochi mesi dopo e muore a Roma.

DUE POESIE DI ELOY SÁNCHEZ ROSILLO

Le cicale

È incredibile la tenacità

che in queste terre vinte dall’estate

mostrano le cicale.

Mai un dubbio, sicure

che il loro canto sia il migliore del mondo,

con una convinzione che vorrebbero avere tutti quelli

che hanno una certezza. Sono creature

dalla laboriosità ineludibile

(anche se non so perché si suol dire il contrario)

e fanno il loro dovere ogni giorno

senza nessun malumore, con gioia,

senza la pensierosa serietà

della quale le formiche, ad esempio,

in obbedienti fila vanno fiere.

Appaiono indispensabili al sole

per poter forgiare imperi egemonici.

E quando cessa il loro crepitare

viene meno di colpo anche l’estate.

 

La spiaggia

Nessuno potrà togliermi l’illusione

che è esistita questa mattina.

Si è fermato il tempo: sento il tuo ridere,

le tue parole di bambino. Mai sono stato

così in pace con tutto, così certo

della mia gioia. Sei lì che giochi vicino all’acqua,

ti aiuto a raccoglier conchiglie, a costruire castelli

con la sabbia. Corri da un posto all’altro,

sguazzi, gridi, cadi, corri di nuovo,

quindi ti fermi accanto a me e mi abbracci

e io bacio i tuoi occhi, le tue guance, i tuoi capelli,

la tua infanzia gioiosa. Il mare è

molto azzurro e molto calmo. Lontano,

alcune vele bianche. Il sole lascia

il suo oro violento sulla nostra pelle.

Credo che sia tutto vero,

l’immobile fluire della quieta mattina,

il luogo dolcissimo in cui ci troviamo come creature

contente di esser vive, felici di stare insieme

e di abitare la luce.

Ma sento, d’un tratto,

il rumore terribile e oscuro e velocissimo

del tempo quando passa, e la fermezza

del mio sogno si rompe; va in frantumi

– come un cristallo molto fragile – l’illusione

di essere qui, con te, vicino all’acqua.

Il cielo si fa scuro, il mare si agita.

Sento nel mio sangue la vertigine tremenda

dell’età: in un istante trascorrono molti anni.

E ti vedo crescere e andartene.

Non sei più

il bimbo che giocava col padre sulla spiaggia.

Adesso sei un uomo, e anche tu capisci

che mai ci fu, né c’è, né ci sarà questo giorno,

la bella favola dei miei occhi che ti guardano,

la leggenda impossibile della tua infanzia.

 

Eloy Sánchez Rosillo (Murcia 1948) insegna letteratura spagnola. È autore di molti volumi di poesie, tra cui Autorretratos (1989) da cui sono tratte le due poesie qui pubblicate. Ha tradotto Giacomo Leopardi.

 

ALFONSINA STRADA

Alfonsina Morini nasce in una famiglia di contadini nella campagna emiliana. Il padre le regala una bicicletta e lei si appassiona al ciclismo e partecipa alle prime competizioni locali. La famiglia se ne vergogna, i compaesani la deridono. Così a sedici anni si trasferisce a Milano, unico luogo allora dove si organizzano corse ciclistiche alle quali sono ammesse le donne. Nel 1915 sposa il cesellatore Luigi Strada: come regalo di nozze riceve una bicicletta da corsa nuova. Partecipa nel 1917 al Giro di Lombardia. Arriva al traguardo ultima, un’ora e mezza dopo il vincitore. L’anno dopo ci riprova e arriva penultima. Ma non si dà per vinta. Nel 1924 è ammessa in via straordinaria, unica donna, a partecipare al Giro d’Italia. Sono dodici tappe per un totale di 3618 chilometri. Vince Giuseppe Enrici. Dei 90 corridori partiti solo 30 arrivano a Milano. Alfonsina è tra loro anche se nella quinta tappa L’Aquila-Perugia arriva fuori tempo massimo. Ma il direttore della Gazzetta, Emilio Colombo le consente di proseguire la corsa, non più in gara. Ormai è famosa: partecipa a numerose altre competizioni finché nel 1938, a Longchamp, conquista il record femminile dell’ora (35,28 km). Gira per i velodromi del mondo, si esibisce nei circhi, partecipa a gare di veterani. Ritiratasi dalle competizioni, apre una scuola di ciclismo in Via Varesina a Milano (dove vive con il secondo marito) e poi un negozio di biciclette con una piccola officina per le riparazioni. Muore il 13 settembre del 1959 all’età di 68 anni, a causa di un incidente con la sua moto Guzzi 500 cmc.

Su Alfonsina Strada: Paolo Facchinetti, Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada (Ediciclo editore); il gruppo Têtes de Bois ha dedicato a Alfonsina una canzone inserita nell’album Goodbike.

 

QUATTRO POESIE DI MIGUEL D’ORS

Mistero

Chi sono?

- L’intervallo di mistero

tra la rosa luminosa che taglio per te

e la rosa spenta che la mia mano ti tende.

Strana la vita

Strana la vita: io che potevo nascere nel 1529,

o a Pittsburg o arciduca, io che potevo

essere Chesterton o un bonzo, nasco

invece in Galizia e sono d’Ors e tutto il resto.

Strana la vita

che tra la moltitudine dei secoli,

esistendo l’illimitata Cina,

e la Bosnia e le crociate, e gli Incas,

dovesse capitare proprio a me

questo lavoro amaro di essere io.

Progetti per il passato

Un’altra volta intrecciando e disfando

memoria, sogno, oblio.

Un’altra volta raccontando

quel che sempre smetteva di succederti.

Cercando

quel che è più vero della verità.

Un’altra volta mentendo

con la maggior sincerità del mondo.

Un’altra volta facendo

progetti per il passato.

Mezza vita

Nella cena mi avanza

mezza pizza.

Che sensazione strana.

Dietro al vetro, la notte, il mare, agosto.

Che tristezza

mi avanza mezza notte,

mi avanza mezza luna,

mezzo mare: la parte

che spettava a te di quel nostro noi.

E mi avanza e mi manca mezzo io

perché mi manchi tu, mia mezza vita.

 

Miguel d’Ors (Santiago de Compostela 1946) ha insegnato letteratura spagnola all’Università di Granada. Ha scritto numerose raccolte di poesie. Strana la vita è tratta da Es cielo y es azul (1984); Mistero da Curso superior de ignorancia (1987); Le due ultime poesie da da Sol de noviembre (2005).

 

I BAMBINI DI MORELIA

Nel volume dell’inverno 2009 ho raccontato la storia dei 669 bambini cecoslovacchi, tra i 6 e i 12 anni, posti in salvo in Gran Bretagna con i “Winton Transports”: sette trasferimenti in treno organizzati da due inglesi tra il 14 marzo 1939 e l’agosto del 1939 (l’ottavo, programmato per i primi di settembre, fu bloccato dall’invasione nazista). Ho recentemente scoperto che, due anni prima, si è verificata una vicenda analoga: mentre infuriava la guerra civile 456 bambini, per lo più orfani di combattenti della Repubblica, provenienti da zone già occupate dalle truppe franchiste furono imbarcati a Barcellona accompagnati da un gruppo di insegnanti spagnoli; giunsero il 7 giugno del 1937 nel porto di Vera Cruz, in Messico, accolti dal Presidente Lazaro Càrdenas del Rìo. Il Messico fu l’unico paese democratico ad opporsi alla linea di non interventismo sostenuto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia e ad aiutare attivamente il Governo repubblicano. I bambini furono collocati nella città di Morelia, in un collegio appositamente organizzato per ospitarli. Da allora furono noti come i ninos de Morelia. Qui rimasero per vari anni, in condizioni che molti hanno considerato di privilegio, altri invece disagiate e di semi-prigionia. In effetti le loro condizioni peggiorarono dopo la sconfitta dei repubblicani (anche se non bisogna dimenticare che il Messico ha sempre riconosciuto il governo repubblicano come unico governo legittimo fino al ritorno della democrazia in Spagna nel 1977) e la sostituzione di Càrdenas nel 1940 alla Presidenza della Repubblica. Ma a quell’epoca diecine di migliaia di bambini messicani vivevano in condizioni ben peggiori e senza ricevere – a differenza dei bambini di Morelia – alcuna istruzione. Né va dimenticato che in condizioni spesso peggiori furono costretti i vivere i figli degli emigrati spagnoli in Francia, rinchiusi per lunghi periodi con i genitori in campi di concentramento in condizioni durissime. Pochi sono ancora vivi dei bambini di Morelia, ma molti oggi sono i figli e i nipoti che vivono in Messico e sono grati al paese che ha offerto ospitalità ai loro genitori o ai loro nonni. Oltre ai bambini di Morelia, il Messico accolse oltre 30.000 profughi della guerra civili, tra cui molti docenti universitari, medici e scienziati raccolti nella Casa de Espana, divenuta nel 1940 il Colegio de México.

Sui Ninos de Morelia: Dolores Pla Brugat, Los niños de Morelia: un estudio sobre los primeros refugiados españoles en México, Consejo Nacional para la Cultura y las Artes,Instituto Nacional de Antropología e Historia, 1999. Vedi anche http:// gatopardo.blogia.com/2007/010701-los-ninos-demorelia. php. Sui sostenitori della repubblica in esilio: Manuel Rivas e altri, Exilio. La historia olvidada, El Paìs 2012.

 

Su Lázaro Cárdenas del Río, tuttora uno dei presidenti più amati dai messicani, e sulle sue riforme vedi www.pbs.org/itvs/storm-that-swept-mexico/ the- revolution/ faces-revolution/lazaro-cardenas/

 

TRE POESIE DI MARIA LISCIO DE LAURETIS

Farfalla Notturna

Sei venuta come un pensiero

farfalla notturna

come un’ospite in visita inattesa

che reca saluti

da qualcuno lontano

la cui assenza è vuoto

Sei venuta

come un pensiero amaro

portando su di te

credenze infauste antiche

ma io ti ho accolta come un’amica.

 

Dolmen

 

Fu per dire:

“Anche noi siamo stati”

che popoli lontani nel tempo

presero con fatica grandi massi

e ne fecero

primordiali segni di ricordo

E già dentro caverne

avevano dipinto artisti ignoti

scene di caccia: “fummo così!”

lo dissero a noi lontani

di là da venire

perché ci ricordassimo

che anch’essi erano stati

e si aspettavano almeno

un nostro stupefatto pensiero.

 

Non del suo

 

La meraviglia di un fiore

di campo che stavi per mettere

sotto la scarpa

ti ha preso lo sguardo

e ti ha immobilizzata

sull’azzurro della sua luce

Se ti ha parlato

ti ha detto del tuo nulla

non del suo.

 

MARIA LISCIO DE LAURETIS è di Ortanova (Foggia); dal 1935 vive a Perugia, dove ha insegnato materie letterarie in un istituto superiore. Ha pubblicato undici libri di poesia tra il 1973 e il 2009, fra i quali Cono d’ombra (1999), dal quale sono tratte le prime due poesie e L’ora tarda, (2008), ove è inserita la terza. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Infanzia: toccata e fuga.

 

UNA RIFLESSIONE DI SUSAN SONTAG

Ci sono alcuni momenti nei quali, più che bisogno di verità, c’è bisogno di approfondire il senso della realtà e di ampliare l’immaginazione. Non c’è dubbio che la corretta visione del mondo sia quella che ricerca la verità. Eppure, non sempre è quello di cui, in determinati periodi, si va alla ricerca. Il bisogno di verità non è sempre uguale e costante: non è più costante di quanto non lo sia il bisogno di riposo. Così un’idea che non è fedele alla verità può avere un effetto intellettuale assai maggiore della verità e può meglio soddisfare i variabili bisogni dello spirito. La verità è equilibrio; ma l’opposto della verità, lo squilibrio, non sempre è una bugia. Da Susan Sontag, Saggi scelti di Simone Weil, in New York Review of Books, aprile 1963.

 

BEAUTIFUL BOY: UNA CANZONE DI JOHN LENNON

Chiudi gli occhi

non aver paura

i mostri sono scomparsi

stanno fuggendo, ma il tuo papà è qui

stupendo, stupendo, stupendo

stupendo bambino

prima di andare a dormire

fai un piccolo pensiero:

ogni giorno, ogni giorno

c’è la possibilità di fare meglio

Andrò lontano per il mare,

non potrò aspettare

di vederti diventare grande:

c’è molta strada da fare

e difficili scogli da superare

si, c’è molta strada da fare

ma nello stesso tempo

adesso che cominci il tuo cammino

prendi la mia mano

non dimenticare mai

di sentire la vita che scorre per te

mentre stai facendo progetti

stupendo, stupendo, stupendo

stupendo bambino.

Questa canzone è dedicata a Riccardo.

 

LIBRI DA LEGGERE

Giuliano Amato – Andrea Graziosi, Grandi Illusioni. Ragionando sull’Italia, Il Mulino, 2013, pp. 283.

Questo libro sarebbe piaciuto al Guido studioso e forse avrebbe fatto arrabbiare il Guido partigiano. Sarebbe piaciuto al primo perché è un saggio con tesi forti e ben documentate –inconsueto il robusto apparato statistico. Perché in meno di 300 pagine offre una interpretazione dello sviluppo politico ed economico del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi molto convincente: tra i libri (relativamente) brevi e leggibili anche da non specialisti è quello che consiglierei a chi voglia capire la gravità della crisi odierna e perché ci siamo arrivati. Forse avrebbe fatto arrabbiare il Guido partigiano perché non c’è un colpevole che sovrasti gli altri: a partire dagli anni 70 del secolo scorso i politici di destra o sinistra non hanno fatto capire ai cittadini che l’età dell’oro era finita, e ciò perché i cittadini avrebbero penalizzato elettoralmente chi avesse cercato di farglielo capire. Oggi Mario Monti, ieri Ugo La Malfa o Nino Andreatta: un paese si merita i suoi Cirino Pomicino, i suoi Fausto Bertinotti, i suoi Berlusconi e li assimilo solo per i disastri delle politiche da loro sostenute. Ma credo che Guido non avrebbe gradito il modo in cui i due autori liquidano il ’68 o la cultura dei diritti, quando la mancanza di risorse per sostenerli può condurre a catastrofi ben peggiori –per i ceti più poveri- che la condizione di asfissia in cui viviamo. E non avrebbe gradito il ruolo ritagliato a Berlusconi, solo un primus inter pares nella lunga lista di colpevoli che ci hanno condotto dove siamo ora. Ma la colpa, e più in generale valutazioni morali, non fanno parte delle categorie di uno storico, e questo è un libro di storia. Naturalmente tiene conto delle valutazioni morali, delle passioni, dei convincimenti, degli interessi che muovono i soggetti individuali o collettivi che popolano la scena, ma più per mostrare le conseguenze cui hanno condotto che per misurare la loro congruenza ad un ideale etico. Ed è per questo che consiglierei Grandi Illusioni soprattutto a coloro che considerano e vivono la politica come una branca di etica applicata, senza tener conto degli effetti –spesso imprevisti o perversi- di azioni motivate eticamente. Quando lo sono.

Michele Salvati

 

Richard Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, 2012.

C’è un futuro per società sempre più competitive e meno collaborative? Può la “mano invisibile” della competizione garantire più efficienza o produrre più solidarietà? Si può e in che modo rafforzare la collaborazione? Richard Sennett, sociologo statunitense che insegna alla New York University e alla London School of Economics, cerca di capire perché il capitalismo riduca la capacità di collaborazione tra gli individui e ne esalti invece lo spirito competitivo. E perché le persone, in tanti contesti diversi (nella vita di tutti i giorni, in un’azienda, in un partito, tra etnie e religioni), collaborino molto meno di quanto sanno e potrebbero fare, se pensiamo che proprio il collaborare è alla base dello sviluppo umano e sin dall’infanzia prima di imparare a essere individui impariamo a stare insieme. L’analisi di Sennett sui fattori storici e sociali che hanno indebolito la collaborazione e sulla possibilità di un diverso equilibrio tra collaborazione e competizione (la Rete?) ha l’autorevolezza di un trattato e la leggerezza di un racconto, scritto in stile assai più dialogico che assertivo, in coerenza con il principio che collaborazione significa in primo luogo capacità di ascolto e di dialogo. Guido, che di Sennett era amico ed estimatore, l’avrebbe scelto per la sua personale antologia “The pleasure of sociology”.

Stefano Draghi

 

Guido Martinotti e Stefano Forbici (a cura), La metropoli contemporanea, Guerini Associati, Milano, 2012.

Il volume raccoglie i contributi di sociologi urbani, dell’ambiente e del territorio, ma anche di agronomi, agrari e geologi, che affrontano temi oggi centrali nel dibattito teorico e politico relativi all’organizzazione urbana, al governo locale, alla costituzione delle reti, al fenomeno dello sprawl e della mobilità. In particolare, riprendendo gli spunti offerti da David Owen in Green Metropolis (la cui traduzione era stata curata dallo stesso Guido Martinotti per EGEA, 2010), il libro raccoglie ricerche e testimonianze originali su argomenti di stretta attualità come il verde in città, i parchi agricoli metropolitani, la definizione di una visione multifunzionale dell’agricoltura, l’uso delle risorse idriche e la loro salvaguardia e, infine, la definizione di nuovi stili di consumo collegati all’evoluzione dell’agricoltura. Il volume, che si snoda attraverso l’attualizzazione da prospettive diverse del rapporto fra città e campagna, risulta in realtà come una rilettura dei molti studi sulla città, sull’area metropolitana e sulla società contemporanea condotti nel corso della sua attività dallo stesso Guido.

Francesca Zajczyk

 

Irving Yalom, Le lacrime di Nietsche, Neri Pozza 2006

Ho riletto di recente “Le lacrime di Nietzsche” un libro di Irving Yalom di una ventina di anni fa. E’ una storia straordinaria sulla fragilità anche delle intelligenze più grandi e di come l’incontro tra due persone aiuti entrambe a ritrovare il senso della vita. Questa volta, però, mi ha colpito il rapporto maestro/allievo che gioca, invece, un ruolo marginale nella storia: il maestro è Breuer, che prenderà in cura Nietzsche, il suo allievo è il giovane Sigmund Freud. Dai loro ripetuti incontri traspaiono i caratteri della relazione. Breuer lo fa partecipe delle sue riflessioni e accoglie con genuino interesse i suggerimenti e le idee che germogliano nella mente del giovane Freud, il quale si sente tanto a suo agio da esprimerle con la più grande libertà e di confrontarsi, per così dire, alla pari, con il maestro. Questa relazione si nutre di una familiarità affettuosa (la moglie di Breuer si rivolge a Freud chiamandolo “Siggy” ), come se il riconoscimento delle comuni passioni e interessi scientifici fossero inscindibili da sentimenti di amicizia e di affetto.

Serena Vicari

 

Albert Hirschman, Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, 2010 in e-book – Gianni Mura, Tanti amori. Conversazioni con Marco Manzoni, Feltrinelli 2013.

In almeno due occasioni, molti anni fa, avevo discusso con Guido del libro di Hirschman. Non ricordo il tema preciso della discussione, ma ricordo che eravamo entrambi ammirati dalla capacità di Hirschman – su cui si sofferma anche Cass Sunstein in un recente saggio pubblicato sulla New York Review of Books – di sviluppare considerazioni di vasta portata partendo da particolari insignificanti e di scoprire il nesso che lega fenomeni sociali apparentemente indipendenti. Mi era sembrata quindi una scelta appropriata includere il libro, pubblicato quasi cinquant’anni fa, tra i libri da rileggere. Hirschman osserva che il significato dei due termini passione e interesse è mutato nel tempo, portando con sé nuovi valori, nuove prescrizioni morali e politiche. Così il perseguire razionalmente il proprio interesse è prima un comportamento peccaminoso, poi diviene uno strumento positivo che sostituisce la trattativa al conflitto e si pone alla base dell’etica del capitalismo, poi assume nuovamente la connotazione negativa che ne fa il simbolo della sopraffazione capitalistica. A differenza delle passioni che spingono l’uomo a scelte istintive e irrazionali, le azioni guidate dagli interessi sono trasparenti, costanti nel tempo e quindi prevedibili: chi segue l’interesse non sbaglia mai, si diceva nel Settecento, a differenza di chi segue le passioni. Poi, aspettando un treno, ho acquistato il libro di Mura e non ho potuto fare a meno di abbinarlo, un po’ provocatoriamente, accanto al libro di Hirschman.

Perche Mura, da giornalista che ci ha raccontato tante storie di sport e di impegno civile, capovolge il discorso di Hirschman e ci mostra come spesso sbagli proprio chi segue l’interesse, mentre non sbaglia chi segue la passione: ci mostra come la centralità acquisita dal calcolo, dai costi, dal profitto abbia distrutto molti valori e abbia sgretolato la dimensione etica e solidaristica del comportamento. Sono certo che a Guido questo abbinamento sarebbe piaciuto.

Stefano Nespor

 

Antonella Meniconi, Storia della magistratura italiana, Il Mulino, 2012 – Umberto Gentiloni Silveri, Contro scettici e disfattisti, Gli anni di Ciampi 1992 – 2006, Laterza, 2013.

Due libri che tutti gli interessati alle istituzioni italiane dovrebbero leggere. Sono due libri completamente diversi. Il primo è una storia che copre tutto l’arco della vicenda storica italiana, dal 1861 ai nostri giorni. Il secondo è una ricostruzione minuziosa del quindicennio 1992 – 2006. Ambedue i libri, con tecniche diverse, insegnano molto sulla formazione delle istituzioni italiane e sul comportamento dei principali agenti, quali partiti, giudici, Parlamento, governo. Il libro sulla storia della magistratura è scandito in tre parti, dedicate rispettivamente all’età liberale, al periodo fascista e alla Repubblica e illustra gli sforzi compiuti per liberare la magistratura dall’abbraccio della politica e per renderla indipendente, ma anche i costi pagati in tale processo, in termini di “autarchia” dei giudici e di loro conquista di uno spazio politico, con conseguente ulteriore perdita di indipendenza. Il libro dedicato all’esame dell’esperienza di governo di Ciampi percorre tre periodi, quello del governo Ciampi, quello dei governi nei quali Ciampi è stato ministro del tesoro e quello della presidenza Ciampi. Il libro è redatto sulla base sia degli appunti e dei diari di Ciampi, sia di interviste fatte al protagonista, ed è quindi, dal punto di vista metodologico, un esempio misto, di storia orale e di storia fatta su materiale di archivio. Molte pagine sono illuminanti, perché consentono di valutare lo stile, gli interessi, le strategie dei protagonisti, nonché di ammirare l’acume delle diagnosi, la sicurezza nel decidere e la superiore moralità di Ciampi.

Sabino Cassese

 

Su Tong, La berge, Gallimard, 2012.

Con La riva (il romanzo è stato pubblicato per ora solo nella traduzione francese) Su Tong, dopo Mogli e concubine, firma il racconto di un’altra tragica storia, questa volta sullo sfondo della rivoluzione “culturale”, per antifrasi. I personaggi della vicenda non sono però, come nella forma classica di questo genere letterario, eroi o principi coronati, ma figure dell’immensa commedia umana della Cina del secolo scorso. Un padre e figlio, quello che è rimasto di una famiglia poverissima che si ritira a vivere su una chiatta del Fiume dei Passeri, con complessi e violenti rapporti fra di loro e con gli abitanti della terra ferma. L’eroina c’è, ma è morta da tempo. E la discendenza disputata da quella figura gloriosa è all’origine delle vicende e delle sventure che si narrano nel libro. Huixian la trovatella della flottiglia delle barche del fiume è il fiore di girasole che attraversa la storia di quella famiglia. Con il suo stile intenso e senza concessioni alla grazia letteraria, Su ci trasporta attraverso le passioni dure, le emozioni forti e le gioie effimere di una Cina ancora presente eppure già molto lontana.

Pasquale Pasquino

 

Giuseppe Marotta, E i bambini osservano muti, Corbaccio, 2013.

È la storia della famiglia di un boss della camorra vista da un bambino. Gli occhi che osservano sono di Remì, dieci anni, gli osservati sono il nonno cui tutto il quartiere è assoggettato; il papà, che proprio non ha la stoffa del malavitoso; la mamma, che sopporta fino a un certo punto le angherie del marito e della sua famiglia; la gente della banda e quella del quartiere, immersi tutti, chi più e chi meno, nella “cultura” della camorra, che ha le sue regole e i suoi riti. Giuseppe Marotta riesce a descrivere l’ambiente di Remì ponendosi dal suo punto di vista, e perciò con la leggerezza e la naturalezza di chi sente quell’ambiente come se fosse l’unico possibile, perché è stato educato fin dall’infanzia a farne parte. Il libro ha qualche parentela con il thriller, e il finale è a sorpresa.

Gherardo Colombo

 

Adam Johnson, The Orphan Master’s Son: A Novel, Random House, 2012.

Dear Readers, gather round your loudspeakers because Testi Infedeli brings you important news about a book about the Dear Leader! “Though the jet’s engines screamed with takeoff power, Commander Ga summoned his Korean fortitude, and using Juche strength, he chased the plane down and leaped on to its wing. As the jet rose from the runway rising over Pyongyang,” Ga used blood from his wounds to write backwards on the window a reminder of the Dear Leader’s eternal love for every citizen of the Democratic Republic of Korea. So ends the last chapter of this Pulitzer Prize winning almost indescribable novel, based on Johnson’s extensive research including in North Korea. The story centers on Jun Do, the orphan master’s son, a North Korean whom we follow from his introduction as an immensely multi-talented kidnapper for his government until his final acts, trying to save his love, Sun Moon, an actress “so pure, she didn’t know what starving people looked like.” On one level The Orphan Master’s Son describes the bizarre relationship the Kim dynasty has with The United States, including scenes on a ranch where Texans and North Koreans share black beans, tacos, and tiger in a back door diplomacy effort. On that level the book could be dismissed as phantasmagorical propaganda about propaganda. But the work is an intensely personal story about relationships among people, not nations, set mainly in the least known and most cartooned contemporary society. Pulitzer judges said the work “carries the reader on an adventuresome journey into the depths of totalitarian North Korea and into the most intimate spaces of the human heart”.

Joseph DiMento

 

Rossella Pastorino, Il corpo docile, Einaudi 2013.

Perche fra tanti autori posti in competizione al premio Strega non è stata ancora inclusa Rossella Pastorino? Stranezze degli editori. Me lo sono chiesto già quando ho letto per la prima volta un suo libro, “La stanza di sopra”, pubblicato nel 2007 da Neri Pozza. Lo trovai bellissimo,nuovo per la scrittura e il disegno della protagonista. Mi colpì molto. Torno a chiedermi dello Strega adesso che ho appena letto la sua ultima opera,questa volta edita da Einaudi (Stile libero, la fortunata collana diretta da Severino Cesari.) E’ una conferma, qualcosa che non accade sempre. Perché, come si sa, difficile è durare, restare sorprendenti anche dopo la prima prova. Anche questo romanzo è una storia struggente, ma mai davvero triste, perché chi la anima è anche in questo caso un essere umano di inaspettata vitalità.

Luciana Castellina

 

Vanna De Angelis, Il bambino con la fionda, Piemme 2012

Marek ha nove anni. E vive solo nel ghetto di Varsavia. Con la sua fionda e una promessa da mantenere. Una promessa fatta alla mamma mentre i nazisti la trascinavano via. Una promessa che e’ tutta la sua vita. Un eccellente romanzo, documentato e commovente. Un libro di quelli che si leggono d’un fiato.

Augusto Bianchi

 

Gianluigi Melega, Viceversa, Gaffi editore, Roma, 2013

Uno scrittore cileno, Rodomiro Calaman, convinto di essere il vero erede di Borges, dopo aver scritto un romanzo giovanile di successo e dopo un lungo periodo di depressione entra in un vortice di follia utopistica e comincia a raccogliere materiale per un’opera enciclopedica intitolata “L’umanità come letteratura e viceversa”. È (vorrebbe essere) la raccolta di tutte le storie umane che Calaman può raccogliere (direttamente, riferite da conoscenti diretti, di terza mano…). Ci lavora per 15 anni, con una folta schiera di collaboratori, raccogliendo un numero di schede che riempiono 57.000 dischetti, ciascuno dei quali contiene 10.000 storie. Alla sua morte un giovane studioso, mandato dall’Università di Yale a prenderne visione, redige un rapporto accompagnato da un assaggio di quanto trovato: un labirinto di schede, ciascuna delle quali è una storia o un frammento di una vita: amori e tradimenti, bambini e guerra, fiabe e sesso… Una sorta di antologia di un archivio universale, e una domanda incessante sul rapporto tra vita umana e letteratura. Secondo Calaman infatti solo ciò che è scritto è: cosa resta di una persona, dopo una o due generazioni , se non ciò che è stato scritto? Un libro difficile da descrivere, che regala il piacere di una straordinaria scrittura a chi si avventura e si perde tra le sue storie.

Eva Cantarella

 

Mark Tedeschi, Eugenia, Simon & Schuster 2012.

L’autore è un eclettico e famoso avvocato della corte suprema australiana che fa anche il fotografo. Una storia affascinante di una donna che vive la vita di un uomo. La sua vita è una tragedia di discriminazione e crimini nella Nuova Zelanda e nell’Australia della fine dell’ Ottocento e inizi del Novecento. Eugenia Falleni riesce a convincere molti di essere un uomo, tra cui due donne che ha sposato: la seconda dopo avere ammazzato la prima. Tedeschi descrive in modo splendido la tragedia intima di qualcuno che si sente nel sesso sbagliato. A qualcuno potrà interessare di più l’aspetto legale di questa storia fuori dal comune.

Marina Nespor

 

Boris Johnson, Johnson’s Life of London, Harper Collins, 2012.

Boris Johnson è il sindaco di Londra: etoniano, guascone, burlone, spregiudicato, molto biondo, si proclama “tory dalla nascita” ma del conservatorismo inglese detesta l’ostentato grigiore. Ama visceralmente la sua città e ha deciso di renderlo noto al mondo con questo libro che è una esilarante raccolta di impressioni molto personali sugli uomini che hanno reso Londra celebre nel mondo. Shakespeare non è solo uno dei più grandi autori mondiali ma ‘our guy’. Churchill è ‘the unsung father of the welfare state’. L’acme viene raggiunto nella comica descrizione delle giornate trascorse dal sedicenne Boris nel tentativo di imitare Keith Richards: “It was Keith I pathetically aimed to emulate at the age of about 16 when I bought a pair of tight purple cords (a sheen of sweat appears on my brow as I write these words) and tried with fat and fumbling fingers to plink out Satisfaction on a borrowed guitar; and my abysmal failure to become a rock star only deepened my hero worship”. Da quelle giornate parossistiche è nata però la convinzione che “Start me up” sia la vera, grande colonna sonora della Londra attuale.

Giulia Gavagnin

 

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri, 2011.

“E’ vero che in America le donne non devono inginocchiarsi davanti al marito né coprirsi la bocca quando ridono?”. Charles contempló una nave all’orizzonte, poi sospiró e disse “purtroppo sì”. Sono giapponesi le donne che pongono questa domanda ad un inglese alto e rubizzo che tutti i pomeriggi si avvicinava al parapetto e guardava il mare. Siamo all’inizio del ‘900 e le donne attraversano l’oceano sognando e temendo insieme l’America verso cui si dirigono. Hanno con sé foto e indirizzi di connazionali sconosciuti che, emigrati prima di loro, saranno i loro mariti. E’ una voce collettiva quella che, in questo breve libro racconta un pezzo di storia poco conosciuta, ancora una volta storia di umanità sofferente: “Sulla nave eravamo quasi tutte vergini…ci chiedevamo spesso: ci piaceranno, li ameremo?”. Tutte quelle donne sperano, tra loro c’è chi sarà fortunata, chi si pentirà di aver lasciato il Giappone, chi morirà per il dolore. Le navi approdano a San Francisco e le donne si ricongiungono agli uomini che le attendono, finendo nelle loro baracche fatiscenti. E tutte iniziano a costruire le loro vite lavorando nei campi e nei frutteti, nelle lavanderie e nei mercati, sul mare e nelle botteghe, ovunque sia possibile: “partorimmo sotto una quercia.. sotto una tenda.. lungo una strada dissestata..”. C’è chi manda i figli a scuola, chi subito a lavorare, e tutti sognano nella Japantown, anche se gli americani non li vogliono come amici, né come vicini. Solo con gli anni, mentre i kimono piegati finiscono nei bauli e le donne dimenticano i nomi dei fiori dell’infanzia, la diffidenza sembra svanire. Ma arriva Pearl Harbour e i giapponesi, dopo pochi giorni, tornano stranieri, anzi spie, traditori, nemici. Finiscono sulle liste, inizia la loro deportazione di massa verso luoghi impervi e sconosciuti. Figli strappati ai genitori, famiglie frantumate. Nessuno seppe più nulla di loro e le giornate si raffreddarono rapidamente. Ecco che, nel libro, l’io narrante collettivo muta identità: “ I giapponesi sono scomparsi dalla nostra città. Le loro case sono sprangate e vuote.. i più turbati sono i nostri figli”. Un bel libro che narra mille storie vere, scuote l’anima e il cuore ed è diverso da ogni cosa letta prima.

Armando Spataro

 

LIBRI DA RILEGGERE

William Shakespeare, Julius Caesar, Garzanti 2008.

“… and then the end is known”. La frase pronunciata da Bruto nell’ultimo atto del Giulio Cesare mi ha sempre intrigato. Anni fa, ci vedevo una metafora del mondo reale come macchina che computa se stessa. Per calcolare esattamente come andrà a finire una giornata occorre giusto una giornata, “it sufficeth that the day will end”. Potrà mai esistere un computer che ci metta di meno? Se sì, forse quel computer infrangerebbe il muro del tempo, forse sarebbe dio. Ora però, dopo aver visto il film “Cesare deve morire”, girato dai fratelli Taviani nel carcere di Rebibbia con attori detenuti, sono stato colpito da un’altra frase di Bruto che, con il pugnale insanguinato in mano, si ferma a immaginare quante volte la stessa scena verrà recitata di nuovo, in epoche a venire e “in states unborn and accents yet unknown”. Dunque il Giulio Cesare è la tragedia dell’accadere, e del suo ripetersi, in un continuo ribaltamento tra ciò che l’uomo sa e ciò che vorrebbe sapere, con in mezzo il tempo come schermo: perché “that we shall die we know, it’s but the time (…) that men stand upon”. All’inizio del terzo atto Cesare compare in scena e pronuncia solennemente queste parole, per lui prive di senso: “The Ides of March are come”. Quale magnifica ironia: per tutti secoli a venire sarà questa l’antonomasia della resa dei conti, destinata a ripetersi infinite volte, e non solo sulle scene.

Roberto Satolli

 

 

Questo quarantatreesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 2013 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Grafiche Porpora srl di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti la maggior parte dei testi, spesso rispettando – ma non sempre integralmente – il pensiero dell’autore.

Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

I Testi Infedeli escono dal 1989. Ringrazio per la revisione del testo Salvatore Giannella, Marina Nespor e Giulia Gavagnin.

Finito di stampare da Grafiche Porpora nel mese di giugno 2013

N. 43 inverno 2012

IN COPERTINA:

Ritratto di Philip Roth in occasione dell’uscita diNemesis che sarà l’ultimo suo romanzo. Matite Derwent varie su carta.

 

IN QUESTO NUMERO

Ci sono due storie: quella di uno sconosciuto maratoneta italiano e quella di due inglesi deportati in Australia. Ci sono anche due brani di Edmondo Berselli.

Poi, le poesie, questa volta di Paul Reverdy e di Angelo Maria Ripellino.

C’è poi la parte dedicata ai libri da leggere, ai libri da rileggere e, per la prima volta, agli E-Book. Questa volta le indicazioni sono di Augusto Bianchi, Eva Cantarella, Sabino Cassese, Luciana Castellina, Gherardo Colombo, Joseph DiMento, Giulia Gavagnin, Annelise Klein, Lucio Labianca, Guido Martinotti, Marina Nespor, Stefano Nespor, Pasquale Pasquino, Michele Salvati, Lina Sotis, Armando Spataro. w

 

IL MARATONETA

 

Ai primi giochi olimpici dell’era moderna, quelli di Atene del 1896, avrebbero dovuto partecipare sette atleti italiani, riferisce La Gazzetta dello Sport del

10 aprile 1896. Tuttavia, a causa dell’incapacità organizzativa del comitato olimpico, l’Italia riuscì a presentare un unico partecipante ufficiale: il tiratore piemontese Giuseppe Rivabella.

Allora Carlo Airoldi pensò di andare a Atene da solo, presentarsi agli organizzatori dei Giochi, iscriversi alla maratona e arrivare al primo posto, incassando il premio di 25.000 lire che era stato messo in palio di nascosto dagli organizzatori, stante il carattere strettamente dilettantistico dei giochi. All’epoca, Airoldi aveva 26 anni. Era di Origgio, in provincia di Varese. Figlio di contadini, aveva lavorato come operaio di una fabbrica di cioccolato, poi, per guadagnarsi da vivere, si era dato a un nuovo sport, il ciclismo. Tra una gara e l’altra, si esibiva in spettacoli dove si faceva spaccare pietre sul torace o come mangiatore di fuoco.

Ma la sua vera passione era il podismo.

La sua prima affermazione risale al 22 luglio 1894: vinse la Lecco Milano (50 chilometri) nel tempo di 4 ore e 22 minuti; vinse poi la Milano Torino e la Zurigo Baden. Nel settembre del 1895 partecipò alla gara che lo rese famoso: la Milano Barcellona, una prova di corsa e marcia di 1.050 chilometri (suddivisa in 12 tappe), indetta dai “Pionieri della Pace” di Torino, alla quale parteciparono una trentina di concorrenti. Arrivò primo dopo 397 ore complessive di marcia.

Ebbe  soprattutto  vasta  risonanza  sui  quotidiani francesi e spagnoli il fatto che, giunto a qualche chilometro di distanza dal traguardo e accortosi che il suo rivale, il podista di Marsiglia Louis Ortègue, detto “la locomotiva umana”, era stremato e prossimo all’abbandono, se lo caricò sulle spalle e lo trasportò oltre il traguardo.

Così Airoldi si mise in marcia da Milano verso Atene il 28 febbraio 1896, con un piccolo contributo dell’Esposizione ciclistica milanese e del giornale La bicicletta. Aveva come bagaglio uno zaino con un cambio di camicia e un paio di pantaloni.

Coprì la distanza tra Milano e Atene, 1328 km., tutta a piedi, salvo un tratto che dovette percorrere via mare per evitare il transito per l’Albania, sconsigliato per ragioni di sicurezza. Toccò le città di Brescia, Verona, Vicenza, Treviso, Portogruaro, San Giorgio di Nogaro, Palmanova, Trieste, Basovizza, Kosina, Fiume, Senj, Karlobag, Zara, Sebenico, Spalato, Ragusa. Qui prese il traghetto e giunse a Corfù il 26 marzo, poi con un nuovo traghetto arrivò il giorno seguente a Patrasso. Due giorni dopo era a Corinto e il 31 marzo finalmente ad Atene. Camminò dai 45 ai 65 km al giorno. Della marcia solitaria di Airoldi parlarono i quotidiani di tutta Europa: era il testimonial ideale per i nuovi Giochi Olimpici.

Però, quando si presentò per iscriversi alla maratona, fu costretto ad ammettere che in corse precedenti aveva vinto premi in denaro. Fu così escluso per professionismo.

La prima maratona dell’era moderna fu vinta – come gli organizzatori desideravano – da un greco, Spyridon Louis.

Airoldi, amareggiato e deluso, fece ritorno a Milano e continuò la sua carriera di podista, partecipando a gare ufficiali e cimentandosi in imprese mirabolanti. Al Parco Trotter di Milano si cimentò in una gara contro Buffalo Bill: lui a piedi, Buffalo Bill a cavallo; si recò anche a Rio de Janeiro per sfidare Uranus, il cavallo più veloce del Brasile. Lasciate le gare, fece l’allenatore dei marciatori alla società Voluntas e poi seguì i ciclisti della Legnano, la squadra dove molto tempo dopo divennero famosi Bartali e Coppi. Morì il 10 giugno 1929.

Su Airoldi: Manuel Sgarella, La leggenda del maratoneta. A piedi da Milano ad Atene per vincere l’Olimpiade, Macchione, Varese 2005.

Carlo Airoldi è anche uno dei personaggi dell’opera lirica di Luca Belcastro, 1896 Pheidippides… corri ancora! premiata al concorso internazionale di composizione “Dimitris Mitropoulos World Opera Project 2001” di Atene.

 

CINQUE POESIE DI PIERRE REVERDY

 

Suono di campana

 

Tutto si è spento

Il vento passa cantando

gli alberi rabbrividiscono

Gli animali sono morti

Non c’è più nessuno

Guarda

Le stelle hanno smesso di brillare

La terra non gira più

Una testa si è inclinata

I capelli ramazzano la notte

L’ultimo campanile rimasto in piedi

Suona la mezzanotte.

 

La parte azzurra del cielo

 

Le panchine sono prigioniere

Delle dorate catene del muro

Prigioniere di giardini dove si nasconde il sole

Accanto alla foresta vergine

Accanto alla prateria sconfinata

Al ponte ritorto

che forma un angolo acuto.

L’involucro di nuvole si rompe

E tutti insieme bianchi uccelli s’alzano

Tappeto più verde dell’acqua e più dolce dell’erba,

Più amaro alla bocca e più gradito all’occhio

Gli alberi inginocchiati si bagnano

Serena è l’aria e carica di sonno

La luce si attenua

Il giorno perde i suoi petali

Più su, c’è di colpo la notte

Gli sguardi d’intesa,

E il tremolare delle stelle

I segni

Al di sopra dei tetti.

 

 

Colui che attende

 

E’ davvero l’autunno che ritorna si inizia a cantare

Ma nessuno più di me

ci tiene

io sarò l’ultimo.

Ma non sarà così triste

come avevano detto

questa pallida stagione.

Solo un po’ più di malinconia.

Il fumo interroga

Sarà lui oppure tu

a tesserne l’elogio

prima che arrivi il freddo

E io aspetto

L’ultima luce

che sale nella notte

Ma la terra discende

E non tutto è finito

Un’ala la sostiene

Per tutto questo tempo

In fin dei conti io verrò con te

A chiudere la porta

Se tira troppo vento.

 

Bell’occidente

 

Tra il dorso del libro e i fogli del vento

S’apre l’antro limpido

Ove ribolle la schiuma

Quando le rocce serrano i denti

Sulla lingua di sabbia

le schiere di bianchi fiocchi si abbattono

Sguardi dubbiosi fuggono lungo la nave

e fino all’orizzonte

E cessa ogni altro movimento

Là come altrove si regge la volta della stella d’oro

Senza l’aiuto di colonne o di catene

Ma i giorni sono un po’ più lunghi

Irradiati di blu come il sangue delle vene

Più lontano si prende un’altra direzione ancora

Ma sempre gli stessi ritornano

Verso la singolare collina

Dove il sentiero sale tortuoso

Fino alla roccia sanguinante su cui la luce si spegne

Nei mattatoi del ponente.

 

 

 


Addio

Cara Coco, qui c’è

il meglio di ciò che so fare e il meglio di me

Lo offro a te

con il mio cuore

prima di muovermi

verso la fine oscura del mio cammino

comunque vada

sappi che ti amo.

 

Ho tratto le poesie da varie antologie delle opere di Reverdy pubblicate in Francia e in Inghilterra. Non mi risultano opere tradotte in italiano, salvo La maggior parte del tempo, curata da Franco Cavallo per l’editore Guanda nel 1966, che non sono però riuscito a trovare. Pierre Reverdy, figlio di un viticoltore, nasce vicino a Narbonnes, nel sud della Francia. Giunge a Parigi nel 1910 dove vuole guadagnarsi da vivere scrivendo. Pubblica il suo primo volume di poesie nel 1915; raggiunge la notorietà nel 1924 con la sua seconda opera, Les épaves du ciel. Frequenta Apollinaire, Max Jacob, Picasso, Juan Gris, Modigliani, Breton, Tristan Tzara e Georges Braque e partecipa allo sviluppo del cubismo, del dadaismo e del surrealismo. Nel marzo del 1917 fonda con Apollinaire e altri la rivista letteraria Nord-Sud: ne sono pubblicati 16 numeri, fino all’ottobre del 1918. Nel 1921 inizia la sua relazione con Coco Chanel, che dura fino al 1926, allorché si converte al cattolicesimo, brucia tutti i suoi manoscritti e, di lì a poco, si ritira a vivere con la moglie vicino al convento benedettino di Solesmes dove resta fino alla morte nel 1960. Lì scrive, tra l’altro Sources du vent, Ferraille e Le Chant des morts (pubblicata nel 1948 con 125 incisioni di Picasso), oltre a due volumi di critica letteraria e aforismi: En vrac e Le livre de mon bord. Durante l’occupazione nazista, Reverdy abbandona il suo ritiro e si unisce alla Resistenza, partecipando a vari combattimenti. Muore nel 1960. Pochi giorni prima scrive la sua ultima poesia, dedicata a Coco Chanel (è anche l’ultima tra quelle qui pubblicate).

 

STORIA DI HENRY E SUSANNA CABLE

 

Nel gennaio del 1788 giunse in Australia una flotta di undici navi al comando del capitano Arthur Phillip (che sarà il primo Governatore del Nuovo Galles del Sud e il fondatore dell’insediamento che sarebbe poi divenuto la città di Sydney). Le navi trasportavano i primi deportati inglesi: 600 maschi e 180 donne. Su una di queste, la Alexander, c’erano Henry e Susannah Cable.

Susannah era stata condannata a morte all’età di tredici anni per aver sottratto due cucchiaini d’argento nella casa presso la quale lavorava come domestica. Erano condanne usuali all’epoca e si inserivano in una vasta opera di repressione verso le masse di poveri e vagabondi privati della terra e di mezzi di sussistenza dalle enclosures, l’opera di privatizzazione di terreni e boschi in precedenza comuni.

La sentenza fu poi commutata in 14 anni di carcere con deportazione nelle colonie americane. La deportazione fu però sospesa perché proprio in quel periodo le colonie americane stavano conquistando la loro indipendenza.

Mentre era detenuta nel carcere di Norwich in attesa di conoscere la sua sorte, Susannah conobbe un altro prigioniero, Henry Cable, di poco più anziano, detenuto anch’egli per furto: insieme al padre aveva rubato un coniglio a un allevatore. Anche Henry era stato condannato inizialmente all’impiccagione, come il padre, ma ebbe poi la condanna commutata nei consueti 14 anni di carcere in considerazione della sua tenera età: aveva poco più di 14 anni.

La sentenza di Henry non prevedeva la deportazione.

Henry e Susannah si innamorarono ed ebbero un figlio, Henry junior. Ai detenuti non era permesso sposarsi.

Divenuti  definitivamente  inutilizzabili  i  territori americani, fu prescelto come luogo per la deportazione l’Australia e lì furono reindirizzati tutti i condannati in attesa. Susannah fu separata da Henry (la cui richiesta di essere deportato insieme a Susannah fu rigettata) e inviata all’imbarco con il figlio. Il capitano si rifiutò però di imbarcare il piccolo Henry e ordinò che fosse riportato in prigione. Il vetturino che aveva trasportato i prigionieri, scandalizzato dalla decisione, si recò invece, con il figlio di Susannah in braccio, a Londra da Lord Sydney, che ricopriva allora importanti incarichi di governo. Lord Sydney si commosse e decise di prendersi cura della vicenda che presto divenne nota anche presso l’opinione pubblica. In poco tempo si organizzò un movimento con lo scopo di ottenere la riunione di Susannah a Henry e al figlio. Il movimento, sostenuto da Lord Sydney, era finanziato da un’anziana nobildonna, Lady Cadogan.

Le autorità si arresero e consentirono a Henry e Henry  junior  di  essere  deportati  con  Susannah. Lady Cadogan organizzò una colletta per raccogliere vestiti e altri generi di prima necessità e aggiunse una somma di 20 sterline, somma all’epoca ragguardevole, da utilizzare una volta sbarcati in Australia. La somma fu consegnata al capitano della nave, Duncan Sinclair.

Qui la storia potrebbe finire. E direbbe molto sia sulla severità della giustizia nell’Inghilterra della fine del XVIII secolo (non particolarmente diversa da altri paesi del continente) sia, e soprattutto, sul potere raggiunto già in quel periodo dalla pubblica opinione inglese, agevolato dai numerosi quotidiani diffusi nelle principali città.

La storia invece prosegue.

Dopo otto mesi di navigazione, Susannah e Henry giunsero a destinazione. E si racconta che il capi tano Phillip, vestito in grande uniforme per l’occasione, per non sporcare le scarpe di raso chiese proprio a Henry di essere portato in spalla dalla nave alla sede del governo poco distante. Henry fu così il primo civile inglese a mettere piede in Australia.

