N. 6 1993

Crotone

Alla televisione scorrono le immagini di un meeting di atletica a Londra
nell’intervallo, tra una notizia e l’altra.
Parlano del licenziamento di duecento operai a Crotone.
Dov’è Crotone?
E’ certamente nel sud.
Quindi è certamente gente che già ci ha risucchiato soldi per cinquant’anni,
senza produrre mai niente, solo mafia e criminalità.
Con tutto quello che gli è stato dato.
Poi, sono operai:
non dovrebbero neppure più esistere,
oggi, nel terziario avanzato.
Prima finiscono, meglio è per tutti.
E poi, se non si produce, è giusto chiudere le fabbriche,
sono le regole del mercato,
gli imprenditori non possono certo fare l’assistenza,
il comunismo è finito per sempre.
E poi, stiamo facendo pulizia,
Mani Pulite,
Di Pietro,
il Debito Pubblico (non si poteva più andare avanti così),
il Risanamento,
l’Europa,
i giudizi di Moody’s.
E’ un periodo di sacrifici per tutti,
mica solo a Crotone:
le feste sono finite,
anch’io pago 85.000 lire per l’assistenza medica,
e la minimum tax (che poi è incostituzionale)
per avere un paese civile,
i treni e le poste che funzionano.
Che importa Crotone?

***

Ci sono novità, quest’anno.

C’è la solita raccolta di testi che, come sempre, ho selezionato nel corso dell’anno; ma c’è anche, individuabile dalla diversa colorazione della carta, una seconda raccolta, dedicata in parte a un tema d’attualità. Quest’ultima e stata ideata e elaborata congiuntamente da Sylvie Coyaud, Pasquale Pasquino, Roberto Satolli e da me.
I disegni sono di Umberto Bignardi. Potrebbe rimanere un evento isolato, oppure essere solo l’inizio di una lunga serie.

In entrambi i casi, i testi originari sono stati infedelmente tradotti e liberamente adattati e manipolati. Quasi sempre è stato rispettato quello che avrebbe dovuto o potuto essere il pensiero dell’autore. Gli autori corrispondono quasi sempre a quelli indicati.

S.N.

Il grande deserto: due storie

I

La pista è sempre uguale: una lunga rasoiata scura sulla pelle delicata del grande deserto. Qualcosa è cambiato nel luogo di sosta, l’ultimo, prima del grande deserto. Una volta, si trovava l’acqua e il cibo per gli animali, oggi si trova la benzina per le automobili.

E’ sera: l’ombra comincia a spegnere le ultime fiamme del grande deserto. Un camioncino scassato, corroso, impolverato si ferma sferragliando. All’interno, è seduta una donna nera: ha un viso segnato da rughe profonde, sabbiose, piene di dolori. Non ha più di trent’anni.

Ha dei bambini in grembo che si agitano e giocano l’uno con l’altro, usando tutto il corpo della madre come terreno di gioco. Sono quattro, e sembra impossibile che quello spazio ristretto riesca a contenerli tutti. Vicino alla donna, sul sedile del guidatore, c’è un uomo secco, grigio, con la faccia scavata e zebrina, con la pelle terrosa e lucida di sudore, su cui guizzano muscoli sottili e vibranti.

Dietro, sono accatastati i bagagli: materassi sfatti, ferri, legni, corde, due grossi sacchi di plastica nera che contengono i beni più preziosi della famiglia.
L’uomo scende, paga il pieno di benzina estraendo il denaro accartocciato dalla tasca dei calzoni, poi risale.

Il camioncino riparte sferragliando. Dopo qualche attimo scompare nella pista, lasciando dietro di sé una nuvola di polvere. Il grande deserto riassorbe la famiglia con tutti i suoi averi.

