N. 9 estate 1996

Fedeltà

Molti non gradiscono l’infedeltà, quantomeno nella letteratura. Vari lettori dei TI, per esempio, vorrebbero conoscere il testo originale, dove è stato modificato, e perché, in modo da misurare il grado di infedeltà delle traduzioni o delle trasformazioni. Questo atteggiamento dipende da una radicata opinione secondo cui non sono importanti tanto le sensazioni, le emozioni, le reazioni che uno scritto trasmette allorché viene letto, quanto la comprensione di ciò che l’autore ha realmente scritto, e quindi la esatta individuazione di ciò che l’autore voleva che si leggesse. La attuale fortuna delle “edizioni critiche” è contemporaneamente la causa e l’effetto di questo atteggiamento. Questo atteggiamento non tiene però del tutto conto che l’odierna letteratura è il frutto di poderose falsificazioni. La falsificazione più trascurata, protrattasi per alcuni millenni e perdurata più o meno fino a un paio di secoli fa, è stata l’annientamento dell’apporto della donna: la immensa tradizione letteraria che abbiamo alle spalle, e sulle cui gigantesche spalle gli attuali nani si ergono per vedere e per comprendere meglio (per usare un’espressione infedelmente attribuita a Newton), è un prodotto – salvo sporadiche eccezioni – fatto da uomini (anche se non necessariamente per uomini). Fino a due secoli fa, l’uso della scrittura e della carta stampata per fini di comunicazione pubblica è stato sostanzialmente interdetto alle donne di ogni nazione e di ogni tempo, con un intervento più efficace di qualsiasi divieto, e cioè distribuendo educazione e capacità di conoscenza solo alla metà maschile del mondo. Le idee e le sensazioni delle donne sono state così eliminate alla radice e condannate all’oblio (salvo per quanto possiamo oggi ricostruire da quanto hanno scritto in merito gli uomini). Questa falsificazione è irreversibile: nessuno potrà mai immaginare come sarebbe oggi la letteratura se vi avessero contribuito in modo paritario entrambi uomini e donne. Di fronte a questo dramma, tutte le infedeltà realizzatesi all’interno di questa letteratura falsificata sono poca cosa. Non va comunque dimenticato che il purismo critico, se applicato con rigore, imporrebbe di gettare nella spazzatura quasi tutta la letteratura antica greca e romana, su cui è stata in gran parte costruita la nostra civiltà occidentale. La maggior parte delle opere degli autori antichi ci è pervenuta infatti rimacinata da secoli e secoli di copiature e ricopiature ad opera di monaci che svolgevano il loro ingrato compito in locali umidi e poco illuminati, con occhi ispessiti dalla presbiopia e, spesso, senza granché comprendere che cosa stessero facendo e perché. L’inevitabile risultato dello stratificarsi di approssimative copiature è che abbiamo ricevuto testi che spesso assomigliano solo lontanamente al loro originale, sempre sono zeppi di errori, privi di parole, frasi, talvolta brani interi, e sono poi stati rielaborati e riassemblati in epoche successive nel tentativo di dare il senso che sembrava più corretto in quel momento e a quel copista. Per esempio, quasi tutti coloro che hanno letto l’Antigone di Sofocle ricordano un verso: “O caro Emone, come ti disonora tuo padre!”. È l’esclamazione indignata di Ismene allorché Creonte si rifiuta di perdonare Antigone e afferma provocatoriamente di non volere che suo figlio Emone sposi una donna malvagia. Nonostante che tutti i manoscritti della tragedia pervenutici attribuiscano il verso a Ismene, nella prima edizione a stampa dell’Antigone del 1502 Aldo Manuzio mette senza esitazione la frase in bocca a Antigone. Quest’ultima, rimasta fino a quel momento silenziosa, rassegnata e indifferente non riesce più a trattenersi allorché viene volgarmente insultata insieme al suo promesso sposo: il risultato che si ottiene spostando quel verso dalla bocca di Ismene a quella di Antigone è di tale potenza e intensità che alcuni moderni studiosi si sono convinti che Manuzio avesse ragione, che Sofocle avesse realmente posto la frase in bocca ad Antigone (tra l’altro, compiendo un’operazione teatralmente innovativa, rispetto alla tradizione classica dei due attori parlanti in scena, con il terzo