Qui però Henry e Susannah scoprirono che soldi e vestiti erano spariti: così almeno affermò il capitano Sinclair, che probabilmente si era intascato la somma, ben sapendo che secondo il diritto inglese dell’epoca, i condannati al carcere e alla deportazione non avevano diritti, non potevano essere proprietari di beni e non potevano agire in giudizio contro un uomo libero. Ma il capitano Sinclair non aveva considerato che l’Australia era popolata da prigionieri sicché le regole della madrepatria dovevano adattarsi alla situazione locale, se non altro per preservare la pace e la sicurezza. Susannah e Henry – nel frattempo sposatisi – riuscirono a far accettare il loro ricorso: era la prima causa civile proposta in Australia. La giuria decise che le disposizioni vigenti in Inghilterra non si applicavano a coloro che erano deportati in Australia una volta che giungevano a destinazione. Il comandante Sinclair fu condannato a risarcire i Cable e versare la somma scomparsa.

I coniugi Cable vissero per molti anni a Sydney e non tornarono mai in patria: Henry morì a 82 anni, Susannah qualche anno prima di lui.

 

Sulla vicenda dei Cable: Daron Acemoglu-James Robinson, Why Nations Fail, Croen 2012 (recensito nei TI). La causa promossa dai Cable è: Cable v. Sinclair, Court of Civil Jurisdiction Proceedings,

1788-1814, State Records of New South Wales,

2/8147[1]. Sui primi deportati in Australia: Mollie

Gillen The Founders of Australia – A Biographical

Dictionary of the First Fleet, Library of Australian

History, Sydney, 1989. La vicenda è anche oggetto

di una delle ballate raccolte dal folk-singer Peter

Bellamy, The Ballad of Henry and Susannah, inclu-

sa anche nella sua opera The Transports. w

 

TRE POESIE DI ANGELO MARIA RIPELLINO

 

I

 

Guai a chi costruisce il suo mondo da solo. Devi associarti a una consorteria

di violinisti guerci, di furbi larifari,

di nani del Veronese, di aiuole militari,

di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.

E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,

le gighe del marciume inorpellato,

inchinarti dinanzi al volere del cielo.

Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,

guai a chi resta solo come un re disperato

fra i neri ceffi di lupi digrignanti.

II Vorrei che tu fossi felice, vorrei

che tu non conoscessi il cane nero della sventura,

quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.

Vorrei che tu non debba portare bazooka,

che tu non debba tremare nel folto di

un bombardamento,

che tu non debba pagare per le mie colpe

né vergognarti di me, del mio cicaleggio

e dei miei vani versi.

Vorrei che tu non fossi mai malata o triste

vorrei vivere nella tua voce e nei tuoi occhi,

anche quando mi avrai dimenticata.

 

III

 

Da questa spenta città minerale vi mando notizie e un fagottino di desideri.

L’uomo sprofonda nel fango, ma le oche si muovono in fretta

con passo sicuro e arrogante sulla superficie. Carezzare i miei libri la sera,

guardare i quadri di Klee,

perché non so ancora il finale di molte sue storie,

ripensare una sferica infanzia,

un maneggio di sogni,

cercare su un comodino deserto bugiarde conchiglie,

e udire la voce di Dio nei fili di pioggia,

che grondano come gli urlanti capelli dei Beatles.

 

La prima poesia è da Lo splendido violino verde; la seconda da Notizie dal diluvio (1968-69); la terza da Poesie prime e ultime. Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 Roma 1978) è stato poeta, saggista, traduttore, docente universitario, critico teatrale. “Ha attraversato, con le movenze aggraziate di un saltimbanco, un’epoca controversa come quella a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento, senza mai perdere la propria eleganza e il proprio senso dell’equilibrio… Ci fece conoscere un mondo stravagante, popolato di ciarlatani e alchimisti, pagliacci e negromanti, registi e marionette. I versi che scrisse stridono con un suono simile a quello che i violinisti di Chagall ricavavano dai loro strumentiquando, ebbri di povertà, si perdevano tra le nuvole” (Pasquale Di Palmo, La magia dell’anima). Tra i saggi, due opere sono imperdibili, entrambe pubblicate da Einaudi. La prima, Praga Magica, del 1973, “narra dell’età di Rodolfo II, dei truffaldini alchimisti, del Quartiere Ebraico, del Golem, della taverne, delle strampalate figurette di beoni e spacconi che le frequentarono, dell’indole funeraria e maligna di certe sue fabbriche e strade, degli stranieri che vi si allogarono nel corso dei secoli, della letteratura tedesca che vi fiorì sullo scorcio dell’ impero austro-ungarico, e di Hasek e di Kafka, cerimonieri dell’ intero libro… degli infernali pagliacci della pittura di Tichy’, che esprimono a meraviglia la notturnalità senza scampo, il malumore di Praga”. La seconda, uscita postuma nel 1978, Saggi in forma di ballate.Divagazioni su temi di letteratura russa, ceca e polacca, contiene ritratti di Cechov, Chlébnikov, Majakovskij, Pasternàk, Halas, Ròzanov e Bulgakov.

 

GOSSIP E INFALLIBILITÀ

 

Il potere del gossip

 

Ci si ritrova, più o meno sempre gli stessi, deideologizzati e demoralizzati, sufficientemente cinici e quindi moderni. Il cicaleccio con lo spritz ha sostituito ogni altra ritualità. In altri tempi, poteva scapparci una discussione sulla politica economica e si stava attenti a non dire fesserie sulle percentuali, oppure sull’ultimo vincitore del Premio Strega, e si dovevano ricordare tutti gli altri candidati. Oggi, meglio il gossip.

La regola di base dovrebbe essere che la propensione al gossip è interclassista ed equamente distribuita nella società. Ma è davvero così? Oppure oggi in Italia il gossip è uno stile di vita, uno strumento di potere, una tecnica della vita pubblica che distingue una particolare categoria di persone?

Certamente, oggi il gossip rappresenta un nuovo paradigma sociale, dove il segno di distinzione consiste nel padroneggiare informazioni riservate. Il codice Cuccia fondato sul mutismo e il codice Andreotti fondato su un archivio minaccioso sono desueti. Chi detiene le informazioni più esclusive ha un solo modo per dimostrare il proprio potere: rivelarle. Così, la differenza di classe fra quello che conta e il semplice lettore del quotidiano è segnalata da un ritardo di quarantott’ore nella conoscenza delle chiacchiere più rilevanti. E poi, l’utilizzo delle notizie serve non tanto per dimostrare il

 

potere di chi le diffonde, ma perché seduce. Se il gossip è lasciato cadere graziosamente da chi sa, si stabilisce subito una dipendenza gerarchica: è la dimostrazione che potere e conoscenza coincidono. La conseguenza dell’affermazione del gossip come stile di vita è che la vita pubblica è ridotta al presente. Quando c’era il passato, la personalità dei protagonisti era rappresentata da una stratificazione di decisioni, di soluzioni, di errori, di successi, di conquiste. Disintegrate le biografie nello spettacolo pubblico quotidiano, i tic del potere e dei cortigiani appaiono sulla scena senza veli: il gossip restituisce le persone nella loro immediata fisicità.

 

L’egemonia degli infallibili

 

A nessuno dei miei amici è mai capitato di incontrare qualcuno che fosse un ammiratore di Baricco. Ma poi ogni romanzo di Baricco schizza inevitabilmente in cima alla lista dei libri più venduti. Allora, bisogna concludere che quelli che noi frequentiamo non sono un campione rappresentativo. Là fuori c’è un mondo sconosciuto, in cui si muove la gente vera, il pubblico autentico, quello che compra i libri di Baricco e anche di Pennac, che va al cinema a vedere Benigni (e si proclama ammirato per quella nefandezza, tipica dei tempi berlusconiani in cui siamo vissuti, che è La vita è bella), passa molti sabati pomeriggio agli outlet che ormai si espandono a macchia d’olio sul territorio per vestirsi come la moda impone e si fa piacere quello che passa il mercato.

Noi invece parliamo di cose e facciamo cose che interessano solo a noi. Non leggiamo un successo mondiale come il Codice da Vinci, non compriamo i bestseller di Camilleri, non guardiamo fiction e reality alla televisione, non abbiamo mai visto il Festival di Sanremo. Non frequentiamo neppure i ristoranti dove vanno i vip (e, sotto sotto, siamo convinti che i vip dovrebbero venire a vederci nelle trattorie dove andiamo abitualmente noi).

È così: là fuori, in un mondo hobbesiano attraversato da conflitti e malvagità, ricco di inestetismi e di mitologie ignoranti, c’è un vasto pubblico cui piace la cacca. Noi non abbiamo nulla a che fare con quella gente, ma, diligentemente, prendiamo atto della loro esistenza, con l’atteggiamento che le comunità evolute mostrano verso gli indigeni, gli anziani, le culture minori, le mentalità primitive. Usiamo quel sentimento di benevolenza che si rivolge di solito ai parenti non troppo stretti, che si usa ai matrimoni e ai funerali: compiacenza volonterosa e distratta senza coinvolgimento. Non è vero che il pubblico sia sempre cretino. Ci sono film, come l’indimenticabile Io ballo da sola di Bertolucci, o Pinocchio di Benigni oppure This is the place di Sorrentino (salvato a stento dalla magistrale quanto inutile interpretazione di Sean Penn) durante i quali sorgono in sala gemiti a ogni battuta demenziale prevista da sceneggiature e trame molto crudeli verso lo spettatore. Tuttavia, la gente tiene dentro di sé il disgusto per paura di avere frainteso un capolavoro. Per il vero, succedeva anche con Brecht e gli infiniti drammi brechtiani che, somministrati nella particolare mediazione di Giorgio Strehler, sono stati inflitti a tutti i giovani italiani.

 

da Edmondo Berselli. Il primo brano è tratto da Post-italiani, il secondo da Venerati maestri; entrambe le opere sono nella raccolta degli scritti Quel gran pezzo dell’Italia. Tutte le opere 1995-

2010, Mondadori, 2011. w

 

LIBRI DA LEGGERE

 

Alberto Varvaro, Prima lezione di filologia, Laterza, 2012.

Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti, perché insegna alcuni doveri elementari che moltissimi dimenticano.

La filologia è la disciplina che mira a ricostruire e interpretare correttamente testi e documenti. Varvaro spiega che essa ha per scopo non solo di fissare l’edizione di un’opera (filologia testuale), ma anche di ricostruirne la storia e la critica e di analizzarne il contesto. Risponde a molte domande: come si è costituito un testo? quale ne è stato il processo di formazione? quali ne sono i “testimoni”? come si studiano varianti, errori, contaminazioni? Insomma, il bravo filologo sa rispondere alle classiche domande: chi? che cosa? quando? dove? come? perché?

L’autore del libro è un grande e noto filologo. Il libro, di lettura piacevolissima, insegna i criteri di un rigore che si va perdendo: quanti sono i giornalisti che controllano le fonti delle notizie ed evitano di presentarne una versione “romanzata”? Quanti gli studiosi che citano le opere che hanno effettivamente letto? Quanti i giudici che ricostruiscono correttamente la formazione dei precedenti giudiziari?

Sabino Cassese

 

Rabindranath Tagore, Lipika, Feltrinelli Editore

2008.

Dei racconti, o meglio note o appunti, scritti origi-

nariamente in bengali. Sono appunto piccoli scritti

in cui il principale tema è un dolce rimpianto, ma

anche una osservazione poetica del mondo vicino.

Il vicolo è irresistibile. E’ un vicolo indiano, ma po-

trebbe essere uno ligure, o in altro posto europeo,

anche se la pioggia, in Europa, è meno improvvisa.

E la descrizione della perdita in Diciassette anni è

intensamente poetica.

Marina Nespor

 

Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2011.

È il resoconto di un’ esperienza  eccezionale. Nei quartieri di Napoli in cui regna il Sistema, nei quartieri di camorra, Carla Melazzini ha promosso e condotto Chance, un progetto teso a recuperare alla scuola ragazzi che l’avevano abbandonata e a portarli alla licenza media. Insieme ad altri insegnanti, educatori e genitori “sociali” ha coinvolto per undici anni tanti adolescenti e li ha spesso condotti a ottenere il diploma. Il testo racconta il cammino degli insegnanti, fatto di difficoltà, problemi, speranze, docce scozzesi, successi e tanto apprendimento (la disponibilità a mettersi in discussione è stata un ingrediente importante per la riuscita dell’esperimento) e racconta il percorso di liberazione dei ragazzi dalla ineluttabilità di una cultura di sopraffazione e di morte che ne soffoca la vita. Il libro è contemporaneamente saggio e narrazione, tanto coinvolgenti sono le storie che lo compongono. Mostra con chiarezza come l’educazione, quando la competenza e l’impegno la sorreggono, sia davvero il mezzo più efficace per incamminarsi verso relazioni umane armoniose e reciprocamente accoglienti.

Gherardo Colombo

 

Francesco Pratesi, Criminal Bank, Laboratorio

Gutenberg, 2012.

Non pretende di essere un’opera letteraria –“del poeta è il fin la meraviglia…”-: ciò che stupisce in questo piccolo libro non è lo stile, la potenza delle immagini, la profondità dell’introspezione. Stupisce la storia raccontata, vera anche se camuffata in forma romanzesca. E stupisce perché legge dall’interno, dal punto di vista di un protagonista, un fenomeno le cui ripercussioni economiche e politiche sono su tutti i giornali: la trasformazione di un’attività indispensabile a far funzionare l’economia – la finanza, il trasferimento del risparmio dai centri di formazione a quelli di impiego – in un’attività tossica, puramente speculativa. Romanzi e film americani hanno già trattato di questa trasformazione e dei moventi dei suoi protagonisti. Di nuovo e di utile ci sono due cose. La prima è la collocazione casereccia della vicenda: la banca d’affari in cui il protagonista lavora è londinese, ma gli affari si svolgono in Italia, i titoli rischiosi sono piazzati in imprese, banche e amministrazioni pubbliche del nostro paese. La seconda è l’intento didascalico del racconto, che appesantisce lo svolgimento, ma permette di comprendere come le banche piazzano titoli ad alto rischio. C’è addirittura un piccolo glossario di termini tecnici, ma buona parte del romanzo, dei colloqui e dei contrasti tra i suoi personaggi, è imbevuta di spiegazioni su come l’intera faccenda funziona. Certo, c’è greed e cinismo da parte delle banche d’affari e dei loro piazzisti. Ma, accanto all’ignoranza dei piccoli clienti, c’è avidità e corruzione nei grandi: la vicenda centrale del romanzo, una grossa operazione con un’ipotetica (?) regione Sicilia, è molto istruttiva: difficile pensare che una truffa di questo genere avrebbe potuto coinvolgere un’amministrazione pubblica svedese. Michele Salvati

 

Irene Bignardi, Storie di cinema a Venezia, Marsilio 2012.

Venezia: chi non avrebbe voluto una storia d’amore nata e vissuta in questa città? Tutti, ovviamente. Non meraviglia quindi che il cinema l’abbia prescelta: i film girati sulla Laguna sono qualche centinaio. E però non si tratta solo di una location come accade per altre pur importantissime città del cuore – Parigi o Roma, per esempio. Perché Venezia – come ci avverte Irene Bignardi che ha raccolto 20 storie di pellicole che le sono legate – non è uno scenario, uno sfondo: è coprotagonista. E forse,proprio leggendo questo libro, ci si rende conto che potremo tranquillamente togliere il “co” e dire che la città è la prima donna.

 

Con mano ironica e leggera Irene Bignardi ci fa condividere i segreti dei film veneziani, fino a scoprire che molti ponti e canali e palazzi dove abbiamo visto baciarsi innamorati gli attori più famosi del mondo, sono in realtà virtuali, ricostruiti negli studios più disparati: alla Titanus di Roma la passeggiata notturna della contessa Serpieri e del tenente Mahler, al Lussemburgo la scenografia del “Mercante di Venezia” di Robert Redford, sulle colline di Asolo e non sul Canal Grande il palazzo del “Mercante” di Orson Wells. ”Estetica di necessità”, è stata chiamata, il modo come far tornare i conti della produzione per eludere le troppo costose riprese dal vivo. Solo il famosissimo Sommertime di David Lynch, su cui generazioni hanno versato molte lacrime, è tutto vero. L’anno successivo alla sua uscita, il turismo a Venezia era già raddoppiato.

Luciana Castellina

 

Valeria Parrella, Antigone, Einaudi 2012.

Quanti  sono  gli  adattamenti  e  le  rivisitazioni dell’Antigone?    Eppure,  questa,  appena  uscita, riesce a sorprendere per l’originalità e l’attualità. Questa Antigone, infatti, rischia la vita contravvenendo a un divieto che non è – come nell’Antigone di Sofocle – quello di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice. La legge che questa Antigone infrange vieta di staccare i tubi che da tredici anni pompano aria nei polmoni di Polinice, tenendolo addormentato – dice Creonte (chiamato “il legislatore) – “nel sonno chimico dal quale nessuno per legge, la mia legge, può trarlo fuori.” E’ nel problema odierno delle regole in materia di accanimento terapeutico che questa Antigone fa rivivere il dilemma tragico sofocleo. E accanto al dramma del fine vita propone un altro, non meno attuale e non meno tragico problema: a differenza dell’Antigone sofoclea, questa Antigone non muore suicida, dopo essere stata condannata a morte. Viene condannata all’ergastolo: la pena – vale la pena ricordarlo – che Cesare Beccaria, ritenendola ancor più temibile della morte, proponeva di sostituire alla pena capitale per i (pochissimi) crimini per i quali riteneva che questa fosse ammissibile. E alla quale Antigone del duemila si sottrae suicidandosi.

Eva Cantarella

 

Alessandro Golinelli, L’amore semplicemente, Frassinelli, 2012.

Il libro  racconta il  disperato amore di due adolescenti  a Mauthausen nel 1944, lei una liceale, lui un diciassettenne prigioniero russo. Separati dalla violenza nazista, si cercano disperatamente tra terribili  pericoli e spaventose violenze, e nei loro fuggevoli incontri – fatti di sguardi e di pochi gesti muti – nutrono un amore più grande del male che li circonda. Passione, ingenuità, tenerezza formano un tessuto affettivo commovente grazie alla capacità di scrittura di Golinelli che dona a ogni pagina un spessore visivo appassionante. Una storia d’amore che fa trattenere il fiato e battere più forte il cuore. Un romanzo che non si può non leggere fino in fondo.

Augusto Bianchi

 

Raul Montanari, Il Cristo Zen, Indiana 2012.

Si legge per passare il tempo, per distrarsi, per identificarsi,  per approfondire,per sognare e per conoscere qualcosa di diverso. Qualcosa che ignoriamo.

La lettura che mi piace di più in questi ultimi anni è quella dove imparo e che mi apre nuovi scenari della conoscenza. Prima dell’estate mi è capitato fra le mani un librino di Raul Montanari, edito da Indiana, la nuova casa editrice di Bernardino Sassoli. Sono stata attratta dal titolo, inquietante e promettente: Il Cristo Zen. L’autore confronta le due verità religiose, così primitive, così forti. Appare subito chiaro, dai primi confronti, che certe intuizioni dei maestri zen e dello stesso Buddha le ritroviamo nelle parole e nei comportamenti di Gesù. Come se il Nazareno, prima di parlare nel tempio di Gerusalemme, avesse ascoltato Siddartha che insegnava ai suoi cinque discepoli a Benares. Sono arrivata alla fine di quelle 135 pagine con la voglia di saperne di più. L’Unione Lettori mi ha aiutata e ho potuto presentare  Il Cristo Zen nella sala del Grechetto, rivolgendo le mie domande ad un sacerdote e un maestro Zen, davanti a una platea incantata e interessata. Non c’è stata una risposta precisa, però nessuno ha negato che il figlio di Giuseppe e Maria, prima di diventare figlio di Dio, abbia a lungo viaggiato.

Lina Sotis

 

Jaume Cabrè, Le voci del fiume, la Nuova Frontiera, 2007.

Jaume Cabrè, scrittore catalano non conosciuto in Italia quanto meriterebbe, scrive libri da quasi 40 anni fa. Ne ha impiegati sette per scrivere Le voci del fiume, “cominciando senza sapere dove sarebbe arrivato” e modellando i personaggi per strada. E’ un romanzo difficile da raccontare perché, tra narrazioni dirette e indirette e continue oscillazioni tra passato e presente, racchiude tante storie. Tre sono i protagonisti principali: Oriol Fontelles, un giovane maestro che nell’inverno del 1944 si trasferisce per lavoro a Torena, un paese sperduto tra i Pirenei vicino al quale scorre il fiume Panamo, testimone delle voci di chi è vissuto e morto vicino alle sue sponde; Elisenda Vilabrù, l’ambigua e potente nobildonna del posto con cui Fontelles intreccia una relazione dopo che la moglie, alla vigilia della nascita della figlia che lui mai conoscerà, lo abbandona per la sua contiguità ai franchisti locali; Tina Bros, una professoressa che sessant’anni dopo scopre a Torena, nella scuola dove Oriol insegnava, nascosti dietro una lavagna, i quaderni su cui il maestro aveva scritto la sua storia, sperando che la figlia sconosciuta potesse un giorno leggerla. Sarà così Tina Bros a svelare il segreto del tardivo riscatto di Oriol e delle circostanze della sua morte a trent’anni, celate per tanto tempo da quel “Caìdo por Dios y por Espana” inciso sulla lapide della sua tomba per volere dei franchisti. Cabrè racconta così la tolleranza della chiesa cattolica di fronte al franchismo, ma anche le storie, le passioni e i ricordi di quanti vivono o passano per Torena, un coro di voci e di anime che grida l’impossibilità di dimenticare il male e la difficoltà di perdonare anche dopo la morte. “Sai figlio? -dice Serrallac, l’artigiano di Torena, fabbricante di lapidi – I cimiteri dei paesini mi hanno sempre fatto pensare alle fotografie di famiglia: tutti si conoscono e tutti stanno fermi, uno accanto all’altro per sempre, ognuno con lo sguardo fisso sul proprio sogno. E con gli odi disorientati da tanta quiete”.

Armando Spataro

 

Adrian Desmond James Moore, La sacra causa di Darwin. Lotta alla schiavitù e difesa dell’evoluzione, Cortina 2012.

Il disegno di Darwin sull’evoluzione e della selezione naturale dipende dalle osservazioni e dalle intuizioni provocate dal viaggio sul Beagle alle Galapagos, come vogliono le stereotipe biografie tradizionali cui siamo tutti abituati? Questo libro offre un’altra, avvincente spiegazione, che rintraccia, attraverso l’esame di lettere, appunti e scritti giovanili, una dimensione sconosciuta di Darwin: il suo grande, anche se, come era nella sua natura, schivo e non appariscente, impegno nel movimento per l’abolizione della schiavitù, un movimento cui appartenevano la moglie e molti suoi famigliari.

 

Secondo gli autori di questo libro tradotto finalmente in italiano, è proprio dall’obiettivo di dimostrare, utilizzando anche i piccioni, la discendenza dell’uomo, nero o bianco che sia, da antenati comuni e quindi la stupidità delle teorie, assai diffuse, che volevano giustificare biologicamente la schiavitù con una inferiorità naturale dei neri, che Darwin intraprende le ricerche che poi lo porteranno a formulare, e a tenere nascoste per decenni, le teorie che hanno cambiato la storia del mondo. Il libro offre così, insieme a un inatteso panorama dell’effervescenza della società vittoriana, soprattutto nella sua componente femminile, una coinvolgente ricostruzione delle origini del percorso che ha portato Darwin a formulare le sue teorie.

Stefano Nespor

 

Luciana Castellina, Transiberiana, Nottetempo

2012.

Un libro che racconta, in modo disincantato e semplice, critico e nostalgico, un viaggio sulla Transiberiana soffermandosi sulle tappe che, di città in città, progressivamente allontanano da Mosca e si immergono  nell’enorme  estensione  della  Russia asiatica. È il racconto di un viaggio non solo nella realtà di un paese quasi sconosciuto, ma anche nella letteratura, nella politica, nella storia, nella sconosciuta modernità di molte città siberiane; poi, è anche un viaggio nei ricordi di una testimone attivamente e dolorosamente partecipe del disgregarsi dell’Unione sovietica e delle promesse della Rivoluzione d’ottobre.

Annelise Klein

 

William Gibson, Zero History, Viking 2011.

Con questo titolo allusivo, William Gibson, il geniale cantore del mondo delle piattaforme digitali e inventore del termine cyberpunk prosegue la Blue Ant trilogy iniziata con Pattern recognition (2003) che combina il mondo creativo e maniacale della moda, della pubblicità, dei designers e delle bands musicali, con il mondo maniacale delle grandi zaibatzu mondiali, con le loro limo blindate, gli eserciti privati della security e il mondo maniacale dei servizi segreti, dello spionaggio elettronico e del commercio delle armi, tutti legati dalle prospettive maniacali di fare quantità maniacali di denaro.

La storia gira attorno alla ricerca di una misteriosa disegnatrice di moda che produce capi introvabili di squisita fattura. Ben presto la storia si complica perché Bigend, il boss fisicamente e politicamente sovrumano della Blue Ant, l’agenzia tuttofare che si occupa dell’affare, inciampa in un traffico di armi mondiale mentre sta cercando a sua volta di ottenere una commessa militare per uniformi da squadre speciali firmate da famosi designers. Non aggiungo altro per non svelare troppo di una trama che riserva una sorpresa a ogni capitolo, se non a ogni pagina. Leggetelo: potrete imparare un sacco di cose interessanti e di irrelevant trivia, aggirandovi con il geniale Gibson, vero radar per le tendenze della contemporaneità, nel sottomondo dei negozietti tra Noho, Soho (quello originale, non quello South of Houston) e le bancarelle di Akihabara, dove una popolazione maniacale ricicla gli scarti materiali e umani di una maniacale economia mondiale del consumo, mescolando lowlife e high tech.

Guido Martinotti

 

Brady Udall,  The Miracle Life Of Edgar Mint, Norton 2012.

“If I could tell you only one thing about my life it would be this: When I was seven years old the mailman ran over my head.” So begins a remarkable, sometimes compelling and sometimes overly written American novel of Indians, Mormons [adulterous and otherwise] and “half breeds” [Edgar is half Apache and half white.]  The un self-consciously heroic young boy is saved from a likely endlessly hellish life by cantankerous hospital mates and an old Hermes   typewriter that   allows him to write his way out of his daily world. Udall’s first novel could have been only   horrifying with its graphic  descriptions of Edgar’s bullied life in an Indian school, its killings, and parents who disappear or drink themselves into forgetting their children. But as you wince, you also laugh and ultimately see a Dickens world [with a Ken Kesey touch] lead to an end that is quite different from the road to it. Edgar is admonished at one point, “Don’t go bad Edgar.” He both does and doesn’t.

Joseph DiMento

 

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi!, Adelphi

2011.

‘Il bene’. C’è qualcosa di più grande, di più nobile e di più difficilmente definibile? Di questi tempi, poi, se ne fa un gran parlare, quasi che il male sia ovunque e per trovare il ‘bene’ abbiamo tutti bisogno della bussola. In nove racconti l’autore enumera altrettante situazioni ove il bene viene messo sotto la lente di ingrandimento. Ne esce una incrollabile fiducia nella bontà della natura umana, idea che a Machiavelli faceva venire il mal di pancia. Perché secondo Grossman il bene è la risorsa individuale che, se coltivata, garantisce la sopravvivenza dell’essere umano a se stesso, senza necessità di mediazioni sovrastrutturate: “la bontà autentica non conosce forma e formalità, non si cura di concretizzarsi nei riti, nelle immagini, non cerca la forza del dogma; sta dove c’è un cuore buono. Credo che il buon Dio dei cristiani celebri la sua vittoria anche nella bontà dei pagani, nello slancio di carità del non-credente, dell’ateo, nella benevolenza di un eterodosso”. E allora, è ‘buono’ il vecchio maestro (dall’omonimo racconto) che pur conscio dell’inevitabile massacro cui va incontro protegge i suoi fratelli ebrei perseguitati dai nazisti.

Ed è ‘buono’ il compagno di studi un pò più stupido degli altri che però è capace di gesti d’amore che rendono più bella la vita a chi li riceve (‘Fosforo’). Infine c’è il viaggio in Armenia, appassionato resoconto di un grandissimo scrittore che si sentiva piccolo piccolo solo perché non riusciva ad avere il successo che sarebbe arrivato postumo. Era il 1961 quando pubblicò ‘Vita e Destino’, subito ritirato dal commercio: decisamente troppo presto per denunciare l’oppressione sovietica nel proprio paese.

Giulia Gavagnin

 

 

E-BOOK

 

Salvatore Giannella, RiCostituiamoci. La Costituzione italiana e le sue tre anime, Castello Volante, 2012.

C’è  chi  l’aveva  data  per  dispersa:  “Eccezionale scoperta archeologica. Ritrovata la copia di un antico testo: La Costituzione italiana non era solo una leggenda”, titolava di recente l’inserto satirico di un noto quotidiano. Proprio alla Costituzione è dedicato questo e-book dal titolo che è anche un invito: “RiCostituiamoci”. In un momento di crisi economica internazionale e di profonde crisi istituzionali e politiche interne, la Costituzione italiana è più che mai attuale. Da ormai un ventennio aleggia nel nostro Paese un pensiero trasversale che considera la Costituzione come qualcosa di invecchiato, da ritoccare e aggiornare. Quel che è peggio, in certi ambienti si è insinuata l’idea che i valori che sono alla base dell’Italia non siano i valori di tutti, ma contengano posizioni estremizzate, “comuniste”, nel senso antistorico con cui questo termine è stato rozzamente impiegato negli ultimi anni.

L’autore, attraverso interviste e parole raccolte dai Costituenti, ricostruisce il dibattito che ha portato alla stesura di un testo nato dall’accordo dei rappresentanti degli italiani usciti dalla devastazione della guerra e del fascismo. E mostra come la Costituzione sia la sintesi e l’unione di un paese in cui sono confluite tre anime: quella cattolica ricostruita dalla testimonianza di Tina Anselmi; quella comunista raccontata da Nilde Iotti; e quella liberale e repubblicana spiegata da Giovanni Ferrara. A completamento, il famoso discorso di Pietro Calamandrei sulla nostra “legge delle leggi”.

Lucio Labianca

 

LIBRI DA RILEGGERE

 

Joseph Roth, Tarabas. Un ospite su questa terra, trad.it. Adelphi 1979.

È forse il più dostoievskiano dei romanzi di Joseph Roth. Lo studente rivoluzionario diventato crudele soldato assiste senza reagire a un pogrom provocato dai suoi uomini. E finisce per punirsi con un vagabondaggio di fame e miseria che lo conduce alla morte. La letteratura tragica e splendente dell’autore della Marcia di Radetzky raggiunge in questo romanzo di furori e di passioni uno dei punti più alti. Dalla sua terra di Galizia, la scrittura di Roth, fra le più straordinarie fra quelle della lingua di Goethe, fa emergere i sinistri bagliori di un secolo feroce. Pasquale Pasquino w

 

UNA LETTERA DA KAMPALA

 

Alcuni anni fa, avevo chiesto per mezzo dei Testi Infedeli un aiuto ai lettori per finanziare un piccolo ospedale in Uganda ove sono assistite per lo più donne affette da HIV con i loro bambini. L’iniziativa, anche in quel caso promossa dal mio amico Piero Pomponi, un grande fotografo che ha la sua base a Kampala, ha avuto un successo al di là di ogni aspettativa: con il ricavato sono state assistite molte degenti e sono state rinnovare alcune attrezzature dell’ospedale. Ora, ho ricevuto questa lettera da Piero e ho pensato di tornare alla carica con i miei lettori vecchi e nuovi.

Potete versare le vostre offerte (basta poco, come spiega la lettera) sul conto bancario indicato nella pagina seguente, dando nel contempo avviso del versamento a Piero all’indirizzo pieropomponi@ yahoo.com che vi confermerà di aver ricevuto la somma. Nel prossimo fascicolo darò notizia degli sviluppi del progetto. Nel frattempo, guardate alcune stupende foto sul sito www.pieropomponi.net/).

 

Caro Stefano,

Insieme a un volontario ugandese, Jimmy Agaku e a Suor Maria Goretti Kemirembe, ho organizzato il progetto MKATE na MAZIWA in swahili, “PANE E LATTE”. Tre volte alla settimana distribuiamo nelle baraccopoli intorno a Kampala (Makyndie, Kireka,Nakasero Market e Bombo road) pane e latte con nesquik ai bambini (qualche centinaio) che vivono per strada e molti affetti da HIV_AIDS. Finora ho sovvenzionato io con alcuni amici qui del posto l’intero progetto, ma ora ho bisogno di aiuto. Basta poco: con due euro riusciamo a comprare tre chili di pane, alcuni litri di latte e il nesquik.

A presto, Piero.

 

 

Nome beneficiario: Piero Pomponi

Causale “mkate na maziwa project “

Numero conto corrente bancario: 0141033380400

C/o  crane bank, ltd – kampala-uganda-(swift:

cranugkaxxx)

Account number: 9580200 00 Attraverso:

Deutsche Bank ag, Frankfurt\Main

Sort code:  500 700 10 swift: deutdeffxxx

Iban: de97 5007 0010 0958 0200 00

 

Questo quarantaduesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel dicembre del 2012 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Grafiche Porpora srl di Segrate, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – ma non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive. I Testi Infedeli escono dal 1989. Ringrazio per i suggerimenti Salvatore Giannella, Marina Nespor, Pasquale Pasquino.

N. 30 estate 2006

LA COPERTINA
Ragazzi africani a Bulungula
(Transkei, Sud Africa) di Stefano Nespor
Dipinto con colori a olio solubili in acqua
Winsor&Newton e matite, su tela

 

L’INDICE
In questo trentesimo volume dei Testi infedeli troverete
alcuni scritti sul tema dell’Europa e dei
suoi valori oggi (Europa oggi) e ieri (Storie di
famiglie e altre storie d’Europa e Aberratio ictus:
Lisbona 1755; quest’ultimo tocca anche uno dei
temi abituali, quello dell’eresia e degli eretici);
infine, Spagna 1807 – Iraq 2005 e Teoria e prassi
del terrorismo di stato toccano temi caratteristici
della storia europea, dalle Crociate in poi: quello
dell’esportazione della civiltà e della tecnologia
bellica. L’ultimo testo offre anche la possibilità di
riflettere sulle persone cui sono affidate le missioni
di pace internazionali nel nostro paese. Al tema dei
valori e dei consumi toccato in Europa oggi si
ricollega Un diamante è per sempre.
Ci sono, come al solito, molte poesie: di una
importante, e poco conosciuta in Italia, poetessa
argentina (Alejandra Pizarnik), di un poeta russo
morto giovanissimo qualche anno fa (Boris Ruzuj),
di una poetessa americana che ha legato le sue
poesie alla musica jazz (Ruth Weiss, con un ricordo,
nelle note biografiche, di altre due importanti
Ruth Weiss, che hanno avuto un destino singolarmente
analogo).
Il volume si chiude con un provocatorio invito di
Indro Montanelli.
Questo volume è dedicato anche all’Africa. C’è infatti,
oltre alla copertina, un appello ai lettori
riguardante una iniziativa in un piccolo villaggio
ugandese, Luweero. Inoltre, c’è anche un segnalibro
“sahariano” offerto da Spazi d’Avventura.

 

EUROPA OGGI
Scarpe Geox o Tods, cellulare Blackberry, il solito
Rolex da finestrino, la borsa di Prada, il vestito di
Armani, l’acqua di colonia Bulgari, la casa in
Sardegna proprio di fronte al mare, la settimana
alle Maldive e quella alle terme (con dieta rigidissima),
il televisore al plasma 60 pollici, il SUV per
portare i figli a scuola, il navigatore satellitare per
andare al supermercato.
La ricerca dell’individualità da parte dei proletari
dello spirito è continua ed insaziabile. Si tratta di
comporre in un pacchetto originale, magari con
piccole variazioni non usuali, tutti gli elementi
imposti dalle mode del consumo. Lo sforzo non ha
mai fine, e richiede un’attenzione sempre vigile: la
moda cambia di giorno in giorno e l’aspettativa di
vita del desiderio di oggetti di consumo è brevissima.
Il proletario dello spirito, man mano che crea il
suo pacchetto, si accorge che ciò che credeva unico
è in realtà già diffuso tra tutti quelli da cui vuole
distinguersi. La transitorietà e la novità hanno sostituito
la durata come valore: il fatto che un bene
sia di brevissima durata crea non insoddisfazione,
ma piacere, perché permette di cambiarlo velocemente
con un altro più aggiornato. Il valore del
bene è dato non tanto dai suoi pregi, quanto dai
suoi limiti.
Come per Sisifo, la creazione della individualità
finisce sempre per autodistruggersi e per creare un
pacchetto uguale a quello di tutti gli altri. Ma i proletari
dello spirito non si arrendono, continuano la
loro ricerca, sempre in bilico tra agognata individualità
e appiattimento nella massa.
Non possono arrendersi: un cedimento li
sposterebbe irrimediabilmente da instancabili produttori
di desideri inutilmente realizzati e quindi di
rifiuti, ad oggetti abbandonati nella discarica dove
i rifiuti si accumulano e minacciano, giorno dopo
giorno, di travolgerli.
All’altra estremità stanno i detriti della globalizzazione.
Sono fuggiti dai loro paesi dell’Africa,
dell’Asia e dell’America Latina dove le terre abitate
dai loro genitori sono state trasformate in
parchi naturali o campi da golf per i ricchi abitanti
dell’Occidente, dove le foreste sono vigilate da
guardie armate per conservare la biodiversità, dove
i campi un tempo coltivati si sono inariditi, dove
l’acqua ormai manca e i pozzi sono avvelenati per
l’inquinamento prodotto da scavi e trivellazioni
alla ricerca di petrolio e minerali per sostenere i
desideri dei proletari dello spirito, dove guerre e
guerriglie devastano le ultime possibilità di sopravvivenza.
Giungono nel mondo ricco, ma si arenano alla sua
periferia: in fabbriche abbandonate, in baracche
che ogni tanto bruciano, sui marciapiedi. Non consumano,
non hanno desideri salvo quello di sopravvivere
e, se possibile, di mandare qualche aiuto a
parenti rimasti a casa. Si può pensare che i proletari
dello spirito alla inutile ricerca di individualità e i
detriti della globalizzazione che non sono neppure
individui non potrebbero essere più diversi e più
lontani. Eppure, hanno un destino comune: per
scelta o per necessità sono tutti uguali, alla fine si
distinguono solo per il colore della pelle.
Su questi temi si veda ZYGMUNT BAUMAN,
Vita liquida, 2006, autore anche di Le sfide dell’etica,
Feltrinelli, 1997.

 

ABERRATIO ICTUS: LISBONA 1755
Lisbona, 1 novembre 1755, Giorno di Ognissanti.
Nella tarda mattinata una scossa di terremoto che dura
dieci minuti distrugge una delle città più ricche e
popolose d’Europa (con oltre 250.000 abitanti era la
quarta in ordine di grandezza, subito dopo Napoli).
È la prima catastrofe dell’Europa moderna. Ciò che
appassiona, unisce e divide tutta l’Europa non sono
però i temi oggi abituali del soccorso, della
ricostruzione, delle responsabilità politiche, ma
quello delle cause della catastrofe: si sviluppa tra
Francia, Inghilterra, Austria, Germania e Italia un
serrato confronto tra religione e illuminismo, tra
superstizioni e scienza, ma anche tra diversi orientamenti
religiosi.
In Francia, si accapigliano Voltaire e Rousseau. Il
primo scrive un Poeme sur le desastre de Lisbonne
riprendendo uno dei suoi temi abituali: non è vero
che tutto ciò che accade corrisponde al volere di
Dio e quindi è la migliore delle soluzioni possibili.
Gli risponde con una polemica lettera Rousseau,
secondo il quale la questione non è se tutto accade
per il meglio o meno: non erano stati Dio o la
Natura a addensare più di ventimila case in uno
spazio ristretto, ma gli uomini e i governi. Se gli
abitanti fossero stati più intelligentemente distribuiti
sulle superfici a disposizione, i danni
sarebbero stati di ben minore entità.
Per gli atei, la catastrofe rivela l’assenza di Dio: se
fosse esistito, non sarebbe dovuto intervenire per
salvare dalla distruzione una delle città più religiose
del mondo?
Per i religiosi, la catastrofe rivela invece la presenza
di Dio ed è un suo castigo: già San Filastrio,
vescovo di Brescia aveva avvertito nel IV secolo
che “è eresia pensare che il terremoto sia fatto non
dalla volontà e dall’indignazione di Dio, ma dalla
natura”. Ma: chi viene punito?
Per il movimento protestante europeo,
dall’Inghilterra alla Germania, la punizione divina
era diretta contro il fanatismo religioso dei portoghesi,
dei gesuiti e dell’Inquisizione. Per il giansenista
francese Laurent-Etienne Rondet (autore delle
Réflexions sur le Désastre de Lisbonne) Dio aveva
lanciato un avvertimento affinché l’Europa non
seguisse l’esempio di Spagna e Portogallo e tornasse
ad una maggiore tolleranza.
L’opinione della Chiesa cattolica e dei Gesuiti era,
invece, che Dio avesse inteso punire il comportamento
lussurioso e peccaminoso degli abitanti di
Lisbona.
Particolarmente attivo era il gesuita Gabriel
Malagrida. Nato in Italia, a Menaggio nel 1689
(nella chiesa parrocchiale è stato eretto nel 1887 un
monumento commemorativo), missionario per
molti anni in Brasile, era ritornato a Lisbona nel
1751.
Malagrida predicava: “Sappi o Lisbona, che il
distruttore delle nostre case, palazzi, chiese e
conventi, la causa della morte di tanta gente e
delle fiamme che hanno divorato così ricchi
tesori, sono i tuoi abominevoli peccati, e non
comete, stelle, vapori ed esalazioni, e simili
fenomeni naturali”.
Certo è che, se Malagrida aveva ragione, Dio
aveva, sia pur di poco, sbagliato mira: le lussuose
case dei ricchi erano state risparmiate, mentre
erano stati rasi al suolo i quartieri più poveri. Un
caso tipico di aberratio ictus.
Una conferma però delle tesi di Malagrida era
offerta da diecine di crocifissi miracolosamente
rimasti illesi tra le macerie, da immagini che
piangevano, da una statua della Madonna saltata in
un pozzo per recuperare delle offerte scomparse
durante il terremoto, da numerosi miracoli compiuti
da Sant’Antonio da Padova (portoghese di nascita)
per salvare gli abitanti di Lisbona.
Due stranieri, provenienti da un paese vicino a
Praga un tempo famoso per le sue miniere d’argento,
si erano permessi di dubitare dell’origine
soprannaturale della catastrofe e invitavano a cercare
tra le macerie i sopravvissuti e non i crocifissi.
Furono fatti a pezzi e bruciati da una folla incitata
da Malagrida a punire gli eretici osservando
che “è scandaloso pretendere che il terremoto sia
stato solo un evento naturale, perché se questo
fosse vero, non ci sarebbe bisogno di pentirsi e cercare
di evitare la collera di Dio…”.
In questa difficile situazione, il re Don José ebbe
una coraggiosa intuizione: affidò la gestione della
catastrofe al suo ministro Sebastiao José de
Carvalho y Mello.
Il futuro Marchese di Pombal, seguace dei principi
dell’Illuminismo appresi mentre era ambasciatore
in Gran Bretagna e in Austria, da tempo cercava di
modernizzare il Portogallo. “Seppellire i morti e
sfamare i vivi” è la celebre risposta che diede alla
richiesta del re su che cosa si sarebbe dovuto fare,
escludendo che si dovesse cominciare con il
ricostruire le chiese.
In pochi anni ricostruì Lisbona, suscitando l’ammirazione
di tutta Europa e superando gli enormi
ostacoli frapposti alla sua opera da Malagrida e da
coloro che lo ritenevano un inviato del demonio.
Poi, quando considerò concluso il suo compito,
Pombal regolò anche i conti con il suo principale
avversario. Con macabro umorismo, utilizzò le
stesse armi del nemico: accusò il gesuita Malagrida
di varie eresie (tra cui rapporti con il diavolo) e di
complotti con gli spiriti maligni contro il re.
Al termine del processo, il 21 settembre 1761, il
gesuita, ritenuto colpevole utilizzando le stesse
regole applicate dall’Inquisizione, fu strangolato e
poi bruciato, di notte, al chiarore delle fiaccole.
Grande fu lo sdegno della Chiesa cattolica: non
certo perché era stato ucciso un innocente utilizzando
regole processuali assurde, né perché era
stato bruciato un uomo, ma perché Malagrida non
era un eretico.
È vero. Come con il terremoto, ancora una volta, a
Lisbona Dio – utilizzando la mano del Marchese di
Pombal – aveva sbagliato obiettivo: un altro inquietante
caso di aberratio ictus. ◗
Sul terremoto di Lisbona: ROBERT K. REEVES, The
Lisbon earthquake of 1755: confrontation between the
church and the enlightenment in eighteenth-century
Portugal, in www.dickinson.edu/~quallsk/
thesis_reeves.doc; RITA GOLDBERG, Voltaire,
Rousseau, and the Lisbon Earthquake in
Eighteenth Century Life, 1989, pag.1-20. Sul
Marchese di Pombal la migliore biografia disponibile
è: KENNETH MAXWELL, Pombal:
Paradox of the Enlightenment, Cambridge
University Press, 1995. Sui terremoti in genere:
EMANUELA GUIDOBONI, I terremoti prima del
Mille in Italia e nell’area mediterranea, Storia
Archeologia Sismologia, ING-SGA Bologna 1989.
Su Gabriel Malagrida: PAUL MURY, Histoire de
Gabriel Malagrida, Parigi, 1884, tradotta in
tedesco nel 1890 e più recentemente in portoghese,
di cui è coautore CAMILO CASTELO BRANCO;
SILVIA GUZZETTI, Un italiano il primo santo
del Brasile?, in Jesus, n. 1/1992. In Brasile è stato
anche realizzato nel 2000 un film-documentario
sulla sua vita dal regista Renato Barbieri. Una
copia degli atti del processo, tradotta in olandese
dall’originale, si trova nella biblioteca pubblica di
Amsterdam.

 

SEI POESIE DI ALEJANDRA PIZARNIK

Innamorata
Questa lugubre mania di vivere
Questa burla nascosta di vivere
Ti ghermisce Alessandra, non negarlo
Oggi ti sei guardata nello specchio
Ed eri triste, eri sola
La luce splendeva l’aria cantava
Ma il tuo amore non era venuto
Gli manderai messaggi, sorriderai
Vibreranno le tue mani e così verrà
Il tuo amore così amato
Odi la folle sirena che se lo portò via
la barca con schizzi di schiuma
dove si spensero le risa
ricorda l’ultimo abbraccio
oh niente angosce
ridi tra le lacrime, piangi in mezzo a risate
ma chiudi le porte del tuo volto
perché poi non dicano
che quella donna innamorata eri proprio tu
ti crucciano i giorni
ti affliggono le notti
ti fa male la vita, tanto, tanto
disperata, ma dove vai?
Disperata, basta.

Da: L’albero di Diana
V
per un minuto di vita breve
unica a occhi aperti
per un minuto poter vedere
nel cervello piccoli fiori
che danzano come parole sulla bocca di un muto
VI
lei si spoglia nel paradiso
della sua memoria
lei non conosce il destino feroce
delle sue visioni
lei ha paura di non saper nominare
ciò che non esiste
VII
Salta con la camicia in fiamme da stella
a stella, da ombra in ombra. Muore di
morte lontana quella che ama il vento.
XI
ora
in quest’ora innocente
io e colei che fui ci sediamo
sulla soglia del mio sguardo

Alba
Mi spoglio sognando una notte solare
Sono rimasta distesa per giorni animali
Il vento e la pioggia mi hanno annientato
Come un fuoco, come una poesia
Scritta su un muro.

Soli e piogge
A chi ritorna in cerca del suo antico cercare
la notte si chiude come acqua su una pietra,
come aria su un uccello,
come si uniscono due corpi che si amano.
La parola e l’esilio:
copri con un canto la fessura,
sorgi nell’oscurità come un corpo che annega,
avvolgi con il canto la fessura, la fenditura,
la lacerazione.

La solitudine
La solitudine non è non poterla dire
Per non poterla abbracciare
Per non poterle dare un nome
Per non poterla rendere sinonimo di un paesaggio.
La solitudine è questa melodia frantumata delle
mie frasi.