Dopo qualche minuto, arriva una Mitsubishi luccicante. Naturalmente, ha quattro ruote motrici. A bordo, c’è una coppia di giovani bianchi, lucidi, forti, vestiti con giacche da deserto e con scarponcini da deserto. Nella Mitsubishi, coperti da teli, si intravedono ruote di scorta, tende, sacchi a pelo, binocoli, viveri, strumenti da campeggio, contenitori d’acqua, medicine e borse da deserto. La coppia paga per il pieno e, sorridente e intrepida, si lancia sulla pista, affrontando l’avventura e la conquista del grande deserto.

Ritorneranno vittoriosi, fra quindici giorni. Il camioncino e la Mitsubishi non si incontreranno mai.

II

Come tutti i nomadi, mio padre conduceva le carovane nel deserto, di qui a Timbuctù. Il viaggio durava circa un mese. Al mercato di Timbuctù, ci si fermava qualche giorno, si trattava per ore, si scambiavano le merci, poi si ritornava.

Il ritorno era più lungo, perché i cammelli erano stanchi e erano carichi di tappeti, da vendere al mercato di Rissani. Oggi non c’è quasi nessuno, solo qualche turista, ma una volta Rissani era un grande mercato.

Quando ero giovane, per due volte ho accompagnato mio padre nel viaggio a Timbuctù. Mio padre voleva insegnarmi presto il mestiere. E mi ha insegnato come si guidano le carovane nel deserto, come si segue la pista senza perdersi, di giorno e di notte, come si trovano le pozze d’acqua, come si fanno le trattative al mercato di Timbuctù. Mi diceva che sarei divenuto un bravo capocarovana, e a me quel mestiere piaceva.

Ho guidato una sola carovana fino a Timbuctù, molti anni fa. Oggi, non è più possibile arrivarci: c’è la frontiera, servono i passaporti, e i nomadi non hanno passaporti. Poi, oggi nessuno più scambia le merci; le merci si comprano con i soldi, e i nomadi non hanno soldi. Così, oggi, vendo fossili ai turisti che arrivano fino a qui per vedere da lontano le grandi dune del deserto, e a tutti mostro la pista per andare a Timbuctù.

Da YOUSSEF BEN HASSA, Histoires du désert africaine, Rabat, Éditions Afrique aujourd’hui, 1991.

Redimere e convertire

I

Primo tempo: anno 638 d.c.

Dopo oltre un anno di assedio, nel febbraio il califfo Omar entrò in Gerusalemme, cavalcando un cammello bianco. Indossava vesti logore e sporche, il suo esercito era rozzo e incolto. Al suo fianco cavalcava il patriarca Sofronio.

Omar si diresse per prima cosa verso l’area del tempio di Salomone, da cui il suo amico Maometto era salito in cielo. Poi, chiese di visitare i luoghi sacri dei cristiani; il patriarca lo accompagnò alla chiesa del Santo Sepolcro.

Mentre si trovavano all’interno della chiesa, giunse l’ora della preghiera per i musulmani, e il califfo chiese a Sofronio dove avrebbe potuto stendere la propria stuoia per la preghiera. Sofronio lo invitò a rimanere dove si trovava, ma il califfo preferì uscire nel portico, nel timore che i suoi soldati potessero poi rivendicare per l’Islam il luogo dove egli aveva pregato.

Così avvenne: il portico fu preso dai musulmani, ma la chiesa rimase – per merito di Omar e nonostante Sofronio – il santuario della cristianità. Agli abitanti cristiani di Gerusalemme fu concesso di rimanere, di conservare tutti i loro beni e i loro luoghi di culto, usandoli senza restrizioni.

Secondo tempo: anno 1099 d.c.

I crociati posero l’assedio alla città il 7 giugno. L’esercito crociato era di dodicimila fanti e circa 1300 cavalieri. La difesa di Gerusalemme era affidata al governatore fatimita Iftikar. L’assalto finale venne lanciato nella notte fra il 13 e il 14 luglio.
Verso l’alba, i crociati riuscirono a penetrare nella città, infrangendo le difese musulmane. Gli abitanti fuggirono verso i quartieri meridionali, dove Ifitkar e la sua guardia del corpo resistevano ancora.