eventualmente solo presente) e che abbiano avuto torto tutti i copisti, meccanicamente trascinati dallo svolgimento del dialogo o dall’errore precedentemente compiuto da altri ad attribuire il verso ancora a Ismene. Afferma per esempio Richard Webb, uno dei massimi esperti del teatro di Sofocle: “Sono certo che il verso fosse originariamente di Antigone, e che i copisti abbiano cancellato uno dei punti più belli dell’opera, mettendolo in bocca a Ismene”. Tutto sommato, non è poi così facile decidere se è più fedele a Sofocle il Sofocle dell’unanime tradizione manoscritta, oppure se gli sono più fedeli Manuzio e Webb che al testo di Sofocle – così come ci è stato tramandato – sono deliberatamente infedeli. Naturalmente, l’infedeltà non è limitata alla sola letteratura classica. Tutti oggi sono convinti che Mary Shelley abbia scritto Frankenstein per dimostrare la follia di coloro che vogliono travolgere le leggi di natura e sostituirsi a Dio. Frankenstein è oggi diventato l’esempio delle conseguenze che si verificano allorché “man plays god”: è l’emblema di tutti coloro che si oppongono alle nuove tecnologie genetiche, al progresso della scienza medica, all’innovazione tecnologica in generale. Ho avuto molte volte occasione di ricordare, negli ultimi anni, la decisione emessa nel 1641 dalla Commissione dei teologi dell’Impero spagnolo con la quale venne vietata l’attuazione del progetto di canalizzazione dei fiumi Tago e Manzanarre, predisposto dagli ingegneri italiani Carducci e Martelli su incarico del conte-duca di Olivares. Il divieto venne motivato perché “commette un attentato contro la Natura e contro le leggi della Divina Provvidenza chi cerca di migliorare ciò che, per motivi imperscrutabili, è stato voluto imperfetto. Se Dio avesse voluto che i fiumi fossero navigabili, li avrebbe fatti navigabili”. Con queste parole, venne segnata la condanna della Castiglia a restare un’arida pianura spopolata e, insieme, venne segnata la condanna della maggiore potenza europea dell’epoca, ancora padrona di gran parte del mondo, a un accelerato e inesorabile declino demografico e economico. Nel frattempo, al di là dei Pirenei, il cardinal Mazarino annuncia l’apertura del grande canale della Linguadoca, che, collegando il Mediterraneo alla valle della Garonna, pone le premesse della moderna struttura agricola francese e dello sviluppo economico successivo. Ogni epoca ha i suoi teologi, sempre regolarmente smentiti dal futuro, ma immancabilmente pronti a risorgere dalle loro ceneri, sempre premiati dalla creduloneria e dalla superstizione popolare (da questo punto di vista, l’Italia è, come è noto, leader del settore: basti pensare che il vescovo Milingo, ai cui esorcismi e ai cui riti magici nessuno ormai crede più neppure nell’Africa nera, si è trasferito alle porte di Milano, dove prospera ed è venerato, mentre restano inascoltati gli appelli alla ragione del cardinal Martini). Ma torniamo a Mary Shelley. La versione oggi diffusa e seguita costituisce una infedeltà al testo non dichiarata, ma così metodica, che il testo originale è ormai scomparso: il testo infedele ha vinto. In realtà l’autrice non si è affatto occupata del problema della eticità della creazione di un uomo artificiale. Si è proposta invece di dimostrare che sono la società e i pregiudizi che creano i mostri. L’uomo di Frankenstein, infatti, creato incline alla bontà e alla riflessione, dotato di non comune intelligenza, viene rifuggito e respinto da tutti per il suo corpo mostruoso, ed è così, lentamente e inarrestabilmente portato sulla strada del crimine. Ecco le sue ultime parole: “Una volta avevo sogni di virtù, di gloria, di piacere. Una volta erroneamente pensavo di potermi incontrare con esseri che, non tenendo conto del mio volto, potessero amarmi per le qualità che io potevo esprimere”. Ma viene maltrattato da tutti coloro che incontra: nessuno riesce a superare la sua mostruosa apparenza, nessuno cerca di vedere la sua anima: “Cercavo amore, compagnia. E venivo sempre respinto. Non è ingiusto? Devo essere considerato l’unico colpevole quando l’intera umanità ha peccato contro di me? Ma è sempre così: l’angelo caduto diviene un diavolo feroce”.