Innamorata è tratta da La última inocencia, 1956;
Alba è tratta da Los trabajos y las noches, 1965;
L’arbol de Diana è del 1962. Soli e piogge e La
solitudine sono contenute nella raccolta
1970\1971.
Alejandra Pizarnik è nata a Buenos Aires il 29
aprile 1936 in una famiglia di emigranti
dall’Europa orientale. Ha studiato filosofia e lettere
e, più tardi, pittura. È vissuta tra il 1960 e il 1964 a
Parigi, dove ha frequentato Julio Cortazar e ha
tradotto Antonin Artaud, Henri Michaux, Aimé
Cesairé e Yves Bonnefoy. Tornata in Argentina, ha
pubblicato Los trabajos y las noches, Extracción
de la piedra de locura e El infierno musical e un
lavoro in prosa La condesa sangrienta. Muore Il 25
settembre del 1972, probabilmente suicida,
ingerendo una dose eccessiva di sonnifero. Si
vedano per maggiori informazioni due siti dedicati
alla poetessa: http://www.cibernetic.com/ALE/ e

http://pizarnik.iespana.es/

 

STORIA DI FAMIGLIA
E ALTRE STORIE D’EUROPA
Gustav Nespor era un medico radiologo nella
Marina austroungarica.
Lamentandosi con suo figlio di quanto fosse cambiata
l’Europa, gli raccontava durante la prima
guerra mondiale del tempo felice nel quale,
qualche decennio prima, avendo come unico documento
d’identità il tesserino universitario, partendo
da Praga era arrivato in Spagna passando dalla
Germania e dalla Francia.
Mio padre mi riferiva questo episodio con tristezza e
incredulità: per molti anni si era ritrovato in Italia
privo di documenti e impossibilitato a recarsi all’estero
se non con permessi speciali e temporanei, fino
all’ottenimento della cittadinanza italiana.
Quei tempi sono, da poco, tornati.
Racconta Navid Kermani, il filosofo e esperto di
islamismo tedesco, di aver digitato sul route planner
del suo portatile prima “Capo Nord” e poi
“Tarifa”, la città più a sud della Spagna. Il portatile
annuncia il risultato con delle bandierine: da Capo
Nord per 700 metri su una strada locale, poi due
volte a sinistra e dopo 280 metri immettersi sulla E
69. Dopo 5930,20 chilometri, dalla N5 spagnola si
svolta a sinistra sulla CN 340, che dopo 400 metri
diventa la Avenida Mirador de los Ríos. Seicento
metri e si entra a Tarifa.

La durata del viaggio è 7 giorni, 3 ore e 57 minuti.
Non sono segnalati controlli alla frontiera: 5931
chilometri, cinque passaggi di frontiera, ma nessun
controllo. Cinquant’anni fa, nessuno avrebbe
ritenuto possibile quello che sia oggi – e sia centocinquant’anni
fa – era naturale: un’Europa senza
frontiere.
Ricorda ancora Kermani che Stefan Zweig, nel
1932, l’anno prima della presa del potere da parte
di Hitler, vedeva con terrore la crescente potenza
delle forze nazionalistiche, “la forza dei piccoli
interessi dai pensieri brevi che combattono le
grandi idee, la violenza dell’egoismo contro lo
spirito della fraternizzazione”; constatava con
dolore che “l’isolamento tra Stato e Stato, in
Europa” era divenuto “più forte, più veemente,
più consapevole, più organizzato”. Zweig non era
certo il solo, in quel cruciale 1932, a riflettere sulle
condizioni d’Europa: di quell’anno è il Discorso
alla nazione europea di Benda che, pur negando
che una idea di Europa fosse mai esistita (del resto,
già Erodoto confessava di non sapere nulla sulle
origini di questo nome e di non essere in grado di
individuare con esattezza il territorio cui il nome si
applica), avvertiva l’esigenza di una unità europea;
in quello stesso anno vi sono, sul tema dell’Europa,
due convegni internazionali: a Parigi a cura
dell’Accademia diplomatica internazionale e a
Roma promosso dalla Fondazione Alessandro
Volta (ad entrambi partecipa attivamente Zweig; a
Roma, lo studioso di storia del diritto romano
Pietro Bonfante fece scalpore parlando della
necessità di una cittadinanza europea).
Zweig non si faceva certo illusioni sul rapporto di
forze allora esistente tra i particolarismi nazionali e
l’idea sopranazionale europea, tra l’odio e il
fanatismo e la visione di una varietà culturale e linguistica
all’interno di una comunità politica, e si
chiedeva angosciato: “Credo che sentiamo oggi,
tutti e ovunque, l’elettricità che si sviluppa dall’attrito
degli opposti. Sentiamo tutti, fin dentro i nostri
nervi, che nei prossimi anni una delle due tendenze
dovrà avere definitivamente il sopravvento. Quale
vincerà? L’Europa continuerà la propria autodistruzione
o saprà unirsi?». Conosciamo purtroppo
tutti la risposta a questa domanda. Pochi anni dopo,
Stefan Zweig dovette fuggire e stabilirsi, dopo varie
peripezie, in Brasile. Lì, pensando che quello Stato
europeo che aveva sempre sognato si stesse sì realizzando,
ma con la mostruosa mutazione del Reich
hitleriano, si uccise, proprio quando i segni premonitori
della sconfitta erano ormai evidenti agli occhi
degli esperti. Era il 23 febbraio 1942.
Oggi il sogno di Stefan Zweig “di questo ancora
inesistente Stato europeo, e di sentire come una
cosa sola, fraternamente, il nostro molteplice
mondo” è una realtà: Stefan Zweig alla fine ha
vinto.
Naturalmente Gustav Nespor non ha potuto
rivedere i tempi felici della sua infanzia: è morto
molto prima, nel 1932, nello stesso anno in cui
Zweig ribadiva la sua fede europea.
È morto a Kutna Hòra, nella piccola città non lontano
da Praga dove era nato e dove era ritornato
dopo la dissoluzione dell’Impero austroungarico e
la creazione del nuovo stato cecoslovacco (ora a
sua volta scomparso): una città adatta a chi ricordava
l’Europa senza frontiere: per molto tempo ne
era stata uno dei simboli.
Nel Medioevo, fino alla metà del XVI secolo,
infatti, la maggior parte delle monete d’argento circolanti
in tutta Europa erano coniate con il metallo
proveniente dalle ricchissime miniere collocate nei
pressi di quella città. Poi la scoperta dell’America
e il successivo afflusso in Europa di oro e argento
in enormi quantità a costi ridotti determinarono la
decadenza della città, non essendo più competitiva
l’estrazione dell’argento dalle miniere locali.
Di quel periodo restano molti monumenti di pregio
che segnano l’interscambio culturale europeo.
Il più importante è il Vlassky dvúr, cioè la Corte
progettata all’inizio del XIV come zecca e così
chiamata per la partecipazione di artisti e artigiani
italiani alla costruzione e di esperti toscani per le
norme di conio.
Oltre agli aspetti economici e artistici, c’è un aspetto
spirituale che segna la centralità europea di
Kutna Hòra: la chiesa dei monaci cistercensi di
Sedlec, costruita tutta con ossa umane provenienti
da ogni paese d’Europa.
La storia di Sedlec comincia nel 1278, allorché
Enrico, un monaco cistercense, parte per la
Palestina. Lì Enrico raccoglie una manciata di
terra, la riporta a Kutna Hòra in una piccola anfora
e la sparge sul terreno ove era collocato il minuscolo
cimitero della chiesa. In pochi anni, il cimitero
divenne uno dei posti più sacri e più trendy dell’epoca
per essere sepolti: molti si recavano lì a concludere
la loro vita, altri vi portavano i resti dei loro
cari. Nel 1318, vi erano le ossa di oltre 30.000
cadaveri, giunte da ogni parte d’Europa.
A un certo punto, la sepoltura fu sostituita dall’accumulazione
delle ossa sopra l’area benedetta.
Infine, nel 1511 – a quel punto vi erano ossa di
oltre 250.000 fedeli – un monaco ebbe l’idea di
utilizzarle per erigere una cappella, e poi un’intera
chiesa, in modo da fare posto per i nuovi continui
arrivi. Quella cappella è oggi uno dei più grandi
simboli della comune cittadinanza europea. ◗

NAVID KERMANI è nato nel 1967 a Siegen in
Germania, ha studiato islamismo filosofia e teatro.
Collabora alla Frankfurter Allgemeine Zeitung e
alla Suddeutsche Zeitung, ove è stato pubblicato il
15 ottobre 2005 lo scritto cui faccio riferimento,
poi riprodotto in Caffè Europa n.296 del 24 marzo
2006. Ha scritto Gott ist schön – Das ästhetische
Erleben des Koran, per il quale ha ricevuto il premio
Ernst Bloch; Iran – Die Revolution der Kinder
(Monaco 2001), dove descrive l’opposizione dei
giovani al regime khomeinista; inoltre, nel sito
web www.unabibliotecaperbagdad.org si parla del
libro curato da Navid su Nasr Hamid Abu Zayd,
Una vita per l’Islam, Il Mulino, 2004.


SPAGNA 1807 – IRAQ 2005

1807: L’esercito di Napoleone combatte contro i
ribelli spagnoli.
Frederic guardò il podere in rovina.
- A proposito di contadini, non ne abbiamo visti.
Sembra che la nostra presenza li abbia fatti fuggire
tutti.
- Non ti fidare, sono senz’altro vicini, in agguato,
ad aspettare che uno dei nostri resti isolato per acciuffarlo
e appenderlo a un albero. O armati di falci
e schioppi a ingrossare le file dell’esercito con cui
fra poco ci troveremo faccia a faccia. Ti hanno raccontato
di ieri?
- No, credo di no.
- Una delle nostre pattuglie si è avvicinata a una
casa colonica in cerca d’acqua. I proprietari hanno
detto che il pozzo era interrato, ma i soldati non si
sono fidati e hanno calato un secchio. Indovina che
cosa hanno tirato su? Una bandoliera da fante.
Allora uno si è calato con la corda e là sotto ha
trovato i corpi di tre dei nostri. A quei poveri
ragazzi avevano tagliato la gola nel sonno.
- E poi, che cosa è successo? Indagò Frederic rabbrividendo.
- Cos’è successo? Sono entrati in casa e hanno
ucciso tutti: il proprietario, la moglie, due figli già
grandi e una bambina di pochi anni. Poi hanno
appiccato il fuoco e sono andati via.
- Ben fatto!
- Anch’io la penso così. Non si deve avere pietà di
questi selvaggi.
Frederic annuì senza riserve. Ma, dopo qualche
istante, osservò
- Eppure si può dire che a loro modo difendano la
loro terra. Noi francesi siamo gli invasori.
De Bourmont attorcigliò un baffo, fuori di sé.
- Invasori? Perché, qui c’è forse qualcosa che valga
la pena di essere invaso?
- Abbiamo detronizzato il loro sovrano…
- Il loro sovrano? Un miserabile criminale, stupido
e crudele. Non aveva alcun diritto. E poi, noi portiamo
idee di progresso e di libertà che stanno scuotendo
il mondo. Portiamo un nuovo ordine.
Libereremo questi selvaggi dalle tenebre in cui
vivono, anche a costo di fucilarli tutti. ◗

Da ARTURO PÉREZ-REVERTE, L’ussaro,
Tropea 2006. Si vedano le interviste su “Il Mondo”
(12.2.1999) Tante storie, poche speranze, di
Gabriella Saba e su L’Unità (8.5.97), Un reporter
stanco di guerre: oggi scrivo best seller, di
Antonella Fiori

TRE POESIE DI BORIS RUZUJ
I
Strofino lo specchio con la mano
Dietro di me scorgo l’autunno.
Ed è inquieta la mia pace
La felicità non porta con sé felicità.
Sul terreno cadono le foglie,
ma a lungo prima volteggiano nell’aria.
È irragionevole cercare parole
Per raccontare questa tristezza.
Per l’ubriaco chiacchierone
Nel flauto suonava l’estate
Ora suona il silenzio
Per il poeta non più ubriaco.
Mi avvicino allo specchio
E così copro con la mia immagine tutta la tristezza
Ma nello stesso tempo
Sibila il vento alle mie spalle.
Tutto lo specchio è riempito dal giardino
Il volto del poeta scompare
Le foglie s’involano di nuovo
E poi cadono piroettando.

II
Non ho passeggiato nei tuoi sogni,
né sono apparso tra la folla.
Né mi sono mostrato nel cortile, dove cadeva
La pioggia – o meglio cominciava
A piovere (ma questo verso lo elimino
E non lo sostituisco con un altro),
mi eccitava credere, insensato,
che ti avrei incontrato presto,
ecco che mi apparivi in sogno
ed ero avvinto
da una dolce tenerezza, e intanto tu i capelli
mi sistemavi sulle tempie.
Quell’autunno perfino le poesie
Mi venivano belle
(ma mancava sempre qualcosa, un verso
O una rima – per essere davvero felice).

III
Portami lungo viali deserti
Parlami di cose senza importanza
Pronuncia, indistinto, un nome;
Piangono d’estate i fanali
Due lampioni piangono d’estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina bagnata.
Mia amata, resta fino all’alba
con me, poi lasciami.
E io, rimasto come un’ombra velata
Ancora un po’ vagherò qui intorno.
Tutto ricorderò: la luce accecante, il buio sanguinoso,
io stesso sparirò fra cinque minuti.

Boris Ryzyi è nato a Celiabinsk nel 1974. Studia
geofisica e geoecologia, partecipa a spedizioni geologiche
nel nord della Russia. Comincia a scrivere
poesie dal 1990 su varie riviste letterarie. Nel 2000
escono due volumetti a cura del Fondo Puskin di
San Pietroburgo. Si uccide nel 2001 a
Ekaterinenburg. È tra i poeti più amati e venerati
della nuova generazione russa. Dopo la sua morte,
sono state pubblicate postume varie raccolte delle
sue poesie, apparse sulle varie riviste cui ha collaborato.
Tra queste, nel 2001 il volume иа
холоднощ ветру (Al vento freddo).
Alcune poesie sono state pubblicate da Mauro
Martini in La nuovissima poesia russa (Einaudi
2005).

TEORIA E PRASSI
DEL TERRORISMO DI STATO:
GLI SCRITTI DI GIULIO DOUHET

I
Abbiamo assistito nella prima guerra mondiale
all’introduzione negli usi di guerra di due armi
totalmente nuove, l’aereo e il veleno, la cui
influenza sulle guerre future sarà grandissima. Non
esito ad affermare che le forme di guerra sin qui
conosciute saranno sconvolte. Le due armi nuove si
integrano a vicenda.
La chimica riesca a fornire veleni di potenza terrificante
e di efficacia superiore ai più potenti esplosivi
e la batteriologica può fornirne ancora dei più
formidabili. Basti pensare qual forza di distruzione
verrebbe a possedere quella nazione i cui batteriologi
scoprissero il modo di propagare una mortale
epidemia nel paese avversario e contemporaneamente
un siero per immunizzare i propri combattenti.
L’arma aerea permette di portare il veleno chimico
e batteriologico in un punto qualunque del territorio
nemico disseminando su tutto il paese avversario
la morte e la distruzione.
Si immagini ciò che accadrebbe tra la popolazione
civile dei centri abitati quando si diffondesse la
notizia che i centri presi di mira vengono completamente
distrutti senza lasciare scampo ad alcuno. I
bersagli delle offese aeree dovranno quindi essere,
in genere, superfici di grandi estensione sui quali
esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti
e delle popolazioni civili.

II
Il campo di battaglia non può più venire limitato,
deve estendersi a tutto il territorio delle nazioni in
lotta. Non può esistere alcuna distinzione fra belligeranti
e non belligeranti perché tutti i cittadini,
ovunque si trovano possono venire colpiti direttamente
dal nemico. In nessun luogo deve essere permesso
di vivere e lavorare con sicurezza e tranquillità:
la banca sarà esposta come la trincea, su
tutto e su tutti incomberà il pericolo imminente. ◗

Il Generale Giulio Douhet, nato nel 1869, è morto
nel 1930 mentre coltivava le rose nel suo giardino.
Fu così privato del piacere di vedere una prima
applicazione delle sue teorie: la guerra aerea condotta
dall’Italia contro l’Etiopia, con ingente utilizzazione
di bombe all’iprite su obiettivi civili.
L’aspetto più degno di interesse è che
l’Aeronautica militare italiana – quella di Ustica, e
quella oggi incaricata delle varie missioni di pace
affidate al nostro Paese, per intenderci – considera
Douhet non un potenziale criminale e un teorico
del terrorismo, ma un geniale eroe, ed ha curato a
più riprese la pubblicazione dei suoi scritti.
In una raccolta di scritti inediti del 1951 (ristampata
nel 1972) a cura della Scuola di guerra aerea
Marco Ajmone-Cat scrive in stile telegrafico-militaresco:“
La mente del nostro Douhet ha precorso;
le sue affermazioni hanno previsto; la realtà ha
confermato”.
Nello stesso volume Antonio Monti ricorda: “Fu
destino di questa figura di uomo e di italiano camminare
lesto e dritto alla meta, mentre molti arrancavano
penosamente alle sue calcagna. Gli è che
egli rappresentava le virtù caratteristiche del
popolo italiano, le forze veramente sane di esso,
era l’interprete genuino del popolo concepito come
la grande riserva dell’umanità”.
Nel 1955 la Divisione formazione superiore
dell’Aeronautica militare ha pubblicato una nuova
edizione del Dominio dell’aria (ristampata nel
2002). Nella prefazione il generale Raffaelli
esprime “fierezza per questo genio italico che per
primo proiettò la luce della verità sui nuovi vasti
orizzonti”. Il volume, si precisa, viene fornito “ad
ogni Ufficiale dell’Aeronautica, nella certezza che
potrà trovarvi degli spunti interessanti per la sua
attività futura.. e potrà leggere delle pagine che
sono un esempio della genialità italiana ancora
oggi, in questo campo, riconosciuta e apprezzata”.

Si veda inoltre TULLIO SCOVAZZI, il terrorismo
di stato nell’opera di Giulio Doohet in rivista di
diritto internazionale 2005, dal quale ho tratto la
maggior parte del materiale utilizzato. Ricorda
Scovazzi che nel corso della guerra condotta da
Stati membri della NATO contro la ex Jugoslavia –
dal 24 marzo al 9 giugno 1999 – sono stati effettuate
10.484 incursioni aeree, sono state sganciate
23.614 bombe che hanno ucciso, quale effetto
collaterale, non meno di 500 civili: un tributo alla
memoria di Douhet.

DUE POESIE A RITMO DI JAZZ

Incidente
Nell’ottobre del 1938 fuggimmo da Vienna.
La pensione della mia nonna ungherese
Fu requisita da un ufficiale nazista.
Scappammo in fretta la notte, diretti al confine
svizzero.
Il confine era stato chiuso la notte prima.
Pioggia
Sentieri scivolosi
Ci arrampicammo per poter scivolare
Verso il villaggio oltre frontiera
Un altro tentativo
Siamo in venti disperati
Con guide a pagamento per attraversare il Reno
Una donna scivola nel fango
Ci sono sibili di spari sulle nostre teste
Sono soldati svizzeri
non vogliono davvero colpirci
Solo avvertirci
Andatevene, non prendiamo più nessuno.
Ma indietro come possiamo andare
Siamo in tre, senza soldi, alla stazione di
Innsbruck
Visibilmente non ariani
Che fare?
Ci aspettiamo in ogni momento una domanda
Invece arriva leggera una giovane donna
Sussurra seguitemi.
Non abbiamo niente da perdere.
La notte è piovosa,
le strade strette,
lei entra in un passaggio,
un raggio di luce
la seguiamo
avete fame? Ci disse,
vi faccio vedere il vostro letto.
Poi la luce passa attraverso le persiane
Quando ci chiama per la colazione.
Un uomo con occhi di sonno sta bevendo il caffè
Dove state andando?
A Vienna.
Ci mostra la direzione,
guardando prima che non ci sia nessuno.
Torniamo alla stazione.
Un ufficiale con le svastiche si avvicina
Vediamo la sua faccia,
è l’uomo con gli occhi di sonno,
finge di non conoscerci e prosegue.
A Vienna, troviamo i visti per New York,
forse facciamo ancora in tempo.
31 dicembre 1938, mezzanotte
È proprio l’ultimo momento.
Prendiamo un treno per l’Olanda.

La festa
La festa era al massimo
Chicago 1950
Ero appena tornata da New Orleans e altri posti
laggiù.
Vecchie facce
Facce sconosciute
Ci sei?
Si, sono qui.
Lui è là.
C’è anche lei?
Si parla di vita
Si parla di morte
Si parla di qualsiasi cosa.
Tu non sei Americana, che accento hai?
Si, Viennese.
Faccia giovane
Nera carbone,
Ma liscia e chiara,
Io me ne intendo.
Dice: Ho qualcuno a Vienna.
Parlavamo stando appollaiati
sulla spalliera di un divano
pieno di gente
c’erano piedi
c’erano teste
dappertutto.
È una donna?
È bianca o è una Nera?
È alta?
Molto, mi risponde.
Sa danzare?
Si, mi dice, e viene da Vienna anche lei.
Quanto abbiamo parlato e bevuto quella notte
In quel piccolo attico,
All’ultimo piano,
scala dopo scala.
Sono sicura che è lei.
Anch’io, mi risponde.
Sapeva fare il caffè e le uova al piatto.
Poi, il circo.
La guerra.
Non so più, non voglio sapere.
Faccio l’acrobata quando è necessario.
Basta.
Però, sempre la danza,
e ora,
sempre la danza.

Le poesie sono di Ruth Weiss.
Il primo pezzo è tratto da Single out, il secondo da
I always thought you black.
Nata nel 1928 a Berlino, Ruth Weiss si trasferisce
a Vienna dove studia fino alla avventurosa fuga
negli Stati Uniti con i genitori, raccontata (con
accompagnamento jazz) nel primo pezzo. La
famiglia si stabilisce a Chicago. Nel 1946 Ruth
comincia a viaggiare in Europa e negli Stati Uniti.
Nel 1948 scopre il jazz. Si stabilisce poi a San
Francisco dove entra in contatto con Jack Kerouac
e Neal Cassidy. A partire dal 1952 comincia a
creare poesia specificamente progettata per accompagnamento
di jazz.
Voglio qui ricordare anche due omonime della
poetessa-jazzista, accomunate da destini singolarmente
simili all’inizio della loro vita, e confuse alla
fine, per ciò che hanno scritto, da Amazon e IBS.
La prima, quasi coetanea (è del 1924), riesce a fuggire
dalla Germania nel 1936 e ad emigrare in
Sudafrica.
Nella sua autobiografia Wege im harten Gras,
Hammer 1994, racconta che la repressione e l’indifferenza
per la vita umana rendevano allora quel
paese non diverso da quello dal quale era fuggita.
Per il suo sostegno alle lotte contro il Governo
razzista sudafricano, è costretta ad emigrare nella
Rodesia del Sud, dove partecipa al conflitto per
l’indipendenza e alla nascita dello Zimbabwe. Vive
tra Germania, Inghilterra e Zambia. Ha scritto
anche il romanzo Der Judenweg, Mosse Verlag,
2004.
La seconda, più anziana (è nata nel 1908 a Vienna)
è vissuta in Cina per quasi settanta anni (dopo
esservi giunta nel 1933) ed è morta a Pechino nel
2006. Prende parte attiva alla rivoluzione cinese ed
è una attenta testimone dell’intera epoca maoista.
Ha ottenuto la cittadinanza cinese insieme a pochi
altri europei, Le sue memorie sono state pubblicate
nel libro Am Rande der Geschichte (ai Margini
della storia) Zeller Verlag, Osnabrück 1999). Su di
lei, si veda l’articolo di Renato Ferraro sul
Corriere della Sera (7.4.97), Gli irriducibili dell’hotel
delle illusioni. È l’Hotel dell’Amicizia di
Pechino, dove Ruth Weiss risiedeva insieme ad
altri europei sostenitori della rivoluzione cinese tra
cui il medico Hans Müller, la docente berlinese
Käthe Zhao, lo scrittore Israel Epstein, la fotografa
Eva Siao.

UN DIAMANTE È PER SEMPRE
È ora di cambiare: niente più funerali e cremazioni
tradizionali. Ci sono modi più personali e più intimi
di ricordare i vostri cari quando non ci sono più.
Con LifeGem i vostri cari saranno sempre con voi:
al vostro collo, o intorno al vostro braccio. Saranno
la vostra gemma preferita.
LifeGem è in grado di estrarre il carbonio da una
parte delle ceneri di un defunto e di trasformarlo in
un autentico diamante.
Finora, LifeGeM ha fabbricato circa 1000 diamanti,
per 500 famiglie. Sono necessari appena 4 grammi
di cenere per fare un diamante.
Il resto delle ceneri può essere lasciato in comune
agli altri familiari ed ai parenti meno prossimi (fate
attenzione alle disposizioni testamentarie).
Il prezzo varia a seconda della dimensione e dei
modelli prescelti: da 2500 $ per 1\4 di carato a
14.000 $ per un intero carato. I prezzi sono uguali
per ciascun modello: rotondo, radiante o regina.
Richiedete il nostro manuale illustrativo o consultatelo
sul nostro sito.
Sono previste riduzioni per prenotazioni e ordinazioni
cumulative. È possibile anche una forma di
risparmio mensile assicurato: potrete così garantire
ai vostri cari una sicura trasformazione nel diamante
che preferite, al momento della loro morte.
Interpellateci!
Tutti i nostri diamanti sono provvisti di autentica
personalizzata e sono classificati e identificati dai
nostri gemmologi. Riceverete inoltre un dettagliato
rapporto che precisa peso, forma, dimensioni, colore,
purezza, politura e simmetria del vostro diamante,
e una garanzia illimitata.
LifeGem 836 Arlington Heights Road #311, Elk
Grove Village, IL 60007 866-LIFEGEM (866-543-3436)
www.life-gems.com ◗

DALLA PARTE DELLA STREGA
Pochi giorni orsono mi fu chiesto quale messaggio
mi sarebbe piaciuto lanciare ai giovani che aspirano
a seguire le nostre orme.
Ho scelto questo “Quando si accendono i roghi,
mettiti sempre dalla parte della strega anche a costo
di salire sul rogo con lei”. Poi, c’è un altro messaggio
che più si concilia con la saggezza e la prudenza.
Ed è questo: “Se non vuoi padroni, scegliti
come tale il lettore. Parla solo con lui e per lui,
magari solo per litigarci, ma nella sua lingua.
È lui il solo padrone che può metterti al riparo dagli
altri: un giornalista che ha con sé i lettori diventa
intoccabile”. ◗
Da Oggi n.20 del 17 maggio 2000, in Venti dialoghi
sul giornalismo e sulla TV tra Indro Montanelli e
Paolo Occhipinti da Oggi 1993 – 2000.

25 EURO PER LUWEERO
In un paese a circa 73 chilometri di distanza da
Kampala, la capitale dell’Uganda, sulla strada che
porta a Gulu, c’è un dispensario-ospedale con una
ricettività di circa 100 posti letto suddivisi in tre
reparti: maternità, pediatria e AIDS\HIV.
Non c’era una diecina di anni fa (poco dopo l’ecatombe
verificatasi nel vicino Rwanda con la
complicità degli Stati europei), quando sono passato
da quei posti.
Oggi, l’ospedale serve un’area grande quanto la
Basilicata, e assiste circa 25.000 pazienti affetti da
AIDS\HIV.
Nell’ospedale lavorano circa dieci suore ugandesi,
coordinate da Suor Ernestina Akulu, che si è
laureata come fisioterapista in Italia e parla italiano.
Le suore fanno un lavoro inimmaginabile,
senza mezzi (manca anche un generatore elettrico),
né medicine, né aiuti di alcun tipo, come può
raccontarvi Raffaele Masto che lavora nella
redazione esteri di Radio Popolare ed ha girato
per lungo e per largo l’Africa (ha scritto, tra l’altro,
In Africa, Ritratto inedito di un continente
senza pace, Sperling Paperback 2003).
L’ospedale infatti non riceve sovvenzioni da
organizzazioni internazionali né dal Governo
ugandese, né da organizzazioni religiose, né dalla
Chiesa cattolica (neppure un briciolo dell’8 per
mille raccolto annualmente dai contribuenti italiani
finisce a Luweero).
C’è spesso anche, a Luweero, un fotografo italiano,
Piero Pomponi, che lavora per varie testate giornalistiche,
tra cui il New York Times (si veda il suo
sito www.pieropomponi.com). Piero si sta impegnando,
durante i suoi momenti liberi, nella ricerca
di fondi per creare a Luweero un vero e proprio
polo ospedaliero con tre reparti operatori, sotto la
supervisione del prof. Massimo Scerrati, Direttore
della Clinica di Neurochirurgia di Ancona.
Se qualcuno dei lettori vuole visitare l’Uganda (che
è un paese incantevole), Ernestina Akulu e Piero
Pomponi sono lieti di ospitarli nelle loro abitazioni:
non c’è luce elettrica né acqua corrente, ma si vive
bene lo stesso.
Io vorrei chiedere a tutti i lettori dei Testi Infedeli di
versare 25 euro per finanziare l’ospedale di
Luweero.
So che molti saranno sorpresi, vista l’indubbia connotazione
religiosa dell’ospedale. Ma suor
Ernestina e le sue collaboratrici stanno facendo
davvero un lavoro ineguagliabile. Inoltre, anche se
appartengono a un ordine devoto alla Madonna (ma
nessuno è perfetto), non hanno avuto visioni negli
ultimi tempi (come si è visto succede assai spesso
qui da noi), né sono state testimoni di apparizioni
divine: la Madonna appare incessantemente in Italia
e non ha tempo per Luweero.

Tutti i donatori riceveranno una foto firmata di
Piero Pomponi, di soggetto africano.
La somma deve essere versata sul mio conto corrente:
Banca Intesa, Agenzia 2115, c\c
000017830127 – ABI 03069, CAB 09483. Mi
incaricherò di trasmetterla a destinazione, di distribuire
le foto e di informare i donatori sugli
sviluppi dell’iniziativa. ◗

Questo trentesimo volume dei Testi Infedeli è stato
stampato nel giugno del 2006 in duecentocinquanta
copie non numerate e fuori commercio da
Compostudio s.r.l. di Cernusco sul Naviglio,
Milano.
Come sempre, ho liberamente e infedelmente
tradotti e talvolta riscritti tutti i testi; spesso è stato
rispettato – non sempre integralmente – il pensiero
dell’autore.
Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa
ricevuta per due volte consecutive.
I Testi Infedeli escono dal 1989. I fascicoli apparsi
a partire dal 1992 possono essere letti nel sito
www.nespor.it, e non più sul sito
www.nespor.com ove erano inseriti in precedenza.
Il sito è curato e aggiornato con perizia e scrupolo
ineguagliabili da Stefano Rossi.
Ringrazio per i suggerimenti, i consigli e la collaborazione
Salvatore Giannella. Ringrazio inoltre
per l’assistenza Maria Inglisa, Marina Nespor,
Pasquale Pasquino, Raffaele Masto, Piero
Pomponi, Tullio Scovazzi e Federico Boezio.

 

 

N. 42 estate 2012

Sulla copertina

Davanti:un ritratto di D.H.Lawrence (matite Winsor & Newton su carta).

Dietro:una foto di Ivan Della Mea


IN QUESTO NUMERO

 

 

All’inizio c’è una riflessione sul razzismo attuale originata da un brano di Franco Fortini del 1967. C’è poi la storia dell’ascesa e della caduta di un personaggio della fine del XVI secolo, non dissimile da molti più recenti. C’è infine una rievocazione della bellezza e della vivibilità  delle città di una volta, quando le strade erano percorse non da auto ma da cavalli.

Come sempre, ci sono le poesie. Questa volta c’è una scelta di poesie di D.H.Lawrence insieme ai testi di due canzoni di Bob Dylan e di una canzone (in milanese con traduzione) di Ivan Della Mea.

Sempre più consistente è la parte dedicata ai libri da leggere cui da questa volta si aggiunge il settore dei libri da rileggere. Le indicazioni sono di Augusto Bianchi, Sabino Cassese, Eva Cantarella, Luciana Castellina, Gherardo Colombo, Joseph DiMento, Giulia Gavagnin, Guido Martinotti, Jacques Mehler, Marina Nespor, Stefano Nespor, Pasquale Pasquino, Roberto Satolli, Lina Sotis, Armando Spataro.


IL RAZZISMO DEI MODERNI

“Le forme più  recenti di odio per la differenza sono proprie di una società sottoposta a una pressione di tipo totalitario qual è la moderna società industriale. Si è determinata così la formazione di tante pseudo comunità fondate sulla conservazione di valori tradizionali volte a garantire dalla solitudine individuale. La divisione del lavoro e la differenziazione sociale ed economica hanno prodotto una moltiplicazione di classi e gruppi, di culture e di subculture, sicché cogliere la struttura dell’insieme è quasi impossibile.

Così la moltiplicazione dei corpi intermedi, tanto esaltata dagli ideologi cattolici come garanzia contro il totalitarismo, cancella la lotta tra le classi ma crea la lotta di ogni sottogruppo contro ogni altro. L’egalitarismo formale diviene il brodo entro cui diminuiscono le forme di razzismo tradizionale ma si coltivano mille dinieghi di umanità del prossimo. Così le ideologie razziste o antisemita di tipo nazista o fascista scompaiono perché sono proprie di nazionalismi superati, mentre l’irrazionalismo dell’odio contro qualcuno o qualche gruppo né è la forma attuale. Quanto più la borghesia si è estesa e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo a Una Dimensione ha dovuto crearsi passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi”.

Così scriveva Franco Fortini nel 1967.

Sono parole oggi profeticamente attuali: colgono il declino del razzismo e dell’antisemitismo tradizionali, provocato non solo dalla scomparsa dei nazionalismi del Novecento ma anche dalla decadenza della religione cattolica dalla quale sono stati

 

entrambi per secoli fomentati e legittimati; intravvedono il moltiplicarsi di pseudoidentità di carattere localistico e culturale (di cui la mitologia della Padania è l’esempio più fulgido e offre una tardiva conferma delle tesi dello storico inglese Eric J. Hobsbawn sul formarsi delle tradizioni come collante dei progetti politici).

Nello stesso tempo però, le parole di Fortini sono irrimediabilmente corrose dal tempo. Nello spazio di qualche decennio il razzismo moderno ha cambiato, in Italia, la sua pelle: non è più il prodotto del totalitarismo della società industriale (che, tuttavia, produceva non solo sottogruppi contrapposti, ma anche coesione e forti meccanismi di solidarietà, oggi scomparsi), ma l’effetto del dissolversi dei confini, degli spazi e delle certezze un tempo garantiti.

Il nuovo razzismo del nostro paese è così il prodotto di tre cause. Il risentimento provocato dallo svaporare nello spazio di pochi anni del sogno di divenire una piccola potenza mondiale e il ritrovarsi in un Paese ridotto dalla globalizzazione economica e dal malaffare a un ruolo di insignificante subalternità rispetto a Paesi emergenti. Poi, la globalizzazione culturale che ha imposto a un Paese per il quale il mondo esterno (non europeo e non statunitense) era pressoché inesistente e conosciuto solo attraverso i villaggi vacanze di Valtur o i piccoli spazi neocoloniali come Malindi il confronto con la diversità e il contatto con il nuovo e quindi con costumi, comportamenti, valori estranei a quelli appresi come assoluti e indiscutibili. Infine la paura primitiva delle dirompenti innovazioni tecnologiche nelle comunicazioni, nella medicina, nella biologia che hanno sostituito conoscenze e razionalità dove prima si era protetti dall’ignoranza, dalla superstizione e da credenze religiose.

 

Ed è proprio la paura del confronto e della conoscenza, il terrore di perdere posizioni e spazi faticosamente acquisiti o lungamente sognati che crea il razzismo moderno di questo Paese. D’altro canto il razzismo – il timore per tutto ciò che è diverso e sconosciuto – fa parte della natura umana fin dai tempi più antichi essendone una componente quasi genetica, mentre è un prodotto della civiltà e della cultura la capacità di superarlo.

 

Il brano di Fortini è tratto con qualche modifica da I cani del Sinai, oggi inserito in Saggi ed Epigrammi a cura di Luca Lenzini, I Meridiani Mondadori. Il riferimento a Hobsbawn è al suo saggio The Invention of the Tradition, Cambridge University Press 1983). Su razzismo e natura umana resta ancor oggi fondamentale il saggio di Albert Memmi, Le racisme, Gallimard 1982.

s.n.
STORIA DELL’UOMO CHE PARLAVA CON GLI ANGELI

 

In una locanda di Sobeslav, piccola città della Boemia tra Praga e Cesky Krumlov, fu arrestato il 3 maggio 1591, per ordine dell’imperatore Rodolfo II, l’alchimista, veggente, esperto di arti occulte e geniale impostore Edward Kelley (noto anche come Edward Talbot), per lungo tempo compagno d’avventure del matematico, geografo, astrologo ma soprattutto mago e alchimista  John Dee. Dal 1583 Kelley e Dee viaggiarono insieme attraverso l’Europa, spesso accompagnati dal nobile polacco Albert Lasky. Nel 1986 si stabilirono a Trebon, in Boemia, ottenendo la protezione del conte Vilem Rozmberk (conosciuto in Inghilterra come Lord Rosenberg). Qui il 19 dicembre 1586 Kelley realizzò la prima trasmutazione di un metallo in oro: “Sono un testimone oculare” affermò sir Edward Dyer, poeta e diplomatico inglese alla corte imperiale di Rodolfo II. “Ho visto Kelley mettere il metallo nel decantatore pieno di un liquido sconosciuto e, dopo essere stato riscaldato, l’ho visto aggiungere una piccola quantità di una polvere; poi l’ho visto mescolare il tutto con un cucchiaio di legno e, d’un tratto, il metallo è divenuto oro, comprovato da tutti i test che ho effettuato”. Kelley divenne noto in tutta Europa per la sua capacità di entrare in contatto con gli angeli parlando la lingua detta “enochiana” (sulla quale John Dee scrisse The Enochian Evocation) utilizzando una sfera di cristallo. Nel 1589 Kelley si trasferì a Praga (Dee fece ritorno poco dopo in Inghilterra) alla corte di Rodolfo II che lo insignì del titolo di baronetto (già in precedenza lo protesse allorché il Papa ordinò all’imperatore di inviare sotto scorta Dee e Kelley a Roma perché fossero interrogati dal Sant’Uffizio).

 

Poco dopo, l’arresto e la lunga detenzione, durata oltre due anni, nel castello di Krivoklat (Purglitz in lingua tedesca). Ignote ne sono le ragioni. Probabilmente Rodolfo decise che Kelley era un impostore; oppure, come alcuni ritengono, sospettò che fosse una spia al servizio della regina di Inghilterra; oppure ancora, secondo altri, lo punì per aver ucciso in duello un nobile boemo.

Fu liberato nell’ottobre del 1593 e riconquistò in breve i favori dell’Imperatore.

Nel 1596 fu però nuovamente arrestato, probabilmente per debiti, e trasferito nel castello di Most, Brux in tedesco (né il castello né la parte vecchia della città esistono più: il primo fu demolito dai cittadini di Most subito dopo la fine della Guerra dei trent’anni per evitare il concentrarsi di truppe e il conseguente pericolo di scontri militari nella città, la parte vecchia fu rasa al suolo nel 1960 dal regime comunista per sfruttare un giacimento di lignite sottostante). Durante questo secondo periodo di prigionia, Kelley scrisse il suo trattato di alchimia De lapide philosophorum, pubblicato ad Amburgo nel 1676, dove si dichiara un “martire della verità”.

 

Su Edward Kelley: Charles Nicholl, Traces Remain, Allen Lane – Penguin 2011 (di Nicholl ricordo anche una avvicente biografia di Christopher Marlowe; Louise Schleiner, Kelley, Sir Edward, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004. Su John Dee: Richard Deacon John Dee: Scientist, Geographer, Astrologer and Secret Agent to Elizabeth I, Frederick Muller, 1968; Charlotte Fell Smith, John Dee, Ibis Publisher 2004. In generale sulla magia nel Rinascimento restano fondamentali le opere di Frances Yates e, in particolare, Giordano Bruno and the Hermetic
Tradition
 (1964), tradotta da Laterza nel 1969. Molte opere letterarie hanno Kelley e Dee come protagonisti. Tra queste: Gustav Meyrink, Der Engel vom westlichen Fenster, 1927 (c’è una introvabile traduzione italiana del 1949); John Crowley, Aegypt 1987; Patricia Wrede Snow White and Rose Red, 1989; Peter Ackroyd, The House of Dr. Dee. Tra le opere teatrali la più famosa è The Alchemist di Ben Johnson; due sono apparse nel 2010: Rudolf II di Edward Einhorn e Burn Your Bookes di Richard Byrne. C’è anche la canzone degli Iron Maiden The Alchemist, inserita nella raccolta The Final Frontier del 2010.

 

 

DUE CANZONI DI BOB DYLAN

 

Lady lady lay

 

Stenditi, signora, stenditi sul mio letto d’ottone
Pensa a un qualunque colore
Io te lo mostrerò

tu lo vedrai risplendere

Stenditi, signora, stenditi sul mio letto d’ottone
Resta, signora, resta, resta accanto a me
Fino allo spuntar del giorno fammi sorridere
I miei abiti sono sporchi ma le mie mani sono pulite
E tu sei la cosa migliore che io abbia mai visto

Resta, signora, resta, resta ancora un po’ accanto a me
Perché aspettare ancora
Perché aspettare ancora che arrivi colui che ami
quando ti sta vicino?

Stenditi, signora, stenditi sul mio letto d’ottone
Resta, signora, resta, resta mentre la notte è ancora all’inizio
Desidero vederti nella luce del mattino
Desidero abbracciarti nella notte
Resta, signora, resta, resta mentre la notte è ancora all’inizio.

 

Born in time

 

Nella notte solitaria
nella lampeggiante polvere di stelle

nella pallida luce azzurra
venivi verso di me in bianco e nero
Quando eravamo fatti di sogni,

Ansimavi lungo la strada sconnessa,

 

sentivi il mio cuore battere
nella torrida estate
laggiù dove siamo nati.

Non una notte di più, non un bacio di più,
Non questa volta, bimba, non più.
Ci vuole troppa volontà.
Abbiamo provato e riprovato, poi è finita.

Ma tu riceverai tutto ciò che meriti
tornando laggiù dove siamo nati

Eri neve, eri pioggia,
eri con un vestito a righe e con un vestito in tinta unita
Oh, le parole più vere
non sono state pronunciate, non sono state spezzate

Sulle colline misteriose,

nell’oscura ragnatela del destino.

Ma potrai trovare quello che resta di me,

tornando là dove siamo nati.

Biografia, dati, informazioni e testi delle canzoni di Bob Dylan in www.bobdylan.com, www.maggiesfarm.it e in www.ondarock.it/songwriter/bobdylan.htm.

 

OTTO POESIE DI D.H. LAWRENCE

 

Verde

 

L’alba era verde come una mela

Il cielo era verde come vino sollevato al sole

La luna era un petalo dorato tra di noi.

Poi hai aperto gli occhi, e verdi

Risplendettero, verdi come fiori sbocciati

Per la prima volta, mai visti prima d’ora.

 

Prigioniero di sé stesso

 

Come una pianta diviene prigioniera del vaso

L’uomo diviene prigioniero di sé stesso

Rinchiuso nella sua limitata sensazione di coscienza.

E allora non sente  e non ama più,

non riesce a rallegrarsi o rattristarsi.

È prigioniero del suo vaso

e non può che lentamente spegnersi.

Solo se ritrova il suo vigore originario

Può far scoppiare il vaso

Svestirsi di quella sua sensazione di coscienza

Riaffondare le sue radici nella terra

Nella terra viva.

 

Rivoluzione

 

Sì, qualcuno cominci una rivoluzione

Non per avere potere

Ma per disfarsene per sempre.

 

Si, qualcuno cominci una rivoluzione

Non per mettere al potere le classi lavoratrici

Ma per abolirle per sempre

E finalmente avere un mondo di uomini.

 

Elefanti nel circo

 

Gli elefanti nel circo

Hanno ere di stanchezza intorno agli occhi

Ma si tengono ritti

E mostrano le loro enormi pance ai ragazzi stupiti.

 

Libertà

 

La vecchia storia della libertà:

Gli uomini si battono per la libertà,

la conquistano con dure battaglie

I loro figli, allevati nelle comodità,

la lasciano lentamente scivolare via

I nipoti sono di nuovo schiavi.

 

L’amore immaginario

 

Sempre

Al centro di me stesso

Brucia una piccola fiamma di collera,

nata da rapporti violati,

da invadenti, ancora bollenti, contatti d’amore.

Sempre

Negli occhi di quelli che mi amavano

Ho visto l’immagine di quel che davvero amavano,

 

pensavo di essere io

e mi sbagliavo.

Sempre

Era una simpatica scimmietta che mi assomigliava,

una mia caricatura.

Ora voglio, per sempre

Stare lontano da rapporti che creano immagini

che mi assomigliano.

 

Gente

 

Mi piace la gente

Se sta un po’ a distanza.

Mi piace veder passare e ripassare la gente

Che se ne va per la sua strada.

Specie se vedo viva la solitudine di chi passa.

Ma non voglio che nessuno si avvicini troppo,

Se mi lasciano solo

posso ancora avere un’illusione:

nel mondo c’è posto per tutti.

 

L’arcobaleno

 

Perfino l’arcobaleno ha un corpo

Fatto di gocce d’acqua

Ed è un’architettura di atomi scintillanti

Che sale, che sale

Ma non ci si può posare la mano,

no, e neppure la mente.

 

Le prime quattro poesie sono tratte da Collected Poems; Libertà da Pansies; quelle seguenti, postume, da Last Poems.
L’edizione completa di tutte le poesie è stata pubblicata da Wordsworth Editions nel 1994; è disponibile un’edizione per Kindle. C’è una precedente edizione italiana in due volumi, con testo a fronte, di Mondadori.

David Herbert Richards Lawrence (11 September 1885 – 2 March 1930) è stato scrittore, poeta, saggista, critico letterario e pittore. “Il più grande scrittore della nostra generazione”, secondo E.M.Forster. Nel marzo del 1912 incontrò Frieda von Richthofen; con lei avrebbe trascorso tutto il resto della sua vita, prima in Germania, durante la prima guerra mondiale in Inghilterra, dalla quale, alla fine della guerra, partì in volontario esilio, iniziando il suo “savage pilgrimage” tra Italia, Australia, Ceylon, Stati Uniti (dove partecipò a fondare una comunità utopistica vicino a Taos in New Mexico, dimorandovi per due anni), Messico e Francia (dove morì a Vance nel 1930), ritornando solo per brevi visite in Inghilterra.

Ha scritto Joyce Carol Oates: “È illuminante leggere la raccolta di poesie di Lawrence come se fossero una specie di diario dove tutti i testi formano una strana unità, una sorta di racconto autobiografico. L’intera raccolta è più avvolgente e più emozionante dei suoi racconti più belli. Tra la prima e l’ultima riga c’è davvero di tutto: bellezza, distruzione, il suo ego in uno stato di rapimento e in uno stato di nausea, lo scorrere del caos e del tempo”. Tutta la sua opera è una riflessione sugli effetti alienanti e disumanizzanti della modernità e dell’industrializzazione che reprimono la vitalità, la spontaneità e l’istinto.

 

COM’ERANO BELLE UNA VOLTA LE CITTÀ

 

Fin verso il 1820 nelle grandi città ci si muoveva a piedi. Solo a quell’epoca vennero introdotti i tram trainati da cavalli. Il nuovo servizio pubblico di trasporto ebbe un successo enorme e diede grande impulso all’economia: la possibilità di agevoli spostamenti favorì il sorgere di migliaia di nuovi posti di lavoro. Nel 1853 a New York i tram trasportavano oltre 130.000 persone al giorno; ciascuno impiegava non meno di undici cavalli.  Questo significa che nei grandi centri urbani erano necessarie diecine di migliaia di cavalli da traino: i cavalli erano non meno di 150.000  nel 1880 a New York.

L’innovazione non era quindi priva di problemi.

Per nutrirli, enormi distese di territorio in prossimità delle città vennero disboscate, altre, già destinate ad uso agricolo, vennero convertite in coltivazioni di fieno e avena, provocando col tempo gravi squilibri sull’approvvigionamento  delle popolazioni urbane.

Ma il problema più grave era costituito dagli escrementi equini: un normale cavallo da traino ne produceva giornalmente tra i 5 e i 12 chilogrammi di escrementi solidi al giorno e alcuni litri di escrementi liquidi: questo significa che sulle strade si depositavano non meno di un milione di chilogrammi di letame e 10.000 chilogrammi di urina al giorno. Molte città avevano predisposto apposite zone di raccolta dove il letame era accumulato in pile che raggiungevano i trenta metri, creando ovviamente conflitti con coloro che risiedevano nelle vicinanze (erano le prime “sindromi NIMBY” dell’età moderna). Nel 1894, il Times formulò la previsione che in cinquant’anni Londra sarebbe stata sommersa sotto tre metri di escrementi, mentre, a New

 

York, sarebbero arrivati al terzo piano dei palazzi della Quinta strada. Vi era poi il problema dei cavalli che morivano (o, azzoppatisi, dovevano essere uccisi)  durante il traino delle carrozze ed erano abbandonati ai bordi delle strade dove si decomponevano finché non venivano portati via. In molte città fu istituito un apposito servizio per la rimozione dei cadaveri degli animali, con appositi veicoli e strumenti (analoghi a quelli usati attualmente per asportare le auto in sosta vietata): nel 1866 furono rimossi dalle strade di New York oltre 15.000 cadaveri.