Al principio del pomeriggio, allorché si rese conto che tutto era perduto, Ifitkar si ritirò nella torre di Davide, e offrì la propria resa a Raimondo di Tolosa, in cambio della propria vita e di quella dei propri soldati sopravvissuti. Raimondo accettò (ottenendo, in aggiunta, una consistente somma di denaro).

Ifitkar e le sue guardie furono gli unici musulmani a sopravvivere. I crociati infatti si precipitarono nelle strade, nelle case e nelle moschee, uccidendo tutti quelli che incontravano, uomini, donne e bambini senza distinzione. Tutti i luoghi di culto musulmani furono saccheggiati e distrutti. Il massacro durò per tutto il pomeriggio e per tutta la notte del 14 luglio, senza che nessuno dei comandanti dei crociati tentasse di bloccarlo. Nelle prime ore del mattino seguente, i crociati irruppero nella moschea di el-Aqsa, dove si erano rifugiati gli abitanti musulmani che non erano in grado di combattere. Tutti furono trucidati.

Racconta Raimondo di Aguilers che, nella mattinata, dovette aprirsi la strada fra i cadaveri e che il sangue che gli arrivava alle ginocchia. Nel pomeriggio venne incendiata la sinagoga: tutti gli ebrei che vi si erano rifugiati morirono bruciati. Poi, venne la sera e tutti i crociati andarono in corte a rendere grazie a Dio nella chiesa del Santo Sepolcro.

Terzo tempo: anno 1187 d.c.

Il 20 settembre Saladino si accampò di fronte a Gerusalemme. Cominciò subito a attaccare la città dal lato settentrionale. Le mura però in quella zona erano assai robuste, sicché Saladino dopo cinque giorni fu costretto a modificare i suoi piani e spostò l’accampamento. I cristiani esultarono, pensando che Saladino avesse levato l’assedio definitivamente, ma si accorsero presto che il suo esercito si era stabilito sul Monte degli Ulivi e stava minando il muro vicino alla porta della Colonna. Il 29 settembre nel muro c’era già una grande breccia.

I difensori combatterono furiosamente ma erano troppo pochi per poter resistere a lungo. Il 20 ottobre il governatore Baliano si recò personalmente da Saladino, per trattare la resa della città. La città era però già alla mercè di Saladino, il quale dichiarò che solo una resa incondizionata lo avrebbe rilevato dal proprio voto di prendere Gerusalemme. Ricordò a Baliano il massacro del 1089, e chiese perchè lui doveva agire in modo diverso da come si erano comportati, neppure ottant’anni prima, i cristiani.

Alla fine, però, Saladino acconsentì a trattare la resa, e si dichiarò disposto a lasciare liberi gli uomini per un riscatto di dieci dinari, le donne per cinque, i bambini per un dinaro. Quando il governatore Baliano gli fece osservare che nella città c’erano almeno ventimila poveri che non avrebbero mai potuto pagare, Saladino si dichiarò disposto a lasciar libere altre settemila persone per trentamila dinari .

Il 2 ottobre Saladino entrò in Gerusalemme.
Nemmeno un edificio venne saccheggiato, e nessuno subì violenze. Nel frattempo, i cristiani si davano da fare per raccogliere la somma concordata. Ma non tutti: il patriarca Eraclio versò i dieci dinari richiesti e lasciò immediatamente la città, curvo sotto il peso dell’oro che stava trasportando, e seguito da carri carichi di tappeti e vasellame.

Nel giorno stabilito si riversarono fuori dalle porte due colonne di prigionieri: una formata da quelli che erano riusciti a pagare il riscatto con i propri mezzi o per gli sforzi di Baliano, l’altra formata da quelli che non vi erano riusciti e avrebbero dovuto essere condotti in schiavitù.