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I testi che seguono sono stati tradotti in modo infedele e sono stati liberamente adattati e manipolati, tentando di rispettare nella maggior parte dei casi quello che avrebbe potuto o dovuto essere il pensiero dell’autore.

Tre poesie d’amore

I

Quando ti ho perduta entrambi abbiamo perduto io, perché tu eri ciò che amavo di più tu, perché io ero quello che ti amava di più. Perciò, tra noi due tu hai perso più di me: perché io potrò ancora amare un’altra come amavo te mentre tu non sarai amata da nessuno come ti amavo io.

II

La tua voce era piena di dolcezza, i tuoi occhi erano pieni di gioia, le tue mani erano piene di tenerezza. Ma non mi amavi.
Poi hai cominciato ad amarmi. la tua voce era piena di amarezza, i tuoi occhi erano pieni di lacrime, le tue mani erano piene di asprezza.
Peccato che quando ami non puoi essere amata.

III

Ho tanto desiderato che passassero veloci gli anni e che tu potessi così perdere lo splendore dei tuoi occhi la delicatezza della tua pelle e tutto il crudele splendore della tua gioventù. Allora soltanto ti avrei potuto amare, allora soltanto mi avresti prestato attenzione. Gli anni sono passati veloci, tu hai perso lo splendore dei tuoi occhi la delicatezza della tua pelle e tutto l’attraente splendore della tua gioventù. Io non ti amo più, e se anche non mi presti attenzione non mi importa davvero.

La prima poesia è di Ernesto Cardenal, ed è stata pubblicata in Obras poeticas escogidas, Managua (Nicaragua) 1984.

La seconda e la terza poesia sono state scritte da un ignoto filosofo confuciano cinese e da questo consegnate a William Somerset Maugham nell’inverno del 1919, in una località imprecisata sullo Yang-tze.

Sono state tradotte in inglese molti anni dopo dal sinologo P.W.Davidson.

Il grugnito dell’universo

Nel 1992 gli americani hanno mangiato 52 miliardi di hamburger: 5,2 miliardi di carne macinata. Per soddisfare questa sfrenata voracità di carne, ogni anno vengono macellati e trattati 14 miliardi di polli, 33 milioni di buoi, 88 milioni di maiali. È un risultato reso possibile dal perfezionamento della catena di smontaggio dei maiali inventata verso il 1830 (che offrirà alcuni decenni dopo l’idea a Taylor e a Ford della catena di montaggio industriale). All’inizio le carcasse dei maiali percorrevano la catena appese a un carrello ruotante, mentre ogni operaio restava fermo a disossarne una parte, sempre quella. La catena di smontaggio centralizzata iniziò con i maiali perché questi, a differenza dei manzi, erano difficili da trasportare avendo gambe corte e un cattivo carattere e perché solo così era possibile utiilizzarne ogni parte. Il porco era la forma più compatta con la quale il raccolto del mais poteva essere trasportato al mercato: perciò il mais è dato ai maiali nella fattoria e poi è spedito confezionato nella forma di maiale, fornita dalla natura. Il porco è, di fatto, due quintali di mais su quattro zampe. Ben presto la catena di smontaggio fu oggetto di una impressionante razionalizzazione produttiva: nel 1906 venne definita da Upton Sinclair una produzione di suini per mezzo della matematica applicata. Nel 1863 in un impianto di Chicago venne sfruttata per la prima volta la forza di gravità. Le bestie erano spinte su un piano inclinato fino al terrazzo sovrastante i due piani dell’edificio; poi erano fatte scendere in fila al secondo piano, dove erano uccise con una martellata alla testa; erano quindi scannate e dissanguate dalla gola. Il sangue colava in appositi conduttori inclinati verso serbatoi, mentre le carcasse calavano su scivoli e, nel frattempo, erano divise, disossate e confezionate. Al piano terra erano pronti i prosciutti appesi. C’era, però, ancora il tempo perso della martellata alla testa e dello sgozzamento. Nel 1866 Windsor Leland trovò la soluzione, inventando la slaughtering machine: un gancio veniva infilato nel fianco del maiale, che era così trascinato verso l’alto da una cremagliera mossa da un elevatore a vapore. Il maiale restava così appeso per una gamba al nastro trasportatore ed era sgozzato ancora vivo (saltando così la fase della martellata alla testa) poi era rasato, raschiato, scuoiato, sventrato, squartato, sezionato, suddiviso in tagli. All’apice del suo successo la linea di smontaggio avrebbe impegnato fino a 126 persone nel macello di un singolo maiale. Ma, con il metodo Leyland, anche un solo macellaio poteva squartare e sezionare un maiale, impiegando pochi minuti. Nel 1869 l’Associazione dei macellatori di Chicago organizzò una gara per coronare il primo campione nazionale di macello. Charles Leyden vinse macellando e preparando il suo maiale in 4 minuti e 45 secondi. C’erano però due controindicazioni. Prima di tutto, poiché il maiale era sgozzato da vivo, il sangue pompato dal cuore schizzava dappertutto. Poi, c’era il rumore: il maiale infatti si lamentava per il trattamento cui era sottoposto e emetteva grugniti acutissimi. Il lamento proveniva contemporaneamente da centinaia e centinaia di maiali. Era il grugnito dell’universo.