Attraversare le strade era un’impresa non agevole: come ricorda Dickens in molte sue pagine su Londra, con la pioggia le strade diventavano acquitrini maleodoranti mentre con il caldo, il letame si seccava aderendo alle scarpe dei pedoni. Molti si guadagnavano da vivere trasportando donne e anziani da un lato all’altro delle strade (erano i cosiddetti crossing sweepers). L’attraversamento era anche pericoloso. A New York, nel 1901, 200 persone sono morte investite da cavalli o da carrozze trainate da cavalli, oltre ad alcune migliaia di feriti. Nel 2003, sono state vittime di incidenti d’auto 344 persone. Tenuto conto dell’aumento della popolazione, il tasso di incidenti per capita era allora del 75% più elevato.

Per limitare gli incidenti provocati dai cavalli all’inizio del XX secolo William Phelps Eno inventò le regole per la circolazione stradale tuttora in uso : i segnali di stop, le zebre, il semaforo, e stabilì che si dovesse tenere la destra.

Infine, c’era il gravissimo problema igienico. Le città pullulavano di mosche che costituivano il vettore per molte malattie infettive, prima fra tutti il tifo. È stato stimato che esse causassero la morte di almeno 20.000 abitanti di New York all’anno. Nelle grandi città venivano periodicamente
lanciate numerose campagne per l’eliminazione delle “mosche da tifo”, una specie endemica nelle città, così chiamata dall’entomologo statunitense L. O. Howard, il quale ripeteva che l’unico modo per eliminare le mosche e il tifo era eliminare i cavalli. Ma sembrava impossibile, se non provocando un crollo dell’economia urbana. Si sbagliavano tutti, come sempre sbagliano coloro che pensano che non ci siano soluzioni a un problema ambientale se non si riesce a immaginarne una sulla base della tecnologia a disposizione.

Nessuno immaginava che l’obiettivo si sarebbe realizzato in brevissimo tempo prima con l’elettrificazione delle strade e l’introduzione di tram elettrici, poi con l’avvento dell’auto. In pochi decenni i cavalli scomparvero dalle strade e le città ritornarono a essere vivibili. Nel 1930 tutti ricordavano con terrore l’epoca in cui nelle città si era costretti a usare il cavallo.

 

Ho tratto i dati da: Eric Morris, From Horse Power to Horsepower in Access, primavera 2007; Lawrence H. Larsen, Nineteenth-Century Street Sanitation: A Study of Filth and Frustration in Wisconsin Magazine of History, vol. 52, 1969; Nigel Morgan, Infant Mortality, Flies and Horses in Later-Nineteenth-Century Towns: A Case Study of Preston in Continuity and Change, vol. 17, 2002; Joel A. Tarr, The Horse: Polluter of the City, in The Search for the Ultimate Sink: Urban Pollution in Historical Perspective, University of Akron Press, 1999.

 

BALLATA PER L’ARDIZZONE

M’han dit che incö la pulisia
a l’ha cupà un giuvin ne la via;
sarà stà, m’han dit, vers i sett ur
a un cumisi dei lauradur.
Giovanni Ardizzone l’era el so nom,
de mesté stüdent üniversitari,
comunista, amis dei proletari:
a l’han cupà visin al noster Domm.
E i giurnai de tüta la tera
diseven: Castro, Kennedy e Krusciòv;
e lü ‘l vusava: «Si alla pace e no alla guerra!»
e cun la pace in buca a l’è mort.
In via Grossi i pulé cui manganell,
vegnü da Padova, specialisà in dimustrasiun,
han tacà cunt i gipp un carusel
e cunt i röd han schiscià l’Ardissun.
A la gent gh’è andà inséma la vista,
per la mort del giuvin stüdent
e pien de rabia: «Pulé fascista –
vusaven – mascalsun e delinquent».
E i giurnai de l’ultima edisiun
a disen tücc: «Un giovane studente,
e incö una gran dimustrasiun,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente».

 

M’hanno detto che oggi la polizia
ha ammazzato un giovane per la via;
sarà stato, m’han detto, verso le sette,
a un comizio di lavoratori.
Giovanni Ardizzone, era il suo nome,
di mestiere studente universitario,
comunista, amico dei proletari:
L’hanno ammazzato vicino al nostro Duomo.
E i giornali di tutta la terra
dicevano: Castro, Kennedy e Kruscev;
e lui gridava: Si alla pace e no alla guerra;
e con la pace in bocca è morto.
In via Grossi i poliziotti coi manganelli,
venuti da Padova specializzati in dimostrazioni,
hanno attaccato, con le jeep, un carosello
e con le ruote han schiacciato l’Ardizzone.
La gente ha cominciato a non vederci più
dalla rabbia per la morte del giovane studente
e, rabbiosa: Polizia Fascista – gridava,
mascalzoni, delinquenti!
I giornali dell’ultima edizione
dicono tutti: «Un giovane studente,
oggi, durante una grande manifestazione,
è morto per un fatale incidente,
è morto per un fatale incidente
è morto per un fatale incidente».

Cinquanta anni fa, il 27 ottobre 1962, Giovanni Ardizzone, uno studente universitario di 21 anni, fu ucciso dalla polizia mentre partecipava a una manifestazione per la pace durante la crisi dei missili. La canzone di Ivan Della Mea è del 1963.

 

LIBRI DA LEGGERE

 

Tonino Guerra, Polvere di sole, a cura di Salvatore Giannella, Bompiani, 2012

Alle 8,30 del 21 marzo nella casa di Tonino è entrato il silenzio”: con queste parole la moglie e il figlio hanno annunciato la scomparsa di Tonino Guerra, il grande poeta e sceneggiatore che ha fatto conoscere l’Italia nel mondo con capolavori come Amarcord. Poche ore prima aveva potuto tenere tra le mani il suo libro, Polvere di sole.

Il libro contiene 101 racconti per accendere l’umanità. E’ uno sguardo incontaminato sul mondo, un ennesimo invito a presidiare il “petrolio dell’Italia”: la bellezza contro l’oscurità dello spirito. Da poeta che non ha mai smesso di produrre storie e di colorare il mondo di bellissime immagini vive, Tonino ha scelto la Giornata mondiale della poesia per disfarsi del corpo. Con le parole inedite di Grazie Stella Elia TI vuole salutarlo.

 

Un altro Grande se n’è andato

ad abitare una Casa immensa,
dove non vi è tramonto, né sera, né notte,
ma un eterno mattino di sole.
Se n’è andato

presso quel Dio che pensava
fosse “dentro l’aria”,
Lui, che viveva nell’aria tersa della poesia.
Starà forse cercando, ancora,
la sua “infanzia”,
“l’infanzia del mondo”?
O l’avrà già trovata lì,
dove regnano sovrani il Bello e il Buono?

 

Starà proponendo agli angeli
nuovi progetti di pittura,
di poesia, di scultura e di cinema?
Già, non può essersi spento
il suo fuoco creativo,
la fiamma dell’arte che dentro gli ardeva,
spandendosi in spazi senza tempo…

Salvatore Giannella

 

Marina Mander, La prima vera bugia,  et al. edizioni 2011.

Una storia raccontata con un sorriso costante, che mette i brividi. Il protagonista é Luca, un bambino di una decina di anni, saggio e disarmante, divertente e ansiogeno. Un concentrato di solitudine e di angoscia, mitigato costantemente dall’innocenza e dall’ironia. Un libro scritto benissimo, che si legge d’un fiato …con il fiato sospeso.

Augusto Bianchi

 

Jirô Asada, Le cheminot, Editions Philippe Picquier, Arles 2002.

In un ospedale di una lontana periferia di Tokyo, sul mare, una giovane donna, Pai Ran, lascia al marito, in testamento, una lettera d’amore di struggente bellezza. La lettera è scritta

in un giapponese approssimativo e straordinariamente commovente dalla moglie, una cinese costretta a prostituirsi per vivere. Il marito, giapponese, lei non l’ha mai conosciuto. Si sono sposati per corrispondenza. Lui per danaro offertogli da un prosseneta, lei per poter lavorare nel paese straniero. Il marito, uscito di prigione, viene informato della morte di questa moglie mai incontrata e leggendo la sua lettera apprende, dopo morta, ad amarla.

 

I personaggi di questa breve storia, la morta e il vivo, che quella lettera tiene ormai legati, sono come figurine fragili e tragiche uscite da un film di Kurosawa.  La lettre d’amour è il secondo di due racconti brevi pubblicati nel volumetto di un grande scrittore giapponese ancora poco noto in Italia.

Pasquale Pasquino

 

Gabriele Dadati, Piccolo testamento, Laurana 2011.

E’ il racconto dell’elaborazione del lutto per la morte del proprio mentore, a seguito di una improvvisa ma inesorabile malattia. Narra della relazione tra l’autore, studente universitario, e uno scrittore-critico-saggista che progressivamente diventa il punto di riferimento anche per la personale maturazione verso l’età adulta. Percorre i rapporti affettivi con la famiglia di origine, le relazioni sentimentali con le persone e con le cose con inusuali capacità descrittive e introspettive, con attenzione quasi spasmodica alla precisione semantica in ragione della dichiarata consapevolezza dell’importanza del significato delle parole (purtroppo spesso dimenticata ai nostri giorni) per l’effettività della comunicazione.

Gherardo Colombo

 

Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Bari Laterza 2012, edizione Kindle.

Stiamo faticosamente uscendo da un buio tunnel istituzionale ed etico durato quasi venti anni durante i quali il senso dello stato e il rispetto della convivenza civile sono stati sbeffeggiati come inutile moralismo e la scorrettezza politica è stata rivendicata come scaltro meccanismo di confronto: è stato creato un deserto dove non c’è spazio per l’etica, dove si è
costruito un ceto politico che si è trasformato in una irresponsabile corporazione senza legittimazione pubblica e senza fiducia nei cittadini. È scomparsa la stessa idea della responsabilità politica di fronte al parlamento e di fronte agli elettori.

Molti sostengono che è sempre stato così. Non è vero. Ciò che una volta si faceva sottobanco e pudicamente è divenuta in questi anni una gioiosa rivendicazione di libertà e irresponsabilità imprenditoriale. L’ottocentesco, guizotiano invito ad arricchirsi è stato reinterpretato come la libertà di saccheggio del patrimonio pubblico e delle istituzioni.

Come è possibile? Come è possibile che questo paese, pur abituato ad ogni tipo di nefandezze istituzionali e a una insensibilità morale dovuta centinaia di anni di religione cattolica, sia scivolato così lontano da parametri accettabili di gestione di uno stato democratico?

A questa domanda e alle molte altre cui questa domanda rinvia cerca di dare risposte Stefano Rodotà con questa raccolta di scritti.

Stefano Nespor

 

Luciano Gallino, La lotta di classe, Bari Laterza 2012

E’ merito di non poco conto l’essere riuscito a fornire un’interpretazione intellettualmente rigorosa dell’attuale crisi mondiale attraverso un paradigma, quello della lotta di classe, considerato ormai desueto e privo di senso.

Il sociologo Luciano Gallino ha riconosciuto nella globalizzazione la classe vincente, sempre più ricca, quella che pretende di nascondersi dietro la logica nebbiosa dei mercati ma che si identifica chiaramente nelle grandi banche e nelle corporation multinazionali del capitalismo finanziario e
la classe perdente, cioè la classe operaia o la classe media, sempre più povera. La classe vincente ha ridotto al suo servizio anche gli Stati ovunque proni a garantirne l’ascesa a

scapito e danno dei perdenti. E in questo squarcio di storia, garantito dalla politica della destra e dai governi tecnici, resta solo la speranza che lo Stato sociale europeo abbia un risveglio utopico per uscire dalla crisi.

Guido Rossi

 

Daron Acemoglu – James Robinson, Why Nations Fail: the Origins of Power, Prosperity and Poverty, New York, Crown.

Montesquieu  ha collegato la prosperità dei Paesi al clima, Weber alla cultura (l’etica protestante), i due autori di questo libro, un economista e un professore di “government”, alle istituzioni. Secondo Acemoglu e Robinson istituzioni “inclusive” spiegano la prosperità di alcuni Paesi, mentre istituzioni che essi definiscono “extractive” permettono di comprendere l’arretratezza di altri. Sono “inclusive” le istituzioni che distribuiscono in modo eguale i diritti politici, garantiscono il diritto di proprietà e libertà del contratto, assicurano un sistema di regole eguali per tutti e alcuni servizi pubblici. Sono “extractive” istituzioni che, all’opposto, consentono a una ristretta “élite” di sottrarre ricchezza e lavoro alla società.

Gli studi economici hanno a lungo ignorato lo Stato e le istituzioni. Quando li hanno considerati, l’hanno fatto per sottolineare che le strutture economiche determinano le sovrastrutture giuridiche. E’ interessante, ora, che questo importante volume rovesci questa conclusione, sostenendo che le trasformazioni politiche producono le trasformazioni
economiche e che istituzioni democratiche sono la causa del benessere economico.

I due autori dimostrano la loro tesi con una grande varietà di esempi di carattere storico. Infatti – essi sostengono – se sono le istituzioni che contano, e se le istituzioni sono prodotte, per accumulo o per rivoluzioni, dalla storia, occorre esaminare la storia di ogni Stato. Essi lo fanno andando dalle vicende della colonizzazione spagnola e di quella inglese alla “glorious revolution” inglese, alla storia della Corea e della Cina, a quella francese, e dallo studio della traiettoria politica ed economica dell’Egitto a quella dell’Inghilterra, con una analisi che non abbandona mai il piano scientifico ed è, allo stesso tempo, di agevole lettura.

Sabino Cassese

 

Roberto Escobar, Eroi della politica. Storie di re, capi e fondatori, Mulino 2011; Giulio Giorello, Il tradimento. In politica, in amore e non solo, Longanesi 2011.

Non mi è mai capitato di vedere pubblicati negli stessi giorni due libri così belli, su argomenti così simili, ma elaborati in modo così diverso e indipendente. E siccome queste non sono recensioni, ma segnalazioni, e appaiono a intervalli così lunghi, li segnalo tutti e due: nessuno dei due dev’essere perso, perché il divertimento e la riflessione, leggendoli, sono assicurati. Argomenti simili. In Escobar è l’eroismo, “la capacità eccezionale di..affrontare la complessità del mondo, e di trasformarlo”. E siccome la trasformazione è esercizio di potere, inevitabilmente si parla dei mezzi che a tale scopo possono essere usati, tra i quali la dissimulazione e il tradimento. Il tradimento è invece l’argomento centrale di Giorello, non solo in grandi storie di potere, ma in storie
personali e private, seppur rese esemplari dalla grande arte: Otello e Jago, Don Giovanni. E le sovrapposizioni degli esempi non meravigliano: la più illuminante è quella di Giuseppe Flavio, il traditore della rivolta ebraica contro i romani, cui entrambi gli autori dedicano grande rilievo.

Materiali di riflessione, dicevo, di una riflessione ininterrotta dai tempi mitici – al mito sono dedicate molte storie di eroismo in Escobar – all’antichità classica e fino ai nostri giorni: i dilemmi etico-politici ci cui si tratta sono degli universali umani percorsi infinite volte. Escobar e Giorello lo sanno e non c’è il loro alcuna pretesa di scioglierli, di riversarci addosso una difficile filosofia. C’è la pretesa, pienamente riuscita, di stimolare la riflessione raccontando e divertendo. C’è la voglia di raccontare storie, a volte storie notissime  ma rivoltate in modo originale, a volte storie meno note e curiose, aiutati anche dalle loro predilezioni narrative, il fumetto (e un po’ di logica) in Giorello, e ovviamente il cinema per Escobar. Insomma, il divertimento è assicurato.

Riserve e critiche? Poche, non gravi, ma ci sarebbero: questa però non è una recensione. Piuttosto una osservazione, su una voglia che è venuta crescendo, specie leggendo il libro di Giorello. Entrambi i libri trattano di personaggi e situazioni tratti dalla grande storia e dalla grande letteratura. Inevitabile in Escobar. Una scelta, felice, in Giorello. Ma sul suo argomento, sul “tradimento in politica, in amore e non solo”, quella scelta conduce a privilegiare grandi personaggi, grandi ed esemplari traditori. Letteratura: anche Jago, il più indifendibile tra costoro, è un gigante rispetto alla merda del tradimento mediocre, sistemico, neppure avvertito come tale, che vediamo intorno a noi, nella politica e nell’economia di
ogni giorno, nei rapporti personali tra cui ci capita di vivere. Ma questo sarebbe un altro libro, un libro di sociologia e, temo, assai più noioso.

Michele Salvati

 

Timothy Snyder, Thinking the Twentieth Century, Penguin, 2012.

Il  libro parla di un secolo, ma ci racconta di un uomo, Tony Judt, colpito da un male mostruoso, con un nome anche più temibile, Sclerosi Laterale Amiotrofica, SLA, che attacca i neuroni del moto ed erode via via tutte le capacità del corpo fisico, lasciando  vivo un cervello sempre più prigioniero di una scatola insensibile, fino alla morte. E’ una condizione terribile che Tony Judt, uno dei maggiori intellettuali contemporanei, ha già descritto nella straziante e avvincente testimonianza (Lo chalet della memoria. Tessere di un Novecento privato, I Robinson 2011) Ma al di là delle emozioni umane, questa vicenda ci dice, a contrariis, qualcosa in un paese come il nostro infestato da “intellettuali pubblici” disposti a cianciare su tutto e dai loro imitatori della domenica. Infatti, come ci racconta la moglie Jennifer Homans  (in “Tony Judt: A Final Victory”, NYB, March 22, 2012), Tony Judt non voleva essere un “intellettuale pubblico”, ma solo un intellettuale impegnato: impegnato  a difendere alcuni valori fondamentali, la verità storica, l’eguaglianza, il rispetto  delle persone, poche cose così. Il libro è stato dettato con immane fatica da Judt e scritto dallo storico austriaco Timothy Snyder, autore di un altro capolavoro sul nostro tempo, Terre insanguinate (tr.it. Milano,
2011). Conclude Jennifer Homans “Tony’s text is dated July 5, 2010. He died on August 6”.

Guido Martinotti

 

Edmund De Waal (2011) Un’eredità di ambra e avorio. Torino, Bollati Boringhieri. Versione originale, The hare with amber eyes. A hidden inheritance. London, Chatto & Windus.

La lepre dagli occhi d’ambra è un netsuke, piccole miniature di avorio o legno inventate nel 17° secolo in Giappone per chiudere la piccola borsa che gli uomini portavano alla vita sul kimono. Questo è l’unico libro di un famoso ceramista inglese, discendente  della grande, potente, agiata e raffinata famiglia ebrea di origine ucraina degli Ephrussi. Attraverso una elegante descrizione della collezione di netsuke passata da una generazione all’altra della sua famiglia e ora pervenutagli, de Waal narra la storia degli Ephrussi. Da Odessa, a Parigi, a Vienna, a Tokyo a Londra. Il racconto è discreto, elegante, preciso e sottile – come quello delle sue ceramiche – lo stile non pretenzioso di un uomo che scrive perché sente il bisogno di raccontare la storia della sua eccezionale famiglia.

Marina Nespor

 

Lella Ravasi, L’amore è un ombra. Perché tutte le mamme possono essere terribili, Mondadori 2011.

Il libro è uno squarcio di luce in mezzo al temporale. Un temporale che si tramanda di madre in figlia. Sapere i perché di quel perpetuo diluvio dell’inconscio è l’unico modo per diradare le ombre, non estreme, dell’amore materno.

Non abbiate paura, leggete. Conoscere il nostro potenziale
terribile ci può aiutare. Però vi avverto non è lettura semplice perché in quelle mamme terribili ognuna ritrova qualcosa di se, della sua mamma, delle sue amiche, delle madri che ci circondano. Le storie estreme di infanticidio hanno spesso dei moventi quotidiani, che ci sembrano irrilevanti, se stiamo bene, ci possono sembrare macigni insuperabili se abbiamo perso noi stesse nelle ombra del materno. Lella Ravasi, psicanalista partecipe e mai giudicante, è in queste pagine una pietosa cronista dell’anima. Il libro è dedicato a tutte le donne che vogliono saperne di più.

Lina Sotis

 

È un libro difficile da catalogare. Lella Ravasi, psicoanalista junghiana, ci conduce, attraverso il racconto di una serie di storie vere, nel mondo difficile e oscuro del materno. Come ci preannunzia il sottotitolo del libro (“Perché tutte le mamme possono essere terribili”) sono storie difficili, strazianti, crudeli. Sono storie che tendiamo, forse cerchiamo di pensare che non ci riguardano,  tanto sono estranee, diverse, lontane (crediamo) da noi. Ma Lella Ravasi ci spiega  che non  è così: sono storie che ci  riguardano tutti “perché la madre terribile è un’ombra presente in tutte le mamme, anche in quelle ‘buone’”. E ci dice che “la sfida, e l’unico modo per uscirne, è accettare questa contraddizione. Averne la consapevolezza.”  I racconti si susseguono e si fanno leggere come un  romanzo:  sembra una frase fatta, ma è vera.  A volte,  di fronte ad alcuni  di essi è necessario staccare per riprendere fiato . Ma poi  si riprende la lettura, perché si vuole capire.

Eva Cantarella


Ginevra Bompiani, La stazione termale, Sellerio 2012

Questo libro – non è un romanzo, è un racconto che  però lascia immaginare un romanzo e la sua forza sta proprio nel fatto che il lettore viene preso dalla necessità di immaginarsi il seguito. (Dispiace che finisca, che è sempre un buon segno).

Quattro donne di età diversa, una solo bambina, capite, non solo descritte, con grande acume e finezza. Perché l’autrice ha una grande capacità di capire le donne, una qualità tanto più rara se si pensa che qui la storia raccontata non aiuta, perché non c’è contesto denso che dia loro luce,ma l’atmosfera rarefatta di una stazione termale. Dove uno crede di andare per curarsi il corpo, cedere alla seduzione di riportarlo alla giovinezza e invece capita che si soffermi sulla propria anima, a interrogarsi su chi si è. Le Terme, infondo, fanno bene per questo. Se ne esce comunque cambiati. Ginevra Bompiani è editrice, è lei che dirige la piccola ma prestigiosa Nottetempo. Ma francamente non si capisce perché impegni tanto del suo tempo a far scrivere gli altri anziché prenderselo tutto per scrivere lei. Poiché è una scrittrice straordinaria. Lo prova anche questo suo ultimo libro,scritto dopo un lungo intervallo rispetto ai precedenti (e però ora ripubblicati da Et.al :”L’attesa”; ”Lo spazio narrante”; L’età dell’argento”). Una storia curiosa, intrigante, densa di temi pesanti, trattati con infinita leggerezza.

Luciana Castellina

 

Giulio Sapelli, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini, Milano 2012,pp.80 €8,00.

(In)seguendo a poche settimane il volume di Giulio Tremonti (Uscita di sicurezza, Rizzoli, Milano 2012) anche Giulio Sapelli
ripropone l’abbandono del capitalismo puro (ammesso che in questo paese ci sia ma stato) e invoca il ritorno all’impresa di stato e all’economia mista. Lo fa in un saggio dal titolo brillante, L’inverno di Monti. E lo fa alla grande dando fiato a tutte le sonorità del suo spenglerismo barocco, con un ritmo e una  potenza da Walhalla wagneriano. Poiché Sapelli è persona assai colta e può praticamente parlare in modo intelligente di tutto, o quasi, anche qui, invece di una arida analisi politico-economica ci fornisce un grande affresco, attingendo a piene mani dal meglio della cultura mondiale. Si comincia con Hegel e lo spirito assoluto (riga dieci) per terminare con T.S. Eliot e the darkness of God, ultima riga. Passando per Machiavelli, Engels, Helmut Schmidt, Rosario Romeo, Denis Mc Smith (p.12, ma si dovrebbe scrivere Mack Smith), Henry Kissinger, Palmiro Togliatti, Luigi La Bruna e non molti altri in verità, perché comunque Sapelli ha interiorizzato il sapere contemporaneo e, grazie al cielo, cita poco. La tesi principale è giocata sulla coppia nazione/internazionalizzazione che, più che per altre nazioni, caratterizzerebbe nei suoi intrecci la storia italiana (da p. 9 in poi). Tesi che non mi sembra molto originale e che può essere contestata, perché tutte le nazioni sono il prodotto di quella coppia di ambiti, dipende da come le due variabili, appunto, storicamente si intreccino: per il Regno Unito promuovono la dominazione del mondo, per la Polonia o i Balcani sono la dannazione eterna. Non un cenno alle conseguenze di una presenza internazionale nel cuore della nazione, per mezzo kmq attorno a San Pietro. Più interessante l’analisi  delle caratteristiche socioeconomiche italiane come opposte  e inconciliabili con quelle della egemonica Germania. L’idea più geniale del libro è però l’immagine di Monti in bicicletta che
non curva mai “così da non dovere mai muovere il busto” (p.43). Il punto centrale dell’opera è a p. 71-72: “ si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la strada dell’economia mista”. Ci aveva già provato Giulio Tremonti.

Addendum. Per una vera esperienza intellettuale da leggere in parallelo con Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris (Laterza, Roma 2012).

Guido Martinotti

 

Javier Cercas, Soldati di Salamina, Guanda 2002.

E’ stato Antonio Tabucchi, mentre parlavamo di Anatomia di un istante, a suggerirmi questo splendido libro di Cercas. L’ho acquistato il giorno dopo ed ancora una volta la ricerca storica di Cercas mi ha affascinato, le ultime pagine mi hanno emozionato. Il perché è chiaro: è una ricerca che ruota attorno alle anime delle persone, più che ai fatti. Si parla della storia di Rafael Sánchez Mazas, scrittore e poeta, cofondatore forse presentabile della Falange. Ma è anche la storia della sua mancata fucilazione, all’inizio del ’39 e alla fine della guerra civile, quando i franchisti stanno per vincere e i miliziani repubblicani per perdere. É un miliziano, appunto, che nel pressi del santuario di Collell, vicino alla frontiera con la Francia, lo scopre nascosto nel bosco, lo guarda negli occhi, ma lo risparmia, voltandosi dall’altra parte. Cercas ritrova coloro che aiutarono Sánchez Mazas a nascondersi. Ma non gli basta: con un’ “originale” consigliera al fianco, Conchi, si lancia sulle labili tracce del mancato giustiziere. Proprio quando sembra arrendersi, si imbatte in Miralles: non è chiaro a lui ed ai lettori se si tratti effettivamente della persona che cercava, ma poteva esserlo, doveva esserlo, tanto
ricca e coerente era la sua storia di combattente, cittadino di Stockton, l’immaginaria meta degli umili e dei falliti. Ed eccola la storia di quell’uomo, giunto al termine dei suoi anni, limpido, coraggioso e puro, innamorato del pasodoble, un “soldato solo che tiene alta la bandiera negata, che cammina in avanti, senza sapere dove stia andando, nè con chi né perché, senza che gliene importi tanto, purché sia in avanti, avanti, avanti, sempre avanti“. La storia di Sanchez Mazas, cosí, diventa quella di Miralles e del suo volto segnato dalle cicatrici: Cercas ne rimane affascinato e commosso. Come chi la legge attraverso le sue parole.

 

Alice Banfi, Sottovuoto (Romanzo psichiatrico), Stampa alternativa, 2012 e Tanto scappo lo stesso (Romanzo di una matta), Stampa alternativa , 2008.

Se ci ha messo quasi quattro anni Alice a scrivere la seconda parte della sua storia di matta, un motivo c’è. In Tanto scappo lo stesso aveva raccontato la sua esperienza di ricoveri a ripetizione dentro e fuori da una dozzina di reparti di psichiatria della penisola, nell’arco di diversi anni. Una descrizione asciutta, senza lacrime, ironica e persino amorevole di un inferno, dove i malati vengono legati al letto o chiusi in camerini di isolamento, con modalità che farebbero giustamente scandalo se venissero attuate su pericolosi criminali o sospetti terroristi: i racconti di Alice sono un’occasione unica di vedere ciò che è normalmente sottratto agli occhi dei comuni cittadini, compresi i parlamentari che si stanno dando da fare per allentare ancora le garanzie già insufficienti sui trattamenti coercitivi.  Ma ora, nel suo nuovo romanzo, ad Alice è toccato riappropriarsi anche della parte peggiore, quella in cui rischiava davvero di perdersi e divenire lei stessa, all’interno del sistema, una povera aguzzina di altri
più deboli di lei, soprattutto nelle pagine dedicate a “Villa Crispina”, un vero e proprio manicomio, più carcere che ospedale, che sopravvive benissimo dentro l’organizzazione  psichiatrica attuale.

Maria Grazia Giannicchedda dice nella prefazione che Alice probabilmente è la “prima testimone” del sistema nato dopo la fine dei manicomi e che questa è la chiave di lettura che ne coglie meglio la novità. E’ vero, ma non è tutto. La narrazione di Alice, senza recriminazioni e senza sconti, neppure verso se stessa, è forse un’operazione più complessa e di maggiore portata. Lo si può intuire dal fatto che, per compierla, l’autrice deve creare un suo linguaggio per descrivere persone e fenomeni per i quali la psichiatria ha elaborato un corposo dizionario, il famoso DSM ora alla quinta edizione, nel quale sono minuziosamente descritti sintomi e diagnosi. E l’invenzione di un linguaggio è sempre un’operazione squisitamente politica, destinata a spostare l’asse del potere.

Roberto Satolli

 

Julian Barnes, The Sense of an Ending, New York Knopf, 2011.

Tony, the middle-aged narrator of this novel, says he chose a dull, tidy, safe and not important life, an option that others, including his seemingly brilliant school roommate Adrian who later committed suicide, have eschewed. But as Tony muses: “when we are young, we invent different futures for ourselves; when we are old, we invent different pasts for others.”  Perhaps, as we are led to wonder when Tony wrenchingly confronts the progeny of those early school days, his history is flawed. This is a book with the makings of importance: a skilled writer with a proven record, describing a British life
that many of us find fascinating and touching on life’s major questions.  Some of our expectations are rewarded in this winner of the Man Booker Prize.  The themes addressed are worthy of contemplation even if Barnes seems at times to be simply listing them: we are brought to ponder them nonetheless.   The writing is mostly lovely and engaging but in places, including when describing awkward sex, is unconvincing if not painful. Short novels can make significant statements; this one is a strong proposal for a better book…..A clever movie must be on the way.

Joseph DiMento

 

Carmen Callil, Bad Faith: A Story of Family and Fatherland, Londra Vintage 2007.

È la biografia di Louis Darquier de Pellepoix. Faceva inizialmente parte di un gruppo di estremisti di destra che prendeva di mira militanti di partiti di sinistra e ebrei. Quando Petain si accordò con Hitler e costituì la repubblica di Vichy, Darquier de Pellepoix assunse il compito di Commissario per gli affari ebraici e fu in questa veste responsabile dell’invio di migliaia di ebrei verso i campi di concentramento nazisti. Dopo la Guerra Louis Darquier de Pellepoix sfuggì ai processi promossi contro i collaborazionisti e ad ogni punizione. Andò a vivere in Spagna dove morì negli anni Ottanta.  È la storia di un personaggio che racchiude in sé tutto il percorso dell’antisemitismo francese dello scorso secolo; è anche la storia di un vero e proprio mostro il cui aspetto principale del carattere era l’odio espresso in tutti i modi e in tutte le forme: verso i genitori, verso la propria famiglia, verso la figlia e verso tutto ciò che egli percepiva diverso e nemico.

Jacques Mehler


LIBRI DA RILEGGERE

 

Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatsby, edizione per Kindle.

Le feste, le auto, i simboli della ricchezza e del potere, l’amoralità e il vuoto della società americana nei Roaringtwenties, avviata spensieratamente verso il collasso del 1929, visti da Scott Fitzgerald attraverso gli occhi di un suo doppio, Nick Carraway, narratore e partecipante a volte critico a volte ammirato degli eccessi di Gatsby. Questa è stata l’impressione che ho avuto la prima volta che ho letto il libro, molti anni fa, ed è l’impressione che vuole trasmettere il film con DiCaprio.

L’acquisto di tutte le opere di Scott Fitzgerald su Kindle mi ha indotto a rileggere il libro qualche mese fa.  Pensavo di trovare una sorta di anticipazione della società italiana degli ultimi venti anni e della crisi di valori che la ha caratterizzata. Ebbene, ho trovato un libro diverso. Soprattutto, mi sono convinto che Scott Fitzgerald volesse scrivere un libro diverso. Voleva scrivere una grande storia d’amore. Certo, ci sono tutte quelle cose ci sono feste banchetti e champagne, ma è tutta una spettacolare messa in scena organizzata da Jay Gatsby solo per riconquistare Daisy, la donna perduta molti anni prima ed ora sposata con Tom, una specie di leghista padano in salsa newyorchese. Non ci riesce, e il suo ultimo gesto d’amore lo porta alla morte. Purtroppo Gatsby non aveva capito, come osserva il narratore nelle ultime pagine, che Daisy e il marito “distruggevano cose e essere viventi e poi si ritiravano nei loro soldi e nella loro sterminata indifferenza o quel che era ciò che li teneva insieme, e lasciavano che gli altri subissero le conseguenze dei loro comportamenti”.

s.n.


Carlo Michaelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi 1982.

Il dramma dell’esistenza è paragonabile ad un peso che pende da un gancio: non può che scendere e scenderebbe sino all’infinito se non trovasse – presto o tardi – una fine al suo precipitare verso il basso. Se in un solo attimo potesse fermarsi da sé e possedere l’infinito non sarebbe più un peso. Così l’essere umano non può per sua natura trovare pace, fermarsi e possedere l’infinito, perché la vita e’ tutta protesa verso il futuro, che e’ una mera proiezione, una aspirazione verso l’ignoto che impedisce il possesso pieno e presente della propria persona. La ricerca della persuasione, del possesso di sé nel presente si contrappone alla rettorica, che e’ la convenzione sociale del vivere guardando al domani. Ma le cose del tempo futuro sono un inutile palliativo all’incapacità di possedersi da sé e il tempo dedicato ad un  vivere socialmente accettabile allontana l’uomo dalla propria essenza, rendendo la vita un vuoto contenitore riempito da fatti altrui (ed altrove).

Giulia Gavagnin
 

 


Questo quarantunesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 2011 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Grafiche Porpora srl di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – ma non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive. I Testi Infedeli escono dal 1989.

Ringrazio per i suggerimenti Salvatore Giannella, Marina Nespor, Pasquale Pasquino.

 

N. 41 inverno 2011

IN QUESTO NUMERO

 

C’è all’inizio un mio pentimento, forse tardivo e forse inutile: ciò che pensavamo una volta è stato travolto dalla storia.

Poi, ci sono una rielaborazione di un passo di Berselli (tratto da una imperdibile raccolta dei suoi scritti), la abituale storia di un omicidio perpetrato ai danni di un pensatore che chiedeva tolleranza e libertà di religione e una raccolta di riflessioni su Steve Jobs.

Ci sono poesie di Paul Celan e di Josip Brodsky.

C’è poi, in costante aumento, la parte dedicata alle recensioni, questa volta ad opera di Kathleen Bachmann, Daniela Barsocchi, Augusto Bianchi, Sabino Cassese. Eva Cantarella, Luciana Castellina, Gherardo Colombo, Ada Lucia De Cesaris, Joseph DiMento, Giulia Gavagnin, Guido Martinotti, Stefano Nespor, Pasquale Pasquino, Lucrezia Reichlin, Roberto Satolli.

 

In copertina: Paul Celan (matite Winsor & Newton e carboncino su carta)

 

 

AUTODAFÉ

 

Poco tempo fa a una cena da amici mi è capitato di parlare di Fidel Castro. Insieme, abbiamo ricordato l’entusiasmo che la rivoluzione cubana aveva sollevato nei giovani e negli intellettuali di tutto il mondo e le speranze che essa, dopo aver liberato il paese da una crudele ultratrentennale dittatura, fosse l’inizio di un movimento di liberazione che si sarebbe esteso ai paesi dell’America latina oppressi da giunte militari sostenute dagli Stati Uniti.

In quegli anni lo slogan “Un bambino su tre nell’America Latina muore di fame. Nessuno è cubano” rifletteva gli enormi progressi compiuti in quel paese nell’istruzione e nella sanità e, nello stesso tempo, le miserabili condizioni di vita degli stati confinanti.

Ci sembrava incomprensibile che tutte quelle aspettative si fossero vanificate negli anni seguenti, fino a ridurre Cuba nelle disastrose condizioni di oggi: un paese impoverito, arretrato, con la gente privata di basilari diritti e con le città in rovina. Nel frattempo, Argentina, Brasile, Perù, proprio quei paesi per i quali Cuba avrebbe dovuto essere l’esempio, liberatisi dal giogo delle dittature, erano entrati nel grande percorso della globalizzazione e avevano conquistato livelli di benessere e di libertà civili inimmaginabili pochi decenni prima.

Drammaticamente, oggi lo slogan trionfale della Cuba di un tempo potrebbe essere rovesciato: in America Latina, se ci sono bambini affamati, è probabile che qualcuno sia cubano.

 

L’oppressione e la repressione del dissenso sono aumentate. In ottobre è morta Laura Pollàn, un’insegnante che, a seguito dell’arresto del marito e di altre 74 persone nel 2003, tutti poi condannati a decine di anni di carcere con accuse per lo più immaginarie, organizzò il movimento delle Damas en Blanco: mogli e figlie dei condannati si incontravano tutte le domeniche alla chiesa di Santa Rita di Miramar e poi camminavano in silenzio lungo tutta la Quinta Avenida. Per l’intervento della Chiesa cattolica cubana e del governo spagnolo, dopo qualche anno i 75 prigionieri furono liberati.

Eppure, nei confronti di Fidel Castro il mio atteggiamento, e quello di molti altri, è restato, se non più di simpatia, di tollerante disponibilità.

Bene, torniamo alla cena, cui partecipava anche una comune amica, più giovane di noi: non avendo memoria di quel primo periodo di entusiasmi, né della durezza dei conflitti indotti dalla guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma avendo ben presente tutto ciò che da allora era seguito, ci chiese, un po’ provocatoriamente: “come ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da una dittatura?”.

L’osservazione ci ha lasciati perplessi e irritati: ci sembrava che si potesse criticare Fidel oggi, ma non quanto è riuscito a realizzare in passato.

E poi, anche da governi non democratici ci si può aspettare qualcosa di diverso da quel che è successo a Cuba. Deng ha preso il controllo della politica cinese e, pur mantenendo intatto il sistema non democratico

 

costruito da Mao, ha sviluppato una economia di tipo capitalistico che ha incrementato la ricchezza del paese dell’800% in 20 anni e ha offerto livelli di benessere insperabili qualche anno addietro. I cinesi oggi non sono liberi ma sono più ricchi.

Fidel invece non è riuscito a dare ai cubani né benessere, né giustizia, né diritti civili e neppure libertà.

Nell’osservazione c’è però del giusto.

Perché, per quanto meritevole sia lo sforzo compiuto dai governi cinesi per migliorare le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, nessuno di noi apprezza il sistema politico che quello sforzo ha prodotto e le scelte repressive e lesive dei diritti fondamentali che nel corso degli anni sono state compiute. E allora, bisogna chiedersi come abbiamo potuto restare coinvolti in una infatuazione collettiva che ci aveva permesso di vedere con ammirazione chi, subito dopo la conquista del potere, aveva instaurato un sistema repressivo per molti aspetti non diverso dagli altri in Sudamerica. Non erano certo sufficiente giustificazione i goffi tentativi degli Stati Uniti di abbatterlo con invasioni e colpi di stato o di strangolarne l’economia con il blocco economico. Pur senza poter prevedere il futuro, il sostegno dato a Fidel era del tutto incompatibile con gli ideali per i quali ci eravamo sempre battuti di libertà, di giustizia, di uguaglianza, di tutela dei diritti umani. Per quel che mi riguarda è tempo di riconoscere l’errore compiuto.

s.n.

 

SETTE POESIE DI PAUL CELAN

 

Elogio della lontananza

 

Nella  fonte dei tuoi occhi

Intravedo  le reti dei pescatori del mare che non c’è

Nella fonte dei tuoi occhi

Vedo un mare che mantiene le sue promesse.

In questo mare io getto

Un cuore che per tanto tempo è rimasto tra la gente,

getto il mio vestito e lo scintillio di un giuramento.

Più nero del nero, io sono più nudo.

Rifiutando tutto sono fedele.

Io sono te quando sono me stesso.

Nella fonte dei tuoi occhi

Mi dissolvo e sogno di essere rapito.

Una rete si impiglia un’altra rete:

ci separiamo senza riuscire a slegarci.

 

 

Gli anni tra te e me

 

Di nuovo ti si increspano i capelli,

quando mi commuovo

con il verde dei tuoi occhi copri

gli spazi del nostro amore: un letto tra estate e autunno.

Beviamo quel che altri ha vendemmiato,

non ero io, non eri tu

Beviamo qualcosa di vuoto e di conclusivo.

 

Ci guardiamo negli specchi del mare profondo

Ci porgiamo più rapidamente il cibo:

la notte è la notte, comincia al mattino

e mi mette nel letto con te.

 

 

I tuoi capelli

 

La mano stanca piena di ore, e tu sei arrivata da me.

Io dissi:

i tuoi capelli non sono bruni.

Allora tu li hai alzati sulla bilancia del tempo,

sono stati più pesanti del mio corpo.

Loro vengono con le navi e caricano i tuoi capelli

Li offrono in vendita sul mercato del piacere

Tu mi sorridi, io piango.

Io piango. I tuoi capelli non sono bruni,

loro ti offrono l’acqua del mare, tu offri i tuoi riccioli

tu mi sussurri: loro hanno riempito il mondo con i miei capelli, io resto una fenditura nel tuo cuore.

Tu mi dici: fammi sentire le foglie dei tuoi anni: baciami.

Le foglie dei miei anni sono bruni, i tuoi capelli non lo sono.

 

Corona

 

Dalla mano mangia l’autunno la sua foglia: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci

gli insegniamo a camminare.

 

Il tempo ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,

nel sogno si dorme.

La bocca parla il vero.

Il mio occhio scende sulle forme della donna che amo

Ci guardiamo;

Le dico cose oscure;

Ci amiamo come papavero e memoria

Dormiamo abbracciati come il vino nelle conchiglie,

come dorme il mare nel raggio insanguinato della luna.

Stiamo abbracciati alla finestra, ci vedono dalla strada:

è tempo che si sappia!

È tempo che la pietra si adatti a fiorire

Che l’ansia faccia battere un cuore.

È tempo.

 

 

Bevemmo pioggia

 

Dormi, i miei occhi saranno aperti.

La pioggia ha colmato la brocca, noi l’abbiamo vuotata.

La notte farà nascere un cuore

e il cuore uno stelo sottile

Ma per mietere ed essere felici è troppo tardi.

Come sono bianchi i tuoi capelli, vento della notte!

Bianco è ciò che mi resta, bianco ciò che perdo.

Lei conta le ore, io conto gli anni.

Abbiamo bevuto pioggia.

Pioggia abbiamo bevuto.

 

Al di là

 

Filamenti di sole,

sopra la malinconia grigionera.

Un pensiero ad altezza d’albero

Si aggrappa al suono della luce: ci sono

Ancora canti che possono essere cantati

Al di là degli uomini.

 

 

Al figlio Eric

 

Ho tagliato bambù:

per te, figlio mio.

Ho vissuto.

Codesta capanna, che domani

Sarà altrove, ora regge.

Non diedi mano a costruirla: tu

non sai in quali

vasi io misi, anni addietro,

la sabbia che mi stava intorno.

La tua nasce libera

Libera rimane.

La canna, che prende piede qui, domani

s’innalzerà, ovunque

l’anima ti possa spingere,

fuori d’ogni vincolo.

 

Queste mie traduzioni rendono solo parzialmente il linguaggio di Celan, che torce e plasma il tedesco con
espressioni imprevedibili e dense di magia. Tranne l’ultima, sono tutte  poesie tratte dalle sue prime raccolte (in particolare da Mohn und Gedachtnis); avrei potuto pubblicarne molte di più, tanto ciascuna è diversa dall’altra e diversamente evocativa di immagini e di sogni. La raccolta delle poesie di Celan (ottima quella dei Meridiani con il testo a fronte e con un avvincente saggio introduttivo) merita di stare sul comodino per essere sfogliata nel corso del tempo.

Paul Antschel (Celan è lo pseudonimo) nacque nel 1920 da una famiglia ebrea di lingua tedesca a Czernovitz, in Bucovina (oggi territorio ucraino), la città descritta in molti suoi romanzi e racconti da Gregor von Rezzori. Dopo aver studiato medicina a Parigi, fece ritorno in patria poco prima dello scoppio della guerra. I genitori morirono in un campo di concentramento (la madre uccisa con un colpo di pistola perché ritenuta non più adatta al lavoro); Celan riusci dopo diciotto mesi di lavori forzati a fuggire. Nel 1945 si stabilì a Bucarest, ma si trasferì a Parigi nel 1948. La prima raccolta di poesie passò inosservata, ma il secondo libro, appunto Mohn und Gedachtnis, lo rese famoso. Nel frattempo tradusse in tedesco opere di Henry Michaux, René Char, Osip Mandelstam, Fernando Pessoa.  Nel 1959 fu nominato lettore di lingua tedesca presso l’’École Normal Superieure. Nel 1960 ricevette il più prestigioso premio letterario tedesco, il Georg Buchner Preis. Pur parlando e scrivendo correttamente in almeno sette lingue (rumeno, tedesco, ebraico, inglese, francese,
russo, italiano), Celan scelse di scrivere sempre le sue opere in lingua tedesca. Si uccise nel 1970 gettandosi nella Senna.

Poco prima, dedicò al figlio Eric una poesia, inserita nella raccolta Rosa di Nessuno. È l’ultima tra quelle qui pubblicate. Altre poesie di Celan sono sui TI dell’estate del 2001.

Su Celan, consiglio due libri: Chalfen Israel, Paul Celan: biografia della giovinezza, la Giuntina 2008; J.Felstiner, Paul Celan Poet, Survivor, Jew, Yale University Press 1995.

 

L’EGEMONIA DEGLI INFALLIBILI.

 

A nessuno dei miei amici è mai capitato di incontrare qualcuno che fosse un ammiratore di Baricco. Ma poi ogni romanzo di Baricco schizza inevitabilmente in cima alla lista dei libri più venduti. Allora, bisogna concludere che quelli che noi frequentiamo non sono un campione rappresentativo. Là fuori c’è un mondo sconosciuto, in cui si muove la gente vera, il pubblico autentico, quello che compra i libri di Baricco e anche di Pennac, che va al cinema a vedere Benigni (e si proclama ammirato per quella nefandezza, tipica dei tempi berlusconiani in cui siamo vissuti, che è La vita è bella), passa molti sabati pomeriggio agli outlet che ormai si espandono a macchia d’olio sul territorio per vestirsi come la moda impone e si fa piacere quello che passa il mercato.

Noi invece parliamo di cose e facciamo cose che interessano solo a noi. Non leggiamo un successo mondiale come il Codice da Vinci, non compriamo i bestseller di Camilleri, non guardiamo fiction e reality alla televisione, non abbiamo mai visto il Festival di Sanremo. Non frequentiamo neppure i ristoranti dove vanno i vip (e, sotto sotto, siamo convinti che i vip dovrebbero venire a vederci nelle trattorie dove andiamo abitualmente noi).

È così: là  fuori, in un mondo hobbesiano attraversato da conflitti e malvagità, ricco di inestesismi e di mitologie ignoranti, c’è un vasto pubblico cui piace la cacca. Noi non abbiamo nulla a che fare con quella
gente, ma, diligentemente, prendiamo atto della loro esistenza, con l’atteggiamento che le comunità evolute mostrano verso gli indigeni, gli anziani, le culture minori, le mentalità primitive. Usiamo quel sentimento di benevolenza che si  rivolge di solito ai parenti non troppo stretti, che si usa ai matrimoni e ai funerali: compiacenza volonterosa e distratta senza coinvolgimento.

Non è vero che il pubblico sia sempre cretino. Ci sono film, come l’indimenticabile Io ballo da sola di Bertolucci, o Pinocchio di Benigni oppure This is the place di Sorrentino (salvato a stento dalla magistrale quanto inutile interpretazione di Sean Penn) durante i quali sorgono in sala gemiti a ogni battuta demenziale prevista da sceneggiature e trame molto crudeli verso lo spettatore. Tuttavia, la gente tiene dentro di sé il disgusto per paura di avere frainteso un capolavoro. Per il vero, succedeva anche con Brecht, e gli infiniti drammi brechtiani che, somministrati nella particolare mediazione di Giorgio Strehler, sono stati inflitti a tutti i giovani italiani. Per non parlare delle torture inflitte dalle composizioni di Luigi Nono, nel segno della grande avanzata culturale delle masse,  agli adepti della musica moderna.

