N. 8 inverno 1995

Nigeria

Fino alla fine degli anni Ottanta, un piccolo gruppo di persone ha liberamente saccheggiato le risorse mondiali, destinandole a un quotidiano, sontuoso banchetto che si svolgeva in una sala le cui porte erano tenute rigorosamente chiuse.
Nella sala si era ammessi non per merito, ma, salvo poche eccezioni, per ragioni ereditarie: era necessario portare la pelle bianca e essere nati nel mondo libero. Tutti quelli cui l’accesso era interdetto stavano a guardare e ricevevano avanzi, qualche bottiglia di Coca-cola e molti rifiuti. E premevano per entrare.

Ma gli ammessi al banchetto erano ben difesi dall’assalto degli esclusi: proprio come il muro di Berlino difendeva il mondo libero dal socialismo (anche se era stato ingenuamente costruito per difendere il socialismo dal mondo libero).

Alla fine degli anni Ottanta, il muro è caduto e la porta della sala del banchetto è stata aperta. Hanno fatto festa le masse degli esclusi dell’Asia e della Cina, del Sudest asiatico e dell’America Latina e hanno fatto festa, curiosamente, anche gli originari convitati. Tutti erano felici che le regole del libero mercato avessero finalmente trionfato ovunque.

Ma tutti hanno dimenticato che se i convitati aumentano le portate diminuiscono. Come si sa, la storia spesso si ripete: anche la generalizzata estensione del titolo di cittadini da parte di Caracalla nel 968 a.U.c. è apparsa a molti contemporanei come il segno del trionfo dell’impero romano, e non dell’iniziodella sua disgregazione.

In realtà, il presupposto della capacità del libero mercato di produrre benessere e beni di consumo per tutti era che la libertà, l’uguaglianza e il mercato restassero un diritto di tutti, ma un privilegio di pochi, e che solo a pochi fosse riservato l’uso esclusivo delle risorse collettive.

Il mercato di questo mondo non è in grado di garantire a ciascun cinese non solo la libertà di avere una sua autovettura, ma neppure quella di mangiarsi un buon hamburger alla settimana, se non al prezzo di una catastrofe ambientale. Ma è difficile spiegarlo al cinese. L’alternativa è un rigoroso e impensabile riequilibrio globale dei consumi, accompagnato da una decisa riduzione della libertà di mercato: un difficile ritorno a muri invalicabili e porte sbarrate.

Così, la festa già si avvia alla conclusione. Con o senza mercato, l’appropriazione delle residue risorse mondiali deve restare una faccenda esclusiva di quei pochi che hanno la pelle bianca. La strada da seguire è già stata esemplarmente indicata dai patiboli di Lagos. In Nigeria sono stati impiccati otto militanti che si battevano non per il comunismo o per la rivoluzione, ma per difendere il loro ambiente e per impedire da parte della multiinazionale Shell il saccheggio delle risorse naturali.. Il Governo nigeriano è stato solo l’esecutore. I mandanti sono qui, tra noi. E presto, anche il boia sarà costretto a portare la pelle bianca.

***

Come sempre, i testi originali sono stati tradotti e riprodotti in modo infedele e sono stati liberamente adattati e manipolati, cercando però quasi sempre di rispettare quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore.

Gli autori indicati corrispondono nella maggior parte dei casi agli autori effettivi.

Grazia

Perfida, feroce, cattiva. Questi gli aggettivi più usati da tutti quelli che non conoscevano Grazia Cherchi, o anche da alcuni di quelli che la conoscevano. Non cercava elogi, né riconoscenza, né riconoscimenti, né affetto a buon mercato. Detestava tutti coloro che pensano che scrivere sia un passatempo, ma anche tutti coloro che pensano che leggere sia un passatempo.

Detestava tutti coloro che approfittano o non si curano del lavoro o del tempo altrui, perché pensano che il proprio tempo o il proprio lavoro sia più importante. Detestava tutti coloro che pensano che il tempo e il lavoro siano necessariamente una merce, che può essere sempre comprata o scambiata, e non possa anche essere un dono, all’interno di un rapporto di solidarietà, di affetto, di amore. Detestava l’insensibilità, la superficialità, gli adoratori degli idoli, gli inseguitori del consenso.