A questo punto il fratello di Saladino, commosso, chiese che gli fossero concessi mille prigionieri come ricompensa per i propri servigi; li ottenne e li rimise subito in libertà. Saladino, poi, consegnò cinquecento prigionieri a Baliano, e settecento, chissà perchè, anche al patriarca Eraclio. Poi annunziò che avrebbe rimesso in libertà tutti gli anziani, e alle vedove e agli orfani liberati consegnò dei doni, tratti dal proprio tesoro, per permettere loro di affrontare il viaggio.

La lunga fila di cristiani liberati si avviò verso la costa. Non furono aggrediti dai musulmani. Furono però derubati dai feudatari cristiani che incontrarono lungo il percorso. Giunti a Tiro, il governatore cristiano rifiutò di accoglierli nella città. Solo assai più lontano, a Antiochia, ottenero asilo. Più fortunati furono i profughi di Ascalona. Quando i comandanti delle navi mercantili italiane che si trovavano all’ancora nel porto rifiutarono di trasportarli in porti cristiani se non a pagamento, il governatore egiziano negò alle navi il permesso di uscita se i profughi non fossero stati presi a bordo e trasportati gratuitamente.

II

“E’ necessario recuperare i valori della tradizione e ricristianizzare la società. Chiunque ha il diritto di manifestare la sua religione, ma deve essere chiaro che le fedi religiose non possono essere messe tutte sullo stesso piano. Solo la religione cattolica, infatti, è una religione rivelata. Compito del cattolico, quindi, è quello di redimere e convertire, di liberare l’uomo dall’errore: lo dice il catechismo. Dobbiamo adoperarci con tutti i mezzi per arrivare a questo fine: il culto cattolico deve essere quello condiviso da tutti. Altra cosa è opporci alla libertà di credere”.

La prima parte è tratta da STEVEN RUNCIMAN, Storia delle crociate, Cambridge University Press, London 1954; Il libro è tradotto da Einaudi, e nel 1993 è apparso in edizione economica. La seconda parte è tratta da dichiarazioni di Irene Pivetti, responsabile della Consulta cattolica della Lega Lombarda, pubblicate da La Repubblica del 3\10\1993, pag.4.

Stregoni

Molti pensano che le persone ragionevoli non dovrebbero mai incontrare avversari nel loro desiderio di acquisire chiarezze e certezze. Eppure, ci sono dovunque avversari che vogliono il loro annientamento. Sono coloro che nulla sanno della verità e nulla vogliono sapere. Essi fanno valere nel mondo tutto ciò che c’è di contrario e di estraneo al vero, spesso utilizzando il nome della verità. Dove hanno il sopravvento, ha il sopravvento la violenza.

Poi, pericolo ancor maggiore, c’è un avversario celato dentro ciascuna persona ragionevole, e si è già divenuti sua preda se si pensa di averlo debellato: perché anche nelle persone ragionevoli c’è qualcosa sospinge non verso la ragione, ma verso il mistero, non verso la chiarezza, ma verso il vago bisbiglio, non verso la scienza, ma verso la stregoneria, non verso la libertà e la consapevolezza della propria storicità, ma verso la fede cieca nel soprannaturale.

Certo, la possibilità di azione degli stregoni si basa sul consenso di coloro che si lasciano ammaliare. Ma sono moltissimi quelli che non attendono altro che di essere ammaliati, e di avere qualcuno o qualcosa da adorare. E gli stregoni e gli incantatori si lasciano sempre tentare da coloro che desiderano adorare. Finora, i popoli hanno dato spesso retta alla stregoneria. Hanno adorato stregoni e incantatori che promettevano il bene assoluto, la vita eterna, la conoscenza assoluta.

È facile cadere nelle loro trame seducenti. Sembrano innocui, e le loro voci si propagano stranamente in un mondo libero. Eppure, molti prendono sul serio le loro assurdità. Ma dietro ogni stregone, che non sempre inganna con la piena coscienza di ciò che fa, viene immediatamente l’assenza di ragione.