 

da Edmondo Berselli, Nei momenti di malumore, inserito nella raccolta degli scritti Quel gran pezzo dell’Italia. Tutte le opere 1995-2010, Mondadori, 2011.

 

RIFLESSIONI SU STEVE JOBS

 

I

Uno degli irrisolti interrogativi della rivoluzione industriale  è perché cominciò in Inghilterra e non altrove. Come per la caduta dell’Impero romano, molte spiegazioni, è noto, sono state offerte: in Gran Bretagna c’era molto carbone disponibile; c’era un sistema che proteggeva la proprietà intellettuale; il costo del lavoro era elevato e questo incoraggiava la ricerca di innovazioni.

Secondo un recente saggio di due economisti, Ralf Meisenzahl e Joel Mokyr, è contato soprattutto è stato il capitale umano: l’Inghilterra si è trovata ad avere un gruppo di ingegneri,  artigiani e imprenditori più preparati, più creativi, più intraprendenti che altri paesi. Ed è contato soprattutto quel gruppo di uomini che i due autori chiamano Tweakers: uomini che non inventano macchine e strumenti, ma li sanno mettere a punto, li perfezionano, li rendono produttivi ai massimi livelli possibili. Così, nel 1779, Samuel Crompton inventò la spinning mule, la macchina per filare che rese possibile la meccanizzazione della manifattura del cotone. Poi Henry Stones ebbe l’idea di aggiungere alla spinning mule delle rotelle di metallo; James Hargreaves inserì un meccanismo per evitare sbalzi nell’accelerazione e decelerazione della macchina; e poi William Kelly, John Kennedy e, soprattutto, Richard Roberts aggiunsero piccoli perfezionamenti,
aumentando la velocità e la precisione della filatrice. Furono questi tweakers a introdurre le microinvenzioni necessarie per rendere remunerative le grandi invenzioni. È questo continuo perfezionamento che, secondo Meisenzahl e Mokyr è fondamentale per il progresso ed ha permesso la rivoluzione industriale. James Watt ha inventato, è vero, la macchina a vapore, raddoppiando l’efficienza delle macchine disponibile in precedenza. Ma quando sono sopraggiunti i perfezionatori, l’efficienza delle macchine a vapore è quadruplicata.

Insomma, ci sono i visionari creativi che partono da una pagina tutta bianca e ricreano un mondo. Poi, ci sono i tweakers che prendono ciò che è stato fatto e lo portano a perfezione. Bene, Jobs era uno di questi: non era un creatore, prendeva le idee degli altri e le portava a perfezione.

II

Stay hungry, Stay foolish.

Questa frase suona come un lampo nel cielo senza stelle che vediamo ogni giorno.

Oggi questa stessa frase risuona in modo quasi ossessivo, tutti la scrivono, la pronunciano, la postano su Facebook. Anzi, nel social network questa è la frase più citata di sempre.

Nella sua semplicità ed immediatezza e nel dotto contesto nel quale è stata pronunciata, è la perfetta sintesi del discorso tenuto dal CEO di Apple a Stanford, quando annunciò la sua malattia di fronte a giovani che avevano ‘tutta la vita davanti’. Ma è anche un monito

 

che sembra essere stato pronunciato da una rockstar, la rockstar che, in effetti, Steve Jobs era diventato.

E’ una frase che fa sognare, perché nella sua semplicità disvela la verità dell’esistenza. Essere se stessi. Ma disvela anche l’altro, drammatico, lato della medaglia. Il percorso che porta alla scoperta e alla realizzazione di se stessi è spesso tortuoso e labirintico, non alla portata di tutti.

Tuttavia, al di là della forza contagiosa che promanava dal personaggio-Jobs (simpatico e di quella sinistra creativa che piace a tutti, l’antagonista del capitalista e arrogante Bill Gates), mi chiedo se davvero le invenzioni di costui abbiano migliorato la nostra vita, al di là della loro irresistibile estetica: Mac Book, IPhone, Ipad sono oggetti belli da vedere e da toccare.

Ma, siamo certi che l’utilizzo comune di questi strumenti non abbia sottratto anziché aver dato?

E’ come se all’umanità sia stato dato uno strumento seducente e veloce che però, di fatto, non riesce a gestire. Il tempo risparmiato grazie all’Ipad e all’Iphone è poi sprecato in mail inutili. Nell’asserita necessità di guardare un link, un attachment, un’immagine che poi, puntualmente, si rivela non necessaria. Per non parlare dell’Ipod che ha sancito, di fatto, la morte della musica rendendo vana la pubblicazione dei dischi e, con essa, la spinta del singolo artista a produrre buona musica.

III

Chiunque sia interessato alla musica, all’arte, al cinema e anche gli eroici ritorni sulla scena con ricche ricompense e alla possibilità di portare con sé molte

 

varianti di infinito nella propria tasca resterà attonito per la scomparsa di questa titanica presenza nella nostra vita. Abbiamo perso il nostro tecno impresario di sogni digitali. Vladimir Nabokov ha scritto in una sua lettera che, quando finiva un racconto, si sentiva come una casa dalla quale gli inquilini se ne erano andati portando via il piano a coda. Questo è quanto si sente perdendo Steve Jobs. Il piano a coda se ne è andato.

IV

 

Perché la sinistra è destinata a perdere in questo paese, e non solo in questo paese? Perché è popolata di persone che non hanno capito che la vera, e del resto, intuitiva, scelta di sinistra e di progresso è per l’innovazione, il cambiamento, la denazionalizzazione.

Perché non ha capito che schierarsi con il passato, con la tradizione, con le coltivazioni biologiche invece che con le biotecnologie, con i treni affollati invece che con l’Alta velocità, con conservare invece che cambiare significa solo privilegiare chi non vuole cambiare, non vuole innovare, non vuole cercare nuovi equilibri nei rapporti sociali e produttivi. La sinistra è ricerca di cambiamento, non freno all’innovazione. È scoperta, non rifiuto. E apertura al mondo, non chiusura nazionalistica. È sguardo verso il futuro, non avvinghiamento al passato. Soprattutto, è capacità di fare impresa, di innovare, di rischiare in una cornice di welfare di attutimento delle disuguaglianze e di protezione dei deboli, non difesa dell’esistente. Jobs ha
rappresentato innovazione e coraggio, così come il suo antagonista Bill Gates ha rappresentato l’aspetto sociale e protettivo del capitalismo. Il vero problema è che nessuno dei due piace a tutti quelli, estremisti e ben nutriti, che si annidano nelle nostre sinistre.

Il primo pezzo è tratto da Malcom Gladwell, The Tweakers. Il secondo è di Giulia Gavagnin. Il terzo di Nicholson Baker (pubblicato, insieme al primo, sul New Yorker del 17 ottobre 2011. Il quarto è di Serge Richter.

 

POESIE DI JOSIP BRODSKY

Uno Spicchio Di Luna Di Miele (1963)

Non dimenticare

come sgorga l’acqua tra le rocce,

e come è soffice l’aria d’autunno.

Intorno a noi  gabbiani gridano,

le barche guardano nel cielo,

le nubi si inseguono in alto

come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore

palpitare e risuonare

come un’ostrica

un frammento della nostra vita insieme

Possa sentirsi il fruscio delle conchiglie,

E possa la passione

aiutarti a capire

come la schiuma delle onde del mare,

per arrivare alla terra,

generi alte onde.

 

 

Da Quinto anniversario (4 giugno 1977)

 

Una stella cadente, che poi è un asteroide, subito

Cattura gli occhi che vagano nello spazio.

Guarda, guarda là dove non dovresti.

La stanno immobili cupe foreste

Il treno cerca di raggiungere la sua meta.

Che però non esiste.

 

Principio e fine allo sguardo là la vita nasconde.

È invisibile chi è morto

Ed anche chi è soltanto concepito.

Per gli uccelli dovrebbe essere diverso.

Però gli uccelli non sanno molto.

Là un pianoforte picchia sulle tue tempie al crepuscolo

Là la giacca appesa all’armadio è smangiucchiata dalle tarme.

Al mare sorride l’antica quercia delle favole.

 

 

Da elegie romane

 

Un pianoforte suona nell’intervallo del pasto.

Il silenzio del vicolo addormentato

si copre di bemolle

Come un pesce di scaglie

E l’intonaco scuro, gonfiando le branchie,

respira l’aria densa d’umidità dell’agosto;

nella profondità della gola riarsa,

briciola di refrigerio, come perla fredda,

rotola Orazio: Exegi monumentum.

Io non ho eretto opere in pietra, visibili fino alle nuvole.

Del mio avvenire ho appreso da libri, lettere e inchiostro.

Così ci si addormenta,

abbracciati  a una Leica,

per imprimere i sogni nella lente,

e riconoscere sé stessi in una foto,

per svegliarsi un una vita più lunga.

 

Due pensieri sulla vita

 

La vita è un gioco con molte regole ma senza arbitri. Per questo molti barano, pochi vincono e la maggior parte perde.

La vita è una battaglia non tra il male e il bene ma tra il male e il peggio.

Joseph Brodsky è nato a Leningrado (St. Petersburg) nel 1940. A 14 anni chiese di essere ammesso all’accademia navale; venne respinto in quanto ebreo. Nel 1955 iniziò a scrivere poesie  e traduzioni in russo – usando versioni polacche – di Donne, Proust, Kafka e Faulkner, e anche di Yellow Submarine dei Beatles. I sui scritti erano pubblicati su samizdat e sulla rivista clandestina Sintaksis. Quale parassita sociale (“pseudopoeta in calzoni di velluto”) fu dapprima internato in un manicomio per “paranoia riformista”, poi condannato nel 1964 a cinque anni di lavori forzati;  fu inviato ad Archangelsk dove fu adibito a tagliare legna. Fu liberato nel 1965 per le proteste di intellettuali suoi amici, tra cui Anna Akmatova e Dimitri Shostakovitch. Nel 1972, mandato in esilio, si trasferì a New York e divenne cittadino americano nel 1977. Insegnò in molte università americane, tra cui Columbia e Yale. In inglese scrisse saggi e divenne collaboratore abituale della New York Review of Books e della Partisan Review. Ha ricevuto il premio Nobel nel 1987. È morto nel 1996.

 

BREVE STORIA DI AONIO PALEARIO

Antonio della Paglia (che in seguito, come molti umanisti, modificò il suo nome in Aonio Paleario), nacque a Veroli, vicino a Frosinone, nel 1503. Studiò filosofia e teologia a Padova e a Siena; fu attratto dal pensiero di Erasmo e maturò un crescente interesse per le idee riformatrici. Dal 1536 visse tra Siena, Colle Val d’Elsa e Lucca, suscitando sospetti in esponenti della Chiesa locale; rispose con uno scritto, Pro se ipso, in cui esponeva le sue idee a difesa della libertà di coscienza. Nel 1546 fu chiamato a Lucca come professore di lettere greche e latine e fu in stretto contatto con i seguaci della Riforma. Da Lucca si trasferì a Milano. Qui nel 1559 fu denunciato all’Inquisizione, in quanto in una sua opera ora perduta avrebbe negato l’esistenza del Purgatorio; venne assolto per insufficienza di prove. Nuovamente denunciato otto anni dopo, rendendosi conto che la fuga sarebbe stata impossibile anche per le sue malferme condizioni di salute, dopo aver consegnato a Zwinger l’ultima sua opera, l’Actio in pontifices romanos che espone la sua completa adesione alle dottrine della Riforma, si reca a Roma e si presenta al Tribunale dell’Inquisizione. Subito incarcerato, per oltre due anni si rifiutò di ritrattare le sue idee, di abiurare e di indossare l’abito giallo obbligatorio per gli eretici. Nel corso dell’ultima udienza del processo, davanti a Pio V che presiedeva il Tribunale ribadì con fermezza le sue convinzioni. Condannato a morte, il 3 luglio del 1570 fu

 

prima impiccato e poi arso sul rogo eretto davanti a Castel Sant’Angelo.

Vale la pena di pensare per quali futili ragioni si poteva morire quando la il potere religioso aveva la possibilità di imporre le proprie idee.

Su Aonio Paleario: Alete Dal Canto, Un martire del libero pensiero, Bastogi Editrice italiana, 1995; Darrell Young, The Life and Times of Aonio Paleario or a History of the Italian Reformers in the 16th Century, consultabile online  in GeneralBooksClub.com

 

LIBRI DA LEGGERE

Aharon Appelfeld, Le garçon qui voulait dormir, Paris, Editions de l’Olivier, 2011.

Erwin, un giovane sopravvissuto al massacro degli ebrei in Bucovina arriva, protetto dal sonno, alla fine della guerra, sulle spiagge di Napoli. I sogni lo mantengono in contatto con la sua infanzia e con i genitori e tessono un filo sottile fra lui, salvato, e loro, sommersi nel gorgo. A Napoli inizia una nuova vita che lo trapianta dalla sua lingua e dalle sue radici europee verso l’utopia di Israele. La guerra, la malattia. E la conquista della lingua nuova.

Appelfeld, il più notevole degli scrittori israeliani della sua generazione, racconta in questo capolavoro il cammino di dolore e di pietà che va dalla morte alla vita (Pasquale Pasquino).

 

Luigi Buffarini Guidi, La lunga strada per Kathmandu (Quando gli Hippies migravano in Oriente), Gallino Editore, 2011.

Siamo alla fine degli anni sessanta. In America e in Europa una parte della giovane generazione – gli hippies o i figli dei fiori, come si chiamavano – è in rivolta contro la guerra del Vietnam e pretende una società più’ libera (cannabis compresa) e nuovi valori spirituali. A un certo

momento un flusso di giovani viandanti comincia a dirigersi verso Kathmandu, la remota capitale del Nepal, dove l’hashish e’ libero e la felicità possibile…

Buffarini racconta, con grande vivacità di immagini e

 

buon piglio narrativo, uno di questi viaggi sgangherati, da Milano a Kathmandu su un Ford Transit : una lenta peregrinazione attraverso la Turchia, l’Iran. L’Afghanistan, il Pakistan e l’India, tra incerti imprevedibili, difficoltà di ogni tipo, litigi, episodi esilaranti, tragedie.

Un volume che tuffa (o rituffa) il lettore in un mondo – scomparso per sempre – di gioiosa follia, dove era possibile affermare con grande serietà: “Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. (Augusto Bianchi).

 

Amos OZ, Il monte del cattivo consiglio, Feltrinelli 2011.

Tre novelle, scritte tra il 1974 e il 1975, che raccontano, attraverso gli occhi di un bambino, il sentire comune, il fermento delle vite e l’atmosfera alla vigilia  della nascita dello Stato di Israele.

Le contraddizioni, le difficoltà, le novità e le aspettative che preludono ad un passaggio dirompente, comunicate attraverso  le vite dei personaggi di una famiglia, la crescita di un bambino, i mutamenti della vita di ogni giorno, i sentimenti, il paesaggio.  Si percepisce l’ansia della guerra in arrivo, ma nella vita della piccola famiglia, in ciò che circonda il signor Levi e nell’ esistenza del dottor Nussbaum e la sua malattia,  c’è speranza, nostalgia, malinconia ma anche curiosità e coraggio. Quel bambino ha la precisa percezione che stava accadendo qualcosa di rivoluzionario, ma che si
sarebbe trattato di un percorso lungo, che lo avrebbe accompagnato sino all’età matura e forse oltre (Ada Lucia De Cesaris).

 

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Roma-Bari, Laterza 2011.

Consumo e scempio del territorio, aria e acqua, scuola pubblica e università, informazione critica. I beni comuni sono l’oggetto di un libro che da un canto, per la scrittura appassionata accessibile a tutti, è – come il titolo segnala – un manifesto; dall’altro, date le competenze del suo autore, è un saggio nel quale sono confluiti oltre vent’anni di ricerca scientifica. Ugo Mattei, infatti (docente di Diritto civile all’Università di Torino e di International and Comparative Law presso lo Hastings College of the Law a San Francisco) ha dedicato i suoi studi al diritto di proprietà. In questo libro, con specifico riferimento ai beni comuni, ci spiega come essi non producano profitti se il diritto non li rende artificialmente capaci di farlo. I beni comuni infatti offrono servizi che vengono dati per scontati da chi ne trae beneficio, e il loro valore si misura soltanto in termini di sostituzione (quando questa è possibile) dopo che essi sono stati distrutti. La coscienza del valore dei beni comuni, dice Mattei, può essere creata solo sul fronte della domanda, grazie a specifici investimenti atti a fa nascere la consapevolezza del nostro rapporto con il contesto in cui essi producono i loro servizi. Quando gli italiani, per consentire alle grandi navi da trasporto di attraccare a Mogadiscio
distrussero la barriera corallina in Somalia, aprirono la via agli squali, facendo della spiaggia di Mogadiscio uno dei posti più pericolosi del mondo per la balneazione. Quanto costerebbe (e quali sarebbero le tecnologie capaci di) costruire artificialmente una simile barriera? Ma purtroppo non abbiamo solo esempi lontani. Al del là della perdita intollerabile e irreparabile di vite umane, quanto costerebbe ricostituire il patrimonio idrogeologico italiano? I beni comuni, conclude Mattei, vanno intesi come categoria politica capace di riconquistare spazi pubblici democratici, dove lottare per un progetto collettivo fondato non più sul profitto, ma sulla qualità dei rapporti (Eva Cantarella).

 

Tom Rachman, The Imperfectionists,  Random House, 2010.

Occasionally a novel comes close to being important and yet ends up being just enjoyable. The Imperfectionists revolves around a fictional English-language newspaper published in Rome.   At its best,   as one reviewer said,   it is a “modern day Dubliners”, touching sensitively on the fears,   jealousies, and  terrible hurts of the newspaper staff,   their friends and lovers  As a story about journalism moving from 1954 to the digital age it might be summarized by a comment made to  a writer of obituaries by his soon-to-die Austrian intellectual subject: “Claw your way to the bottom, did you?”. Sometimes overwritten,   The Imperfectionists  in most parts works  at some level  including in chapters that

 

are Hunter Thompson caricature.  This is a book for those  who love newspaper novels and newspapers and  those who delight in  hearing how foreigners view Italians (Joseph DiMento).

 

Carmen M. Reinhart- Kenneth S. Rogoff, This time is different. Eight centuries of Financial Folly, Princeton University Press 2009.

Questa volta è diverso. Questo è il provocante titolo di un libro che, sulla base di  un esame analitico, rigorosamente statistico e quantitativo delle crisi economiche degli ultimi ottocento anni, giunge a una conclusione: non importa quanto diversa sembra questa crisi finanziaria da quelle che la hanno preceduta, tutte le crisi hanno qualcosa in comune. Non c’è nulla, in questo settore, di straordinariamente nuovo o diverso:

rendersene conto può forse aiutare a prevenire in futuro nuove e ancor peggiori disastri economici.

Certamente, le crisi finanziarie non sono tutte uguali. Ci sono fallimenti di Stati sovrani che si verificano quando un governo non è più in grado di pagare i suoi debiti con l’estero o internamente. Ci sono crisi bancarie, come quella verificatesi alcuni anni fa, dove all’improvviso si scopre che molte delle maggiori banche non riescono a far fronte ai propri obblighi. Ci sono crisi monetarie, quali quelle che hanno colpito l’Asia o l’America latina negli anni Novanta dell’altro secolo, allorché la moneta si deprezza così rapidamente, da impedire allo Stato di far fronte a impegni contratti internazionalmente. Tutte

 

sono ripetutamente accadute nel corso dei secoli. Anzi, si può dire che è l’assenza di fallimenti o default statali nei primi anni di questo decennio che rappresenta una anomalia (Stefano Nespor).

Richard Yates, Revolutionary Road, Vintage, 2009; ed italiana Minimum fax 2009.

E’ un romanzo del 1961, che ho letto solo dopo aver visto il film di Sam Mendes, con Kate Winslet e Leonardo Di Caprio. L’opera di Richard Yates venne presto dimenticata, salvo essere inserita nel 2005 da Time nella lista dei 100 migliori romanzi in lingue inglese del secolo scorso.

La vicenda si svolge a dieci anni dalla fine della guerra, e rappresenta la consapevolezza che il “sogno americano”, e non solo quello, è privo di contenuto. La frase chiave, che avrebbe dovuto dare il titolo al romanzo (Yates ha sempre avuto difficoltà con i titoli, scegliendo spesso parole che non dicono nulla), è “the hopeless emptiness of everything in this country”. La pronuncia il protagonista, in preda all’entusiasmo per uno sconclusionato progetto di trasferirsi con la famiglia a Parigi, e la riprende un conoscente malato di mente, ricoverato in libera uscita, che chiosa: “It does take a certain amount of guts to see the emptiness, but it takes a whole hell of a lot more to see the hopelessness”. Li prenderà entrambe tragicamente sul serio la protagonista, lasciando i lettori a chiedersi chi sia, tra tutti, il vero matto.

Un’altra frase mi ha colpito, sempre del protagonista, che dice alla moglie in un momento in cui vorrebbe
convincerla che tutto va bene nel loro tran tran: “In fondo non c’è nulla di male nel possedere una televisione”. Siamo nel 1955, in Italia le prime trasmissioni sono iniziate da pochi mesi. Nessun intellettuale ha mai individuato in un nuovo media un pericolo assoluto, tranne che per la TV. Non è accaduto per la radio, per Internet, per il web 2.0 e per gli smartphone (Roberto Satolli).

 

Zachar Prilepin, Patologie, Voland 2010.

Zachar Prilepin è stato “homon”, militare nelle truppe speciali russe impegnate nella guerra di Cecenia, di cui in “Patologie” descrive con durezza estrema gli orrori. Oggi vive in campagna nei pressi di Nizny Novgorod, con quattro figli che non manda nemmeno a scuola. Preferisce crescano al solo contatto della natura. Del suo libro, che in patria ha avuto molto successo, dice:”E’ un atto d’amore per la vita”.

In Russia c’è oggi una leva di scrittori arrabbiati:    Erofeev, Sorokin, Limonov i più noti. Quest’ultimo, già esiliato ai tempi dell’URSS ma da tempo rientrato a Mosca, ha anche fondato un partito chiamato nazional bolscevico che Putin si è affrettato a sciogliere. Molti dei loro volumi sono stati tradotti  in Italia. Per capire la Russia di oggi vale la pena di leggerli (Luciana Castellina).

 

Michail Bulgakov, Cuore di cane, Feltrinelli, 2011.

Questo piccolo, grande capolavoro di ironia, di magia, intelligenza e critica sottile  ma evidente al sistema
sovietico, fu scritto da Bulgakov nel 1925 ma venne pubblicato in URSS solo nel 1987 ed è oggi ripubblicato in una nuova traduzione.  Un noto professore di Mosca deve la sua fama a spericolate operazioni che pratica su uomini e donne di una certa età per ringiovanirli sessualmente (e questo a riprova ulteriore dell’attualità del testo se ci spostiamo in Italia ai giorni nostri) ma la sua sete di sperimentazione lo porta molto oltre: trapianterà in un cane cervello e ghiandole seminali di un uomo appena morto . Non c’è bisogno di raccontare altro della trama  lasciando al lettore il piacere di scoprire, leggendolo, il prosieguo della storia, l’intelligenza, l’ironia, e perché no, la sua malinconia. Il volume contiene anche il racconto Uova fatali (Daniela Barsocchi).

 

Hazel Rowley, Franklin and Eleanor. An extraordinary marriage, Farrar Straus and Giroux New York 2010.

A proposito di privacy degli uomini politici.

Siamo abituati a un’America che scruta attraverso il buco della serratura i candidati a cariche elettive per scoprire se ci sono comportamenti non in linea con la morale ufficiale. Molte carriere si sono infrante sugli scoop di giornalisti che hanno rintracciato amanti clandestine, figli irregolari e così via. Non sempre era così. Una delle più celebri coppie del secolo scorso, Franklin Delano Roosevelt e la moglie Eleanor, hanno avuto una vita privata certamente inusuale. Pur
mantenendo un intenso rapporto affettivo, Franklin ha avuto varie amanti neppure troppo clandestine e Eleanor un intenso rapporto affettivo con una sua collaboratrice.

Tutto ciò non ha impedito agli americani di rieleggere FDR per quattro volte alla presidenza degli Stati Uniti, e di venerare Eleanor come una delle più grandi donne dell’epoca. L’autrice, specializzata nelle doppie biografie, dopo quella di Simone de Beauvoir e Sartre affronta la storia del rapporto tra  FDR e di Eleanor, attraverso i primi incontri, mantenendo sullo sfondo l’ affermazione politica di FDR nonostante il suo severo handicap causato dalla polio e poi gli anni della presidenza, del New Deal e della guerra. Si sofferma su questo rapporto non convenzionale basato su comprensione, libertà,  solidarietà, amici comuni. Ma ciò che emerge è anche la maturità del popolo americano indifferente ai fatti privati e alla limitazione fisica (Kathleen Bachmann).

 

Mario Praz, Il demone dell’analogia, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2002

E’ un libro vecchio, ma così dimenticato che vale la pena di ricordarlo. “Ah, il demone dell’analogia!”, lamenta Mario Praz, che  da fine letterato ci avverte dei rischi dell’impiego sconsiderato di questo potente strumento dell’intelletto: “non sarà il solo caso in cui una virtù, trasferita in un campo non pertinente, diventa un incomodo o un vizio, ma certo quello del demone dell’analogia è un esempio estremo di codesta estrema ambivalenza”. Praz paragona l’analogia ai pesci tropicali

 

che, squisiti se pescati in mare aperto, risultano velenosi se catturati pochi metri più in là, all’interno della laguna corallina. E ci insegna che “ il mondo del poeta è tutto un generarsi e decomporsi d’immagini sotto l’assillo del demone dell’analogia che crea e insieme distrugge”, ma se “una fata maligna dia invece il dubbio dono dell’associazione per analogia a un uomo che non sia un poeta, ne seguiranno i malintesi più strani per cui quel tapino si esporrà alle figure più imbarazzanti e ridicole”(ivi). Non si potrebbe dire meglio né trovare un migliore esempio dei rischi cui si espone chi non rispetta la specificità delle lingue e crede di fare scienza mentre sta solo facendo cattiva letteratura.

Certo, siamo tutti a rischio, l’analogia è veramente un demone insidioso, ma la disciplina del ricercatore scientifico dovrebbe essere sufficiente a mettere in guardia contro i cedimenti in questo senso, e fa specie che sia un letterato (vero) a doverlo insegnare a chi per mestiere questo demone dovrebbe aver esorcizzato nel corso della sua preparazione. Bersani, che è un velocista dell’analogia, lo possiamo catalogare tra i poeti, ma molti dei miei colleghi sociologi, soprattutto di quelli che si definiscono sociologi generali, ma che io penso siano il più delle volte solo sociologi generalisti, credono di fare i filosofi, ma sono solo dei letterati mancati e, secondo Praz, dei tapini (Guido Martinotti).

 

Eduard Limonov, Eddie-Baby ti amo, Salani 2005.
Eddie è ovviamente Eduard, l’autore. Il romanzo è un pezzo di vita vissuta negli anni 50, nella Russia ucraina

 

di Kruschov. Autobiografia e cielo grigio. Freddo e cemento. La consolazione è la vodka, che gli operai la chiamano ‘storcigrugno’, perché nessuno la manda giù senza fare smorfie. Nubi ghiacciate in cielo e senso di impotente rabbia nelle strade. Lo Zingaro spiega a Eddie perché, secondo lui, loro vivono nel clima ‘più merdoso della terra’. ‘Perché i nostri antenati slavi erano dei fottuti vigliacchi, e’ per questo che invece di conquistarsi coraggiosamente le terre calde intorno al Mediterraneo dove crescono i limoni, non hanno voluto combattere e sono scappati da infami tra queste nevi di merda’. La salvezza, Eddie, la trova proprio nei limoni. In un futuro da poeta laureato. Si iscrive ad un concorso di poesia nel giorno in cui tutta la sua gang viene arrestata. E’ la solita, bella storia del bravo ragazzo che nasce nel posto sbagliato ma che alla fine si salva. Anche a Char’kov é possible (Giulia Gavagnin).

 

Raniero La Valle, Quel nostro Novecento. Costituzione, Concilio, Sessantotto: le tre rivoluzioni interrotte, Ponte delle Grazie 2011.

È l’ultimo scritto di Raniero La Valle, figura di riferimento per tante persone che cercavano di capire qualche cosa del mondo (e di sé stesse) negli anni sessanta, settanta e anche dopo. Giornalista, scrittore, parlamentare molto indipendente, La Valle condensa in trentatré pagine (sono un discorso tenuto lo scorso febbraio), con grazia, dolcezza, leggerezza, la sua visione del secolo passato, di cui è stato per tanti aspetti protagonista. Superati i disastri del fascismo, della
guerra, della shoah, della bomba atomica, il 900 di La Valle è caratterizzato da tre eventi, la Costituzione, il Concilio, e il Sessantotto, rimasti tutti incompiuti, e che tuttavia possono essere lasciati alle nuove generazioni come “gli attrezzi e le speranze  che noi abbiamo avuto nel Novecento, sapendo però che saranno loro a decidere che cosa farne, e anche come dotarsi di attrezzi

nuovi”. Le trentatré pagine sono accompagnate da una serie di glosse, ciascuna delle quali un racconto di esperienze che coinvolgono la vita personale nella vita di tutti (Gherardo Colombo).

 

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani 2010.

L’anno scorso “Canale Mussolini” di Pennacchi, quest’anno “Storia della mia gente” di Nesi: quando lo Strega tornerà a premiare un pezzo di vera fiction? A me va bene così, perché storie di famiglia, ricostruzioni di contesti al confine con la social history, biografie o autobiografie mi piacciono di più della fiction. Ma è singolare questa sequenza: gli italiani non sanno più scrivere veri romanzi? Quanto all’aggancio alla persona e al contesto, ma soprattutto ai problemi economici e sociali di oggi, il libro di Nesi va ben oltre Pennacchi e può anche essere letto come un appassionato pamphlet protezionistico in difesa delle piccole imprese italiane – si tratta del distretto di Prato – travolte dalla globalizzazione: vi si può leggere un intero capitolo dedicato a criticare uno dei più noti fautori della globalizzazione, Francesco Giavazzi. Naturalmente non
va letto in questo modo. Oltretutto di Giavazzi e soci non critica le conclusioni, probabilmente inevitabili, ma l’atteggiamento di scarsa simpatia e comprensione per le fatiche della “sua gente”. A questa gente Nesi erige un monumento, straordinariamente evocativo e commovente (Michele Salvati).

 

Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, Gallimard, 1974

L’imperatore Adriano, alla fine della sua vita, guarda indietro e la ripercorre. Riflette sull’amore, la politica e la filosofia. E un romanzo storico, pubblicato nel 1951. Adriano, malato terminale, sa che la morte è vicina e cerca di trovare un filo tra i suoi ricordi per identificare l’essenza di se stesso come uomo privato e uomo pubblico. Questo percorso è solitario ed intimo, ma allo stesso tempo ne traspare la coscienza della sua missione pubblica. Adriano sa di avere un destino collettivo legato alla storia classica e al futuro di Roma. Un tema di grande importanza e attualità (Lucrezia Reichlin).

 

Françoise Waquet, Les enfants de Socrate. Filiation intellectuelle et transmission du savoir. XVIIe-XXIe siècle, Paris, Albin Michel, 2008.

L’autrice è una delle più grandi studiose delle tradizioni intellettuali e delle “sociétés savantes” tra 700 e i nostri giorni. Il libro è dedicato ai rapporti maestro – discepolo e ripercorre tutte le tradizioni, nelle diverse culture, in base alle quali vengono stabilite genealogie e filiazioni
intellettuali. È un libro dottissimo e di straordinario interesse, ma anche scritto in maniera affascinante, che conduce per mano il lettore nelle vicende della formazione dell’alta cultura in Europa nel corso di più di tre secoli. Il libro mostra, per così dire, i laboratori da cui derivano i grandi intellettuali, illustrando gli stili e le tradizioni: le lezioni inaugurali, gli studi in onore, le strategie dei discepoli, la fedeltà e i tradimenti, la fabbricazione delle “parentele scientifiche”, i modi di trasmissione del sapere, il modo di costruire una scuola, e tante altre cose quotidiane della vita della cultura. Gli esempi e le illustrazioni sono tratti dai più diversi rami del sapere. Un libro che è piacevole leggere e che permette di entrare nella fabbrica dei cervelli (Sabino Cassese).

 

 

Questo quarantunesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel dicembre del 2011 in duecento copie non numerate e fuori commercio da Compostudio s.r.l. di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – ma non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

I Testi Infedeli escono dal 1989. Ringrazio Salvatore Giannella, Marina Nespor, Pasquale Pasquino, Serge Richter e Giulia Gavagnin.

N. 40 estate 2011

IN QUESTO NUMERO


Oltre al breve pezzo introduttivo dedicato all’attualità (ma lo spunto è tratto da un volume apparso quasi sessanta anni fa) e a due brani, pure oggi di qualche attualità, di John Stuart Mills,


PER NON DIMENTICARE: BEATI E DITTATORI

In occasione della beatificazione di Papa Woytila, rinvio i lettori alla quarta di copertina dei TI dell’ …., ed alla foto lì pubblicata (non è un fotomontaggio, come molti hanno pensato) del nuovo Beato festosamente sottobraccio con Pinochet (pochi anni prima che quest’ultimo fosse fermato a Londra per crimini contro l’umanità).

Non c’è da stupirsi. L’amichevole frequentazione di un Papa con dittatori responsabili di crimini contro l’umanità è un requisito per divenire Beato. Con tre di questi Pio XII ha intrattenuto mostruosi rapporti caldamente amichevoli, probabilmente per essere sicuro di raggiungere questo ambito traguardo (al quale è stato prontamente designato dal Papa attuale).

Lettera a Hitler del 6 Maggio 1939. : “Desideriamo, fin dall’inizio del nostro pontificato, rimanere legati da intima benevolenza al popolo tedesco affidato alle sue cure, e invocargli paternamente da Dio Onnipotente quella vera felicità a cui provengono dalla religione nutrimento e forza. In spirito di pronta collaborazione a vantaggio delle due parti (Chiesa e Stato) indirizziamo al raggiungimento di tale scopo l’ardente aspirazione che la responsabilità del nostro ufficio ci conferiscono e rendono possibile”.In Germania da tempo infuriano i pogrom contro gli ebrei e molti esponenti cattolici che manifestano il loro dissenso sono inviati nei campi di concentramento.

 

Radiomessaggio a Franco del 16 aprile 1939: “I disegni della Provvidenza si sono manifestati una volta ancora sopra l’eroica Spagna. La Nazione eletta da Dio come principale istrumento di evangelizzazione del Nuovo Mondo e come baluardo inespugnabile della fede cattolica, ha testé dato ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la più elevata prova che, al di sopra di ogni cosa, stanno i valori eterni della religione e dello spirito”. Continuano in quel mese in Spagna le fucilazioni degli aderenti al Fronte popolare: sono circa 200 al giorno a Madrid e 150 al giorno a Barcellona.

Encliclica Summi pontificatus del 20 ottobre 1939: “A particolare letizia si eleva il nostro cuore nel potere in questa prima Enciclica, indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai Prìncipi degli Apostoli, la quale, mercé la provvidenza operata dei Patti Lateranensi,occupa ora un posto d’onore nel rango degli stati ufficialmente rappresentati presso la Sede Apostolica”. L’Italia era già pronta ad affiancare la Germania nazista per partecipare a quella che appariva una facile vittoria ed erano già in vigore le leggi razziali.

Le citazioni sono da Ernesto Rossi, Il Sillabo e dopo, Parenti Firenze 1957, ristampato nel 2000 da Kaos edizioni.


TIRANNIE DELLA MAGGIORANZA

I

 

Le istituzioni rappresentative diventano uno strumento di tirannia quando gli elettori non sono sufficientemente interessati al proprio governo e non si prendono la briga di votare o, se votano, lo fanno non operando una scelta nell’interesse pubblico, ma vendendo il loro voto per denaro o votando per chi può proteggerli o favorirli o comunque per chi intendono porre al governo per propri disegni personali. In questo modo le elezioni, invece che costituire un argine contro il malgoverno, altro non sono che un ulteriore elemento per incrementarlo.

 

II

È necessaria una costante attenzione contro la tirannia delle opinioni e dei sentimenti della maggioranza e contro la tendenza della maggioranza a imporre le proprie idee e le proprie pratiche quotidiane come regole di condotta per tutti. Deve sempre essere stabilito un limite alla possibilità di sottoporre  le scelte personali a regole gradite alla collettività. L’unico motivo per il quale si può imporre un determinato comportamento a un individuo è l’evitare danni o pericoli ad altri. Nessuna imposizione può essere giustificata dalla pretesa di perseguire il suo

 

benessere, fisico o morale. Nessuno può essere costretto a fare o a non fare qualcosa perché, secondo le opinioni della maggioranza, ne trarrebbe un vantaggio, perché sarebbe più felice, o perché il comportamento imposto sarebbe quello più saggio o quello più giusto. Queste sono buone ragioni per discutere, per lamentarsi, per provare a persuaderlo, ma non per costringerlo.

 

Da John Stuart Mill. Il primo brano è da Considerations on Representative Government, 1861; il secondo da On Liberty, 1859.

 

MILLE HAITI DA SALVARE

 

Il teologo tedesco Hans Kung scrisse “Le religioni non sono mai servite ad avvicinare gli esseri umani tra loro”. Nulla di più vero. Non è ovviamente in discussione il diritto di ciascuno di credere e di avere una sua religione, dalle più conosciute alle meno note, dalle più improbabili (come la religione cattolica) alle più ragionevoli. Né è in discussione il ricorso alla fede in quanto bene supremo impenetrabile al raziocinio. È anche possibile che la fede muova montagne, anche se non si ha notizia che ciò sia accaduto.

Quel che è però certo è che le religioni non avvicinano gli esseri umani ma li costringono a vivere in stato di perenne inimicizia, nonostante le arringhe pseudo ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per ragioni puramente tattiche.

L’ovvia conclusione è che il mondo sarebbe più felice se tutti fossimo atei. Non ci mancherebbero altre ragioni per tutti i disaccordi possibili e immaginabili, ma saremmo tutti liberi dall’idea infantile che il nostro dio sia il migliore di tutti e che ci aspetta un paradiso fatto come un albergo a cinque stelle.

 

*

Ci saranno, dopo Haiti, altri terremoti, altre inondazioni, altre catastrofi. Abbiamo il riscaldamento

 

globale con le sue siccità e le sue inondazioni, e forse è già all’orizzonte una nuova emergenza, la coincidenza di fenomeni causati dal riscaldamento con l’avvicinarsi di una nuova era glaciale che adesso starebbe dando i primi e ancora benigni segnali. Non succederà domani, possiamo vivere e morire tranquilli.

Nel frattempo, guardiamo verso Haiti e verso le altre mille Haiti che esistono al mondo. Guardiamo non solo verso quelli che sono seduti su instabili faglie tettoniche per cui non c’è una soluzione possibile, ma anche verso quelli che vivono sul filo del rasoio della fame, della mancanza di assistenza sanitaria, dell’assenza di una istruzione pubblica soddisfacente, dove i fattori propizi allo sviluppo sono praticamente nulli mentre abbondano i conflitti armati e le guerre tra etnie separate da differenze religiose o da rancori storici la cui origine è in molti casi dimenticata. L’antico colonialismo non è scomparso, si è moltiplicato in diverse varianti, e non sono pochi i casi in cui i suoi eredi immediati sono state le stese elite locali, vecchi guerriglieri trasformati in nuovi sfruttatori del loro popolo, la stessa ingordigia, la crudeltà di sempre. Sono queste le Haiti che vanno oggi salvate.

 

*

 

Il destino finale dell’uomo è, come si sa, la morte. E la morte è uguale per tutti. Si può morire con semplicità,

 

come quelli che si addormentano e non si svegliano più: si può morire con una malattia con perdona; si può morire sotto tortura, in un campo di concentramento; si può morire al volante di una Lamborghini, o essere investito da una Lamborghini: si può morire di fame o di indigestione. Il colore della pelle non ha nessuna importanza.

Martin Luther King era un uomo come ognuno di noi. Aveva delle virtù che tutti conosciamo e dei difetti che non ne sminuivano le virtù. Aveva un lavoro da fare. Lottava contro i pregiudizi, l’intolleranza, le abitudini. Fino al giorno in cui anche persone distratte come noi siamo compresero che il colore della pelle ha molta importanza.

 

Da Josè Saramago, Il quaderno, Bollati Boringhieri 2009

 

Il disegno è tratto dal New Yorker del 27 ottobre 2008

 

 

José Saramago è nato nel 1922 a Azinhaga, un villaggio a nord di Lisbona da una famiglia di braccianti agricoli che si trasferì nella capitale dove il padre ottenne un posto come agente di polizia. Per le difficoltà economiche Saramago dovette lasciare gli
studi e cercare lavoro prima  come fabbro e poi come meccanico. Riuscì a pubblicare il suo primo racconto “Terra del Peccato” nel 1947, ma dovette lavorare come impiegato in una agenzia di assicurazioni finché non divenne giornalista al “Diario de Lisboa”. Raggiunse la notorietà a metà degli anni Settanta, quando la “Rivoluzione dei garofani” portò via la dittatura militare, con due romanzi: “Una terra chiamata Alentejo” nel 1980 e “Memoriale del convento” nel 1982. La fama internazionale arriva con “L’anno della morte di Ricardo Reis” e con la “Storia dell’assedio di Lisbona” che esce nel 1989. Ateo e comunista (si iscrisse al Pcp clandestino durante la dittatura di Salazar), la pubblicazione nel 1991 de “Il Vangelo secondo Gesù” scatenò enormi polemiche. Quando il governo portoghese rifiutò di presentare il libro in un premio letterario europeo Saramago si autoesiliò alle Canarie, a Lonazarote, dove è morto nel … Ha ricevuto il premio Nobel nel 1998.


SEI POESIE DI ANNA ACHMATOVA

 

 

La passeggiata  (da Rosario)

 

La piuma del mio cappello sfiorò il tetto del calesse.

Lo guardai negli occhi.

Il cuore mi batteva, ma non sapevo

la causa della pena.

La sera era senza vento, avvolta nella tristezza

sotto l’arco del cielo nuvoloso.

Il Bois de Boulogne pareva

tracciato a china in un album antico.

C’era profumo di benzina e di lillà,

una irrequieta tranquillità…

Poi lui toccò le mie ginocchia

con la mano che quasi non tremava.
1913

 

Distacco  (Da Stormo Bianco)

Ho davanti la via contorta
della sera.
Già ieri, innamorato,
supplicava: “Non dimenticarmi”.
E adesso restano solamente i venti
e i gridi dei pastori
e i cedri agitati
sopra fresche fontane.

1914

 

Non stare al vento

 

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…

“Perché oggi sei pallida?”

Perché di tristezza

l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,

sulla bocca una smorfia di dolore…

Corsi senza sfiorare la ringhiera,

corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto

uno scherzo. Muoio se te ne vai”.

Lui sorrise calmo e mi disse:

“Rientra. Non stare al vento”.

 

 

 

Né mistero né dolore

 

Né mistero né dolore,

né volontà sapiente del destino:

sempre quell’incontrarci ci lasciava

l’impressione di una lotta.

 

Ed io, indovinato dal mattino

l’attimo del tuo arrivo,

percepivo nei palmi socchiusi

il morso leggero di un tremito.

 

Con dita arse gualcivo

la variopinta tovaglia del tavolo…

capivo fin da allora

quanto è angusta questa terra.

 

Mai più (da  Anno Domini MCMXXI)

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una

che si possa dimenticare

e che si possa buttare via con noncuranza.

O che fossi una che avrebbe chiesto alle maghe

radichette nell’acqua incantata,

e ti avrebbe poi inviato in regalo

un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti

o sguardi la tua anima,

ma ti giuro sul paradiso,

sull’icona miracolosa

e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:

mai più tornerò da te.

1921

Ultimo brindisi (Da Il giunco)

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
al gelo dei tuoi occhi

ad un mondo crudele e rozzo,
ad un dio che non ci ha salvato.

1934

 

“Alta, magra, con lunghe gambe, lunghe braccia sottili, un viso illuminato da occhi sensibili e acuti, un naso aquilino che affascinò i suoi ritrattisti; era affascinante, dominante, misteriosa”. Così è stata descritta Anna Andreevna Gorenko, nata nel giugno 1889 vicino a Odessa, nota con lo pseudonimo di Achmatova (da  Achmat, il khan tartaro che nel 1480 aveva lanciato l’ultima grande offensiva dell’Orda d’Oro contro i principi di Mosca). Nel 1910 sposò il poeta Nikolaj Stepanovic Gumilëv dal quale ebbe un figlio, Lev; durante il viaggio di nozze a Parigi Anna conobbe Amedeo Modigliani che eseguì a memoria sedici disegni e li mandò in Russia (andarono tutti perduti durante la rivoluzione, salvo uno, qui riprodotto). Nel 1912 Anna pubblica il suo primo libro di poesie: “La sera”. Nel 1918 divorzia da Gumilev, che sarà fucilato qualche anno dopo con l’accusa di aver partecipato alla rivolta dei marinai di Kronstadt, e sposa l’orientalista Silejko, che morirà in un campo di concentramento staliniano. Sgradita al partito comunista, è sottoposta a sorveglianza continua ed è costretta, per vivere, ad impiegarsi presso l’istituto di Agronomia. Nel 1938 il figlio è arrestato, condannato a morte e poi inviato in esilio in Siberia (sarà scarcerato nel 1956). Nel 1946 è espulsa dall’Unione degli Scrittori Sovietici per disimpegno politico. È riabilitata nel 1955 e pubblica nel 1962 Poema senza eroe, dedicato alla storia russa. Muore nel marzo 1966.

 

Il SOVRANO

La nostra Graziosa Maestà gradiva avere sempre tutti sott’occhio e voleva ciascuno dei suoi ministri sempre a portata di mano. Un ministro che si allontanava dal palazzo senza avvertire durava poco. Ma figurarsi se i Ministri si allontanavano. Chi riusciva a raggiungere quella carica faceva di tutto per assecondare sempre i desideri della nostra Graziosa maestà. Chi poi aspirava a fare carriera nel Palazzo doveva imparare a memoria la lista delle cose che lui e i suoi subalterni non potevano dire, scrivere, fare, trascurare. Più confusa era la lista di ciò che si doveva fare: le indicazioni in proposito erano infatti sempre generiche e confuse. I favoriti quindi si dibattevano in mille dubbi e incertezze. In genere, fissavano ansiosamente il nostro Signore in attesa che si pronunciasse per primo. Ma il nostro Signore aveva l’abitudine di tacere e aspettare, e così anche loro tacevano e aspettavano. Così la vita del Palazzo era piena di silenzi, attese e dilazioni.

*

Dalle nove alle dieci del mattino il Nostro Signore distribuiva le nomine nella Sala delle udienze. Era l’Ora delle Nomine.

Io ero l’usciere principale della Sala che aveva tre porte e quindi tre uscieri incaricati di aprirle e chiuderle. Io però ero il più importante, perché dalla mia porta passava l’Imperatore. La mia bravura consisteva nell’aprire la porta esattamente al momento giusto. Ad aprirla troppo presto, sembrava che volessi

 

estromettere l’Imperatore dalla sala. Ad aprirla in ritardo, il Nostro Signore avrebbe dovuto rallentare il passo o addirittura fermarsi con detrimento della sua imperiale dignità.

Alle nove, l’Imperatore entrava nella sala. I candidati alle nomine erano già in attesa a testa china.

Quando il Nostro Signore sedeva sul trono, gli infilavo un cuscino sotto i piedi. Era un’operazione che andava eseguita in modo fulmineo per evitare che le gambe del Monarca penzolassero nel vuoto. Il Nostro Signore era infatti di bassa statura e poiché era necessario che sovrastasse i sudditi, tutti i troni avevano le gambe lunghe e il sedile rialzato. C’era quindi un divario tra l’indispensabile altezza del trono e la minuta taglia del Sovrano, divario particolarmente imbarazzante per quanto riguarda le gambe. Il cuscino serviva a risolvere questo delicato e fondamentale problema.

Per ventisei anni sono stato, oltre che l’usciere principale, il portatore del cuscino imperiale. Avevo una approfondita conoscenza dell’altezza dei vari troni, compresi i troni da viaggio, così ero sempre in grado di scegliere il cuscino giusto, tenuto conto che l’Imperatore voleva che tra il cuscino e le scarpe non intercorresse il minimo spiraglio. Avevo in magazzino cinquantadue cuscini di diverso taglio e spessore.