Cercava intransigenza e impegno. Amava il rigore e conseguenza. Il rifiuto del consumismo, valore proclamato da molti, era per lei un programma dimostrativo di rinuncia selettiva: ricordo lo sguardo sdegnato che mi inflisse quando le proposi di sostituire il suo vecchio mangianastri con un CD-player.

Si era scelta sempre lavori-ombra: l’organizzazione di una rivista che ha segnato il passaggio di questo paese dall’untuoso, familista, arrogante e crudele clerico-fascismo diffuso degli anni cinquanta alle trasformazioni sociali degli anni sessanta e settanta, l’assistenza agli scrittori nella revisione dei loro testi. Il suo piacere era nel non apparire, e nel non far riconoscere a nessuno, e spesso neppure ai suoi autori, l’importanza del proprio contributo.

Quando la ho conosciuta, non era bella. Lo sapeva. Anche per questo non si curava di apparire gradevole. Chi voleva conoscerla davvero doveva superare la forma e l’esteriorità. La sua trasandatezza era certamente istintiva (perché l’eleganza è un prodotto dell’educazione e dei quattrini, ma trasandati o si nasce o non si diventa), ma era anche una consapevole provocazione, una prova che solo chi cercava la sostanza poteva superare.

E proprio per questo, era attraente. Grazia non sarà dimenticata da pochi. È quello che voleva.

Padri e figli

Una sera arrivò all’improvviso nostro padre. Ci chiese:
“Ragazzi, dov’è la nonna?”.
“E’ morta”.
“E voi vivete soli? Come fate a cavarvela, siete ancora dei bambini”.
“Ce la caviamo ottimamente, papà”.
“Sono venuto di nascosto. Aiutatemi”.
“Tu non ti sei occupato di noi, e non ci hai dato nessuna notizia di te per molti anni”.
“Avete ragione. Ma sono stato rinchiuso in un campo di concentramento. Mi hanno torturato. Sono riuscito a fuggire”.
“Perché ti hanno rinchiuso?”.
“Perché sono politicamente sospetto. Perché combatto contro questo regime. Ma ora, non posso più vivere qui. Devo riuscire a fuggire in un Paese libero”.

Allora, noi diciamo:

“Vuoi attraversare la frontiera?”.
“Sì. Voi state qui, a poche centinaia di metri dalla frontiera, voi dovete sapere come, o conoscere qualcuno…”.
“Si, noi sappiamo. La frontiera è invalicabile”.
“Ci deve essere un modo di passare”
“C’è, ma si rischia la vita”.
“Preferisco morire, piuttosto che vivere qui”.

Allora, noi gli spieghiamo:

“La prima difficoltà è arrivare alla prima barriera di filo spinato senza incontrare le pattuglie con i cani e senza essere visto dalle guardie che stanno sulle torrette. E’ difficile, ma si può fare. Poi, bisogna superare la barriera. Servono due ganci, il primo per salire, il secondo per tenersi mentre si sale. Se si cade, è impossibile liberarsi dal filo spinato”.
“Non cadrò”
“Poi, si devono recuperare i ganci per superare la seconda barriera di filo spinato, che si trova a circa sette metri di distanza”.
“È un gioco da ragazzi”.
“Però lo spazio tra le due barriere è minato”.

Il papà impallidisce:

“Allora, è impossibile”.
“No, è questione di fortuna. Le mine sono disposte a zigzag. Se si va dritti e si fanno balzi di circa un metro, c’è una probabilità su sette di evitarle”.
“Voglio tentare”.
“Allora ti aiuteremo, papà. Ti accompagneremo fino alla prima barriera”.
“Vi ringrazio, ragazzi”.
“Adesso, è ora che tu mangi e dorma un po’. Ti sveglieremo noi domani”.

Mentre il papà dorme, noi prepariamo quattro ganci e andiamo a fare un sopralluogo vicino alla frontiera. Poi lo svegliamo. Sono le undici del mattino.

“È per questa sera?”.
“No, si va subito”.
“Siete matti, è pieno giorno. Mi vedranno”.
“Anche noi dobbiamo vedere, papà. Soltanto gli stupidi cercano di passare di notte, quando non si vede niente e le pattuglie sono molto più numerose. A quest’ora, invece, non c’è quasi sorveglianza”.
“Va bene, mi fido di voi, ragazzi”.
“Vorremmo guardare nelle tue tasche, prima di andare. Vogliamo evitare che qualcuno possa identificarti, se la fuga fallisce. Noi saremmo accusati di complicità”.
“Pensate davvero a tutto, ragazzi”.