Ci sono anche quelli che fingono di prenderli sul serio, con la segreta riserva di poterli manovrare e eliminare, lungo il cammino. Tragica illusione: non succede mai. L’esempio di Hitler lo insegna: chi si lascia coinvolgere pensando di usare lo stregone e di liberarsene a tempo debito, è perduto.

Poi, con il sacrificio della libertà e della ragione, si prepara la strada alla schiavitù: si scivola verso la mitologia, o verso il regno dell’indiscutibilità della fede e si dilegua la consapevolezza della libertà: perché quando non si vive più nella libertà, presto si dimentica che cosa essa sia. Rinunciando alla ragione, si rinuncia alla libertà e si è pronti ad accettare ogni forma di totalitarismo.

Le persone ragionevoli devono vivere dunque nella consapevolezza di dover fronteggiare sempre gli stregoni. Ma, proprio in questo modo, la loro vita può farsi più salda e cosciente, perché acquisisce la comprensione che in alcuni momenti bisogna limitarsi a costruire solo ciò che è possibile a lunga scadenza.

Questo però significa che dobbiamo cercare di essere all’altezza del presente che ci è dato: solo in questo modo si può trovare il senso del futuro. E’ il fatto che noi facciamo ciò che possiamo che rende possibile un futuro migliore, anche senza bisogno di noi.

Anche se le realtà che abbiamo di fronte ci inducono a disperare, ed è accaduto spesso, nella recente storia d’Europa, possiamo però dire che è un miracolo che la ragione percorra la storia e che non sia mai del tutto scomparsa: la ragione è come un mistero che può essere svelato a ciascuno in ogni momento, e uno spazio silenzioso in cui ciascuno può entrare con il proprio pensiero.

Da KARL JASPERS, Vernunft und wiedervernunft unsere zeit, Piper Verlag Monaco 1950.

Balla, zingara, la mia vita: tre storie d’amore

I

Mai più dimenticherò (ma c’èstata davvero,
quella sera?): le fiamme del tramonto
bruciato e il dilatarsi del cielo pallido,
e sul giallo del tramonto, i lampioni.

Stavo seduto vicino alla finestra, la sala era piena di gente.
Da qualche parte, i violini cantavano una storia d’amore.
Ti vidi e ti mandai una rosa nera in un calice
di champagne dorato come il cielo.

Tu mi guardasti. Io raccolsi turbato e altezzoso
il tuo sguardo sdegnoso e feci un inchino.
Con un cenno verso il tuo accompagnatore, mi dicesti
con occhi provocanti: Anche lui è innamorato.

E immediatamente esplose il suono dei violini,
e gli archetti cominciarono frenetici a cantare…
Tu cercavi di mostrarmi tutta la tua indifferenza
se non fosse stato per il tremito, appena percettibile, della tua mano…

Poi muovendoti come un uccello impaurito
mi passasti vicino, leggera come un sogno…
Rimase nell’aria la scia del tuo profumo, si chiusero le ciglia,
frusciarono piene d’ansia le sete del tuo vestito.

Dal fondo degli specchi mi lanciavi i tuoi sguardi
e mi gridavi: Prendi!
E dal fondo degli specchi la tua collana risuonava,
e intanto la zingara ballando cantava verso il crepuscolo storie d’amore.

II

Un tempo sdegnoso e superbo
oggi sono con una zingara in paradiso
e ecco, la prego con umiltà:
Balla, zingara, la mia vita.

Cominciò la zingara la sua terribile danza
e la vita mi scorre davanti
come un folle, sonnolento, bellissimo
ripugnante sogno.

Ora volteggia la zingara, con le mani levate
ora striscia come un serpente, poi all’improvviso
si ferma nel torpore della noia
e il tamburello le cade di mano…

Come ero ricco una volta,
e ora, nulla ha più alcun valore:
nulla più valgono l’odio, la fama, la ricchezza,
e soprattutto l’attesa angosciosa dell’amore.