L’Ora delle Nomine faceva sempre tremare il palazzo.

Per alcuni era un fremito di felicità, per altri un brivido di terrore perché in quell’ora il Sovrano premiava,

 

promuoveva, nominava, ma anche puniva, destituiva e degradava.

Nessuno sapeva mai cosa aspettarsi, e in questo stava la grandezza del nostro Imperatore: il mistero circa le sue intenzioni teneva tutti i dignitari sempre in apprensione e alimentava ogni sorta di congetture.

Il palazzo si divideva in cricche e fazioni che si combattevano senza sosta.

Ma appena l’Imperatore si accorgeva che una fazione stava prendendo il sopravvento, subito concedeva qualche favore alla fazione opposta ristabilendo un equilibrio che impediva a chiunque di prevalere e garantiva il mantenimento della pace.

 

*

 

L’Imperatore aveva un cagnolino di razza giapponese, di nome Lulù che aveva diritto di dormire nel suo letto.

Durante le cerimonie, scendeva dalle ginocchia del Sovrano e andava a far pipì sulle scarpe dei dignitari che, pur con i piedi a mollo, non potevano muoversi né fare il minimo gesto. Il mio compito era quello di girare tra i dignitari con un panno di raso e asciugare le loro scarpe. Per dieci anni è stata la mia unica mansione. Poi Lulù è morto, e io non ha avuto altri incarichi.

 

Da Ryszard Kapuscinski, Il Negus. Altri scritti di Kapuscinski sono stati pubblicati nei Testi Infedeli dell’estate del 2001 e ..

 

VITA E MORTE DI SIGISMONDO ARQUER

 

Sigismondo Arquer nasce a Casteddu nel 1530. Studia tra Pisa e Siena; risale a questi anni la sua amicizia con l’umanista tedesco Sebastiano Munster cultore di studi orientali e cosmografia.  Con lui Arquer collaborò alla stesura della monumentale Cosmographia Universalis con uno scritto dal titolo Sardinia brevis historia et descriptio, tabula corographica insulae ac metropolis illustrata.

Tornato a Cagliari in veste di avvocato fiscale, Arquer entrò in contrasto con diversi potenti locali i quali, usando come pretesto proprio la sua collaborazione con il luterano Munster, lo accusarono di avere aderito all’eresia di Lutero. Prima l’Infanta Giovanna, reggente per conto del fratello Filippo II, poi il vescovo di Cagliari lo scagionarono da ogni imputazione. Poco dopo però i suoi nemici reiterarono la denuncia al nuovo inquisitore, don Diego Calvo, appena giunto dalla Spagna. Il Calvo riaprì subito il processo, fece imprigionare Arquer sottoponendolo a tortura e, benché non fosse riuscito a ottenere alcuna confessione, lo inviò in catene in Spagna nel 1562.

Dopo nove anni di carcere e molte vicissitudini Arquer venne riconosciuto colpevole di eresia.

Fu arso vivo sulla piazza di Toledo nel 1571. La stessa sorte era capitata qualche anno prima al padre Antonio Giovanni Arquer, condannato e giustiziato per eresia dal Tribunale del Santo Uffizio di Cagliari.

 

Furono considerati prove del “luteranesimo” di Sigismondo i suoi rapporti d’amicizia con alcuni  sospettati d’eresia e l’aver denunziato, nella sua storia della Sardegna inserita nella “Cosmographia” del Munster, la vita dissoluta di alcuni ecclesiastici sardi del suo tempo.

La dignità e la sua perseveranza nel difendersi e le sue argomentazioni giuridiche e canoniche furono considerate protervia e la fierezza nel rifiutare d’abiurare le proprie idee una conferma della sua colpevolezza.

L’unica persona che ebbe pietà per il povero Sigismondo fu il soldato che, mentre veniva consumato dalle fiamme, ne interruppe le sofferenze trafiggendolo con l’alabarda.

Su Sigismondo Arquer si vedano Frantziscu Casula–Marco Sitzia, Sigismondo Arquer Cagliari 2009; S. Loi, Sigismondo Arquer. Un innocente al rogo, AM&D, Cagliari 2003; e, in precedenza P. Tola, Dizionario Biografico degli uomini illustri di Sardegna, Torino, 1837-38, vol. I, pp. 91-92 e il numero XIX, di Archivio storico sardo dedicato ad Arquer con numerosi scritti di D.Scano.

 


DUE POESIE E CINQUE HAIKU DI MARIO BENEDETTI

Lovers go home

 

Quando oggi ho iniziato la giornata

e tu mi hai guardato

e mi hai trovato bene

e io ti ho trovato ancora più bella,

adesso tutto finalmente

mi è abbastanza chiaro,

per la prima volta so

che avrò la forza

di costruire con te

un’amicizia così sottile

che dal vicino

paese dell’amore

inizieranno a guardarci

con invidia

e organizzeranno escursioni

per venire a chiederci

come facciamo.

 

Tattica e strategia

 

La mia tattica è guardarti

imparare come sei

 

volerti come sei

la mia tattica è parlarti

costruire con parole

un ponte indistruttibile

la mia tattica è rimanere nel tuo ricordo

non so come

né so con quale pretesto

ma rimanere in te

la mia strategia è

invece

molto più semplice: è

che un giorno qualsiasi

non so perché

tu abbia bisogno di me.

 

 

I

 

Le religioni

non salvano

sono un contrattempo.

II

 

Quando mi seppellirete

per favore non dimenticate

la mia biro.

 

III

 

Il prigioniero sogna

qualcosa che ha sempre

forma di chiave.

IV

 

Lo applaudivano soltanto

Le braccia

Della Venere di Milo.

V

 

Solo i naufraghi

Danno il giusto valore

al nuoto.

 

 

I cinque haiku sono tratti da Rincón de haikus, Madrid: Visor, 1999.

Mario Benedetti è nato a Paso de los Toros, in Uruguay, nel 1920 da genitori italiani ed è morto nel maggio del 2009. Comincia a lavorare come, contabile, impiegato pubblico, giornalista e traduttore. Dal 1945 al 1975 collabora al settimanale “Marcha” di cui diviene in seguito direttore, la rivista più influente della vita politica e culturale dell’Uruguay e uno dei più

 

importanti dell’America Latina. Ha scritto racconti, romanzi, poesie, drammi, saggi, testi di critica letteraria, copioni cinematografici, testi di canzoni. Con i romanzi La Tregua (1960) e Grazie per il fuoco (1965) acquisisce notorietà internazionale.

Da allora, ha pubblicato più 40 libri tra cui le raccolte di poesie Inventario e Inventario Dos, i canti La muerte y otras sorpresas (1968), Con y sin nostalgia (1977) e Geografías (1984), le novelle Gracias por el fuego (1965) e Primavera con una esquina rota. Il suo ultimo libro è ‘Memoria y esperanza. Un mensaje a los jóvenes’.

E’ stato direttore del Centro di Ricerche Letterarie della “Casa de las Américas”, all’Avana e del Dipartimento di Letteratura Latinoamericana dell’Università di Montevideo. Dopo il golpe militare del 1973 fu costretto all’esilio, durato 12 anni, prima in Argentina e poi in Perù, a Cuba e in Spagna.

 


LIBRI PER L’ESTATE

 

Silvia Ronchey, Ipazia, la vera storia, Rizzoli 2010. 

Alessandria d’Egitto, 415 d. C., mese di marzo: una donna –si chiama Ipazia- viene uccisa, i suoi occhi cavati dalle orbite, le carni fatte a brandelli, i resti dati alle fiamme. L’assassino non è un amante tradito, un maniaco sessuale, un serial killer….E un vescovo, o meglio, è una banda di monaci (i “parabalani”, teoricamente “barellieri”) istigata dal vescovo della città, Cirillo (nel 1882 dichiarato santo e dottore della Chiesa). Un crimine atroce, maturato all’interno della lotta tra cristianesimo a paganesimo. Un secolo dopo l’Editto di Costantino, che aveva concesso ai cristiani libertà di culto, il potere imperiale aveva dichiarato guerra ai culti pagani, sancendo la pena di morte per coloro che li praticavano. Ad Alessandria, la situazione era particolarmente difficile: la chiesa aveva consolidato la sua identità istituzionale diventando antagonista del potere imperiale, e Cirillo mal tollerava la presenza e il prestigio di Ipazia, filosofa ed esponente di spicco della locale aristocrazia ellenica, che insegnava e si diceva fosse il capo della locale scuola platonica. Impossibile seguire gli eventi che condussero al crimine. Quel che è certo è che un giorno i monaci cirilliani liberarono la città non solo da

Ipazia, ma anche dal suo cadavere. La responsabilità di Cirillo era incontestabile, e la sua condanna

 

testimoniata anche da fonti di ambiente ecclesiastico, che, osserva Ronchey “riflettono il punto di vista dell’impero dove per undici secoli dominò il principio in cui lo stato, se pure pervaso da un’ideologia ultraterrena, è laico, e il clero è estromesso dal potere secolare…in esatta antitesi con quanto avviene nel papato di Roma, regno del “fatale dono di Costantino”, per dirla con Kingsley: del potere temporale della chiesa cattolica”. Un libro per ragionare sulle conseguenze del potere temporale della chiesa e del suo rapporto con lo stato. Non solo nel V secolo d. C.

e.c.

 

Jonathan Littell, Cecenia, Anno III, Einaudi, Torino 2010, pagg. 112.

Dall’autore del romanzo Le Benevole (Einaudi 2007)  un reportage dalla Cecenia ‘normalizzata’ dal proconsole, amico di Putin, Ramzan Kadyrov, nell’anno Terzo del suo dominio.  Littell visita di persona la regione tornandovi dopo anni e offre un quadro impressionante, diverso da quello ufficiale. Dietro la facciata della ricostruzione post-bellica e le nuove architetture monumentali, dietro una normalità fatta di sopravvivenza quotidiana, affiora la realtà di un Paese dominato da un regime totalitario e mafioso, dal sopruso, dalla corruzione a tutti i livelli, dalla violenza, dalla tortura, da esecuzioni extragiudiziarie, dal terrore strisciante. Il potere del Cremlino rimane sullo sfondo. Una “stabilizzazione” che comporta, da una parte, il
montare di un islamismo fanatico (per reazione a quello ufficiale) e dall’altra il rischio quotidiano per i cittadini della Russia (che della Cecenia fino agli anni Novanta non sapevano nemmeno l’esistenza) di saltare in aria nel metro di città lontane, nelle stazioni o negli aeroporti.

a.v.

 

Sabino Cassese, Lo Stato Fascista

Quanto è facile modificare un regime politico se esso è costruito in modo da favorire la modifica e permette di realizzarla con pochi interventi ben scelti.

In modo sintetico il volume si sofferma su alcune caratteristiche dello stato fascista, molte delle quali non sempre correttamente valutate: per esempio, la componente razionalizzatrice e modernizzatrice e la capacità di operare una forte concentrazione del potere, nello stesso tempo moltiplicando gli organi e creando amministrazioni parallele).

s.n.

 

Mack Smith, Cavour

Mentitore, doppiogiochista, inaffidabile, intrigante, opportunista. Così gli inglesi vedevano Cavour, pur apprezzandone le doti di intelligenza e di uomo di stato. Ma da quelle valutazioni negative del suo primo ministro l’Italia non si sarebbe più liberata; anzi per gli Inglesi sarebbero divenute una caratteristica dei governi di questo paese (confermata spesso nei fatti).

 

Il grande storico dell’Italia coglie di Cavour la grandezza, le intuizioni  e soprattutto la diversità rispetto agli altri uomini politici italiani, ma ne pone nello stesso tempo in rilievo gli errori ed i limiti.

s.n.

 

Thomas Mann, La montagna magica, Milano, Mondadori, I Meridiani, 2010.

Torniamo ai classici! Ce lo consente una nuova e bella traduzione di Renata Colorni. Il classico è “la montagna incantata”, ora “magica”. Storia dell’educazione di un giovane tedesco, immerso in un ambiente internazionale, per sette anni in un sanatorio, combattuto tra morte e vita. Pagine profonde, ma anche piene di umorismo. Battaglia tra il mazziniano Settembrini e l’ebreo-gesuita Naphta. Amore per Madame Chauchat. Ammirazione per

il solenne e tragicamente comico Peeperkorn. L’autore è Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura, il moderno Goethe.

s.c.

 

Michel Foucault, Utopie Eterotopie, Rasoi, Cronopio, Napoli 2008.

Con questo testo – oggetto di culto per gli intellettuali italiani amanti delle francioserie – Foucault si prefigge lo scopo di fondare una nuova scienza. “Sì, sogno una scienza – dico proprio una scienza –che abbia come oggetto questi spazi diversi, questi altri luoghi, queste
 contestazioni mitiche e reali dello spazio in cui viviamo […] la scienza in questione dovrebbe chiamarsi, anzi si chiamerà, si chiama già eterotopologia. Ebbene di questa scienza nascente occorre dare i primissimi rudimenti” (p. 14). Per dare una idea della originalità delle osservazioni , vedasi a p. 11, il treno: “uno straordinario insieme di relazioni…poiché è un qualcosa dentro il quale si passa, è anche qualcosa con il quale si può passare da un punto all’altro, ed è al contempo un qualcosa che passa”. Davvero non ci eravamo arrivati, ma ci era già arrivato invece Jannacci con i famosi versi, sicuramente eterotopici ,“Fermi a un passaggio a livello” (Ma in un baleno/è schizzato via il treno/abbiam smesso di guardarci/poi mi hai chiesto se era un merci). Per avere invece una idea del realismo storico della trattazione, vedasi il paragrafo conclusivo, che deve avere suscitato grande entusiasmo tra gli adepti perché è stato messo, più o meno,  come sfondo in copertina dell’edizione Mimesis (Milano 2002). “La nave è l’eterotopia per eccellenza. Le civiltà senza navi sono come bambini, i cui genitori non hanno un letto matrimoniale su cui poter giocare. I loro sogni allora si inaridiscono; lo spionaggio sostituisce l’avventura e lo squallore della polizia prende il posto dell’assolata bellezza dei corsari” (p. 28). Non so cosa esattamente intenda MF per “civiltà senza navi”, una barchetta ce l’hanno tutti, ma certo che riesce difficile far quadrare questa affermazione
storica, con la Confederazione Elvetica, la Cekia, l’antica Macedonia, con Alessandro in India, la cultura beduina, Tamerlano e il Gran Khanato dell’Orda, per non parlare di coloro che hanno attraversato i ghiacci tra l’Asia e il NordAmerica e civilizzato le due Americhe. Anche loro qualche canoa o piroga l’avranno pure avuta, ma tra Boulder, Co e Saint Louis, Mo, per dire, di acqua ce n’è poca. In generale a chi legge questo tipo di filosofia letteraria raccomando “caveat emptor”.

g.m.

 

Alba de Céspedes, Romanzi a cura di Marina Zancan, Mondadori 2011

Dopo molti anni di ingiustificato silenzio, cinque  romanzi di Alba de Céspedes, una scrittrice di dimensione europea che scriveva in italiano e in francese, sono pubblicati nei Meridiani: nella nota si precisa che si è scelto di rappresentare la “de Céspedes nella sequenza dei suoi grandi romanzi”: Nessuno torna indietro, Dalla parte di lei, Quaderno proibito, Nel buio dell’amore e Con grande amore.  Un percorso che consente di conoscere tutti gli aspetti della sua opera, la modernità dei contenuti, la sperimentazione letteraria, la poeticità della scrittura.

Il volume è stato curato da Marina Zancan che  ha redatto il saggio introduttivo  e una cronologia che, unitamente alla bibliografia  di Laura Di Nicola, consentono di ripercorre la lunga e ricca produzione
di una straordinaria scrittrice che con il suo contributo alla letteratura, alla poesia, al teatro e al giornalismo,  ha sotto molti aspetti anticipato il pensiero moderno sulla condizione della donna e sull’essere donna nella cultura.

aldc

 

Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi, 2011

Il 18 marzo scorso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha deciso, con una sentenza della Grande Chambre, che l’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole italiane non viola la Convenzione europea, rovesciando in appello il risultato di una precedente decisione. La sentenza si fonda su due considerazioni principali. Da un lato, i giudici di Strasburgo sostengono che il crocefisso è un simbolo “passivo”, che in un paese di atei devoti come il nostro ha poco o

nessun impatto sulla scolaresca. La Corte, d’altro lato, non manca di osservare che le più alte giurisdizioni del nostro paese, Corte Costituzionale, Cassazione e Consiglio di Stato, nelle loro pronunce rispettive, testimoniano di uno stato confusionale al quale non   può certo porre rimedio un consesso di giudici internazionali preoccupati di più serie violazioni dei diritti. Infatti, mentre la prima corte se ne è lavata le mani, la seconda ha chiesto la rimozione dei crocefissi e la terza ha sostenuto che questi sono simbolo non di una religione particolare ma di una identità nazionale,
che il paese stenta ancora a trovare peraltro dopo 150 anni.

In questo disordine del diritto il volumetto di Luzzatto mette ordine dal punto di vista storico. Le radici cattoliche dell’Italia affidate alla pubblica esposizione del crocifisso risalgono alle circolari fasciste promosse da un ateo devoto, un Giuliano Ferrara ante litteram, tale Dario Lupi gerarca aretino.

Gustose le pagine dedicate all’intervento del professor Weiler, un ebreo devoto che ha perorato dinanzi alla Corte di Strasburgo la causa di tutte le religioni unite contro i seguaci di Voltaire. Ma la Corte non ha accettato questa visione del conflitto amici-nemici che vede le schiere dei religiosi da un lato contro le falangi dei non credenti dall’altro.

p.p.

 

Linda Polman, The Crisis Caravan: What is wrong with Humanitarian Aid, Metropolitan 2011

1968. Il Biafra, una regione della Nigeria ricca di petrolio, si dichiara indipendente. Le forze governative nigeriane pongono sotto assedio l’intero territorio.

Dopo pochi mesi, la sorte del Biafra e la popolazione che muore di fame commuovono l’opinione pubblica mondiale. Viene organizzato un ponte aereo per rifornire di cibo gli assediati che resta in funzione fino a che, nel 1970, i secessionisti si arrendono. È l’inizio della storia degli aiuti umanitari, su cui si sofferma il volume,  l’ultimo di una ormai lunga catena di scritti
che criticano quella che, secondo molti, è  divenuta oggi una vera e propria industria dove centinaia di organizzazioni sono in competizione per aggiudicarsi sovvenzioni per oltre cento miliardi di dollari all’anno con risultati che spesso producono danni non inferiori ai benefici. È stato tristemente osservato in proposito che non c’è una soluzione umanitaria ai problemi umanitari.

s.n.

 

Le recensioni sono di Eva Cantarella, Sabino Cassese,  Ada Lucia De Cesaris, Guido Martinotti, Pasquale Pasquino, Alessandro Vitale e Stefano Nespor.

 

Questo quarantesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 2011 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Compostudio s.r.l. di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – ma non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive. I Testi Infedeli escono dal 1989. I fascicoli apparsi a partire dal 1992 possono essere letti nel sito www.stefano.nespor.it, curato e aggiornato da Stefano Rossi.

Ringrazio per i suggerimenti Daniela Barsocchi, Salvatore Giannella, Marisol Machado-Castells, Marina Nespor, Pasquale Pasquino, Brigitte Stein.

 

Amedeo Modigliani: Anna Achmatova, 1913

N. 39 inverno 2010

IN QUESTO NUMERO

 

Oltre al breve pezzo introduttivo dedicato all’attualità (ma sono parole di oltre sessanta anni fa), c’è prima di tutto un ricordo di Claudia che ci ha lasciato nell’agosto di quest’anno, con la quale ho percorso una parte della mia vita: piccoli momenti tratti dai tanti viaggi che abbiamo fatto insieme. Poi una biografia minima dedicata a un eretico che molti considerano il primo martire della libertà di stampa; un  brano con considerazioni suggerite da una tragedia di Sofocle e un libro di Stefan Zweig; un ricordo su un episodio di molti anni fa in Puglia e un brano di un teorico del possibilismo scientifico.

Ci sono poi, come al solito, molte poesie: di Inge Muller,  un’autrice troppo a lungo dimenticata e di due poeti italiani, Giorgio Mannacio (già noto ai lettori dei Testi Infedeli) e Gilberto Centi; e anche due poesie in forma di canzoni che mi sembra abbiamo qualcosa di indefinito in comune, di Francesco Guccini e dei Pearl Jam.

Infine, la parte dedicata ai libri che i lettori dei Testi infedeli suggeriscono di leggere. X


LA VIA DELLA RESURREZIONE

 

Voi mettete oggi in prima linea le necessità materiali. È comprensibile, tenuto conto del disastro che abbiamo lasciato alle spalle. Eppure, lasciate che io metta in prima linea il lato morale. È lì la premessa di ogni resurrezione.

Abbiamo bisogno di una lunga e tenace educazione civile che ci liberi di un triste passato e che dia agli italiano il senso civico della serietà morale.

Dal discorso rivolto per radio al popolo italiano il 23 giugno 1945 da Ferruccio Parri, capo del Governo dal 21 giugno  al 10 dicembre 1945. X

 

FRAMMENTI DI VIAGGIO CON CLAUDIA

(1971-1980)

Una Gilera 125 sotto la pioggia sulle strade della Scozia e dell’Irlanda

Lo sbarco nella notte e la salita a Santorini

In moto sugli argini del Po e le anguille a Comacchio

I giorni sul treno in India

L’arrivo a Rameshwaran, città senza luce elettrica costruita sulla sabbia e poi il traghetto dall’India a Ceylon

La notte degli elefanti di Candy

La vecchia signora inglese di Madras che odiava gli indiani

La sosta a Delhi, a casa di Roberto con Nicoletta

Il viaggio in autobus da Katmandu alle falde dell’Annapurna

Il tramonto su una spiaggia di Oaxaca

La notte di un 20 dicembre nei sacchi a pelo su un carro al lato di una strada nello Yucatan

Il natale a Merida e l’incontro con una ragazza americana con un piccolo bambino

Il campeggio a Tikal vicino alle piramidi Maya

Il viaggio da Milano a Creta per salvare il condannato a morte dai colonnelli greci (che non voleva essere salvato).

I campeggi in Nuova Scozia e in Labrador

La discesa nel Grand Canyon

Il reduce dal Vietnam a Orono nel Maine che mangiava purée di patate fatto con latte in polvere e patate liofilizzate ricevute come sussidio ai veterani

Il trekking ai confini della Birmania

Pulau Perenthian in Malesia e il ragazzo che pescava pesci per gli acquari americani.

Half Moon Bay e le balene

 

Il grand hotel Olofson a Port-au-Prince e la maga di Haiti

I giorni sulla spiaggia a Giamaica.

La sosta per tre giorni, capodanno compreso, sulla strada in Bassa California, al confine tra Messico e Stati Uniti, per il crollo della strada.

E poi, qualche anno dopo, con Ben:

Il giro in barca a New Orleans

La vacanza a Maui. X

 

UNA BIOGRAFIA MINIMA

Étienne Dolet nasce a Orléans nel 1509. Studia prima a Parigi, poi a Padova. Nel 1530 è segretario dell’ambasciatore di Francia presso la repubblica di Venezia. Tornato in Francia, compone opere poetiche  e si dedica alla traduzione di testi latini. È affascinato dalla scrittura di Cicerone: ne imita lo stile nell’opera Dialogus de imitatione Ciceroniana e lo difende polemizzando con Erasmo. Nel 1538 fonda una tipografia dove stampa opere di amici (Cottereau, Claude Fontaine, Marot), trattati di medicina, autori latini (Virgilio, Svetonio e l’amato Cicerone), ma anche molti libri di argomento religioso, tra cui una traduzione della Bibbia in francese ad opera di Pietro Robert, un protestante di Ginevra noto come Olivetano.

Nel corso di una perquisizione vengono trovati nella tipografia molti libri proibiti di Calvino e opuscoli di Melantone e di Savonarola. È arrestato nel 1542 con l’accusa di eresia ed è liberato dopo oltre un anno di prigionia. Si rifugia in Piemonte ma, inspiegabilmente, decide di tornare in Francia dove è nuovamente arrestato e trasferito a Parigi. Qui nell’agosto del  1546 è torturato, strangolato e bruciato a Place Maubert (luogo destinato al supplizio dei condannati per eresia). Nel 1889 fu eretta una statua in suo onore – abbattuta nel 1944 dai tedeschi – per ricordare uno dei primi martiri della libertà di stampa.

Dolet compone durante la prigionia il noto pentametro: Non dolet ipse Dolet, sed pia turba dolet. Scrive di lui Richard Copley Christie: non aveva scritto nulla che contestasse l’autorità della Chiesa e non era certamente un simpatizzante di Lutero o di
Calvino; non desiderava altro che essere lasciato  in pace a coltivare i suoi studi e a pubblicare i suoi autori latini.  Purtroppo, è vissuto in un tempo che non consentiva tutto ciò.

Cinquant’anni prima, quando ancora la Chiesa non aveva deciso che qualsiasi forma di progresso era un gesto sovversivo della sua autorità, Dolet sarebbe stato considerato uno dei rinnovatori della letteratura francese e avrebbe potuto diventare un ambasciatore, o forse addirittura un cardinale.

 

La biografia di Richard Copley Christie Étienne Dolet. The Martyr of the Renaissance. 1508-1546: A Biography, pubblicata nel 1889 a Londra da Macmillan, è stata recentemente ripubblicata in copia anastatica da Elibron Classics. Una raccolta delle poesie è stata pubblicata nel 2009 a Ginevra da Droz: Etienne Dolet: Carmina (1538) a cura di Catherine Langlois-Pézeret. X

 

CINQUE POESIE DI INGE MULLER

Quando ci incontrammo

Quando ci incontrammo
In una strada laterale dei nostri percorsi
Sentivi paura della vita
Sentivo paura della morte
Vedemmo il cielo rosso
Avvolgerci soffice come una coperta di lana
E ci riscaldammo per un attimo.

L’attimo
durò sette estati. Quando levammo gli occhi
Il tempo era già trascorso.

Amore dopo Auschwitz

 

Era amore

Quando venni da te

Perché dovevo

Era amore quando ti lasciai

Perché sapevo.

L’antica vergogna è falsa vergogna.

Qui non fu d’aiuto alcun dio né alcuna compagnia

E andai.

Guardai me e te

E guardai gli altri

E non bastava ancora

Qui non fu d’aiuto alcuna separazione.

 

Il mio amore

 

Lei, sempre integra

Mi ha dilaniato

Mi ha dato dei nomi

I nomi li ho dimenticati.

 

Gioia

 

Quello che io penso prima che sia pensato

Quello che io faccio prima che sia fatto

La mano nella sabbia

Forgiando un pensiero senza senso

Via da una strada verso l’altra

Cielo tra terra e terra.

 

Li ho visti: Uomini

 

Senza Dio. Abbandonati

E silenziosi.

Esserlo non lo sarò più.

È molto

Se si ricordano.

E niente letteratura.

Inge Müller è nata a Berlino il 13 marzo 1925. Nel 1955 sposa Heiner Müller, uno degli intellettuali più in vista nella DDR (la Germania comunista). Insieme scrivono drammi radiofonici e pièces teatrali e insieme ricevono nel 1959 il Premio Heinrich Mann, il massimo riconoscimento letterario della DDR.

Inge Muller, dopo vari falliti tentativi, si uccide il 1° giugno 1966. Solo nel 1976 alcune sue poesie sono pubblicate in PoesieAlbum, la rivista che per molti anni fu il punto di riferimento più importante dei giovani poeti della DDR. Nel 1985, a vent’anni dalla sua scomparsa, esce, a cura di Richard Pietrass, la raccolta Wenn ich schon sterben muss. Ci sono due biografie di Inge Muller: Ines Geipel, Dann fiel auf einmal der Himmel um, Henschel Verlag 2002 e Sonja Hilzinger, Das Leben fängt heute an, Aufbau Verlag 2005. X

 

 

LA QUINDICESIMA MINIATURA

In Sternstunden der Menschheit. Zwölf historische Miniaturen Stefan Zweig descrive i momenti che considera decisivi nella storia del mondo. Compaiono così Vasco Nuñez de Balboa, il sultano Murad, Rouget de Lisle, il generale Grouchy, Johann August Suter, Cyrus W. Field, il capitano Scott ed altri ancora, tutti personaggi – noti o sconosciuti – che, per ragioni diverse, e spesso in maniera casuale, hanno mutato la storia dell’umanità.

C’è però un momento altrettanto decisivo, che precede di molto tempo quelli considerati da Zweig. Se ne occupa Sofocle nella tragedia Filottete.

È il decimo anno della guerra di Troia.

Una profezia rivela che i Greci non vinceranno e Troia non cadrà senza la presenza di Filottete, abbandonato sull’isola di Lemno a tradimento dieci anni prima, ferito e sofferente, con il suo arco sacro regalatogli da Eracle.

Neottolemo, il giovane figlio di Achille, si reca così con Odisseo a Lemno per convincere Filottete a farsi portare a Troia con l’arco sacro e, garantendogli falsamente di essere venuto per riportarlo in patria,  riesce a farsi consegnare l’arco. A questo punto, è costretto a rivelargli la verità.

FILOTTETE: Che intendi fare di me?

NEOTTOLEMO: Salvarti da quest’isola e andare con te a saccheggiare Troia.

F.: Me infelice, mi hai tradito. Perché lo hai fatto? Ridammi l’arco.

N.: Non è possibile: giustizia e convenienza mi inducono ad obbedire a chi ha il potere.

Inizia così il lungo lamento di Filottete che insulta, supplica, blandisce, alterna rimproveri, contumelie e
tentativi di persuasione: Filottete non vuole andare a Troia ad aiutare quelli che lo hanno abbandonato, vuole restare sulla sua isola deserta, continuare la sua vita nascosto e ignorato da tutti, fuori dal mondo con il suo arco, senza il quale la sua sopravvivenza è impossibile.

Ed eccoci al momento decisivo.

Filottete è interrotto da marinai che hanno accompagnato Neottolemo ed a lui si rivolgono:

Coro: Che facciamo? Signore, devi prendere una decisione, se portare a termine il nostro compito o ascoltare le parole di Filottete.

N.: Mi è venuta una pietà terribile per lui

F.: Abbi pietà, ragazzo, non far sì che la gente d’ora in poi ti disprezzi per avermi tradito.

N.: Che devo fare? Non fossi mai venuto qui.

F.: Tu non sei malvagio, hai solo imparato a comportarti male da cattivi maestri. Ribellati, ridammi l’arco e vattene.

N.: Che facciamo, compagni?

Dobbiamo immaginare che a questo punto Neottolemo si avvicini esitante a Filottete, accennando forse un movimento per restituirgli l’arco.

In questo breve istante, le sorti di tutto il mondo che conosciamo e la nostra stessa presente esistenza restano in bilico.

Dai pochi secondi che seguono, lì, nella grotta dell’isola di Lemno, non dipende solo la sorte della guerra di Troia.

Dall’esito di questo primo scontro tra Occidente e Oriente dipende il destino della Grecia e  il luogo dove si svilupperà la storia futura: se Neottolemo restituisce l’arco e Troia non cade, neppure Roma, l’impero romano e il potere della chiesa sull’Europa
per molti secoli verranno ad esistenza. Noi tutti oggi forse parleremmo un dialetto anatolico.

Sofocle ci mostra che la storia futura del mondo dipende non da grandi disegni divini o dalla potenza politica e militare dei popoli che si scontrano, ma da

scelte casuali, affidate a personaggi insignificanti, irresponsabili e spesso crudeli.

Qui, la scelta è affidata a un giovane combattuto tra pietà e comprensione e il rispetto degli ordini ricevuti. Prevarrà un vecchio malato, sofferente, ferito e abbandonato, ma dotato di una straordinaria forza morale, oppure un personaggio ancora non comparso sulla scena, meschino e furfantesco (Odisseo), che agisce sicuro di essere l’espressione della volontà divina sicché tutto deve essergli permesso (prototipo di personaggi che i secoli seguenti ci hanno abituato a conoscere)?

Non lo sapremo mai. L’entrata in scena di Odisseo mentre Neottolemo è ancora incerto, e poi dello stesso Eracle fanno sì che Filottete parta per Troia con il suo arco sacro.

Troia cadrà, e il mondo sarà quello che conosciamo.

 

Il libro di Stefan Zweig Sternstunden der Menschheit. Zwölf historische Miniaturen è pubblicato postumo nel 1943 (nel febbraio del 1942 Zweig, fuggito dall’Austria a seguito dell’avvento del nazismo, e rifugiatosi in Brasile, si era suicidato a Petropolis con la moglie, ritenendo ormai ineluttabile la vittoria di Hitler, pochi mesi prima che se ne delineasse, invece, la inevitabile  disfatta). Cinque miniature erano già state pubblicate nel 1927 a Berlino. Altre due, aggiunte in una edizione inglese del 1940, hanno portato il totale
delle storie a 14. La traduzione italiana, con il titolo Momenti fatali, è pubblicata nel 2008 da Adelphi.

Il Filottete può essere letto con testo a fronte nell’edizione della Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori 2003 con traduzione di Giovanni Cerri e una affascinante introduzione di Pietro Pucci. X

 

DUE POESIE DI GIORGIO MANNACIO

 

 

Il peso delle piume

 

Impara a vivere con le ombre.

Sono creature

Anomale della luce, congetture

Sui confini dell’esistenza.

La loro inconsistenza è una catena

Tenace, anello

Tra memoria e progetto

Non è il respiro che ne dissolve

Il silenzioso, gentile aspetto

Ma una amara, invincibile nostalgia.

Così senza fare alcun cenno

Volano via.

 

 

Moonrise

 

La leggerezza

Di una carta velina variegata

Solleva in aria – l’aria è senza vento –

Il cerchio di una luna stralunata.

Oceani e mari senza movimento

Abbiamo finto per la passione

Di uno sguardo distratto e assorto

Che vuole dare senso a una visione.

Ogni viaggio è un ritorno

Sul riflesso innocente della luce

Indietro nella memoria dell’origine

Che all’estasi del vuoto ci conduce.

 

Da La periferia dell’impero, Edizioni del leone 2010.

 

Giorgio Mannacio, nato in Calabria vive a Milano, dove è stato giudice fino al 2004. Ha scritto numerose raccolte di poesie tra cui Comete e altri animali (1987), Preparativi contro tempi migliori (Aleph 1993) e Visita agli antenati (Philobiblon 2006). Alcune sue poesie sono state pubblicate nei Testi infedeli dell’inverno del 2006. X

 

POSSIBILISMO SCIENTIFICO

 

Quando arriviamo ai confini di tutto ciò che sappiamo ed abbiamo appreso con le scoperte scientifiche degli ultimi 400 anni, scorgiamo territori inesplorati. Lì c’è anche la spiegazione del mistero della nostra strana esistenza: la materia nera, le multiple dimensioni spaziali e temporali, il rapporto tra massa e energia.

Può darsi che, prima o poi tutto sarà chiarito. Ma può anche essere che ci siano spazi sottratti per sempre alla nostra possibilità di conoscenza.

Tutto ciò dovrebbe suggerire a uno scienziato di astenersi da conclusioni definitive. La complessità di questo universo impone di mantenere aperte tutte le possibilità: si può propendere per una spiegazione sull’origine e lo scopo dell’universo piuttosto che un’altra, ma bisogna sempre riconoscere che sussiste un margine di incertezza.

Sulla base di queste considerazioni, io non posso considerarmi un ateo.

D’altro canto, non aderisco certamente ad alcuna religione tradizionale, trattandosi di costruzioni realizzate da uomini del passato che riflettono i pregiudizi, il razzismo, l’ignoranza e spesso la follia dei loro creatori.

I libri sacri di queste religioni sono stati scritti da persone che nulla sapevano del DNA, delle galassie, della teoria dell’informazione, dell’elettricità, del big bang. Gli autori dei libri sacri non immaginavano neppure l’esistenza di altre culture  e di altri territori oltre a quelli, ristretti, in cui vivevano.

Così, sappiamo troppo poco per aderire pienamente all’ateismo e sappiamo troppo per aderire a una
qualsiasi religione. Per questo, io sono un possibilista scientifico. Il possibilista scientifico non preclude alcuna possibilità che non sia dimostrata falsa e non combatte nessuna idea se sia apparentemente infondata, ma esplora attivamente tutte le nuove possibilità offerte dal progresso scientifico. Ovviamente,  possibilismo non  significa accettare qualsiasi teoria, anche assurda. Noi sappiamo già molto non solo sul cosmo e le molecole, ma anche sulla capacità umana di fabbricare storie fantastiche, di creare memorie inventate.

In ogni generazione, la gente pensa di possedere tutti gli strumenti necessari per spiegare l’universo.

Ogni generazione si è finora sbagliata.

Per questo io suggerisco meno pretese di certezza e più capacità di esplorare lo spazio delle possibilità.

 

Da David Eagleman, Why I am a possibilian, in New Scientist settembre 2010. Eagleman è un neuroscienziato, insegna a Houston, Texas. Ha scritto Sum, Forty tales from the afterlife, 2009 dove sono brevemente descritte 40 possibilità di quel che può succedere dopo la morte. X

 

L’ATTESA

 

Vivevo con parecchi sogni e pretese al mio paese.

Decisi di partire un giorno – in mezzo al vento.

Innumerevoli soste. Anni di viaggio.

Arrivammo che il treno s’era arrugginito.

C’era il tramonto

scendemmo in mezzo a un mare di farfalle.

quando si fece notte poggiammo le valigie

e sedemmo aspettando.

voci incontrollate davano il Corteo vicino

alcune a un giorno di distanza,

altre a una settimana.

Tra un falso allarme e l’altro si passò l’estate.

A metà autunno il Corteo s’intravide in lontananza.

Poco dopo natale raggiunse la pianura

dove stavamo assiepati aspettando.

In testa marciava uno che ci assomigliava.

 

Da Gilberto Centi (L’Aquila 1947 – L’Aquila 2000). La poesia è tratta da Duemila Settecento Parole; è pubblicata in  Foglio degli eremiti settembre 2010 (a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi). X

 

LA SCUOLA DELLA FIRMA

 

Un giorno il dottor Lamura mi chiamò nel suo studio, circondato da librerie colme di volumi, in occasione della visita di uno dei suoi più cari amici, il giornalista e scrittore Anacleto Lupo, a lungo capo della redazione foggiana della Gazzetta del Mezzogiorno.  Qui mi raccontò la storia del molfettese Gaetano Salvemini e della  “scuola della firma”.

Erano gli anni della ricostruzione politica, economica e sociale: l’Italia sembrava in cammino verso un nuovo domani, un cammino segnato da lotte e da sanguinosi scontri. Il mondo dei braccianti del Sud era tra i settori sociali più in fermento. Si gridava “Braccianti di tutto il Sud unitevi” e contro i latifondisti: “La terra a chi la lavora”. Le campagne in tumulto, cominciarono le prime occupazioni abusive delle terre e violenti scontri con la polizia.

Il ritorno nel 1949 di Salvemini nel Tavoliere dall’esilio americano coincise con quel periodo ricco di speranza.

Racconta Anacleto Lupo: “Il mio incontro con Salvemini avvenne a Cerignola, nella sede della Cgil, dove si insegnava ai braccianti, quasi tutti analfabeti, a scrivere il proprio nome e cognome per firmare il contratto di assegnazione della terra. Così assistetti alla sfilata dei braccianti che, con le matite in pugno, strette come se fossero palette, provavano e riprovavano a scrivere il proprio nome e cognome, tracciando adagio lettera dopo lettera. Certe ‘a’ e certe ‘o’ schiacciate, che sembravano, come essi stessi dicevano, ‘p’immadori e patane’ (pomodori e patate) e le ‘m’ con le zampe addossate ‘cun’e ppecure’.

Durante una sosta Salvemini chiese: “E ora, da
 quando avete imparato a firmare, vi sentite più sicuri?”. Ci fu un coro di sì e una pioggia di applausi.

Tornato il silenzio, Salvemini riprese: “Si tratta, però, di un piccolissimo passo avanti, sulla strada lunga, dura, faticosa del vostro riscatto dopo un secolare abbandono. Si tratta di voltar pagina, occorre unione. Cambierete il vostro destino solo se starete tutti insieme. Ora, dopo la scuola della firma, dovete continuare a istruirvi, perché i potenti hanno sempre puntato sulla vostra ignoranza. E questo lo sapeva benissimo il vostro compaesano, oggi segretario generale della Cgil. Egli da bracciante diventò deputato e fu la prima voce dei lavoratori della terra a farsi sentire nel Parlamento della Repubblica italiana. Mi riferisco, voi lo avete capito, a Peppino Di Vittorio”.

 

L’11 novembre 1910 nasceva a Trinitapoli Domenico Lamura, destinato a diventare il medico-scrittore del Tavoliere pugliese (tra le sue opere: Terra salda, Adamo e la terra, Lamento per Aldo Moro e altre poesie). Salvatore Giannella per il centenario della nascita di Lamura ha curato il libro  Scrivere storie è seminare il futuro (Compostudio, Cernusco sul Naviglio) da cui è tratto questo brano. X

 

DIETRO AL BANCO: DUE POESIE

I

La ragazza dietro al banco mescolava
birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti
era da pubblicità,
come i visi alle pareti
di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti
li rombavano via i TIR.

Bella, d’una sua bellezza acerba,
bionda senza averne l’aria,
quasi triste, come i fiori e l’erba
di scarpata ferroviaria
il silenzio era scalfito
solo dalle mie chimere,
che tracciavo con un dito
dentro ai cerchi del bicchiere.

Basso il sole all’orizzonte
colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte
sulla pompa da benzina
lei specchiò alla soda-fountain
quel suo viso da bambina
ed io sentivo un’infelicità vicina.

Vergognandomi, ma solo un poco appena,
misi un disco nel juke-box

per sentirmi quasi in una scena

di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia

 

qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta
di una scatola di the.

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti,
senti io ti vorrei parlare…”,
poi prendendo la sua mano sopra al banco:
“Non so come cominciare,
non la vedi, non la tocchi
oggi la malinconia,
non lasciamo che trabocchi:
vieni, andiamo, andiamo via.”

Terminò in un cigolio
il mio disco d’atmosfera,
si sentì uno sgocciolio
in quell’aria al neon e pesa,
sovrastò l’acciottolio
quella mia frase sospesa,
ed io…
ma poi arrivò una coppia di sorpresa.

E in un attimo, ma come accade spesso,
cambiò il volto d’ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso
le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca,
“Quant’è?” chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia,
presi il resto e me ne andai.

 

II

 

Mi pare di riconoscere il tuo volto
familiare, ma non riesco a collocarlo
Non riesco a trovare il filo del pensiero

Che illumini chi sei
Il passato mi travolge
Tutti questi cambiamenti che sono avvenuti,

vorrei aver visto il posto
ma nessuno mi ci ha mai portato
Sentimenti e pensieri svaniscono nel nulla…

Giuro che riconosco il tuo respiro
I ricordi si sollevano piano
di me, tu non ti ricorderai di certo,

non sono più come prima
è dura quando rimani sola
Sono cambiata restando sempre uguale
La piccola città impone il mio destino
Forse è proprio quello che nessuno vorrebbe vedere…

Voglio solo urlare… “Ciao…
mio dio, è passato tanto tempo, non avrei mai sognato che tu saresti tornato
ma ora eccoti qui, ed eccomi qui…”

Sentimenti e pensieri svaniscono nel nulla…

 

La prima poesia, Autogrill, è di Francesco Guccini; la seconda è dei Pearl Jam, un gruppo musicale rock (secondo gli esperti, la loro musica appartiene al genere grunge-alternative rock) formatosi nel 1990 a Seattle. X


LIBRI DA LEGGERE

 

José Saramago, Caino, Feltrinelli, 2010.

In questa rilettura dell’Antico Testamento Caino, storicamente conosciuto come la pecora nera dell’umanità, diventa un personaggio umano e un po’ picaresco, in grado di tener testa alla volubilità di un dio capriccioso e irresponsabile nei confronti delle creature da lui stesso create. La mortificazione di fronte al rifiuto dei suoi doni  si tramuta in vendetta  sul fratello Abele.

Attraverso gli occhi di Caino  si snodano tutti gli eventi biblici salienti, dalla cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, al sacrificio di Isacco, dalla costruzione della torre di Babele, alle prove inflitte alla fede del povero Giobbe, dalla distruzione di Sodoma (e dei suoi innocenti bambini)  al tragico epilogo della storia dell’arca di Noè. Nessuno dei personaggi del racconto è migliore o peggiore degli altri.  In un crescendo di reciproche incomprensioni si assiste ad una potente e allegorica messa in scena. Sul palcoscenico  della vita, umani e divini si illudono di agire secondo le stesse regole.

Né vincitori né vinti:  un inaspettato colpo di scena  conclude l’ultimo meraviglioso viaggio in cui ci ha accompagnato Josè Saramago, anche se, come amava ricordare lui stesso “Il viaggio non finisce, solo i viaggiatori finiscono”.

 

Robert Byron, La via per l’Oxiana, Adelphi 2000.

E’ il diario di un viaggio che l’Autore, un esperto di arte bizantina, compie nel 1933, all’età di 27 anni, partendo da Venezia,  attraverso Cipro, Gerusalemme,

Bagdad,  la Persia e l’Afganistan. L’Oxiana è la terra a sud del fiume Oxus (oggi Amu Darya), che all’epoca
segnava il confine tra l’Afganistan e la Russia.Il testo contiene riflessioni di carattere storico e di costume, ma soprattutto si sofferma con spirito critico ed originale sullo studio e descrizione dei monumenti, sulla loro architettura e l’uso dei colori.

Il libro è preceduto da una prefazione di Bruce Chatwin che ha portato il libro di Byron con sé in ogni viaggio dall’età di quindici anni.

 

David Owen, Green Metropolis, Egea 2010 (con una prefazione di Guido Martinotti).

Per molti ambientalisti le grandi città sono fonte di inquinamento e di degrado ambientale: solo la vita nelle campagne o nelle piccole città è una soluzione ambientalmente corretta per un futuro di sviluppo sostenibile. In questa prospettiva New York è, nel mondo occidentale, l’emblema del male, la mostruosità ambientale per eccellenza.

Il  libro di Owen ribalta questo luogo comune e dimostra la falsità di idee frutto di una retorica dell’antiurbanesimo che si sviluppa dalla prima metà del XIX secolo, allorché le concentrazioni urbane sono luoghi malsani e fonte di epidemie, privi di fognature, di luce elettrica e di strade asfaltate.

L’Autore dimostra che, contrariamente all’opinione diffusa, le città, e specificatamente le città a maggior densità di popolazione, offrono la migliore soluzione abitativa dal punto di vista ecologico e ambientale. Questo perché le grandi concentrazioni urbane (delle quali New York è il massimo esempio), sono non il frutto di convenzioni ambientali e di sforzi per ridurre l’impatto ecologico dell’uomo sul pianeta, ma la conseguenza del lento accumularsi di sistemi sempre più efficienti di uso del territorio, dell’energia e delle
 risorse naturali. Certo, è un’efficienza di cui gli abitanti delle grandi città non si rendono pienamente conto.

Un volume che dovrebbe indurre a riflettere sul concetto e sulle pratiche di sviluppo sostenibile su molti luoghi comuni stratificati nelle ideologie ambientaliste e conservazioniste.

 

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi,  Neri Pozza, 2007.

L’Olocausto è una sterminata foresta di cui si conoscono pochi alberi. La massa dei sommersi cancella nel numero i pochi che si sono salvati. Un giorno a New York un giovane studioso di lettere classiche decide di mettersi alla ricerca di una parte della sua famiglia rimasta in Europa e inghiottita nel gorgo senza lasciar tracce. Quando, dove ed in quali circostanze sono morti Shmiel, il macellaio di Bolechow, uno stethl della Galizia, sua moglie e le sue quattro figlie? Daniel Mendelsohn si mette alla ricerca degli scomparsi per risuscitare nella memoria i frammenti di vita e gli ultimi giorni di questi parenti perduti. Sollecita ed interroga i sopravvissuti sparsi per i continenti, vecchi i cui ricordi si incrociano e si confondono. Ma alla fine verrà condotto, con l’aiuto degli abitanti del posto, fino al buio nascondiglio dove  il macellaio Shmiel aveva cercato invano di sfuggire ai suoi carnefici. Nulla in questa storia o quasi è frutto di fantasia, ma di una diversa qualità umana: l’ostinazione.

 

Sofi Oksanen, La purga, Guanda 2010.

Il romanzo è un cult in Finlandia. Ambientato in Estonia nel 1992, tratta della storia di Alide e Zara, due storie parallele che traggono origine da una tragedia familiare accaduta nei primi anni
dell’occupazione sovietica all’epoca delle purghe staliniane e della resistenza dei partigiani estoni.