***

Ciascuna scrofa può avere otto piccoli per parto, e può partorire due volte all’anno. Dieci scrofe possono quindi produrre centosessanta maialini all’anno. Ma l’allevamento dei maiali non è attività così semplice come quella dei bovini, che possono essere lasciati in libertà a pascolare. Infatti, mentre i maiali maschi possono vivere e nutrirsi all’aperto, le femmine gravide e quelle che hanno appena partorito debbono essere costantemente sorvegliate. Mentre sono gravide, bisogna evitare che si sdraino l’una sull’altra, schiacciandosi e procurandosi aborti. Poi, quando hanno partorito, debbono essere tenute sempre insieme ai loro piccoli. Infatti, i piccoli non riconoscono la propria madre, e, se si mescolano, si mettono a succhiare le mammelle di una scrofa qualsiasi; e poiché neppure le scrofe fanno differenza tra i propri figli e i figli altrui, il risultato è che, in breve tempo, ci sono piccoli ipernutriti e altri che muoiono di fame, scrofe spossate e altre congestionate dal latte. La soluzione preferibile è quella di isolare scrofe gravide e scrofe che hanno partorito, collocandole in box separati, lungo un muro. Perché non possano saltare fuori, i box devono essere posti ad almeno un metro dal suolo; debbono inoltre essere aperti in alto perché il guardiano possa sempre verificare il numero dei porcellini. Il guardiano deve infatti saper riconoscere a colpo sicuro i figli d’ogni scrofa non appena nascono per ricondurli dalla madre quando si allontanano. Proprio per questo, la dote più importante per l’allevatore di maiali è la memoria.

Il primo pezzo è tratto da MARCO D’ERAMO, Il maiale e il grattacielo, Feltrinelli 1995. Il secondo da COLUMELLA, Trattato di agricoltura.