III

Risuona nelle lunghe sale
il dolce volo delle troike scatenate
Luccicano i vini nei boccali ricolmi
il ballo sta per cominciare.

Il ballo comincia. La gente fruscia, batte, biancheggia
girando in lenti cerchi;
i violini si abbandonano
languidi e appassionati ai furiosi archetti.

Dal cerchio esce una donna
tende la mano verso l’oscurità
scegliendo un uomo
e getta ai suoi piedi un fiore.

Non raccogliere quel fiore!
Ti farà dimenticare dolcemente
tutto il tuo passato;
ti porterà con impetuosa allegria alla rovina.

Nel fiore c’è tutto : il gioco, il fuoco e il destino,
e solo nelle ore più amare
potrai scorgere da una indicibile lontananza
l’ombra triste del passato.

Da ALEKSANDR BLOK, Opere complete, Mosca 1960 (8 volumi). Le tre poesie, composte rispettivamente il 19 aprile, il 11 luglio, e il 19 luglio 1910, sono state pubblicate per la prima volta nel volume Ore notturne, 1911.

Quasi umano

Anche Elinor alzò lo sguardo verso la luna piena, e immediatamente sembrò muoversi nel tempo e nello spazio; abbassò gli occhi verso Phil e gli pre se la mano tra le sue.
– Ti ricordi – chiese dolcemente – quelle sere, nel giardino, a Gattenden, sotto la luna ? –

Le parole di Elinor raggiunsero Phil da lontano, da un mondo del tutto privo, in quel momento, di interesse.

– Quali sere? – disse con riluttanza, con la voce piatta e grigia di chi è costretto a rispondere a una telefonata importuna.

Elinor bruscamente si allontanò, sentendosi irritata e umiliata per essersi accostata a qualcuno che, in realtà, non era presente. Quali sere, aveva detto!

– Perché non mi ami più? – chiese con dolore. Come se avesse potuto parlare di altre sere qualsiasi, e non di quelle che avevano passato, in quella meravigliosa estate subito dopo essersi sposati, nella casa di sua madre – Ti interesso ormai meno di un soprammobile o di un libro –

– Ma Elinor, non capisco di che cosa stai parlando? – esclamò Phil mettendo più stupore nella propria voce di quanto non ne provasse davvero. Infatti, dopo il primo momento, non appena trascinato alla superficie dalla profondità dei suoi pensieri, aveva capito che cosa Elinor intendesse, aveva collegato la luna piena che splendeva quella notte con quella di otto anni prima, nel giardino di Gattenden.

Avrebbe potuto dirlo e confessare quel ritardo, e tutto sarebbe stato più facile. Ma era irritato per essere stato disturbato, non gli piaceva di essere sgridato e la tentazione di segnare un punto nel costante dibattito con sua moglie era stata assai forte – Ti chiedo semplicemente che cosa intendi dire, e tu mi rispondi lamentandoti perché non ti amo più. Che cosa c’entra?-

– Tu sai benissimo di che cosa stavo parlando. E, comunque, è vero che non mi ami più-

– Che cosa c’entra? – insisté Phil, continuando la sua battaglia nel regno della dialettica – Io voglio capire prima come abbiamo fatto a arrivare a questo punto: abbiamo cominciato con delle sere…

Elinor però era più interessata all’amore che alla dialettica – So benissimo che non vuoi ammettere di non amarmi più – lo interruppe – Non vuoi ammetterlo per non urtare i miei sentimenti. Ma li urteresti assai meno se tu parlassi chiaro una volta tanto, invece che evitare, come sempre, il problema. Perché questo tuo modo di fare è una implicita ammissione, non diversa da una dichiarazione espressa. E fa più male, perché il dolore dura più a lungo e perché, fintantoché le parole non vengono dette, resta sempre una possibilità che l’ammissione esplicita non ci sia. C’è ancora speranza. Non è più gentile evitare la risposta, è solo più crudele –