 

Joe Bageant, La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, Mondadori 2010 (ediz. inglese su Kindle).

Un libro per gli entusiasti delle libertà americane, per coloro che credono nel mito della società senza classi che consente a tutti di emergere e che vorrebbero che l’Italia divenisse come gli Stati Uniti.

L’Autore, giornalista del New Yorker, torna dopo molti anni nei luoghi ove ha passato la giovinezza, una zona di povertà, ignoranza e sottosviluppo, senza scuole decenti senza ospedali affidabili.  Qui domina la distorta ideologia della responsabilità personale che nasconde quella che secondo Bageant dovrebbe essere vera e propria lotta di classe: se uno è indebitato, disoccupato, malato senza alcuna forma di assicurazione, deve arrangiarsi ed essere responsabile

del proprio destino, non deve aspettarsi aiuto o sussidi pubblici. L’Autore ritrova gli amici di un tempo, molti dei quali lavorano saltuariamente per pochi dollari all’ora, senza nessuna possibilità di progresso economico e sociale. Ma, e questo è l’aspetto del quale Bageant cerca di offrire una spiegazione, tutti votano Repubblicano, vanno, quando possono, a caccia, e cercano spiegazioni del loro destino in calvinistiche interpretazioni della Bibbia.

 

Philip Roth, Indignazione, Einaudi 2009 (ediz.inglese su Kindle).

Uno dei più bei racconti lunghi di Roth. Durante la Guerra di Corea il figlio di un macellaio kosher di

Newark lascia la famiglia per andare a studiare in un

 

campus dell’Ohio. Lì tra brillanti risultati, amici veri o presunti, un insegnante bigotto e repressivo, è proiettato in un altro mondo, in un’altra America. Una affascinante ragazza piena di problemi lo trascina in un rapporto controverso di libertà e di colpa, mentre il giovane Marcus tenta di difendere la sua autonomia, la sua visione del mondo, il suo rigore, facendo spesso prevalere l’indignazione sul buon senso, fino alla tragica conclusione.

 

A. Cardinale, A. Verdelli, Il cristianesimo: da culto proibito a religione dell’impero romano. La nascita del potere della chiesa nel IV secolo d.C, Aracne editrice.

Per i discepoli, Gesù era il Figlio di Dio fatto uomo, ma per tutti gli altri ebrei era un personaggio scomodo con obiettivi piuttosto concreti in fatto di potere politico. In ogni caso, quando venne crocifisso come un criminale, i suoi fedeli non erano più di un migliaio.

Poi, nel 313 d.c., quando fu emanato l’editto di Costantino, i cristiani non superavano il 10% della popolazione dell’impero romano. Dopo pochi decenni, alla fine del IV secolo, i cristiani ne costituivano la grande maggioranza ed occupavano posizioni di rilievo in ambito amministrativo, politico e militare.

Cosa indusse Costantino a scommettere sulla minoranza cristiana? Come riuscì un gruppo, per quanto coeso e battagliero, a raggiungere in meno di settant’anni una posizione di egemonia e poi di assoluto predominio? Perché i cristiani, dimenticando le persecuzioni subite, cominciarono a perseguitare eretici, ebrei e pagani?

Il volume si propone di effettuare una ricognizione sull’evoluzione dei rapporti tra chiesa e impero romano

nel IV secolo, attraverso l’esame della legislazione, delle

 

dinamiche sociali, dei costumi, delle liturgie, dell’ideologia e della cultura del tempo.

Al lettore la valutazione di quanto ancora oggi tali equilibri continuino a pesare nei rapporti tra Chiesa e Stato.

 

Hans M.Enzensberger, Hammerstein o dell’ostinazione, Einaudi, 2010.

Il generale Kurt von Hammerstein, uno Junker prussiano che amava la caccia, fu il capo dello stato maggiore della Reichswehr alla fine della Repubblica di Weimar. Si dimise da quella posizione poco dopo l’arrivo di Hitler alla cancelleria ritirandosi a vita privata. Il libro di Enzensberger racconta la storia sua e della sua famiglia, ostile al nazismo. Le figlie, legate all’intellighenzia ebraica tedesca di sinistra, saranno spie contro il Terzo Reich per il potere sovietico, i figli complotteranno contro il Fuhrer nell’attentato organizzato da Klaus von Stauffenberg nel luglio del 44. In una serie di ammirabili dialoghi  con i morti, l’autore fa rivivere una Germania sommersa che senza avere una precisa coscienza politica seppe mantenere un filo ininterrotto con l’imperativo kantiano della dignità e del coraggio.

 

Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante, Einaudi, 2007 (l’edizione inglese è reperibile su Kindle).

L’Autore, del quale è già stato pubblicato in Italia nel 2002 Nero pakistano, racconta il lungo monologo di Changez, un giovane del Pakistan, rivolto a un americano incontrato – casualmente, ma resta non risolto il dubbio se l’incontro sia davvero casuale – a Lahore: in un inglese perfetto, Changez racconta all’ascoltatore, sempre più in ansia, ma incapace di
sottrarsi all’avvolgente aggressione verbale,  di essere stato inviato dalla famiglia a studiare a Princeton, di essere stato assunto poi a New York da una importante società di consulenza; racconta del suo immediato successo, del suo inimmaginabile stipendio, del suo infelice innamoramento con una giovane newyorkese, di come è stato avvolto e travolto dal sogno americano. Poi, l’11 settembre l’attentato alle Torri gemelle gli cambia improvvisamente la vita.

Quando apprende la notizia, sorride. Poi, di accorge che tutti lo guardano con sospetto, talvolta con odio.

Quando torna in Pakistan, si accorge di come è cambiato e se ne vergogna. Non torna più. Si lascia crescere la barba, raccoglie giovani a cui spiega come sono fatti gli Stati Uniti con toni sempre più aspri  Un lungo monologo di un pakistano ad un americano incontrato casualmente a Lahore. L’americano ascolta il lungo monologo di Changez, senza mai profferire parola, fino alla improvvisa, ambigua conclusione.

 

Ford Madox Ford, Parade’s End, Penguin Classics 2001.

Con questo romanzo, pubblicato in quattro parti tra il 1924 e il 1928, Ford avrebbe voluto essere lo storico del suo paese, l’Inghilterra, al sopraggiungere della prima guerra mondiale.

L’opera è in effetti una riflessione su una società che si sta esaurendo, rappresentata dal protagonista, Christopher Tietjens, un brillante esponente dei Tory, proveniente da una ricca famiglia di proprietari terrieri  che, lavorando per il governo, si rende conto della decadenza del sistema dal quale proviene. Il libro costituisce anche una lettura preziosa per la scrittura e

e l’uso della lingua inglese e per la descrizione delle modalità – sgradevoli ma sempre divertenti – con le quali gli Inglesi si trattano l’un l’altro a seconda della
provenienza di classe, lamentandosi poi delle condizioni in cui versa la loro organizzazione sociale.

Ford Madox Ford è autore di un altro capolavoro, The Good Soldier, considerato tra le più importanti opere della letteratura inglese dell’altro secolo.

 

Armando Spataro, Ne valeva la pena, Laterza 2010.

La storia di questo paese negli ultimi trent’anni vista da un protagonista della lotta al terrorismo, alla mafia, ai poteri deviati dello Stato. Non c’è pretesa di oggettività, ma ci sono la partecipazione, la convinzione, gli affetti e le (quasi sempre giustificate) antipatie di chi ha vissuto con coraggio e con determinazione molti episodi che hanno segnato la vita di tutti noi.

 

Alberto Cavallari, La fuga di Tolstoj , Skira 2010.

Nello spazio di soli quattro giorni, quanto durò la fuga di Tolstoj, e di un centinaio di pagine di piccolo formato l’autore ci da un quadro esaustivo del grande scrittore e del suo pensiero. Personalità complessa e contraddittoria, Tolstoj amava la moglie Sof’ja e ne era disgustato, amava i figli e li considerava peccati, voleva la povertà ma viveva con servi e cavalli. “Era stato un grande sognatore, un grande creatore, un uomo selvatico, un apostolo, un ideologo irrequieto: ma nello stesso tempo un puntuale impiegato della propria avventura umana”: ogni mattina gli stessi gesti, gli stessi riti, le stesse cavalcate, le stesse ricopiature su i taccuini.

Il libro prende avvio dalla decisione presa da Tolstoj durante la notte del 28 ottobre del 1910, di fuggire dalla sua casa e dal rapporto con la moglie, un rapporto di odio e amore così simile a quella musica straziante di “Sonata a Kreutzer” in cui violino e pianoforte non possono suonare da soli e tuttavia, in
un continuo conflitto, si inseguono si scontrano e tornano nella calma. Ed è su un treno che Tolstoj fugge, uno di quei treni che lui non aveva mai amato e che erano stati testimoni di tragedie nella sua opera letteraria. In questo caso invece il treno lo affascina, lo affascina il paesaggio, il pensiero che si sta dirigendo al sud dove “persino nelle giornate d’inverno il sole può essere arancione”. L’importante è fuggire e fare tutto il possibile per non essere ritrovato. E poi lo affascina il grande valigione che ha portato con sé: gli ricorda i suoi viaggi, “i momenti magici della sua vita e che ora contiene la sua vita futura”. Una vita futura che non ci sarà perché alla fermata di Astapovo il medico che lo accompagnava si accorse che le sue condizioni di salute erano decisamente peggiorate. Il capostazione offre una stanza e qui, ancora una volta l’opera letteraria di Tolstoj e la sua vita si intrecciano, si intrecciano i destini: il suo, quello di Levin di Anna Karenina e di Nikolaj. Il viaggio sta giungendo al suo termine e Tolstoj che si sta avvicinando alla morte è sereno e detta alla figlia Saša la sua concezione di Dio. Emblematiche quelle che furono probabilmente le sue ultime parole: “Scappare, bisogna scappare”.

Il libro é corredato da un apparato iconografico che contiene fotografie di Tolstoj e della sua famiglia.

 

Le recensioni sono di Daniela Barsocchi, Augusto Bianchi,  Rossella Cardinale, Joseph DiMento, Milena Mottalini, Pasquale Pasquino e Stefano Nespor. X

 

Questo trentanovesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel novembre del 2009 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Compostudio s.r.l. di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive. I Testi Infedeli escono dal 1989. I fascicoli apparsi a partire dal 1992 possono essere letti nel sito www.stefano.nespor.it, curato e aggiornato da Stefano Rossi.

Ringrazio coloro che hanno collaborato alla sezione dedicata ai libri da leggere e inoltre Salvatore Giannella, Marina Nespor, Pasquale Pasquino e Milli Virgilio per i suggerimenti e per la revisione.

N. 38 estate 2010

IN COPERTINA:

 

Sessanta anni fa. Winston Churchill visita le truppe britanniche dislocate sulla Manica per fronteggiare l’invasione tedesca. Churchill, inaspettatamente divenuto primo ministro nel giugno del 1940 a seguito delle dimissioni di Chamberlain, convince tutti i componenti del suo governo a rifiutare ogni accordo con il nemico e a continuare la guerra. L’uomo giusto al posto giusto al momento giusto.

Collage con foto, matita, carboncino, colori acrilici Winsor & Newton di Stefano Nespor.

 

IN QUESTO NUMERO

 

 

Oltre alla consueta introduzione dedicata all’attualità (partendo da un libro di cinquant’anni fa), ci sono tre brani tratti da libri che riguardano la Russia attuale e le guerre di Cecenia (alla Russia è dedicato anche ampio spazio tra i libri da leggere) e due piccole biografie di personaggi, ciascuno a modo suo eretico e in lotta contro il potere e l’intolleranza.

Ci sono poi, come al solito, le poesie: di due autori cechi, Viola Fischerovà e Jaroslav Seifert (quest’ultimo già comparso sui TI) e del portoghese Fernando Pessoa.

In aumento è la parte dedicata ai libri da leggere. A questo proposito, ricordo che ciascuno può inviare recensioni e segnalazioni di libri di cui consiglia la lettura, non necessariamente appena pubblicati.

 

 

COME SI DIVENTA NAZISTI:

STORIA DELLA FAMIGLIA B.

Come si diventa nazisti è il titolo di un libro dell’americano William Sheridan Allen (Einaudi 1968) che racconta la storia di una piccola città tedesca, Thalburg: una comunità  che, senza accorgersene, si stava disfacendo e, lentamente ma inesorabilmente, si avviava a piccoli passi verso la catastrofe.

Letto oggi, il libro assume un valore diverso da quello originale: più che un’indagine rivolta al passato oscuro dell’Europa, pare un monito per il futuro. Allen ci dimostra che la democrazia è un punto di equilibrio instabile, difficile da conquistare e facile da perdere: non bisogna illudersi che questa possibilità sia esclusa dalle diverse condizioni storiche, dalle istituzioni politiche e da una supposta maggior maturità dei cittadini.

Oggi, proprio come allora, gli avversari della democrazia sono tanti e circolano tra noi; noi li conosciamo e li frequentiamo. Stanno però anche dentro di noi, nel perenne conflitto tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà, tra l’impulso di ridurre l’angoscia delle scelte e la volontà di non sottostare a nessun capo che decida in nostra vece quel che va bene per noi. L’Autore dimostra anche che nel momento in cui una comunità procede a piccoli passi verso l’abisso, nessuno è in grado di prevedere quale forma concreta prenderà il disastro. Ogni passo che facciamo o che tolleriamo sia fatto da altri, anche se all’apparenza del tutto insignificante, può avvicinarci alla catastrofe o può allontanarcene. È quindi importante, ammonisce Allen, essere sempre ben consapevoli della doppia direzione in cui qualunque passo può portarci.

Valuti il lettore verso quale direzione ci porta la vicenda della famiglia B.

 

Il signor B. vive a Milano con la moglie dall’inizio degli anni Settanta. Entrambi sono cittadini italiani e invalidi civili. Il signor B. ha settantadue anni, è stato deportato nel campo di concentramento di Tussicia (Abruzzo) nel 1942, all’età di quattro anni, in base alle leggi razziali del 1938, in quanto appartenente all’etnia sinti. È stato decorato con la medaglia d’oro al valore civile. La sua salute è precaria, avendo subito un complesso intervento chirurgico al cuore.

Il signor B. è l’esponente più anziano di una famiglia sinti composta di 35 persone, tutte di cittadinanza italiana e residenti in un’area comunale appositamente destinata alla famiglia (impropriamente denominata “campo nomadi”, in quanto né il signor B. né i suoi famigliari si muovono da Milano da oltre cinquanta anni e da trenta risiedono nell’area loro destinata).

Con il signor B. vivono due nipoti: uno lavora presso un esercizio commerciale, l’altro va a scuola.

A seguito delle normative emesse dal Governo per fronteggiare l’”emergenza nomadi” in data °°° alle 5 del mattino circa settanta tra agenti di polizia e vigili si presentano con vari mezzi blindati al “campo nomadi”, svegliano il signor B. e la sua famiglia di soprassalto (senza tenere conto della presenza di minori e delle cagionevoli condizioni di salute del signor B.), perquisiscono e fotografano la sua abitazioni e quelle degli altri residenti e fotografano i loro documenti di identità, in quanto debbono schedare tutti gli appartenenti all’etnie sinti e rom.

Quindi, la schedatura riguarda gli appartenenti a determinate etnie, indipendentemente dal fatto che siano nomadi o meno. Tutto legittimo secondo l’Autorità giudiziaria, adita dal signor B. e dalla moglie perché il comportamento subito fosse dichiarato discriminatorio rispetto agli altri cittadini italiani e anche ad altre etnie e minoranze etniche presenti sul territorio nazionale.

 

In definitiva, si è trattato di una normale operazione di polizia. Nessuna discriminazione, secondo uno dei Giudici: tutti i residenti nel campo sono stati trattati alla stessa maniera.

 

La presentazione del libro di Allen è tratta dall’introduzione di Luciano Gallino all’edizione del 1994. La vicenda della famiglia B. è accaduta a Milano. X


QUATTRO POESIE DI VIOLA FISCHEROVÀ

 

 

La porta di casa

ingresso in una ferita aperta

Le scale brillano, ma non si vede

Né una goccia di sangue

né una piccola piuma.

Tutta la nostra vita

è durata sedici anni

e si è svolta in tre camere.

 

***

 

Di notte mi dispiace

per quella via.

Non c’è neppure una finestra

Che si apra sulle mura.

Dietro le mura, vorrei sapere

chi veglia.

 

°**

 

Così all’improvviso cominci

a portare l’altro tuo volto;

Chi ti riconosce

sono tre anziani

che vedono ciò che vogliono credere:

La bella ragazza allegra

che non sei stata.

 

***

 

Adesso

solo quando ti addormenti

ti raggomitoli ancora

e di giorno un gatto

e di notte i sogni

ti rivelano

quel che calpesti

quel che non sai

e quel che desideri.

 

Viola Fischerová è nata a Brno nel 1935. Nota come la first lady della poesia ceca contemporanea, la sua prima raccolta di versi, Propadání (Sprofondando), completata sul finire degli anni Cinquanta, è vietata dal regime (alcune delle poesie sono uscite nel 1995 in «Revolver Revue».).

Negli anni Sessanta lavora alla redazione culturale della radio cecoslovacca. Nell’autunno 1968, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, sceglie, come molti altri, l’esilio insieme al marito Pavel Buksa (noto come scrittore con lo pseudonimo di Karel Michal) e si stabilisce a Basilea. Negli anni Ottanta si trasferisce a Monaco, dove ricomincia a scrivere versi, pubblica anche vari libri per bambini e collabora con periodici e case editrici del dissenso e dell’esilio. Ritorna a Praga nel 1990.

Le poesie qui presenti sono inserite nelle raccolte Babí hodina (L’ora del tramonto, 1994), Odrostlá blízkost (Discosta vicinanza; 1996), Solitudine madre; 2002, Nyní (Adesso; 2004). Sono state tratte da Semicerchio – Rivista di poesia comparata, nn. XXII e XXIII del 2005, lì tradotte da Annalisa Cosentino. X

 

DALLA CECENIA: SCENE DI GUERRA

I

Da quando era cominciata la guerra in Cecenia, i civili non avevano più visto un solo giorno di pace. Quelli che non avevano avuto la possibilità di rifugiarsi in Russia o nelle vicine repubbliche, in Dagestan e in Ossezia, erano costretti ad assistere al triste spettacolo di due eserciti che, a turno, distruggevano le loro case, ammazzavano i loro famigliari, rendevano la loro esistenza un inferno sulla terra. Ognuno di loro aveva stampati sul viso i segni della stanchezza e dell’indifferenza verso qualsiasi cosa capitasse.

Era terribile vedere i vecchi che tenevano i bambini tra le braccia e cercavano di fuggire correndo senza mai fermarsi né voltarsi indietro. Ricordo che a un certo punto, mentre il mio carro blindato procedeva sulla strada principale, da una via laterale è spuntata una donna tutta sporca e con i capelli aggrovigliati sulla testa. In braccio aveva una bambina piccola insanguinata.

La donna veniva verso il carro e urlava chiedendo aiuto. Quando era a pochi metri da noi, mi sono accorto che la bambina era morta da un pezzo: aveva la pancia aperta, un buco grosso e nero che la madre aveva cercato di tappare con un lenzuolo strappato. Stava rischiando di finire sotto i nostri carri, che avevano ordine di non fermarsi per nessun motivo, quando dalla folla che guardava muta il nostro passaggio è uscita una bella ragazza, una cecena dall’aspetto, che ha abbracciato la donna e le ha detto con dolcezza: “Fammi tenere la tua bambina fammela tenere un po’ così puoi riposarti. Dobbiamo ancora camminare a lungo”.

 

La madre allora ha lasciato il corpo alla ragazza; questa lo ha preso e lo ha stretto tra le sue braccia, come se fosse ancora vivo. Solo allora la donna si è allontanata dai carri ripetendo meccanicamente sempre la stessa frase: “Dobbiamo trovare un medico, c’è bisogno di un medico per la mia piccola”.

 

II

Ero il cecchino del mio reparto, i sabotatori agli ordini del capitano Nosov.

Ho estratto il fucile di precisione. Ho tolto la custodia del cannocchiale. Ho preso un tavolo rotto e l’ho piazzato sotto la finestra mi ci sono inginocchiato sopra e ho cominciato ad osservare. Dovevo individuare il cecchino nemico che già aveva ammazzato quattro dei nostri fanti.

Cercavo di ricordare come erano esplosi i giubbotti dei fanti per ricostruire le traiettorie degli spari.

Dal tipo di ferite lasciate sul corpo delle vittime si può calcolare la distanza dello sparo e poi la sua traiettoria. Per questo i cecchini più esperti usano pallottole modificate che si deformano dentro i corpi, oppure riducono la potenza della pallottola, o ancora alleggeriscono la potenza della polvere: impediscono in questo modo di fare calcoli precisi sulla distanza.

Prima di sparare, mi coprivo l’occhio sinistro con un cartoncino che portavo sempre con me. Era un vecchio trucco che mi aveva insegnato mio nonno quando andavamo a caccia in Siberia. Il cartoncino permetteva di concentrarsi su bersaglio senza sforzarsi di tenere chiusa la palpebra sinistra.

Davanti a me, a circa duecento metri di distanza, c’erano due case di cinque piani.

 

L’ultimo piano era il posto ideale per un cecchino. Con il cannocchiale ho iniziato a ispezionare la parte alta delle case. Lo ho trovato proprio a metà di una delle due, dentro una piccola costruzione che metteva in comunicazione il tetto con l’interno dell’edificio.

Non era un professionista. Non aveva organizzato nessuna falsa posizione, facendo spuntare dalle finestre oggetti che assomigliassero alla canna di un fucile o piazzando degli specchi per attirare l’attenzione su falsi obiettivi. A un certo punto, l’ho visto che fumava. Era giovane, con i capelli corti e biondi. Era evidentemente un turista mercenario dei paesi baltici. Anche la scelta del tetto diceva che era inesperto: si tratta del luogo in assoluto meno protetto di una casa, piazzarsi lì significa quasi sempre suicidarsi. Insomma, il mio cecchino era un tiratore novellino, che si credeva in gamba solo perché aveva una buona mira. Era troppo sicuro di sé, doveva essere la sua prima esperienza sul campo. Non sapeva che sarebbe stata anche l’ultima. Mentre stavo per sparare mi sono accorto che stava parlando con qualcuno. Ho aspettato un momento e nel mirino è comparsa una ragazza giovane con dei lunghi capelli biondi nascosti sotto un cappellino militare. Ho aspettato che fossero più vicini. Lei gli ha detto qualcosa sorridendo, lui si è alzato un attimo e le ha accarezzato il viso prima di baciarla. A questo punto ho sparato. Ho mirato all’altezza del mento. A quella distanza, di solito la pallottola finisce dritta nella tempia. Il bersaglio è sparito, sul muro dietro di lui si è disegnata una macchia rossa.

La ragazza è rimasta per un momento ferma, poi ha cercato di chiudere la finestra, ma io avevo già il suo viso dentro il mirino. L’ho colpita. Per qualche secondo il suo corpo è rimasto ancora in piedi, immobile.

Poi mi sono accorto che metà del suo viso non c’era più.

 

È rimasta aggrappata alla finestra con la mano, poi lentamente è caduta.

 

III

Buvadi è un personaggio a sé, un groviglio di contraddizioni. Mi fa pensare al monumento funebre a Kruscev: una metà è nera come la pece, l’altra bianca come il latte. Era filorusso già quando la Cecenia era una semplice regione sovietica e per i suoi servizi presso le squadre speciali (OMON) aveva ricevuto medaglie onorificenze e la promozione a tenente colonnello. Allo scoppio della guerra, era Vicecomandante degli OMON e combatteva contro i ribelli ceceni.

Buvadi era crudele. Diciamolo francamente: gli OMON sono gente che per lavoro spara e spara per uccidere. Anche lui ha rapito ceceni che non sono più tornati a casa, ha partecipato a torture e omicidi.

L’ultima volta che lo ho incontrato a Groznji stava mangiando una fetta di cocomero e intanto cercava di sottrarsi alle mie domande su un universitario ceceno rapito dagli OMON e svanito nel nulla. La madre stava battendo la Cecenia in lungo e in largo implorando chiunque incontrasse di parlare a Buvadi di suo figlio.

Ci provai anch’io. Ma Buvadi non aprì bocca. Che c’era da rispondere, era sparito un ragazzo, e allora. Poi, senza smettere di mangiare ammise: “Non aveva fatto niente, è vero…”.

Ma Buvadi sapeva anche essere delicato. A differenza dei suoi colleghi, cercava sempre di capire chi aveva nel mirino: e così ha salvato la vita a molti.

Poi, era famoso per aver salvato le vedove di combattenti musulmani che si preparavano a fare le shahid, le martiri kamikaze.

 

Per questo scopo erano già istruite, erano tute delle ragazzine, ma erano delle potenziali martiri fatte e formate. Buvadi se le prendeva e le portava a casa sua. Poi iniziava la sua opera di rieducazione. Tornando a casa la sera, passava le notti a parlare con loro.

“Perché l’ha fatto?” chiesi. “Avevano dei bambini. “Ospitava anche loro?” “Certo, tutti quanti. Volevo capire se potevano ancor educare i loro figli”. Nessuna di quelle madri è stata una causa persa. “All’inizio volevano solo immolarsi per i loro mariti. Non mangiavano, non guardavano neppure i figli. Se ne stavano lì, avvolte nei loro veli. Io parlavo, parlavo e dopo qualche giorno cominciavano a mangiare. Alcune si toglievano anche il velo e si facevano una treccia. Poi, cominciavano a giocare con i loro bambini. Quando erano guarite, cercavo i loro parenti, possibilmente in posti lontani, perché le accogliessero e potessero così abbandonare il loro villaggio”. “Ma perché si dava così tanto da fare?” “Ci pensi: alla loro età, andavamo ai campi dei pionieri, al cinema, a mangiare il gelato. Loro non hanno mai fatto niente del genere. Mi sentivo in colpa”.()

 

I primi due brani sono tratti da Nicolai Lilin, Caduta libera, Einaudi 2010. L’Autore racconta come ha vissuto la guerra in Cecenia facendo il cecchino in un gruppo d’assalto. Di Lilin, nato nel 1980 in Transnistria e trasferitosi nel 2003 in Italia è stato anche pubblicato Educazione siberiana (Einaudi 2009). Racconta Lilin in una intervista rilasciata a Roberto Saviano (la Repubblica del 3 aprile 2009): “Quando ero ragazzino scrissi un racconto metafisico e surrealista e lo inviai a Goffredo Fofi. Dopo qualche giorno mi arrivò un foglio di poche righe in una busta di carta riciclata: ‘Mi piace come scrivi, peccato che scrivi idiozie, ho visto da dove mi hai spedito la lettera. Affacciati alla finestra e raccontami cosa vedi. Poi rispediscimi tutto, e ne riparliamo’.

 

Da allora affacciarsi e vedere le cose mi sembra l’unico modo per poter scrivere parole degne di essere lette”.

Il terzo brano è tratto da Per questo di Anna Politkovskaja (Adelphi 2009), una raccolta di articoli, appunti, promemoria scritti tra il 1996 e il 2006 e  riuniti dai figli e dalla sorella della giornalista e dai suoi colleghi alla Novaja Gazeta, il giornale per il quale la Politkovskaja ha lavorato fino al 7 ottobre 2007, giorno in cui è stata uccisa. È un libro che racconta della Cecenia, di Beslan, della Dubrovka, di Mosca e che permette di comprendere da chi Anna è stata uccisa e perché: permette anche di comprendere chi sia davvero Putin e come operi il suo regime.

Buvadi è stato ucciso in uno scontro al confine con l’Inguscezia il 13 settembre 2006. X


POESIE DI JAROSLAV SEIFERT

 

Prima che asciughino

 

Prima che si asciughino quei due baci sulla fronte
ti chinerai per bere
acqua d’argento dallo specchio,
e se nessuno ti starà a guardare
ti toccherai le labbra con la lingua.

Forse stringerai tra le dita
i tuoi giovani capelli
e li solleverai sopra le spalle
perché sembrino ali,
e così correrai là
dove davanti ai tuoi occhi
sullo sfondo estremo
splende il grande e dolce nulla.

Rondò di primavera

Devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi
quando stasera dovrai ricucire
ciò che le mie mani ti hanno strappato.

Quelle mani che finora io sentivo
essere vuote senza i tuoi seni.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.

Quando poi starai per addormentarti,
il tuo sonno sia come quello di un re
che ha riconquistato il proprio castello

svettante sulla cima di una rupe.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.

 

Allora mi preparavo alla vita

Allora mi preparavo alla vita
e puntavo là dove
il mondo è più denso.
Sulle bancarelle della fiera ogni tanto
scrosciavano mazzi di rose,
come quando piove su un tetto di lamiera,
e le ragazze che passeggiavano
col fazzoletto nella mano impacciata
prodighe offrivano per ogni dove
i loro occhi splendenti
e le loro labbra seminavano nel vuoto
voluttà di baci futuri

Ho veduto solo una volta

 

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
sembrava che qualcuno avesse sfondato

la porta dell’inferno.
Ora so il perché.
L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?

Può darsi che il paradiso non sia
null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento

 

quando ci è concesso di dimenticare
velocemente quell’inferno.

Jaroslav Seifert (Praga, 23 settembre 1901 – Praga, 10 gennaio 1986), poeta e giornalista, premio Nobel nel 1984. Ha scritto molte raccolte di poesie e racconti per bambini. Dopo la Prima guerra mondiale aderisce al Partito Comunista e dal 1923 al 1929 lavora per il quotidiano del partito Rudé Pravo. Nel marzo del 1929 sottoscrive il “Manifesto dei sette scrittori comunisti” con il quale contesta la nuova direzione stalinista del Partito Comunista della Cecoslovacchia e per questo viene espulso dal Partito.
Nel 1968 condanna l’invasione sovietica del suo paese. Nel 1969 è eletto presidente della commissione di riabilitazione della neofondata Unione degli Scrittori Cecoslovacchi, ma si dimette per protesta contro l’oppressione sovietica.

Durante gli anni Settanta le sue poesie circolano in edizioni clandestine e samizdat. Nel 1977 firma assieme ad altre cinquecento persone Charta 77 che avvia il movimento che porterà alla caduta del regime. Nel 1981 pubblica all’estero un libro con i suoi “ricordi”, Tutta la bellezza del mondo (Všecky krásy sveta), edita in Italia dieci anni dopo da Studio Tesi. Una poesia di Seifert è stata pubblicata nei Testi Infedeli dell’inverno del 2004. X


DUE BIOGRAFIE MINIME

 

Nel dicembre del 1630 Roger Williams, malvisto dalle gerarchie della Chiesa anglicana perché convinto che la Chiesa dovesse rimanere rigidamente separata dallo Stato e non dovesse controllare le opinioni religiose dei cittadini inglesi, lasciò l’Inghilterra diretto verso le colonie americane. Sbarcò a Boston nel febbraio del 1631 e il Governatore, informato del fatto che era un piantagrane contestatore, lo inviò lontano, a Salem, come precettore.

Anche lì ben presto le idee di Williams e in particolare la sua idea che la Chiesa non avesse il potere di punire o perseguitare coloro che non rispettavano i suoi dogmi, definendoli eretici, crearono seri contrasti con le gerarchie locali. All’ennesimo scontro, fu processato e condannato al rimpatrio in Inghilterra. Ma Williams fuggì prima di essere deportato e viaggiò da solo per  territori ancora inesplorati, popolati solo da tribù indiane. Fu ospitato per lungo tempo tra gli Indiani Pokanokets dei quali imparò il linguaggio.

Diversamente da tutti gli altri inglesi emigrati nella nuova colonia del Massachusetts, Williams riteneva gli indiani i legittimi proprietari di tutte quelle terre. Così, nel giugno del 1936, acquistò dalla tribù dei Narragansett un’area che chiamò Providence. Lì cominciò ad accogliere perseguitati  ed eretici che fuggivano dalle rigorose regole imposte dalle autorità ecclesiastiche del Massachusetts e stabilì che a Providence sarebbe stata sempre rispettata la libertà di coscienza (chiamata “la libertà dell’anima”) di ciascuno. Quando si rese conto che la piccola comunità di Providence sarebbe stata spazzata via dall’intolleranza religiosa dei ben più forti vicini, che mal sopportavano una comunità libera e tollerante ai loro confini, Williams decise di tentare il tutto per tutto e si recò a Londra.

 

Qui riuscì a ottenere nel 1644 dal Parlamento, per una serie di fortuite combinazioni e sfruttando antiche amicizie,  la concessione per costituire e mantenere una colonia dove la libertà di coscienza, di espressione e di coscienza fossero pienamente garantite.

Molti furono coloro che, fuggendo dalla repressione e dall’intolleranza, si trasferirono nella colonia. Nel maggio del 1647, i delegati di Providence e di altre città sorte nelle vicinanze istituirono il primo governo di quello che sarebbe divenuto il piccolo Stato di Rhode Island, garantendo le libertà civili e politiche di tutti i suoi abitanti.

Il 18 maggio 1652, Rhode Island approvò la prima legge in America del Nord che aboliva la schiavitù. A Providence approdò anche nel 1658 una nave con 15 famiglie ebree fuggite da Recife, poco prima della riconquista del Brasile da parte dei Portoghesi nel 1654. Williams morì all’inizio del 1684.

II

Ernesto Bonaiuti, sacerdote, fu il fondatore in Italia degli studi di storia del cristianesimo e della corrente modernista, ferocemente combattuta da Pio X, che richiedeva un profondo rinnovamento del cattolicesimo. Fu un maestro carismatico seguito da un folto numero di simpatizzanti. Per le sue critiche nei confronti della chiesa cattolica, venne colpito nel 1926 da una sorta di fatwa cattolica, la scomunica ‘vitando’, che proibiva a ogni credente di accostarglisi, per qualsiasi motivo”.

Nel 1928, “La Civiltà Cattolica” lo definisce: “Eretico dichiarato, modernista impenitente, autore di libri blasfemi, scandalosi e razionalistici, affetto dall’isterismo di un’indole femminile, peggiore di Marcione, ipocrita, spergiuro, vanitoso, superficiale, infelice apostata, incoerente”.

 

Agostino Gemelli, gesuita fascista e fondatore dell’Università Cattolica, precorrendo le tecniche staliniste, lanciò una campagna per attribuire la critica di Buonaiuti alle istituzioni ecclesiastiche a una malattia mentale.

Bonaiuti rispose definendo i gesuiti “fratelli gemelli del fascismo”.

Fu uno dei dodici (su 1200) professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Fu l’unico non reintegrato nel suo posto dopo la Liberazione: si piegarono vergognosamente alle pressioni del Vaticano i ministri dell’istruzione della Repubblica De Ruggiero, Arangio Ruiz, Molè, respingendo sempre senza motivo le sue istanze.

Ma le gerarchie ecclesiastiche non si accontentarono. Per quarant’anni usarono qualsiasi mezzo per impedirgli di parlare e di diffondere le sue idee: diffamazione, delazione, ricatto, minacce, complotti, giungendo a  una moderna forma di rogo dei libri, cioè l’acquisto dell’intera tiratura di un’opera per farla sparire dal commercio.

Queste le ultime parole di Bonaiuti morente: “Ho trascorso anni angosciosi, resi tanto più gravosi dai tentativi inumani compiuti intorno a me da altissimi dignitari ecclesiastici per indurmi a sconfessioni e a ritrattazioni… Ho resistito impavido. Ne sono fiero”.

 

Su Roger Williams si veda Edwin S. Gaustad, Liberty of Conscience: Roger Williams in America, Judson Press 1999 (l’edizione tascabile è del 2007). Su Bonaiuti si veda Giordano Bruno Guerri, Eretico e profeta. Ernesto Buonaiuti, un prete contro la Chiesa, Utet, Torino 2001 e, sul periodico Letture n. 514 del febbraio 1995, Le nostalgie di due esuli, di Lorenzo Bedeschi: viene presentato il carteggio inedito tra Bonaiuti e don Primo Mazzolari.    X

 

SEI POESIE ORTONIME DI FERNANDO PESSOA

 

I

 

Passi si muovono lentamente sull’erba

Mentre la luna appare e scompare.

Tutto è profumi e selva

Si sente qualcuno passare.

 

Passa, e la sua ombra lieve

Si muove con una lieve pressione sul terreno;

la luna la lascia intravedere

Con un pallido soffio leggero

.

È elfo, è gnomo. È fata

La forma che nessuno vede?

Ricordo: non era nulla.

E la nostalgia cresce

 

5\9\33

 

II

 

Sono triste non

Per ciò che c’è nel mio cuore,

ma pensando alle cose belle

che non ci saranno mai.

 

Sono le forme che non hanno forma

Che passano senza che il dolore

Le possa conoscere

O scoprire l’amore

Sono come se la tristezza

Fosse un albero e, una a una,

 

le sue foglie cadessero

tra il ricordo e la nebbia.

 

5\9\33

 

III

 

Mi soffermo a guardare ciò che non vedo

È sera, è quasi buio.

Quel che desidero dentro di me

Sta fermo davanti al muro.

 

In alto il cielo è grande,

sento gli alberi al di là

ed anche quando il vento s’acqueta

sento il fremito delle foglie.

 

Tutto sta dall’altra parte

Quel che c’è e quel che penso

E non c’è ramo che si muova

Che non sia immerso nel cielo immenso.

 

Si confonde così quel che esiste

Con ciò che dormo e sono.

Non sento, non sono triste,

ma triste e quel che sono.

 

7\9\33

 

IV

 

Che feci della vita? Che feci della vita?

Non so se ne feci qualcosa

 

Né so se quella speranza perduta

Fu raggiunta.

 

Perché è indefinito ciò che si possiede,

e nessuno mi dice

se è mio ciò che già possiedo

o se sono felice.

 

Nulla: un soffio di vento tra le foglie

Passa e invano

Medito o sogno

Se fu un soffio di vento o il cuore.

 

11\9\33

 

V

 

Tutto quel che faccio

Resta sempre a metà

Quando voglio, voglio l’infinito.

Quando faccio, nulla è verità.

 

Che nausea mi resta

Se guardo quel che faccio.

La mia anima è lucente e ricca,

e io sono come un mare denso di alghe

 

un mare ove fluttuano lentamente

frammenti di un altro mare al di là

volontà o pensiero?

Non lo so, o forse lo so bene.

 

13\9\33

 

VI

 

Viaggiare! Lasciare città e paesi!

Essere sempre un altro,

perché l’anima non ha radici

per vivere deve solo vedere.

 

Non appartenere neppure a me.

Andare avanti, oppure inseguire

L’assenza di un fine

E dell’ansia di raggiungerlo!

 

Viaggiare così è un viaggio

Ma lo faccio senza avere di mio

Altro che il sogno del passaggio.

Il resto è solo terra e cielo.

 

20\9\33

 

Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – 30 novembre 1935) è uno dei maggiori poeti portoghesi. Visse gran parte della sua giovinezza a Durban, in Sudafrica.Qui scrisse saggi, poesie e tradizioni in lingua inglese (a questo periodo risalgono le uniche opere pubblicate durante la sua vita, con l’eccezione del libro Mensagem). Rientra definitivamente a Lisbona nel 1905 dove rimarrà fino alla morte. Pochi mesi prima di morire scrisse: “Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, non c’è niente di più semplice. Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei”.

Fin dalla giovinezza, crea personaggi cui attribuisce una propria biografia. Con uno di questi, scambia anche lettere per un lungo periodo di tempo.

 

Tuttavia, in una lettera del 13 gennaio 1935 Pessoa racconta che l’8 marzo 1914 è  “il giorno trionfale della mia vita: quel giorno gli compaiono davanti tre poeti, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro De Campos: sono poeti fittizi, eteronimi di Pessoa (ma non pseudonimi, perche a ciascuno di essi Pessoa attribuisce una propria vita, una personalità autonoma, un proprio mondo poetico e una biografia). Accanto a questi, Pessoa crea molti altri eteronimi, poeti, romanzieri, scrittori, alcuni con una vita compiuta, altri solo abbozzata.

La scoperta di Pessoa in Italia risale nel 1967, anno in cui Luigi Panarese pubblica un libro ormai introvabile, Poesia di Fernando Pessoa (Lerici). Una completa raccolta delle Poesie ortonime (da cui ho tratto quelle qui prescelte), cioè delle poesie che Pessoa ha pubblicato con il proprio nome, è Il mondo che non vedo, a cura di Piero Ceccucci, Milano Rizzoli 2009, con testo portoghese a fronte e con una postfazione di Jose Saramago. Sul Corriere della Sera del 18.12.1994, a proposito del nuovo film Lisbon story, il regista Wim Wenders confessa a Fiorella Minervino “L’ho fatto per amore di Fellini e di Pessoa”. X

 

LIBRI DA LEGGERE

Fabrizio Dragosei, Stelle del Cremlino L’Occidente deve temere la nuova Russia?, Bompiani 2009.

Il libro, frutto di una lunga esperienza come corrispondente del Corriere della Sera in Russia, spazia dal 1999 a oggi (con importanti riferimenti all’epoca precedente).

La sola cronologia sarebbe sufficiente a fare del libro un utile punto di riferimento e uno strumento di lavoro indispensabile per coloro che si occupano della Russia contemporanea. In più però il volume ha il pregio di collegare gli avvenimenti che hanno trasformato e sconvolto la Russia nell’ultimo decennio a una ricerca delle dinamiche, delle ragioni e delle personalità che hanno guidato il paese.

 

Vasilij Aksenov, I piani alti di Mosca, Baldini Castoldi 2009.

L’azione si svolge tra il 1952 e il 1953 in uno dei sette grattacieli di Mosca, voluti da Stalin negli anni ’30: quello destinato a residenza dei benemeriti della patria socialista. I personaggi principali della fabula aksenoviana sono i benemeriti che abitano al 18° piano: uno scienziato che lavora in un segretissimo laboratorio nucleare, la moglie insegnante di storia dell’arte e attivista del partito, e la figlia, bellissima studentessa universitaria, leader della Gioventù comunista e entusiasta ammiratrice di Stalin; allo stesso piano viene ad abitare un poeta, eroe della guerra patriottica, spesso di notte chiamato al telefono da Stalin, che ammira i suoi versi e con lui beve vodka e conversa; vi capita di tanto in tanto un altro misterioso eroe sedicente ammiraglio. Ma niente è come sembra e tutto cambia.

 

Varlam Šalamov, Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti, a cura di Francesco Bigazzi, Sergio  Rapetti e Irina Sirotinskaja, Mondadori 2009.

E’ la raccolta di documenti sui tre processi subiti da Šalamov: il primo nel 1929, a ventidue anni, accusato di essere “elemento nocivo” per essersi opposto al crescente strapotere dell’apparato burocratico del partito unico, il secondo nel famigerato 1937, con una condanna a cinque anni di deportazione alla Kolyma come  controrivoluzionario” e il terzo nel 1943 con una terza condanna a dieci anni di lavori forzati. Nel volume, oltre ai ricordi di Šalamov stesso relativi ai processi, c’è un dossier delle lettere delatorie sullo scrittore. Un tassello fondamentale per conoscere il sistema del Gulag.

 

Charles Seife, Sun In The Bottle, Penguin 2009

Subito dopo la scoperta – per ragioni belliche – dell’immenso potere della fissione nucleare che ha portato alla realizzazione delle prime bombe atomiche (e alla distruzione di Hiroshima e Nagasaki), gli scienziati hanno compreso che ben più potente della fissione sarebbe stato il processo inverso: non la disgregazione di nuclei di elementi pesanti quali l’uranio o il plutonio, ma la fusione di nuclei di idrogeno. Si trattava, in pratica, di riprodurre il processo che si verifica nel Sole. Il sogno di mettere il sole in bottiglia e di usarne il potere per scopi bellici e per scopi pacifici ha caratterizzato tutta la seconda metà del secolo scorso. E sembrava sempre lì lì per realizzarsi

È un sogno che tuttora perdura: è attualmente in corso di costruzione ITER, un reattore termonucleare sperimentale che dovrebbe permettere di realizzare la fusione nucleare, forse, verso il 2040. L’autore, un ex giornalista di Science ora docente di giornalismo scientifico alla New York University, descrive, offrendo in modo piacevolmente comprensibile tutte le informazioni di carattere tecnico e scientifico necessarie, una storia per lo più sconosciuta.

Si legge così dei micidiali progetti di superbombe (sostenuti negli Stati Uniti da Edward Teller, il prototipo del kubrickiano dottor Stranamore) che hanno condotto al susseguirsi di esperimenti nucleari sempre più devastanti, delle promesse di successi scientifici sempre regolarmente smentite da clamorosi fallimenti e cocenti delusioni, delle strampalate frodi e dirompenti scandali scientifici, dei giganteschi investimenti pubblici per realizzare macchine sempre più sofisticate, potenti e assolutamente inutili. È una storia che  ricorda il sogno di molti regnanti del XV e XVI secolo – primi fra tutti Cosimo I de Medici e Rodolfo II d’Absburgo -  di mettere in bottiglia le forze elementari della natura riproducendo mediante processi alchemici l’oro, o l’elisir di lunga vita. Un ottimo libro di indagine e giornalismo scientifico.

 

Magda Szabò, Per Elisa, L’Anfora ,2010.

L’ultimo e forse il più bello dei libri della grande scrittrice ungherese. È  la storia di una ragazzina, Magda stessa, troppo intelligente e ricca di immaginazione per adattarsi al mondo che la circonda. Il romanzo è anche tante altre cose (la storia dell’Ungheria ferita dal Trattato del Trianon, la storia di Magda a scuola, di Gesù al centro ittico di Hortobágy…), ma soprattutto è il libro di una perdita, quella di Cili, la sorella morta, il libro di un amore che non si rassegna all’oblio; e che fa fronte alla morte con la risorsa inesauribile della memoria.

 

Yu Hua, Brothers, Feltrinelli 2008 e 2009

Castigat ridendo mores. Così si può dire di questo grande romanzo che racconta prima la storia della rivoluzione, “culturale” per antifrasi, raccontata attraverso la vita di due straordinari ragazzini presto orfani di entrambi i genitori, poi quella della Cina del boom capitalistico vissuta dagli stessi protagonisti qualche anno dopo. Le tragedie del comunismo e del capitalismo vengono raccontate con ironia e stile pantagruelico da Yu, una specie di Fellini cinese, che narra, con la stessa inesauribile energia del suo popolo, la pietà ed il dolore, la follia ed il trionfo del nuovo mondo visto con gli occhi di due fratelli. In più, ci sono figure indimenticabili e brani di grande intensità epica.

 

Lucio Villari, Bella e perduta – l’Italia del Risorgimento, Laterza.

È un libro di storia sul periodo che va dalla fine del ’700 agli anni ’70-’80 del secolo successivo. Non è difficile da leggere anche se l’argomento è impegnativo. Ricostruisce la storia delle nostre origini, collocandola nel contesto europeo. Delinea posizioni e interessi, descrive emozioni e passioni. Vi incontrate i nomi di chissà quante vie di centro e dintorni, dedicate a tanti che hanno contribuito a fare l’Italia e dei pensieri e delle azioni di molti dei quali non si conosce quasi più nulla. E’ un aiuto importante per capire il presente.

 

Tonino Guerra, La valle del Kamasutra, Bompiani.

Enzo Biagi, Consigli per un Paese normale, Rizzoli.

Salvatore Giannella, direttore dell’Europeo (1985) e di Airone (1986-1994), coltiva un sogno: che l’Italia, prima potenza culturale (virtuale) del pianeta, possa tornare a volare alta nel cielo del successo grazie alle ali della poesia e della Costituzione. Si spiegano così i due volumi che ha curato raccogliendo il meglio della vena creativa di Tonino Guerra, il poeta e sceneggiatore romagnolo definito dalla Morante “l’Omero della civiltà contadina”, e il meglio dei suoi dialoghi avuti in quattro anni con Biagi, maestro di giornalismo che nell’ultimo periodo della sua vita andava a caccia di “eroi normali” e indicava una bussola da seguire: attualissima.

 

Antonio Calabrò, Cuore di cactus, Sellerio 2010.

Libro autobiografico/documento/testimonianza. Una sorta di “diario in pubblico”:   il giovane Antonio, cronista de L’Ora di Palermo – gloriosa testata di battaglie contro mafia e scandali -  man mano che il tempo passava ne aveva viste tante. E troppe diventano quando viene ucciso il commissario Ninni Cassarà, per lui assai più di un amico. “Non avevo fratelli maggiori, solo una sorella minore. Ma nei momenti più difficili m’ero scelto come fratelli degli amici di qualche anno più grandi. Ninni era uno di loro”. E così Antonio lascia Palermo e si trasferisce a Milano, in cerca di una nuova dimensione di mestiere e di vita. Ogni pagina, ogni riga, ogni parola è scritta con meravigliosa cura, verrebbe da dire con esattezza chirurgica.

 

Ward Just,  Exiles in the Garden,  Houghton Mifflin Harcourt 2009.