George e Mabe

Si fidanzarono mentre lui era in Inghilterra in licenza, e stabilirono che lei lo avrebbe raggiunto in Birmania entro sei mesi. Purtroppo, accaddero numerosi imprevisti: prima morì il padre di Mabel, poi scoppiò la guerra e George venne inviato in una zona operativa; in conclusione, passarono sette anni prima che lei potesse partire per la Birmania. Lui svolse tutte le formalità per la celebrazione del matrimonio e andò a Rangoon ad attenderla. La mattina in cui era previsto l’arrivo della nave affittò una automobile e si recò al porto. Mentre aspettava il sopraggiungere della nave che già si poteva scorgere all’orizzonte, si rese conto che non vedeva Mabel da ben sette anni. Si era persino dimenticato che aspetto avesse. Si sentì un vuoto allo stomaco e le ginocchia cominciarono a vacillare. Si rese conto che non poteva sposarla. Ma come poteva dirle una cosa simile dopo che lei gli era stata fidanzata per sette anni e aveva percorso seimila miglia per sposarlo? Non ne aveva il coraggio. Allora, scrisse in tutta fretta una lettera e, senza alcun bagaglio, proprio mentre la nave di Mabel stava attraccando, saltò a bordo di una nave che stava partendo per Singapore. La lettera per Mabel diceva pressappoco: “Carissima Mabel, debbo improvvisamente andare via per affari. Non so quando ritornerò. Mi sembra che sarebbe saggio se tu tornassi in Inghilterra. Con affetto, tuo George”. Quando arrivò a Singapore, George trovò ad attenderlo un cablo: “Capisco benissimo. Non preoccuparti. Baci. Mabel”. Il terrore lo assalì, pensando che Mabel intendesse seguirlo. Infatti, scoprì che lei era sulla lista dei passeggeri della nave che era diretta da Rangoon a Singapore. Non c’era un momento da perdere. Saltò su un treno in partenza per Bangkok, ma si rendeva conto che non sarebbe stato difficile a Mabel fare lo stesso, così, appena giunto a Bangkok si imbarcò su un battello francese diretto a Saigon. Il viaggio durò cinque giorni. Prese un riksciò e si diresse all’albergo. Mentre firmava sul registro degli ospiti gli porsero un telegramma: conteneva tre sole parole “Ti amo. Mabel”. Gli vennero i sudori freddi. Si rese conto che la sua fuga stava diventando una cosa seria. Si imbarcò immediatamente per Hong Kong, di lì andò a Manila, proseguì per Shangai, e di lì proseguì per Yokohama. Al Grand Hotel di Yokohama lo attendeva un cablo: “Spiacentissima non averti trovato a Manila. Ti amo. Mabel”. Studiò gli orari di tutti gli imbarchi e la carta geografica con occhi febbrili. Dove poteva essere in quel momento Mabel? Tornò subito a Shangai, andò diritto al consolato e chiese il telegramma. Il funzionario glielo porse: “Sto arrivando. Ti amo. Mabel”. No. Non ci sarebbe riuscita. Stava per cominciare la piena dello Yang-tze. Faceva appena in tempo a prendere l’ultimo vapore che lo portasse a Chungking, e poi nessuno avrebbe potuto mettersi in viaggio prima della prossima primavera, se non su una giunca. Andò a Hankow, da Hankow a Ichang, da Ichang, passando per le rapide del fiume ormai in piena, raggiunse Chungking. Ma non voleva correre rischi: a quattrocento miglia di distanza, percorrendo una strada infestata da briganti, c’era Cheng-tu, capitale del Szechuan. Lì sarebbe stato al sicuro. Arruolò portatori e coolies e si mise in marcia. Dopo diciotto giorni di cammino, vide finalmente le mura merlate della sperduta città: dalle mura si potevano vedere in lontananza le montagne innevate del Tibet. Finalmente poteva riposare. Il console inglese di Cheng-tu era un suo amico e lo ospitò. Si godeva l’agio di una casa lussuosa e le settimane passavano pigramente, una dopo l’altra. Finché una mattina si udì bussare al portone del consolato, e entrò una sedia portata da quattro coolies. La sedia venne posata al suolo, furono aperte le tende e ne uscì Mabel. Era bella, fresca, riposata. George restò di sasso. Lei gli si fece incontro. “Ciao, George, temevo di non trovarti”. Lui non sapeva che dire. Si guardò intorno, ma lei stava tra lui e il portone e lo fissava con i suoi occhi azzurri. “Non sei per niente cambiato” disse “Temevo di trovarti grasso e calvo. A un certo punto, quasi non me la sentivo più di rivederti e di sposarti”. Poi si rivolse al console: “E’ lei il console?”. “Sì”. “Benissimo. Sono pronta a sposarmi, appena fatto il bagno”. E così fu.

Da WILLIAM SOMERSET MAUGHAM, The gentleman in a parlour, Londra 1992. Il libro è stato pubblicato in Italia da Mondadori, e tradotto da Luciano Bianciardi.