Frughiamo nelle sue tasche, gli portiamo via la carta di identità, un biglietto del treno, un quadernetto di indirizzi e una foto della mamma.
Bruciamo tutto nel camino della cucina. Poi ci mettiamo in movimento.
Arriviamo vicino alla frontiera. Diciamo al papà di accucciarsi dietro un albero mentre passa una pattuglia. E’ senza cani.
La pattuglia si allontana. Noi diciamo:

“Vai adesso, papà. Ci sono venti minuti prima che arrivi la prossima pattuglia”.

Lui prende due ganci sotto le braccia, ci guarda con gratitudine, poi avanza, lancia un gancio sulla barriera, sale. Noi ci stendiamo per terra, ci chiudiamo le orecchie con le mani. C’è un’esplosione. Ci alziamo e corriamo fino alla barriera di filo spinato. Saliamo usando gli altri due ganci. Il papà giace a terra vicino alla seconda barriera.

C’è un solo modo per attraversare la frontiera: far andare qualcuno avanti.

Camminiamo velocemente sulle orme lasciate dai passi di papà, poi sul suo corpo, superiamo la seconda barriera. Finalmente siamo nel Paese libero.

AGOTA KRISTOF, Le grand cahier, Éditions du Seuil, Parigi 1986.

Due poesie di Theodor Fontane

L’ultima notte di Carlo Stewart
(30 gennaio 1649)

Non riesco a dormire.
E’ il suono del martello là fuori che costruisce
il patibolo, il mio ultimo trono,
o è la paura della morte
che mi priva dell’ultimo riposo?
Sia quel che sia; a questa notte insonne
seguirà presto, all’alba, un riposo eterno.
Le guardie marciano avanti e indietro nel corridoio,
come prima, quando ancora ero il re.
Prima proteggevano la mia vita,
ora attendono la mia morte.
Che gioco mutevole è la vita!
Se penso a chi ero e chi sono,
non posso fare a meno di guardarmi allo specchio
e, sotto le rughe, andare alla ricerca di me stesso
dentro quell’immagine estranea
che mi rimbalza dallo specchio.
Qui, dove da bambino mi insegnavano a comandare,
dove anche sui miei capricci si spargeva incenso,
qui, dove c’è l’origine della mia regalità
mi ritrovo adesso come un delinquente da eliminare.
E se davvero fossi un delinquente?
Se il re fosse davvero un uomo come gli altri,
se questa mia pelle ormai giallognola
non fosse davvero sacra, come si crede,
come ho sempre creduto?
Non è possibile! Non è possibile che la volontà del popolo
d’un tratto valga di più del mio volere.
Mai, nel periodo del mio potere, ho avuto dubbi;
ora però il mio trono è divenuto un traballante sgabello,
e ora mi chiedo: “Non eri anche tu soltanto un attore
amato finché recita bene,
ma subito fischiato, quando recita male,
anche se è vestito da re?”.
La verità è che ho recitato male.
Avrei dovuto afferrare ben più saldamente
le redini del potere,
ben più severamente avrei dovuto domare il cavallo
che ora ha gettato il suo cavaliere nella polvere.
Io invece, sempre indeciso tra necessità di dominio
e desiderio di piacere al mio popolo,
tra il dovere del re e il piacere dell’uomo
io ero chiamato tiranno quando tiravo le redini
ed ero considerato un debole quando le allentavo.

L’uomo in me combatteva il re;
Questo contrasto mi ha privato del trono e della vita.
L’incertezza mi ha condotto al patibolo.
Albeggia.
Che possa avere la forza per affrontare questo viaggio;
ho sbagliato a non vivere come un re,
morire come un re è il mio ultimo desiderio.

*

L’ultima notte di Oliver Cromwell.
(2 settembre 1658)

Non è solo l’espressione scura del mio medico che lo dice,
io stesso lo sento: le mie ore sono contate.
E questa notte, che sogno terribile ho avuto.
Carlo si ergeva serio di fronte a me;
intorno al collo portava invece di una collana,
una striscia rossa
e quando, per salutarmi
fece il gesto di togliere il cappello.
tolse, insieme, anche la testa dal corpo.
I miei occhi si chiusero; e quando timidamente li riaprii,
egli mi fece sorridendo cenno di seguirlo, e scomparve
indietreggiando lentamente nel vano oscuro della porta.