– Ma io non evito un bel niente. Perché dovrei, visto che ti amo? –

– Sì, ma come, come mi ami? Non nel modo in cui mi amavi un tempo, all’inizio. O forse hai dimenticato. Non ricordavi neppure le sere di quando ci eravamo appena sposati –

– Ma come Elinor, non puoi pensare che non appena tu dici ‘quelle sere’ io debba immediatamente indovinare quali –

– Certo che lo pensavo. Avresti dovuto indovinare, se tu avessi qualche interesse per me. E’ proprio questo ciò che mi addolora: ora ti interessa così poco di me che non significa più niente neppure il tempo in cui avevi interesse nei miei confronti. Tu pensi che io possa dimenticare quelle sere?-

– Ma certo che me ne ricordo. Solo che non puoi avere la pretesa che uno riassesti all’istante i propri pensieri. Quando hai parlato, stavo pensando ad altro, ecco tutto –

– Anch’io vorrei avere qualcos’altro a cui pensare – sospirò Elinor – Questo è il problema. Io non ho nient’altro. Perché ti amo così tanto? Non è giusto. Tu sei protetto dalla tua intelligenza e dal tuo talento. Tu hai i tuoi pensieri in cui ti ritiri, e dai quali sei protetto. Io non ho nessuna difesa dai miei sentimenti. E sono io, e non tu, quella che ha bisogno di difese, perché sono io quella che si preoccupa di noi. Tu non hai nessun bisogno di essere protetto. Non è giusto –

Ma dopotutto, pensava, è sempre stato così. Lui non la aveva mai amata, neppure all’inizio. Perché fin dall’inizio lui aveva rifiutato di darsi completamente. Lei, da parte sua, aveva offerto tutto. E lui aveva preso, senza dare niente in cambio. Aveva sempre tenuta nascosta la sua anima, e la parte più intima del suo essere, anche all’inizio, quando ancora, forse, la amava.
Philip stava zitto. Non aveva nulla da dire. Le mise un braccio intorno alle spalle, e le baciò la fronte, e le ciglia, umide di pianto.

– Allora mi vuoi bene un poco? –

– Ma certo –

Elinor allora sorrise tra i singhiozzi – Davvero, tu fai del tuo meglio con me. Ti sforzi

– Ma che cosa dici. Sai che ti amo –

– Si, mi ami – disse Elinor sorridendo con amarezza – Quando hai tempo, e sempre stando al di là dell’Atlantico –

– Non è vero – protestò Phil, sapendo bene che, invece, era vero. Per tutta la sua vita aveva viaggiato da solo, nel suo vuoto privato, all’interno del quale nessuno era stato ammesso.

– Non è vero, dici. Povero Phil, non potresti ingannare neppure un bambino. Non sai davvero raccontare bugie Se sapessi come sei trasparente.

Philip rimase silenzioso. I discorsi sui rapporti personali lo mettevano sempre a disagio: minacciavano la sua solitudine, quella solitudine che, con una parte della sua mente, gli dispiaceva perché si sentiva tagliato fuori da molte cose che gli sarebbe piaciuto provare, ma che, per altro verso, gli consentiva di vivere sentendosi libero.

Di solito, considerava la sua solitudine un dato acquisito, come uno accetta l’ambiente in cui si trova a vivere. Ma quando era minacciato, diveniva dolorosamente cosciente della sua importanza: e allora era disposto a combattere per difenderla, come un uomo che si batte per un po’ d’aria quando sta per soffocare. Ma era una battaglia senza violenza, una battaglia fatta di ritirate e difese. Per esempio, adesso si barricava nel silenzio, in quel silenzio calmo, lontano e freddo che Elinor non avrebbe certamente avuto il coraggio di attaccare.

Elinor lo guardò un momento, poi alzò gli occhi verso la luna. E i loro silenzi paralleli fluivano nel tempo, senza incontrarsi.