The anchorage perspective

Mi ero ripromesso di non toccare più – almeno per un po’ di tempo – l’argomento delle apparizioni e dei sanguinamenti della Madonna. Ma davvero non posso fare a meno di raccontare la storia e le teorie del geom. Flavio Vettorel di Assago, così come le ho apprese dal settimanale Visto del 29 marzo 1996, in un articolo a firma Luca Pavanel (sono stato indeciso se rendere noto o meno il nome dell’autore delle teorie che fra poco leggerete; poi, visto che lo stesso geom.Vettorel ritiene di essere un testimone mandato per diffondere le sue idee, ho deciso che anche la minuscola pubblicità che posso fargli con i TI gli sarà sicuramente gradita).
Tutto comincia nel 1988, allorché la moglie del geom.Vettorel si ammala di cancro. Dopo molti interventi e trattamenti medici, la signora Vettorel viene dichiarata incurabile. A questo punto, i coniugi Vettorel perdono fiducia nella scienza e si affidano alla Madonna. La decisione, di per sé, non era assurda ed era fondata su numerosissimi precedenti.

Ecco solo qualche esempio tra molti che sono stati registrati. Maria Ardouin, una giovane donna di Nantes, ammalatasi di cancro nel 1835, ottenne la guarigione a seguito di una apparizione della Madonna il 29 dicembre 1840.

Numerosissime inoltre sono le guarigioni da tumori provocate dal noto “scapolare verde” – più propriamente un medaglione, recante da un lato l’immagine della Madonna e dall’altro un cuore infiammato da raggi splendenti – consegnato a Giustina Bisqueyburu, postulante della Congregazione delle suore figlie della carità di Parigi, direttamente dalla Madonna nell’ultima di sei apparizione avvenute tra il 28 gennaio 1840 e l’8 settembre 1846 (lo scapolare verde è stato approvato come strumento prodigioso da papa Pio IX nel 1870).

Ancora uno scapolare, ma questa volta bianco e unito da due fettucce, contraddistingue la miracolosa e celebre guarigione di Stella Faguette, allorché vide per la quinta volta la Madonna nel 1876: a quell’epoca Stella Faguette – che sarebbe vissuta fino al 1929 – era ammalata di un tumore già da undici anni, aveva una grave forma di tisi ed era paralizzata al braccio destro (lo scapolare bianco fu approvato da Leone XIII il 30 gennaio 1900: alla pari di quello verde, deve essere indossato per esplicare appieno le sue potenzialità miracolose).

Infine, Margrit Bays di Le Pierraz (Svizzera) venne guarita da un tumore all’intestino dalla Madonna, apparsale improvvisamente l’8 dicembre 1854.

Purtroppo, la Madonna non appare alla moglie del geom.Vettorel, e questa – nonostante sei pellegrinaggi a Lourdes, Fatima e Medjugorje – muore nel 1991. La reazione più attendibile del geometra sarebbe stata quella di dire: in fondo, i medici avevano ragione. Ma non è questo il caso del geom.Vettorel il quale un giorno ha una illuminazione: guarda la cartina geografica con occhio attento e si rende conto che Lourdes e Medjugorje si trovano più o meno sullo stesso parallelo, il 40° parallelo Nord. L’illuminazione viene confermata dallo studio delle carte topografiche militari, utilizzando le quali il geom.Vettorel riesce anche a dimostrare che la distanza fra la chiesa di Mostar e il colle di Podborno, dove c’è stata la prima apparizione a Medjugorje, e la distanza fra la chiesa di Saint Jean in Tarbes di Lourdes e la grotta delle apparizioni sono praticamente identiche, e cioè m.18568 per Lourdes a m.18569 per Medjugorje.

Questa incredibile coincidenza ha per il geom.Vettorel un significato profondo: significa che “le due chiese, quella cattolica e quella ortodossa, devono avvicinarsi”. Studiando le carte topografiche militari, il geom.Vettorel si è anche accorto che anche Assisi si trova sul 40° parallelo Nord, mentre esiste una analoga correlazione geografica tra Akita in Giappone, dove la Madonna è apparsa più volte tra il 1973 e il 1981, e Fatima.