Che cosa mi spaventa, in questo sogno
e risveglia in me l’antica superstizione
dell’invulnerabilità dei re?
La spada del boia si sarebbe spezzata come vetro,
se la volontà di Dio avesse voluto Carlo invulnerabile.
Quella testa sanguinolenta non deve più farmi paura.
La sua morte era necessaria per il mio successo.
Il sangue del re doveva divenire la calce del mio edificio.
Improvvisamente vidi, nel sogno, una nave.Era nel mezzo della tempesta, vicino agli scogli.
Allora feci un balzo in avanti,
allontanai dal suo posto il debole timoniere,
che era di aspetto del tutto simile a Carlo,
con mano sicura guidai la nave
e condussi tutti i passeggeri esultanti nel porto.
Come sempre, in situazioni di emergenza,
il diritto del più forte non è da disprezzare.
Nel corso della missione che mi sono proposto,
ho preso anche decisioni dettate
dall’egoismo, dall’orgoglio e dalla vanità
solo per le scelte dettate dalla debolezza mi sono pentito.
Di fronte alla mia inflessibilità e alla mia crudeltà
tutti hanno dimostrato gratitudine;
solo quando dimostravo comprensione
trovavo odio e rancore
Albeggia.
La mia è stata la vita di un tiranno:
ho le mani bagnate di sangue,
ma non ho mai sparso sangue senza motivo.
Per ciò che ho fatto di bene
attendo, fra poco, il giusto premio;
per i miei crimini
attendo, fra poco, il perdono.

THEODOR FONTANE, da Hundert Gedichte, Verlag Neues Leben, Berlin 1989.

Sarajevo

Lavoro alla fabbrica che sta dall’altra parte del fiume. Ogni giorno, da anni, attraverso il ponte due volte al giorno. Alla mattina e alla sera.
Proprio come adesso. Ma adesso vedo un fotografo accucciato dietro a un bidone vuoto. Ha l’obiettivo della macchina fotografica puntato su di me. È immobile. Sta aspettando il momento giusto per scattare la foto. Allora, guardo alle mie spalle. Vedo su un tetto là in fondo un luccichio. È il riflesso del sole su un oggetto metallico. Un’arma. Mi rendo conto che il fotografo attende il momento in cui il colpo del cecchino, appostato sul tetto, mi spappolerà la testa.

Mi piego e corro in avanti. Sento di essere inquadrato da due persone, dal fotografo e dal cecchino, sento il clic degli scatti del fotografo e aspetto il colpo del cecchino.

Arrivo di corsa dall’altra parte e mi butto a terra dentro un portone.

Vedo il fotografo irritato che si allontana. E si allontana lentamente anche un uomo, dal tetto là in fondo.

KARIM ZAIMOVIC, Sarajevo, in BiH Dani 28\3\1993, XII fascicolo, anno II.

Owen Meany

A scuola, tutti si divertivano con Owen Meany. Era così piccolo che, quando era seduto, non toccava terra con i piedi e le ginocchia non gli arrivavano ai bordi del sedile: così, stava seduto con le gambe in fuori, come un bambolotto.
Naturalmente, essendo così piccolo, era anche leggerissimo, nonostante che il padre avesse una cava di granito. Owen, in effetti, nonostante l’assenza di peso, aveva qualcosa di granitico. Prima di tutto, la polvere della cava: una fine polvere grigia che si levava dai suoi abiti quando venivano scossi. e tutti si divertivano a sollevarlo. Poi aveva il colorito di una pietra tombale: la luce era riflessa dalla sua pelle come dalla superficie di una perla così che lui, a volte, sembrava translucido, specie alle tempie, dove gli affioravano venuzze azzurre.

Forse, la polvere di granito aveva anche contribuito a rovinargli la voce, o forse, era stato colpito alla trachea, appena nato, da un pezzo di granito: certo era che le sue corde vocali non si erano completamente sviluppate: per farsi sentire, Owen doveva urlare attraverso il naso.

Non mi ricordo come cominciò il nostro sport del sollevamento Meany. Ma, da un certo punto in poi, non appena la maestra ci lasciava soli, noi acchiappavamo Owen Meany e ce lo passavamo a vicenda sopra le teste. Senza alzarci dai banchi: questo era il gioco. Uno di noi si alzava, andava ad afferrare Owen, tornava a sedersi al suo posto e lo passava al vicino di banco, il quale lo passava a sua volta, e così via.