– E tuttavia – scoppiò a un certo punto Elinor, non riuscendo più a trattenere il suo risentimento – tu non sapresti che fare senza di me. Che cosa ti succederebbe, se io andassi da qualcuno che ha voglia di darmi qualcosa in cambio di ciò che io do?-

La domanda cadde nel silenzio, e non ebbe risposta. In effetti, nella vita quotidiana gli riusciva assai difficile entrare in comunicazione con chiunque non parlasse il suo linguaggio. C’erano, in realtà, dei momenti nei quali facendo grandi sforzi Phil riusciva a ammetterla nella sua intimità. Ma sia che l’abitudine alla riservatezza gli rendesse ormai impossibile esprimere i propri sentimenti, sia che, invece, gli si fosse atrofizzata la stessa capacità di provare dei sentimenti, Elinor restava, alla fine, delusa da questi momenti di intimità. Il tabernacolo all’interno del quale lui, con grande fatica, riusciva ogni tanto a introdurla si rivelava stupefacentemente nudo e vuoto, così come l’interno del tempio di Gerusalemme dovette apparire agli invasori Romani. Lei era grata a Phil dei suoi tentativi, anche se poi scopriva ogni volta che non c’era granché con cui avere un’intimità. Phil restava sempre lo stesso: intelligente al punto di essere quasi umano, distaccatamente gentile, passionale e sensuale con indifferenza, impersonalmente dolce.

Elinor, nonostante ci rimanesse male, si rendeva sempre conto che nella sua indifferenza non c’era nulla di personale nei suoi confronti, che lui era così con chiunque, che la amava quanto gli era possibile provare amore, che il suo amore per lei non era diminuito, perché non era mai stato più grande, e non avrebbe potuto mai esserlo. Ogni tanto, la sua irritazione prendeva il sopravvento, lui non può essere così, si diceva. Ma lui era proprio così. E allora cercava di amarlo come poteva, approfittando della sua gentilezza, della sua distaccata sensualità, della sua occasionale e laboriosa intimità, e, infine, della sua intelligenza, che poteva comprendere tutto, anche le emozioni che non provava e gli istinti che non lo agitavano. Una volta le era venuto in mente che lui era, per molti versi, quasi umano, come gli scimpanzé. La differenza era che loro tentano di arrivare a pensare con l’istinto, lui invece si sforzava di scendere verso l’istinto e il sentimento con il pensiero.

Da ALDOUS HUXLEY, Point counter point, Panther Books, 1982, pagg.78\84.

Anime

“Ci si domanda se si debba o si possa effettuare tentativi di rianimazione, benché l’anima abbia già forse abbandonato il corpo” (Pio XII: Risposte a alcuni importanti quesiti sulla rianimazione, in Discorso ai medici, Edizioni Orizzonte Medico, Roma 1959).
Domande sull’abbandono dell’anima:

Quando l’anima abbandona il corpo dell’uomo?

Quando si fa un prelievo di sangue, si porta via anche un poco d’anima? (ricordare, prima di rispondere, che l’anima si trova proprio nel sangue, secondo Genesi 9,6).

Quando si trapianta un cuore, l’anima segue il cuore?

E che succede, se a un cadavere si porta via il cervello? (secondo Michele Serveto è lì che si colloca l’anima, trascinata dal sangue che circola, dopo essere entrata dai polmoni: Christianismi restitutio, Norimberga 1790, p.169).

E se, oltre al cuore e al cervello, al cadavere si portano via anche i polmoni, il fegato e le cornee, da che parte sta l’anima?

E quando ci sarà il Giudizio Universale, e tutte le anime, come ben si sa, si ricongiungeranno con i corpi, che succederà dei corpi senza sangue, senza cuore, senza cervello, senza polmoni?

Rispondete, e la prossima volta vi farò delle domande più difficili, sul momento in cui l’anima entra nel corpo dell’uomo.

Crediti

Questo sesto volume dei Testi Infedeli è stato stampato in 300 esemplari fuori commercio nel 1993, come sempre da Rolando Motta, nella tipografia Bianca & Volta di Trucazzano.