In effetti, tutte le apparizioni mariane si trovano in una stessa, sottilissima fascia geografica. Un caso? Assolutamente no. Sono “tutte coincidenze straordinarie, segni divini di qualcosa che occorre capire e decodificare” dice il geometra. Almeno a prima vista la tesi lascia adito a qualche dubbio. Prima di tutto, non mi sembra dimostrato che la Madonna appaia sempre soltanto dove viene vista: non mi sembra che si possa escludere che la Madonna si manifesti frequentemente anche nelle aree polari o nelle numerose aree desertiche del pianeta, senza però essere vista da alcuno. Certo, se invece si ritiene che la Madonna appare non semplicemente per visitare il nostro pianeta, ma proprio per essere vista da qualcuno, allora sembra più che logico che trascuri le zone spopolate, e insista con le zone temperate. Poi, non bisogna dimenticare che di coincidenze topografiche ve ne sono molte. Per esempio, Anchorage (la capitale dell’Alaska) e’ posta esattamente alla stessa distanza da Tokio, New York e Francoforte; questo ha indotto molti economisti a presceglierla come il punto di osservazione ideale per tenere d’occhio l’evoluzione delle tre principali economie capitaliste: è la cosiddetta “prospettiva Anchorage”. Bene, si può pensare che non sia un caso che Anchorage – con tutto lo spazio che c’era in Alaska – sia stata fondata casualmente in un punto così unico del globo terrestre. E allora non si può fare a meno di domandarsi: perché Anchorage è stata fatta lì?

Le coincidenze evidenziate dal geom.Vettorel non finiscono qui, ma si estendono dalla topografia dei luoghi mariani alla sua vita privata. Egli infatti si è recentemente risposato con una donna conosciuta a San Damiano Vicentino, dove anni fa si verificò una apparizione della Madonna. Inoltre, lo stesso geom .Vettorel è nato il 28 luglio, data non casuale, perché è anche quella in cui è nato Benito Mussolini. E, coincidenza davvero clamorosa, il geom.Vettorel è consigliere comunale ad Assago nella Fiamma Tricolore di Rauti.

S.N.

Due storie di Italo Calvino

Libertà

C’era un paese dove tutto era proibito, salvo che il gioco della lippa. Tutti allora si riunivano nei prati che stavano dietro al paese e lì giocavano alla lippa e passavano le giornate. Siccome le proibizioni erano state poste poco alla volta, e sempre per giustificati motivi, nessuno aveva qualcosa da ridire. Un giorno i governanti decisero che non c’era più ragione che tutto fosse proibito, abrogarono tutti i divieti e stabilirono che ognuno poteva fare quello che voleva. I governanti poi andarono in giro per i prati, dove gli abitanti si riunivano e annunziarono: “Niente è più proibito”. Ma tutti continuavano a giocare alla lippa. “Avete capito? Potete fare quello che volete. Siete liberi!” “Bene” risposero tutti “Noi vogliamo giocare alla lippa”. I governanti si affannavano a spiegare quante occupazioni belle e utili vi fossero, cui ora ci si poteva dedicare. Ma tutti continuavano a giocare alla lippa. I governanti allora si riunirono e decisero di proibire il gioco della lippa. Scoppiò la rivoluzione. Tutti i governanti furono massacrati. Poi tutti tornarono a giocare alla lippa.