Anche le ragazze prendevano parte al gioco: chiunque poteva sollevare Owen. Naturalmente, stavamo attenti a non farlo cadere. Talvolta gli cadevano gli spiccioli dalle tasche, ma noi gli restituivamo sempre tutti i soldi. Se aveva con sé le figurine dei campioni di baseball, anche quelle gli cadevano dalle tasche, mentre veniva passato da un banco all’altro. Era una delle cose che lo mandava in bestia, perché conservava le figurine rigorosamente in ordine alfabetico e quindi, quando le restituivamo, insieme agli spiccioli, si metteva a riordinarle, con truce e silenziosa furia.

Naturalmente, Owen protestava quando ce lo passavamo tenendolo in aria, emettendo suoni stranissimi con la sua voce incompiuta. A noi piaceva molto udire la sua voce: sembrava che provenisse da un altro pianeta.

“Mettetemi giù” gridava con il suo enfatico falsetto “Piantatela. Non ci sto più. Quando è troppo e troppo. Mettetemi giù, brutti stronzi”.

Noi niente, continuavamo a passarcelo. Lui diveniva sempre più fatalistico, dopo un po’ si irrigidiva e non si dibatteva più, e incrociava le braccia sul petto in un gesto di sfida, guardando torvo il soffitto. A volte si aggrappava al banco, non appena la maestra usciva di classe e si teneva saldo come un uccello su un trespolo.

Ma era facile farlo staccare, perché soffriva il solletico. Una ragazza di nome Sukey era bravissima nel fargli mollare la presa in pochi secondi.

“Il solletico no” gridava lui “Non vale”.

Ma a stabilire le regole eravamo noi, non lui: secondo noi, il solletico era valido. Spesso, quando la maestra rientrava, Owen era ancora in aria. E la reazione era sempre la stessa, incredibilmente stupida. “Owen” gli intimava “torna subito al suo posto. Scendi giù di lì”. Che cosa poteva insegnarci di buono quella maestra, se credeva che Owen Meany stesse in aria per conto suo?

Owen era sempre dignitosissimo. Non diceva mai “Sono stati loro! Fanno sempre così! Mi sollevano, seminando per terra i miei soldi e le mie figurine, e non mi ascoltano quando chiedo di essere messo giù”. No: si lagnava con noi, ma mai con la maestra. Non era una carogna. Con la nitidezza di una parabola evangelica, Owen Meany ci mostrava come si comporta un martire. Non nutriva rancore. Neppure quando lo sollevavamo in altre occasioni, in modo meno sistematico e più improvvisato.

Una volta, un compagno lo appese per il colletto a un attaccapanni, nell’auditorium della scuola. Anche allora, Owen subì, incrociando le braccia, senza divincolarsi. Pendeva silenzioso, in attesa di qualcuno che lo staccasse. Un’altra volta, dopo l’ora di ginnastica, uno di noi lo appese dentro l’armadietto e chiuse lo sportello.

“Non fa ridere! Non fa ridere!” gridava lui, sempre più fiocamente, finché qualcuno, dopo un po’ di tempo, non è andato a liberarlo.

JOHN IRVING, A Prayer for Owen Meany, William Morrow and Co., New York 1989. Il brano fa parte del primo capitolo, pubblicato anche sul New Yorker. Il libro è tradotto in italiano da Rizzoli con il titolo Preghiera per un amico.

Una poesia di James Fenton

E’ qualcosa che dici a tuo rischio.
E’ qualcosa che non dovresti trattenere.
E’ una verità da tirar fuori al buio, in un letto.
Spegni la luce, e ti spiego tutto.
E’ l’ovvia verità del mattino
trascinato all’indietro mentre il sole si trasforma in pioggia
trascinato verso la pioggia, il buio, il letto.
Spegni la luce, e ti spiego tutto.
Ecco quello che speravo di dirti
Ecco quello che speravo che tu indovinassi.
Ecco quello che speravo che tu non potessi indovinare
quel che speravo che, in fondo, non ti importasse.
E’ la speranza che tu speri a tuo rischio.
E’ la speranza che tu temi di capire.
E’ l’ovvia verità della sera.
Spegni la luce e ti spiego tutto.

JAMES FENTON, Penguin Books, Londra 1994.