È la storia di Alec Malone, per il quale la politica non aveva alcun interesse, e del  padre, 95 anni, senatore per 45 anni di fila, per il quale  la politica era tutto. Il giovane Malone non segue le orme del padre ma se ne sta a Washington dove sposa una ragazza svizzera che, dopo poco, lo lascia e se ne torna in Europa. Ma, più che i fatti, ciò che conta è la descrizione della vita degli abitanti dei ricchi sobborghi delle città americane. Come in tutte le opere di Ward – un autore ancora non conosciuto in Europa – anche questo romanzo (il sedicesimo) è una finestra sulla vita degli Americani e degli europei che emigrano negli Stati Uniti. Un racconto “ingannevolmente tranquillo” secondo il Washington Post per il quale è il suo romanzo migliore insieme a A Family Trust del 1978 e An Unifinished Season del 2004.

 

Le recensioni sono di Pasquale Pasquino, Gherardo Colombo, Augusto Bianchi, Daniela Barsocchi (dal cui periodico on-line Sfogliando la Russia ho utilizzato le recensioni di Cristina Lopez Alessandro Vitale e Fausto Malcovati), Joseph Dimento e Stefano Nespor. X

 

 

PER NON DIMENTICARE

 

S

i è appurata una evidente distonia nel circuito valutativo a livello centrale e periferico che è stata fondata distintamente nelle fasi della concessione e della revoca delle misure di protezione su parametri non omogenei il che ha prodotto risultati disomogenei.

 

Dichiarazione ufficiale del Ministro dell’interno Scajola sulle ragioni per le quali è stata negata la scorta al prof.Biagi, 2002. X


Questo trentottesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 2009 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Compostudio s.r.l. di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti quasi tutti i testi; spesso è stato rispettato – non sempre integralmente – il pensiero dell’autore. Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive. I Testi Infedeli escono dal 1989. I fascicoli apparsi a partire dal 1992 possono essere letti nel sito www.stefano.nespor.it, curato e aggiornato da Stefano Rossi.

Ringrazio coloro che hanno collaborato alla sezione dedicata ai libri da leggere e inoltre Salvatore Giannella, Marina Nespor, Pasquale Pasquino, Christine Schonbauer per i suggerimenti e per la revisione.

 

 

N. 4 1992

Sopravviverà l’Italia?

Lo stato italiano esiste da poco più di centotrent’anni. Esiste quindi da molto meno – solo per fare qualche esempio – di Francia, Gran Bretagna, Thailandia; da meno tempo anche degli Stati Uniti (che pure gli italiani sono avvezzi a considerare uno stato appena nato); esiste, invece, da più tempo di alcuni stati dell’Europa centrale, e di molti stati sudamericani e africani.
Pur essendo relativamente giovane, è uno stato che già lotta per la sua sopravvivenza. Certo, per gli stati l’età ha un peso relativo: ce ne sono alcuni assai giovani – per esempio, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia – che la maggior parte dei suoi abitanti è stata felice di estinguere; ce ne sono altri assai vecchi – per esempio, la Svizzera – i cui abitanti sono convinti che non possa, un giorno, finire.

Se si ricorda che sono scomparsi anche stati considerati immortali – l’impero romano, o quello egizio, o quello mongolo – non si trovano validi motivi per escludere che l’Italia – sorta sicuramente con minori pretese – possa presto estinguersi. Se poi si ritiene che uno stato esista per fare il benessere di tutti (o quasi tutti) quelli che ci abitano (e non viceversa), la scomparsa dell’Italia, potrebbe anche non lasciare un vuoto incolmabile.

C’è appena stato un presidente della repubblica che contemporaneamente partecipava attivamente all’attività di un gruppo clandestino, organizzato e finalizzato all’eversione della repubblica. C’è appena stato un presidente del consiglio, oggi senatore a vita per i suoi meriti (e solo per caso non attuale presidente della repubblica), che, nello stesso tempo, è stato anche il garante clandestino della tutela e dell’incolumità della mafia e della sua organizzazione criminale. Ci sono governanti e dirigenti dei principali partiti politici della maggioranza e dell’opposizione che hanno costituito una associazione a delinquere finalizzata a dirottare nelle proprie tasche denaro pubblico e privato Ci sono dei generali (dell’aeronautica, ma questo è un fatto puramente casuale) che, mentre parlano di onore nazionale, di bandiere e di cose simili, sono, in realtà, una banda (ovviamente armata) di incalliti bugiardi, impegnata a proteggere a ogni costo gli interessi di uno stato estero. Poi, c’è una moltitudine di industriali perennemente in crisi e perennemente sovvenzionati dallo stato, di finanzieri predoni e sovversivi (che si riproducono incessantemente, nonostante avvelenamenti e autoimpiccagioni), intorno ai quali roteano nugoli di portaborse altezzosi e meschini (invariabilmente peggiori dei padroni della borsa che portano, come è ogni servo che vuole imitare il padrone) e sciami di commercianti e professionisti egoisti, ladroni e evasori.

Questa non è la cupola criminale (composta di subcupole mafiose, politiche, finanziarie, militari) che esiste oggi in Italia; è la cupola criminale per la quale l’Italia esiste. E per la quale sempre è esistita. Perché è davvero difficile trovare un momento diverso nel breve tragitto storico di questo paese.

Un paese assemblato, utilizzando gli ideali e le vite di molti, per soddisfare gli interessi espansionisti di un re rozzo e ignorante (interessato solo a vini, pernici e donne, anche se non necessariamente in quest’ordine) e trasformato dalla successiva mitologia savoiarda in un improbabile Re Galantuomo: e il successo di questo progetto iconografico non può che sollevare tristi pensieri sulla concezione del galantuomo diffusa nel paese. Un paese costruito con l’uso intensivo del broglio elettorale, realizzando improbabili plebisciti con i quali uno staterello reazionario ha esteso progressivamente le sue leggi e soprattutto i suoi eserciti, distruggendo anche quel poco di buono che i vecchi padroni avevano lasciato. Un paese sublimato dalla mitologia di una Grande Guerra, voluta dalla rapacità di industriali, banchieri e militari, con la quale è stato realizzato con noncuranza un genocidio di mezzo milione di giovani per la conquista di territori che sarebbero comunque arrivati con la pace. E si può assai agevolmente continuare.

In definitiva, uno stato progettato per le cupole italiane e straniere, talvolta scalfito dall’improvviso emergere della coscienza dei problemi e dei bisogni della collettività, ma solo per qualche attimo. Uno stato la cui scomparsa non dovrebbe destare molti rimpianti.

L’unica cosa che può tenerlo insieme e può rendere sopportabile l’idea di convivere con le cupole non è certo la speranza di poterle eliminare. E’ la certezza che i vari prodotti della sua disgregazione, che già si profilano cupamente all’orizzonte, saranno tutti assai peggio della loro somma attuale: tutto sommato, meglio continuare a lottare contro le cupole che cominciare a lottare contro il razzismo, il nazionalismo regionalistico, la cupidigia accumulativa.

Oppure, è la consapevolezza che, unito, questo paese raggiunge risultati insperabili. Per esempio, nel corso del 1991, l’Italia ha sfondato il tetto dei 100 veicoli per km di strade, stabilendo un record che si pone sicuramente al limite delle possibilità umane. Più precisamente, il record stabilito è di 101,1 autoveicoli per ogni km. di strada. Le concorrenti più pericolose, Germania e Gran Bretagna, sono state distaccate vistosamente: la Germania non ha superato infatti i 68 veicoli per km., la Gran Bretagna si è fermata a 74,2. Tutti gli altri paesi, almeno per molti anni, sono da considerare fuori gara: la Francia ha 35,8 veicoli per km. di strade, la Svizzera 47, gli Stati Uniti 30.

Anche questa volta seguono alcuni testi, infedeli riproduzioni degli originali. Stefano Nespor

I bambini e la sinistra

Chiunque dica ai bambini
devi avere pensieri di destra
è uno di destra
Chiunque dica ai bambini
devi avere pensieri di sinistra
è uno di destra
Chiunque dica ai bambini
non c’è nulla a cui pensare
è uno di destra
Chiunque dica ai bambini
è indifferente ciò che si pensa
è uno di destra
Chiunque dica ai bambini
ciò che lui stesso pensa
e magari dice anche
se quello che dice potrebbe essere sbagliato
forse è di sinistra.

Con

Doveva essere ormai molto tempo
che si era fermato lì
ad aspettarla
Era divenuto vecchio
ma quando gli chiedevano
che cosa volesse fare
rispondeva sempre:
In fondo, sono appena arrivato
aspetterò ancora un po’
lei deve aver fatto tardi.

Avrei potuto
camminare ancora
per molto tempo
ma avevo sete e bisogno
che qualcuno si occupasse di me
ecco perchè da settimane ormai
mi sono fermato qui
Fino a questo momento
sono solo.
Da (EUGENE) GUILLEVIC Autres. Poèmes 1969-1979 e Avec, Gallimard 1980 e 1966.

Dialogo nel futuro

Uno dice:

Che strano deve essere stato
quando ancora si moriva
di peste e di scarlattina
di TBC di sifilide e di cancro
di infarto e di apoplessia
come animali.

L’altro gli chiede:

Animali,
dimmi, che cosa erano?

ERICH FRIED, Liebesgedichte e Es ist was es ist, Klaus Wagenbach 1979 e 1983.

Il leone e la gazzella

I

Nel deserto vivono un leone e cento gazzelle. Il leone è sdraiato, all’ombra di un albero, nei pressi di una pozza d’acqua, l’unica acqua del deserto, e attende. Le gazzelle di giorno girano per il deserto in cerca di cibo, poi, alla sera, si recano alla pozza per bere. Quando ha fame, il leone balza su una gazzella, la sbrana, e si procura così il cibo necessario per i giorni che seguono.

Le gazzelle sono l’unico cibo che il deserto gli offre. Le gazzelle sanno che vicino all’acqua, sotto l’albero, c’è il leone; sanno che ogni tanto una di loro viene sbranata; sanno anche che è molto probabile che, prima o poi, tutte siano mangiate dal leone. Ma per non morire di sete non possono fare a meno di recarsi alla pozza per bere.

Le gazzelle pensano che la loro vita dipenda dal leone. Il leone pensa che la sua vita dipenda dalle gazzelle. Nè le gazzelle nè il leone sanno che la loro vita dipende dalla pozza d’acqua.

II

Le gazzelle considerano il leone come un animale cattivo, unica causa della loro infelicità. Non pensano che il leone è anche la causa del loro benessere: se il leone non ci fosse, o se decidesse di mangiare di meno, le gazzelle aumenterebbero di numero, il cibo disponibile nel deserto e l’acqua della pozza presto finirebbero, e tutte sarebbero condannate a morire di fame e di sete.Quindi, le gazzelle dovrebbero temere non solo che il leone diventi troppo cattivo, ma anche che diventi troppo buono.

Il leone considera le gazzelle come le sue vittime predestinate, ma anche come il suo unico patrimonio, che deve essere custodito con cura: per non morire di fame, deve vigilare sempre che non diventino nè troppe, nè troppo poche

III

Un giorno, le gazzelle decisero che non era giusto lasciare che il leone scegliesse le proprie vittime e pensarono di chiedergli di rispettare una graduatoria che loro stesse avrebbero predisposto.

Prima di andare dal leone per raggiungere un accordo, però, decisero di stabilire un criterio per la predisposizione della graduatoria. Alcune proposero di adottare dei criteri meritocratici e, poichè il merito per le gazzelle sta nella velocità, proposero delle gare di corsa mensili: le perdenti sarebbero state poste in testa alla graduatoria delle vittime. Ma altre, più attente alle problematiche etiche, affermarono che questo criterio non era affatto meritocratico, ed era sommamente ingiusto: poichè la velocità è per le gazzelle un dono della natura, che merito avevano le gazzelle veloci per essere veloci? E lo stesso valeva, naturalmente, per l’agilità o la destrezza. Al contrario, le gazzelle più lente o meno agili, proprio perchè sfavorite dalla natura, avrebbero dovuto essere maggiormente tutelate, e non sacrificate al leone.

Se si voleva usare un criterio meritocratico, continuarono le gazzelle portate all’etica, si sarebbero dovute privilegiare quelle di loro che sviluppavano abilità e conoscenze estranee alla loro specie: ad esempio, la forza, la riflessione filosofica, la crudeltà o addirittura doti considerate di nessuna utilità come l’intelligenza. Ma in questo modo, osservarono le gazzelle più tradizionaliste, alla fine sarebbero rimaste solo gazzelle che non avevano più niente delle gazzelle. Che merito c’era nell’avere doti che snaturavano l’intera specie?

Altre ancora pensavano che si dovesse tener conto dell’età; ma non riuscirono a decidere se in cima alla graduatoria andavano messe le gazzelle più giovani, o quelle più vecchie. Altre proposero di tener conto del numero dei componenti di ciascuna famiglia, in modo che non capitasse che dei genitori fossero privati dell’unico loro figlio e quindi, spesso, della loro fonte di sostentamento. Ma questo criterio, opposero alcune gazzelle che si erano occupate di statistica demografica, era punitivo per coloro che più contribuivano al benessere del branco riproducendosi, e avrebbe incoraggiato l’introduzione di mezzi per il controllo delle nascite, con gravi danni, nel lungo periodo, per la collettività.

Alla fine, vista la difficoltà di trovare un criterio, alcune proposero di tirare a sorte: affidare l’individuazione delle vittime al caso era il sistema più imparziale e più equo. Ma, a questo punto, ci si accorse che non c’era molta differenza tra il tirare a sorte e lasciare la scelta al leone. Anzi, il sistema di scelta affidato al leone, osservarono alcune gazzelle portate alla riflessione teorica, poteva definirsi un sistema a casualità temperata: contava sì il caso, ma, in qualche misura, contavano anche la velocità, l’agilità, la destrezza, l’età.

Così, decisero che il sistema migliore era quella di lasciare la scelta delle vittime al leone.

Da WILLIAM NKRUMA, Animals, Vankoeman, Windhoek 1990.

Gli esploratori

Gli esploratori arriveranno
in pochi minuti
e troveranno questa isola.
E’ un’isola minuscola,
rocciosa, con spazio
solo per qualche albero e un sottile
strato di terra: poco più
grande di un letto.
E’ questa la ragione per la quale
nessuno l’ha scoperta
fino a oggi.

Ecco, le loro barche si avvicinano,
le loro bandiere sventolano,
si sente già lo sciacquio dei remi nell’acqua.

Faranno festa
e lanceranno grida di gioia,v accorgendosi che c’era ancora qualcosa
che non era già stata scoperta prima,

anche se su quest’isoletta non si potrà stabilire
molto di più che un avamposto:
c’è ben poco da esplorare;

ma loro resteranno comunque sorpresi

(noi non possiamo vederli;
ma sappiamo che stanno per arrivare, perché arrivano sempre
qualche minuto troppo tardi)

(loro non saranno in grado di dire quando noi naufragammo qui, o perché,
e neppure, esaminando queste
ossa rosicchiate,
chi di noi è sopravvissuto all’altro)

davanti ai nostri due scheletri.

Due proverbi haoussa

L’uomo sincero deve sempre girare con un buon cavallo per fuggire dopo aver parlato.

E’ più difficile mangiare una lepre di un elefante.

I coloni

Un attimo dopo che
la prima barca toccò la riva,
ci fu un rapido battibecco
secco come una lama
poi la terra fu assegnata

(naturalmente, non c’era
neppure una spiaggia: l’acqua si trasformava
in terra perchè si riempiva di detriti: catturati e conservati)

e, per ci che riguarda noi, andati alla deriva
inseguiti dagli squali
per così tanti verdeggianti
secoli prima che loro arrivassero:
ci trovarono sulla terra, distesi
in un solco roccioso,
che sembrava indicare il confine della nostra isola.

Le nostra ossa
ormai disarticolate (così mescolate da apparire una sola
carcassa)
furono ritenute ossa di lupi.

Ci hanno interrato
dentro massicci blocchi di granito
dove le nostre ossa rivivono,
e vengono fuori alberi e
erba.

Silenziosi,
noi siamo i laghi salati
che tengono insieme questa terra.

Ora i cavalli pascolano
dentro questi steccati, e

i bambini corrono ridendo
(senza sapere verso
dove) attraverso i campi delle nostre mani aperte

Da MARGARET ATWOOD,The Circle Game,1966, in Selected Poems 1965 – 1975, Houghton Mifflin Company, Boston 1976.

Il suo amore

Quando chiedevo amore
lui diceva calma
certo che ti amo, per favore passami il pane tostato.

Immagina

Immagina
che il volo di un uccello
ci inviti a partire
e che io ti domandi
di penetrargli dentro
per volare con lui
attraverso la tua penombra.
Immagina
che vicino a te i miei giorni
scorrano troppo veloci
e che io ti domandi
di trasformare il mio tempo
nel tempo di un albero
che non ha fretta di fiorire.

Nemici

Quelli già distrutti dalla vita
che pongono sempre nuove domande
senza sapere la risposta
a domande mai poste.

Quelli che passano la loro vita
ricordando con gioia
la vita mai davvero vissuta.

Quelli che sono anche disposti
a rinunciare alla loro vita
per non dover vedere
per che cosa e contro che cosa vivono.

E quelli che invece ancora sperano ogni mattina
senza curarsi del presente e del passato
sempre esposti a ogni menzogna e ogni delusione.

Questi sono i miei fratelli e le mie sorelle.

Questionari

Prima di nascere
quando hai scelto il tuo colore
che cosa ne hai fatto degli altri?
Se Dio esistesse
e esistesse solo di giorno o di notte
quando preferiresti restare sveglio?
E quando preferiresti sognare?

Riluttanza

Continuerò a controllare ciò che ho da mostrare e da dire
finché tu non avrai deciso di conoscermi bene;
ma le parti buie di me, e le mie ferite
quelle mai, mai te le lascerò vedere.
Penso che se tu mi vedessi dentro
se ti aprissi tutto il mio cuore e la mia anima
scopriresti tanta pena e tanto dolore
che scapperesti via e ameresti un altro
Ma se un giorno mi accarezzerai
e vedrai il mondo come lo vedo io
forse socchiuderò il mio cancello
e tu potrai fare un giro qui dentro.

Da VALERIE R. BRAUN, Tilting Windmills, Moonsnail Enterprises, Irvine Cal 1991.

Due proverbi sessouto

La saggezza non vive in una sola casa.
Chi vuole bastonare il proprio cane trova sempre un bastone.

Da BLAISE CENDRARS, Anthologie Nègre, da Oeuvres, vol.I, Denoel Paris 1963.

Sogno

Io dissi
“aspetta”
la morte chiese
“perchè aspetta?”
io non trovai una risposta
la morte scosse la testa
lentamente si allontanò
nell’ombra.
Perchè aspetta?
Amore,
mi sai dire tu una risposta?

Crediti

Questo quarto volume di Testi infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel novembre del 1992, come sempre da Rolando Motta nella tipografia Bianca & Volta in Trucazzano.

N. 6 1993

Crotone

Alla televisione scorrono le immagini di un meeting di atletica a Londra
nell’intervallo, tra una notizia e l’altra.
Parlano del licenziamento di duecento operai a Crotone.
Dov’è Crotone?
E’ certamente nel sud.
Quindi è certamente gente che già ci ha risucchiato soldi per cinquant’anni,
senza produrre mai niente, solo mafia e criminalità.
Con tutto quello che gli è stato dato.
Poi, sono operai:
non dovrebbero neppure più esistere,
oggi, nel terziario avanzato.
Prima finiscono, meglio è per tutti.
E poi, se non si produce, è giusto chiudere le fabbriche,
sono le regole del mercato,
gli imprenditori non possono certo fare l’assistenza,
il comunismo è finito per sempre.
E poi, stiamo facendo pulizia,
Mani Pulite,
Di Pietro,
il Debito Pubblico (non si poteva più andare avanti così),
il Risanamento,
l’Europa,
i giudizi di Moody’s.
E’ un periodo di sacrifici per tutti,
mica solo a Crotone:
le feste sono finite,
anch’io pago 85.000 lire per l’assistenza medica,
e la minimum tax (che poi è incostituzionale)
per avere un paese civile,
i treni e le poste che funzionano.
Che importa Crotone?

***

Ci sono novità, quest’anno.

C’è la solita raccolta di testi che, come sempre, ho selezionato nel corso dell’anno; ma c’è anche, individuabile dalla diversa colorazione della carta, una seconda raccolta, dedicata in parte a un tema d’attualità. Quest’ultima e stata ideata e elaborata congiuntamente da Sylvie Coyaud, Pasquale Pasquino, Roberto Satolli e da me.
I disegni sono di Umberto Bignardi. Potrebbe rimanere un evento isolato, oppure essere solo l’inizio di una lunga serie.

In entrambi i casi, i testi originari sono stati infedelmente tradotti e liberamente adattati e manipolati. Quasi sempre è stato rispettato quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore. Gli autori corrispondono quasi sempre a quelli indicati.

S.N.

Il grande deserto: due storie

I

La pista è sempre uguale: una lunga rasoiata scura sulla pelle delicata del grande deserto. Qualcosa è cambiato nel luogo di sosta, l’ultimo, prima del grande deserto. Una volta, si trovava l’acqua e il cibo per gli animali, oggi si trova la benzina per le automobili.

E’ sera: l’ombra comincia a spegnere le ultime fiamme del grande deserto. Un camioncino scassato, corroso, impolverato si ferma sferragliando. All’interno, è seduta una donna nera: ha un viso segnato da rughe profonde, sabbiose, piene di dolori. Non ha più di trent’anni.

Ha dei bambini in grembo che si agitano e giocano l’uno con l’altro, usando tutto il corpo della madre come terreno di gioco. Sono quattro, e sembra impossibile che quello spazio ristretto riesca a contenerli tutti. Vicino alla donna, sul sedile del guidatore, c’è un uomo secco, grigio, con la faccia scavata e zebrina, con la pelle terrosa e lucida di sudore, su cui guizzano muscoli sottili e vibranti.

Dietro, sono accatastati i bagagli: materassi sfatti, ferri, legni, corde, due grossi sacchi di plastica nera che contengono i beni più preziosi della famiglia.
L’uomo scende, paga il pieno di benzina estraendo il denaro accartocciato dalla tasca dei calzoni, poi risale.

Il camioncino riparte sferragliando. Dopo qualche attimo scompare nella pista, lasciando dietro di sé una nuvola di polvere. Il grande deserto riassorbe la famiglia con tutti i suoi averi.

Dopo qualche minuto, arriva una Mitsubishi luccicante. Naturalmente, ha quattro ruote motrici. A bordo, c’è una coppia di giovani bianchi, lucidi, forti, vestiti con giacche da deserto e con scarponcini da deserto. Nella Mitsubishi, coperti da teli, si intravedono ruote di scorta, tende, sacchi a pelo, binocoli, viveri, strumenti da campeggio, contenitori d’acqua, medicine e borse da deserto. La coppia paga per il pieno e, sorridente e intrepida, si lancia sulla pista, affrontando l’avventura e la conquista del grande deserto.

Ritorneranno vittoriosi, fra quindici giorni. Il camioncino e la Mitsubishi non si incontreranno mai.

II

Come tutti i nomadi, mio padre conduceva le carovane nel deserto, di qui a Timbuctù. Il viaggio durava circa un mese. Al mercato di Timbuctù, ci si fermava qualche giorno, si trattava per ore, si scambiavano le merci, poi si ritornava.

Il ritorno era più lungo, perché i cammelli erano stanchi e erano carichi di tappeti, da vendere al mercato di Rissani. Oggi non c’è quasi nessuno, solo qualche turista, ma una volta Rissani era un grande mercato.

Quando ero giovane, per due volte ho accompagnato mio padre nel viaggio a Timbuctù. Mio padre voleva insegnarmi presto il mestiere. E mi ha insegnato come si guidano le carovane nel deserto, come si segue la pista senza perdersi, di giorno e di notte, come si trovano le pozze d’acqua, come si fanno le trattative al mercato di Timbuctù. Mi diceva che sarei divenuto un bravo capocarovana, e a me quel mestiere piaceva.

Ho guidato una sola carovana fino a Timbuctù, molti anni fa. Oggi, non è più possibile arrivarci: c’è la frontiera, servono i passaporti, e i nomadi non hanno passaporti. Poi, oggi nessuno più scambia le merci; le merci si comprano con i soldi, e i nomadi non hanno soldi. Così, oggi, vendo fossili ai turisti che arrivano fino a qui per vedere da lontano le grandi dune del deserto, e a tutti mostro la pista per andare a Timbuctù.

Da YOUSSEF BEN HASSA, Histoires du désert africaine, Rabat, Éditions Afrique aujourd’hui, 1991.

Redimere e convertire

I

Primo tempo: anno 638 d.c.

Dopo oltre un anno di assedio, nel febbraio il califfo Omar entrò in Gerusalemme, cavalcando un cammello bianco. Indossava vesti logore e sporche, il suo esercito era rozzo e incolto. Al suo fianco cavalcava il patriarca Sofronio.

Omar si diresse per prima cosa verso l’area del tempio di Salomone, da cui il suo amico Maometto era salito in cielo. Poi, chiese di visitare i luoghi sacri dei cristiani; il patriarca lo accompagnò alla chiesa del Santo Sepolcro.

Mentre si trovavano all’interno della chiesa, giunse l’ora della preghiera per i musulmani, e il califfo chiese a Sofronio dove avrebbe potuto stendere la propria stuoia per la preghiera. Sofronio lo invitò a rimanere dove si trovava, ma il califfo preferì uscire nel portico, nel timore che i suoi soldati potessero poi rivendicare per l’Islam il luogo dove egli aveva pregato.

Così avvenne: il portico fu preso dai musulmani, ma la chiesa rimase – per merito di Omar e nonostante Sofronio – il santuario della cristianità. Agli abitanti cristiani di Gerusalemme fu concesso di rimanere, di conservare tutti i loro beni e i loro luoghi di culto, usandoli senza restrizioni.

Secondo tempo: anno 1099 d.c.

I crociati posero l’assedio alla città il 7 giugno. L’esercito crociato era di dodicimila fanti e circa 1300 cavalieri. La difesa di Gerusalemme era affidata al governatore fatimita Iftikar. L’assalto finale venne lanciato nella notte fra il 13 e il 14 luglio.
Verso l’alba, i crociati riuscirono a penetrare nella città, infrangendo le difese musulmane. Gli abitanti fuggirono verso i quartieri meridionali, dove Ifitkar e la sua guardia del corpo resistevano ancora.

Al principio del pomeriggio, allorché si rese conto che tutto era perduto, Ifitkar si ritirò nella torre di Davide, e offrì la propria resa a Raimondo di Tolosa, in cambio della propria vita e di quella dei propri soldati sopravvissuti. Raimondo accettò (ottenendo, in aggiunta, una consistente somma di denaro).

Ifitkar e le sue guardie furono gli unici musulmani a sopravvivere. I crociati infatti si precipitarono nelle strade, nelle case e nelle moschee, uccidendo tutti quelli che incontravano, uomini, donne e bambini senza distinzione. Tutti i luoghi di culto musulmani furono saccheggiati e distrutti. Il massacro durò per tutto il pomeriggio e per tutta la notte del 14 luglio, senza che nessuno dei comandanti dei crociati tentasse di bloccarlo. Nelle prime ore del mattino seguente, i crociati irruppero nella moschea di el-Aqsa, dove si erano rifugiati gli abitanti musulmani che non erano in grado di combattere. Tutti furono trucidati.

Racconta Raimondo di Aguilers che, nella mattinata, dovette aprirsi la strada fra i cadaveri e che il sangue che gli arrivava alle ginocchia. Nel pomeriggio venne incendiata la sinagoga: tutti gli ebrei che vi si erano rifugiati morirono bruciati. Poi, venne la sera e tutti i crociati andarono in corte a rendere grazie a Dio nella chiesa del Santo Sepolcro.

Terzo tempo: anno 1187 d.c.

Il 20 settembre Saladino si accampò di fronte a Gerusalemme. Cominciò subito a attaccare la città dal lato settentrionale. Le mura però in quella zona erano assai robuste, sicché Saladino dopo cinque giorni fu costretto a modificare i suoi piani e spostò l’accampamento. I cristiani esultarono, pensando che Saladino avesse levato l’assedio definitivamente, ma si accorsero presto che il suo esercito si era stabilito sul Monte degli Ulivi e stava minando il muro vicino alla porta della Colonna. Il 29 settembre nel muro c’era già una grande breccia.

I difensori combatterono furiosamente ma erano troppo pochi per poter resistere a lungo. Il 20 ottobre il governatore Baliano si recò personalmente da Saladino, per trattare la resa della città. La città era però già alla mercè di Saladino, il quale dichiarò che solo una resa incondizionata lo avrebbe rilevato dal proprio voto di prendere Gerusalemme. Ricordò a Baliano il massacro del 1089, e chiese perchè lui doveva agire in modo diverso da come si erano comportati, neppure ottant’anni prima, i cristiani.

Alla fine, però, Saladino acconsentì a trattare la resa, e si dichiarò disposto a lasciare liberi gli uomini per un riscatto di dieci dinari, le donne per cinque, i bambini per un dinaro. Quando il governatore Baliano gli fece osservare che nella città c’erano almeno ventimila poveri che non avrebbero mai potuto pagare, Saladino si dichiarò disposto a lasciar libere altre settemila persone per trentamila dinari .

Il 2 ottobre Saladino entrò in Gerusalemme.
Nemmeno un edificio venne saccheggiato, e nessuno subì violenze. Nel frattempo, i cristiani si davano da fare per raccogliere la somma concordata. Ma non tutti: il patriarca Eraclio versò i dieci dinari richiesti e lasciò immediatamente la città, curvo sotto il peso dell’oro che stava trasportando, e seguito da carri carichi di tappeti e vasellame.

Nel giorno stabilito si riversarono fuori dalle porte due colonne di prigionieri: una formata da quelli che erano riusciti a pagare il riscatto con i propri mezzi o per gli sforzi di Baliano, l’altra formata da quelli che non vi erano riusciti e avrebbero dovuto essere condotti in schiavitù.

A questo punto il fratello di Saladino, commosso, chiese che gli fossero concessi mille prigionieri come ricompensa per i propri servigi; li ottenne e li rimise subito in libertà. Saladino, poi, consegnò cinquecento prigionieri a Baliano, e settecento, chissà perchè, anche al patriarca Eraclio. Poi annunziò che avrebbe rimesso in libertà tutti gli anziani, e alle vedove e agli orfani liberati consegnò dei doni, tratti dal proprio tesoro, per permettere loro di affrontare il viaggio.

La lunga fila di cristiani liberati si avviò verso la costa. Non furono aggrediti dai musulmani. Furono però derubati dai feudatari cristiani che incontrarono lungo il percorso. Giunti a Tiro, il governatore cristiano rifiutò di accoglierli nella città. Solo assai più lontano, a Antiochia, ottenero asilo. Più fortunati furono i profughi di Ascalona. Quando i comandanti delle navi mercantili italiane che si trovavano all’ancora nel porto rifiutarono di trasportarli in porti cristiani se non a pagamento, il governatore egiziano negò alle navi il permesso di uscita se i profughi non fossero stati presi a bordo e trasportati gratuitamente.

II

“E’ necessario recuperare i valori della tradizione e ricristianizzare la società. Chiunque ha il diritto di manifestare la sua religione, ma deve essere chiaro che le fedi religiose non possono essere messe tutte sullo stesso piano. Solo la religione cattolica, infatti, è una religione rivelata. Compito del cattolico, quindi, è quello di redimere e convertire, di liberare l’uomo dall’errore: lo dice il catechismo. Dobbiamo adoperarci con tutti i mezzi per arrivare a questo fine: il culto cattolico deve essere quello condiviso da tutti. Altra cosa è opporci alla libertà di credere”.

La prima parte è tratta da STEVEN RUNCIMAN, Storia delle crociate, Cambridge University Press, London 1954; Il libro è tradotto da Einaudi, e nel 1993 è apparso in edizione economica. La seconda parte è tratta da dichiarazioni di Irene Pivetti, responsabile della Consulta cattolica della Lega Lombarda, pubblicate da La Repubblica del 3\10\1993, pag.4.

Stregoni

Molti pensano che le persone ragionevoli non dovrebbero mai incontrare avversari nel loro desiderio di acquisire chiarezze e certezze. Eppure, ci sono dovunque avversari che vogliono il loro annientamento. Sono coloro che nulla sanno della verità e nulla vogliono sapere. Essi fanno valere nel mondo tutto ciò che c’è di contrario e di estraneo al vero, spesso utilizzando il nome della verità. Dove hanno il sopravvento, ha il sopravvento la violenza.

Poi, pericolo ancor maggiore, c’è un avversario celato dentro ciascuna persona ragionevole, e si è già divenuti sua preda se si pensa di averlo debellato: perché anche nelle persone ragionevoli c’è qualcosa sospinge non verso la ragione, ma verso il mistero, non verso la chiarezza, ma verso il vago bisbiglio, non verso la scienza, ma verso la stregoneria, non verso la libertà e la consapevolezza della propria storicità, ma verso la fede cieca nel soprannaturale.

Certo, la possibilità di azione degli stregoni si basa sul consenso di coloro che si lasciano ammaliare. Ma sono moltissimi quelli che non attendono altro che di essere ammaliati, e di avere qualcuno o qualcosa da adorare. E gli stregoni e gli incantatori si lasciano sempre tentare da coloro che desiderano adorare. Finora, i popoli hanno dato spesso retta alla stregoneria. Hanno adorato stregoni e incantatori che promettevano il bene assoluto, la vita eterna, la conoscenza assoluta.

È facile cadere nelle loro trame seducenti. Sembrano innocui, e le loro voci si propagano stranamente in un mondo libero. Eppure, molti prendono sul serio le loro assurdità. Ma dietro ogni stregone, che non sempre inganna con la piena coscienza di ciò che fa, viene immediatamente l’assenza di ragione.

Ci sono anche quelli che fingono di prenderli sul serio, con la segreta riserva di poterli manovrare e eliminare, lungo il cammino. Tragica illusione: non succede mai. L’esempio di Hitler lo insegna: chi si lascia coinvolgere pensando di usare lo stregone e di liberarsene a tempo debito, è perduto.

Poi, con il sacrificio della libertà e della ragione, si prepara la strada alla schiavitù: si scivola verso la mitologia, o verso il regno dell’indiscutibilità della fede e si dilegua la consapevolezza della libertà: perché quando non si vive più nella libertà, presto si dimentica che cosa essa sia. Rinunciando alla ragione, si rinuncia alla libertà e si è pronti ad accettare ogni forma di totalitarismo.

Le persone ragionevoli devono vivere dunque nella consapevolezza di dover fronteggiare sempre gli stregoni. Ma, proprio in questo modo, la loro vita può farsi più salda e cosciente, perché acquisisce la comprensione che in alcuni momenti bisogna limitarsi a costruire solo ciò che è possibile a lunga scadenza.

Questo però significa che dobbiamo cercare di essere all’altezza del presente che ci è dato: solo in questo modo si può trovare il senso del futuro. E’ il fatto che noi facciamo ciò che possiamo che rende possibile un futuro migliore, anche senza bisogno di noi.

Anche se le realtà che abbiamo di fronte ci inducono a disperare, ed è accaduto spesso, nella recente storia d’Europa, possiamo però dire che è un miracolo che la ragione percorra la storia e che non sia mai del tutto scomparsa: la ragione è come un mistero che può essere svelato a ciascuno in ogni momento, e uno spazio silenzioso in cui ciascuno può entrare con il proprio pensiero.

Da KARL JASPERS, Vernunft und wiedervernunft unsere zeit, Piper Verlag Monaco 1950.

Balla, zingara, la mia vita: tre storie d’amore

I

Mai più dimenticherò (ma c’èstata davvero,
quella sera?): le fiamme del tramonto
bruciato e il dilatarsi del cielo pallido,
e sul giallo del tramonto, i lampioni.

Stavo seduto vicino alla finestra, la sala era piena di gente.
Da qualche parte, i violini cantavano una storia d’amore.
Ti vidi e ti mandai una rosa nera in un calice
di champagne dorato come il cielo.

Tu mi guardasti. Io raccolsi turbato e altezzoso
il tuo sguardo sdegnoso e feci un inchino.
Con un cenno verso il tuo accompagnatore, mi dicesti
con occhi provocanti: Anche lui è innamorato.

E immediatamente esplose il suono dei violini,
e gli archetti cominciarono frenetici a cantare…
Tu cercavi di mostrarmi tutta la tua indifferenza
se non fosse stato per il tremito, appena percettibile, della tua mano…

Poi muovendoti come un uccello impaurito
mi passasti vicino, leggera come un sogno…
Rimase nell’aria la scia del tuo profumo, si chiusero le ciglia,
frusciarono piene d’ansia le sete del tuo vestito.

Dal fondo degli specchi mi lanciavi i tuoi sguardi
e mi gridavi: Prendi!
E dal fondo degli specchi la tua collana risuonava,
e intanto la zingara ballando cantava verso il crepuscolo storie d’amore.

II

Un tempo sdegnoso e superbo
oggi sono con una zingara in paradiso
e ecco, la prego con umiltà:
Balla, zingara, la mia vita.

Cominciò la zingara la sua terribile danza
e la vita mi scorre davanti
come un folle, sonnolento, bellissimo
ripugnante sogno.

Ora volteggia la zingara, con le mani levate
ora striscia come un serpente, poi all’improvviso
si ferma nel torpore della noia
e il tamburello le cade di mano…

Come ero ricco una volta,
e ora, nulla ha più alcun valore:
nulla più valgono l’odio, la fama, la ricchezza,
e soprattutto l’attesa angosciosa dell’amore.

III

Risuona nelle lunghe sale
il dolce volo delle troike scatenate
Luccicano i vini nei boccali ricolmi
il ballo sta per cominciare.

Il ballo comincia. La gente fruscia, batte, biancheggia
girando in lenti cerchi;
i violini si abbandonano
languidi e appassionati ai furiosi archetti.

Dal cerchio esce una donna
tende la mano verso l’oscurità
scegliendo un uomo
e getta ai suoi piedi un fiore.

Non raccogliere quel fiore!
Ti farà dimenticare dolcemente
tutto il tuo passato;
ti porterà con impetuosa allegria alla rovina.

Nel fiore c’è tutto : il gioco, il fuoco e il destino,
e solo nelle ore più amare
potrai scorgere da una indicibile lontananza
l’ombra triste del passato.

Da ALEKSANDR BLOK, Opere complete, Mosca 1960 (8 volumi). Le tre poesie, composte rispettivamente il 19 aprile, il 11 luglio, e il 19 luglio 1910, sono state pubblicate per la prima volta nel volume Ore notturne, 1911.

Quasi umano

Anche Elinor alzò lo sguardo verso la luna piena, e immediatamente sembrò muoversi nel tempo e nello spazio; abbassò gli occhi verso Phil e gli pre se la mano tra le sue.
- Ti ricordi – chiese dolcemente – quelle sere, nel giardino, a Gattenden, sotto la luna ? -

Le parole di Elinor raggiunsero Phil da lontano, da un mondo del tutto privo, in quel momento, di interesse.

- Quali sere? – disse con riluttanza, con la voce piatta e grigia di chi è costretto a rispondere a una telefonata importuna.

Elinor bruscamente si allontanò, sentendosi irritata e umiliata per essersi accostata a qualcuno che, in realtà, non era presente. Quali sere, aveva detto!

- Perché non mi ami più? – chiese con dolore. Come se avesse potuto parlare di altre sere qualsiasi, e non di quelle che avevano passato, in quella meravigliosa estate subito dopo essersi sposati, nella casa di sua madre – Ti interesso ormai meno di un soprammobile o di un libro -

- Ma Elinor, non capisco di che cosa stai parlando? – esclamò Phil mettendo più stupore nella propria voce di quanto non ne provasse davvero. Infatti, dopo il primo momento, non appena trascinato alla superficie dalla profondità dei suoi pensieri, aveva capito che cosa Elinor intendesse, aveva collegato la luna piena che splendeva quella notte con quella di otto anni prima, nel giardino di Gattenden.

Avrebbe potuto dirlo e confessare quel ritardo, e tutto sarebbe stato più facile. Ma era irritato per essere stato disturbato, non gli piaceva di essere sgridato e la tentazione di segnare un punto nel costante dibattito con sua moglie era stata assai forte – Ti chiedo semplicemente che cosa intendi dire, e tu mi rispondi lamentandoti perché non ti amo più. Che cosa c’entra?-

- Tu sai benissimo di che cosa stavo parlando. E, comunque, è vero che non mi ami più-

- Che cosa c’entra? – insisté Phil, continuando la sua battaglia nel regno della dialettica – Io voglio capire prima come abbiamo fatto a arrivare a questo punto: abbiamo cominciato con delle sere…

Elinor però era più interessata all’amore che alla dialettica – So benissimo che non vuoi ammettere di non amarmi più – lo interruppe – Non vuoi ammetterlo per non urtare i miei sentimenti. Ma li urteresti assai meno se tu parlassi chiaro una volta tanto, invece che evitare, come sempre, il problema. Perché questo tuo modo di fare è una implicita ammissione, non diversa da una dichiarazione espressa. E fa più male, perché il dolore dura più a lungo e perché, fintantoché le parole non vengono dette, resta sempre una possibilità che l’ammissione esplicita non ci sia. C’è ancora speranza. Non è più gentile evitare la risposta, è solo più crudele -

- Ma io non evito un bel niente. Perché dovrei, visto che ti amo? -

- Sì, ma come, come mi ami? Non nel modo in cui mi amavi un tempo, all’inizio. O forse hai dimenticato. Non ricordavi neppure le sere di quando ci eravamo appena sposati -

- Ma come Elinor, non puoi pensare che non appena tu dici ‘quelle sere’ io debba immediatamente indovinare quali -

- Certo che lo pensavo. Avresti dovuto indovinare, se tu avessi qualche interesse per me. E’ proprio questo ciò che mi addolora: ora ti interessa così poco di me che non significa più niente neppure il tempo in cui avevi interesse nei miei confronti. Tu pensi che io possa dimenticare quelle sere?-

- Ma certo che me ne ricordo. Solo che non puoi avere la pretesa che uno riassesti all’istante i propri pensieri. Quando hai parlato, stavo pensando ad altro, ecco tutto -

- Anch’io vorrei avere qualcos’altro a cui pensare – sospirò Elinor – Questo è il problema. Io non ho nient’altro. Perché ti amo così tanto? Non è giusto. Tu sei protetto dalla tua intelligenza e dal tuo talento. Tu hai i tuoi pensieri in cui ti ritiri, e dai quali sei protetto. Io non ho nessuna difesa dai miei sentimenti. E sono io, e non tu, quella che ha bisogno di difese, perché sono io quella che si preoccupa di noi. Tu non hai nessun bisogno di essere protetto. Non è giusto -

Ma dopotutto, pensava, è sempre stato così. Lui non la aveva mai amata, neppure all’inizio. Perché fin dall’inizio lui aveva rifiutato di darsi completamente. Lei, da parte sua, aveva offerto tutto. E lui aveva preso, senza dare niente in cambio. Aveva sempre tenuta nascosta la sua anima, e la parte più intima del suo essere, anche all’inizio, quando ancora, forse, la amava.
Philip stava zitto. Non aveva nulla da dire. Le mise un braccio intorno alle spalle, e le baciò la fronte, e le ciglia, umide di pianto.

- Allora mi vuoi bene un poco? -

- Ma certo -

Elinor allora sorrise tra i singhiozzi – Davvero, tu fai del tuo meglio con me. Ti sforzi

- Ma che cosa dici. Sai che ti amo -

- Si, mi ami – disse Elinor sorridendo con amarezza – Quando hai tempo, e sempre stando al di là dell’Atlantico -

- Non è vero – protestò Phil, sapendo bene che, invece, era vero. Per tutta la sua vita aveva viaggiato da solo, nel suo vuoto privato, all’interno del quale nessuno era stato ammesso.

- Non è vero, dici. Povero Phil, non potresti ingannare neppure un bambino. Non sai davvero raccontare bugie Se sapessi come sei trasparente.

Philip rimase silenzioso. I discorsi sui rapporti personali lo mettevano sempre a disagio: minacciavano la sua solitudine, quella solitudine che, con una parte della sua mente, gli dispiaceva perché si sentiva tagliato fuori da molte cose che gli sarebbe piaciuto provare, ma che, per altro verso, gli consentiva di vivere sentendosi libero.

Di solito, considerava la sua solitudine un dato acquisito, come uno accetta l’ambiente in cui si trova a vivere. Ma quando era minacciato, diveniva dolorosamente cosciente della sua importanza: e allora era disposto a combattere per difenderla, come un uomo che si batte per un po’ d’aria quando sta per soffocare. Ma era una battaglia senza violenza, una battaglia fatta di ritirate e difese. Per esempio, adesso si barricava nel silenzio, in quel silenzio calmo, lontano e freddo che Elinor non avrebbe certamente avuto il coraggio di attaccare.

Elinor lo guardò un momento, poi alzò gli occhi verso la luna. E i loro silenzi paralleli fluivano nel tempo, senza incontrarsi.

- E tuttavia – scoppiò a un certo punto Elinor, non riuscendo più a trattenere il suo risentimento – tu non sapresti che fare senza di me. Che cosa ti succederebbe, se io andassi da qualcuno che ha voglia di darmi qualcosa in cambio di ciò che io do?-

La domanda cadde nel silenzio, e non ebbe risposta. In effetti, nella vita quotidiana gli riusciva assai difficile entrare in comunicazione con chiunque non parlasse il suo linguaggio. C’erano, in realtà, dei momenti nei quali facendo grandi sforzi Phil riusciva a ammetterla nella sua intimità. Ma sia che l’abitudine alla riservatezza gli rendesse ormai impossibile esprimere i propri sentimenti, sia che, invece, gli si fosse atrofizzata la stessa capacità di provare dei sentimenti, Elinor restava, alla fine, delusa da questi momenti di intimità. Il tabernacolo all’interno del quale lui, con grande fatica, riusciva ogni tanto a introdurla si rivelava stupefacentemente nudo e vuoto, così come l’interno del tempio di Gerusalemme dovette apparire agli invasori Romani. Lei era grata a Phil dei suoi tentativi, anche se poi scopriva ogni volta che non c’era granché con cui avere un’intimità. Phil restava sempre lo stesso: intelligente al punto di essere quasi umano, distaccatamente gentile, passionale e sensuale con indifferenza, impersonalmente dolce.

Elinor, nonostante ci rimanesse male, si rendeva sempre conto che nella sua indifferenza non c’era nulla di personale nei suoi confronti, che lui era così con chiunque, che la amava quanto gli era possibile provare amore, che il suo amore per lei non era diminuito, perché non era mai stato più grande, e non avrebbe potuto mai esserlo. Ogni tanto, la sua irritazione prendeva il sopravvento, lui non può essere così, si diceva. Ma lui era proprio così. E allora cercava di amarlo come poteva, approfittando della sua gentilezza, della sua distaccata sensualità, della sua occasionale e laboriosa intimità, e, infine, della sua intelligenza, che poteva comprendere tutto, anche le emozioni che non provava e gli istinti che non lo agitavano. Una volta le era venuto in mente che lui era, per molti versi, quasi umano, come gli scimpanzé. La differenza era che loro tentano di arrivare a pensare con l’istinto, lui invece si sforzava di scendere verso l’istinto e il sentimento con il pensiero.

Da ALDOUS HUXLEY, Point counter point, Panther Books, 1982, pagg.78\84.

Anime

“Ci si domanda se si debba o si possa effettuare tentativi di rianimazione, benché l’anima abbia già forse abbandonato il corpo” (Pio XII: Risposte a alcuni importanti quesiti sulla rianimazione, in Discorso ai medici, Edizioni Orizzonte Medico, Roma 1959).
Domande sull’abbandono dell’anima:

Quando l’anima abbandona il corpo dell’uomo?

Quando si fa un prelievo di sangue, si porta via anche un poco d’anima? (ricordare, prima di rispondere, che l’anima si trova proprio nel sangue, secondo Genesi 9,6).

Quando si trapianta un cuore, l’anima segue il cuore?

E che succede, se a un cadavere si porta via il cervello? (secondo Michele Serveto è lì che si colloca l’anima, trascinata dal sangue che circola, dopo essere entrata dai polmoni: Christianismi restitutio, Norimberga 1790, p.169).

E se, oltre al cuore e al cervello, al cadavere si portano via anche i polmoni, il fegato e le cornee, da che parte sta l’anima?

E quando ci sarà il Giudizio Universale, e tutte le anime, come ben si sa, si ricongiungeranno con i corpi, che succederà dei corpi senza sangue, senza cuore, senza cervello, senza polmoni?

Rispondete, e la prossima volta vi farò delle domande più difficili, sul momento in cui l’anima entra nel corpo dell’uomo.

Crediti

Questo sesto volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel 1993, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.