Il giudice

In un paese stavano impiccando uno. Arrivò un vecchio su un mulo e si sedette sotto un grande albero che stava in mezzo alla piazza. La gente chiese: “Chi sei?” “Sono un giudice” rispose il vecchio. La gente chiese che cosa fosse un giudice. Gli anziani spiegarono che una volta, quando le leggi non erano ancora complete, succedeva che spesso non si sapeva se condannare o assolvere uno, e allora c’erano persone apposta che prendevano questa decisione. Quelli erano i giudici. “Bene” disse la gente “Qui il giudice non serve. Oggi le leggi sono complete, tutto è previsto: c’è la certezza del diritto”. “Non è vero” disse il giudice “I casi del mondo sono sempre diversi una volta dall’altra: non può essere tutto previsto, e non possono esserci leggi immutabili”. “Questa è anarchia” disse la gente. “No” disse il vecchio. Vera giustizia è ascoltare e giudicare a seconda dei casi, con animo uguale, ma comprendendo la diversità di ciascun caso”. La gente rimase perplessa, discusse a lungo, poi decise: “Vediamo cosa sai fare”. Il vecchio indico l’uomo che stavano impiccando e disse “Portatemi qui quell’uomo. Che cosa ha fatto?” “Ha ammazzato la moglie con un colpo di scure in testa, poi la ha fatta a pezzi e ha gettato i pezzi nel fiume”. “Bisogna vedere le circostanze” disse il giudice. “Non c’è bisogno” disse la gente “Il caso è previsto dai codici. Ci sono anche tutte le aggravanti e le attenuanti, e tutte le combinazioni possibili. In fondo a ciascuna, c’è scritta la pena. Per questo caso, c’è scritto: Impiccagione. “Vediamo” disse il giudice. Interrogò l’imputato, si accorse che aveva ragione, e lo mandò assolto. La gente rimase perplessa e non sapeva cosa dire. Ma uno pensò che forse poteva trarre vantaggio da questa sentenza: andò a casa, ammazzò la moglie con un colpo di scure alla testa, la fece a pezzi e ne gettò i pezzi nel fiume. Le guardie lo portarono al giudice, sotto la quercia. Lui disse come erano andate le cose, né più né meno come quello di prima. “Allora” disse il giudice “vuol dire che questo lo impicchiamo”. Lui ci rimase male: “Ma come? Ho fatto talquale l’altro. Ho forse sbagliato qualcosa?” E ripeté tutto, insistendo che tutto era uguale. Ma più quello aggiungeva particolari, più il giudice insisteva nel condannarlo. “È lì il brutto” diceva il giudice “Questi due fatti così uguali. Mai capitate due storie senza niente di differente. Così se il primo aveva ragione vuol dire che tu hai torto. Sarai impiccato” La gente però non era convinta: “Va bene, lui lo impicchiamo, però vogliamo vederci chiaro”. Infatti lo impiccarono, poi tornarono dal giudice per vederci chiaro: “Che cosa è questa storia che uno ammazza la moglie con una scure, la fa a pezzi, getta i pezzi nel fiume, e una volta è innocente e quell’altra è colpevole? Dov’è la certezza del diritto? Qui, se c’è un giudice, uno non sa più come comportarsi”. Il giudice cercò di spiegare che le storie non sono mai uguali, e che l’importante è capire quello che c’è di diverso in due storie che sembrano uguali. Nessuno volle ascoltarlo. Così portarono al giudice il suo mulo, lo salutarono e lui se ne andò.

ITALO CALVINO. Sono due manoscritti, datati rispettivamente 17\5\1943 e 15\51943, pubblicati postumi nel terzo volume dei Romanzi e racconti, Mondadori Milano 1994.

Due poesie di Eichendorff

Il castello nel bosco

Là stanno le montagne da cui nessuno ritorna, alla sera diventano rosse per il tramonto; e appare il castello delle signore del bosco, fatto di nuvole. Là, tra picchi e vette, fioriscono i garofani selvaggi, siedono le fatate signore del bosco e cantano ogni sera la loro canzone nel vento. Ogni tanto arriva un cavaliere, guarda verso le montagne rosse per il tramonto vede il castello delle signore del bosco fatto di nuvole, e esclama “Le signore del bosco, solo loro, sono il mio amore”. Sprona il suo cavallo, al galoppo verso le donne fatate si dirige. Nessuno più lo rivedrà. Nessuno sa se abbia raggiunto il castello del bosco, se abbia raggiunto il suo amore.

Al tramonto

Per dolore e gioia abbiamo camminato mano nella mano, il cammino è stato lungo, e riposiamo ora su questa terra silenziosa.
Intorno a noi le valli declinano l’aria diviene scura solo due allodole si alzano e giocano sognando la notte, tra i profumi.
Vieni qui vicino, lasciale giocare, presto sarà tempo di dormire, cerchiamo di non perderci in questa solitudine.
O pace ampia e silenziosa così profonda nel rosso del tramonto siamo davvero stanchi di camminare – è forse questa la morte?

JOSEPH VON EICHENDORFF, Ausgewahlte Werke, Berlino 1932. Il castello nel bosco è stato musicato da Felix Mendelssohn-Bartholdy (op. Postuma). Al tramonto è stato musicato da Richard Strauss: è l’ultimo dei Vier letzte Lieder (op. Postuma).

Il Silenzio

Non c’è nessun bel discorso che non possa essere migliorato con il silenzio.

Proverbio dei pescatori del Maine.

Crediti

Questo nono volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 250 esemplari fuori commercio nel giugno del 1996 da Marco Capodaglio nella tipografia Cinque Giornate srl.