Virginia Woolf

Andai in Tavistock Square e sostai davanti al numero 37. Ebbi un momento di esitazione, poi mi feci coraggio varcai la soglia e infilai la testa nell’ufficio.

-Potrei parlare con la signora Woolf? –

C’era intorno alla stanza un pulviscolo inafferrabile che danzava in un raggio di sole: era come una traduzione fisica di Virginia Woolf. Era seduta dietro una cascata di bozze e teneva una matita dritta sullo scrittoio. Mi guardò come se io fossi sull’orlo di un baratro insuperabile.

Sembrava su uno scoglio mentre aspettava il salvatore. Appariva vulnerabile, fragile, dolorante, ma anche trasandata e avvizzita. Aveva un naso affilato e un mento apprensivo. La fronte era solcata da linee orizzontali, ne contai sei. Le sopracciglia erano incolori e staccate. I capelli scendevano in disordine sulla fronte e sulle orecchie e si arricciavano in piccoli ciuffi dietro al collo. Gli occhi avevano un bagliore notturno sotto le palpebre scure e davano alla sparuta gentilezza del viso ovale una grazia bizzarra, inaspettata e sfuggente.

– Voleva guardarmi in faccia, suppongo –

Il contatto era stato stabilito. Il suo viso si dileguò, come una pellicola sotto l’azione dell’acido.

– Si –

– Bene, ora mi ha visto –

Abbassò gli occhi seraficamente. Rideva di me, tra sé e sé, con un’indifferenza che mi ricomprendeva tutto. Mi sentivo impotente. Feci un tentativo.

– The Waves, signora Woolf, che libro meraviglioso. Non è un romanzo, è una ragnatela piena di luce, di sole… –

– Ma dopotutto, mio caro ragazzo, che cosa è un romanzo? Ci ha mai pensato? Che cosa è un romanzo? –

Mi lanciò una occhiata cattiva, come una ragazza dispettosa. Con sottile perfidia stava giocando un suo gioco segreto, con gusto e con tristezza, e, per un breve momento emozionante, colsi uno sprazzo della vera Virginia Woolf.

– Bé – dissi, balbettando – c’è ambiguità in tutti i romanzi. Prenda Dostojiewski per esempio. Che cosa prova per Dostojiewski ? –

– Oggi ormai – rispose con condiscendenza – non provo niente per Dostojiewski.

– O Gogol – continuai – che cosa pensa di Gogol?

– Di Gogol oggi non penso più niente – rispose soavemente.

– O Pirandello – domandai a precipizio – Non la diverte Pirandello?-

– Non sento nessuna affinità con Pirandello –

– O Ulysses, signora Woolf. Quali sono i suoi sentimenti su Ulysses? –

Si concentrò scaltramente a fissare le sue unghie. Ci fu un silenzio carico di attesa.

– Non ho sentimenti particolari per Ulysses. Nessun sentimento, almeno, che meriti di essere ricordato. Quando lo ho letto, mi ha colpito come un grandioso errore di calcolo –

Improvvisamente, sembrò che avesse dieci anni di più. I capelli erano striati di grigio. Gli occhi apparivano iniettati di sangue e le guance erano segnate dalla stanchezza. Fissò una mosca che si era aggrappata a una lampadina. Poi piegò la testa come se posasse per un fotografo.

– Ulysses: una vera catastrofe – osservò lentamente – un tracollo delle facoltà critiche -.

Abbassò le palpebre, che mi parvero simili a fragili petali appassiti. Poi giunse le mani, quasi in un gesto di preghiera. Per un attimo rimase immobile. Credetti che si fosse trasformata in una statua.

Guardai verso la finestra. Dietro i vetri polverosi si delineava una struttura di ombre, cupe, i simboli di una metropoli squallida e inaccessibile. I granelli dorati del pulviscolo avevano interrotto il loro piccolo balletto e io sentii che la fine del tempo che mi era stato concesso si stava avvicinando.

– Bene, addio signora Woolf. E’ stato un piacere incontrarla –

Il sudore mi colava dalla fronte. Continuavo a guardare la finestra. Raccolsi il mio manoscritto e mi diressi verso la porta. Mi voltai indietro per un momento, e lei era seduta laggiù, ancora immobile, ancora notturna e astuta dietro la sua cascata di bozze.

FREDERIC PROKOSCH, Voices. A Memoir, 1983.

Crediti

Questo ottavo volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel maggio del 1995, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.