N. 45 inverno 2013

IN COPERTINA:

Giuseppe Verdi (nel bicentenario della nascita). Matite e acquerelli Winsor & Newton su carta

 

 

IN QUESTO NUMERO

Alcune considerazioni di Hanna Arendt (già in passato presente nei Testi infedeli) sul tema della violenza.

Un brano di Elias Canetti, con la descrizione di due personaggi, uno noto e uno ormai dimenticato, di quella incubatrice culturale che è stata la Vienna degli anni Venti del secolo scorso.

Infine, la breve descrizione della vita di un perso-naggio ineguagliabile nella sua attività.

Poi c’è il consueto appuntamento con la poesia. Ci sono opere di Vojka Smiljani´c-Điki´c e di Sveti-na Tercˇon, due autrici provenienti dal mondo della ex- Jugoslavia (e l’eco di quel mondo scomparso si sente nei loro scritti) e alcune poesie di Yves Bon-nefoy, da molti considerato il maggior poeta fran-cese vivente.

 

Le segnalazioni dei libri da leggere o da rilegge-re sono anche questa volta di un gruppo da tem-po sempre presente all’appuntamento: Augusto Bianchi, Eva Cantarella, Sabino Cassese, Luciana Castellina, Gherardo Colombo, Joseph DiMento, Giulia Gavagnin, Marina Nespor, Pasquale Pa-squino, Michele Salvati, Roberto Satolli, Armando Spataro.

 

SULLA VIOLENZA

La violenza non è mai un fine, è sempre un mez-zo. È quindi razionale se raggiunge i risultati che la giustificano. Ma il problema del rapporto tra i mezzi e il fine applicato all’azione umana è che il fine perseguito rischia sempre di essere travolto dai mezzi utilizzati. Accade poi assai spesso che i mez-zi usati per raggiungere determinati fini assumono più duraturo rilievo che non i fini che ci si era pro-posti di raggiungere.

Inoltre, la violenza rimane ragionevole solo se si perseguono obiettivi limitati di breve periodo: in-fatti non si conoscono mai con ragionevole certez-za, soprattutto nel lungo periodo, le conseguenze di ciò che si fa, anche perché nella violenza sono sem-pre racchiusi aspetti di arbitrarietà e di casualità.

Questo significa che con la violenza non si possono perseguire grandi cause, né tantomeno si mette in moto la storia o si promuovono rivoluzioni, come molti pensano.

La violenza può però servire per richiamare l’at-tenzione sulle ingiustizie e serve, spesso e parados-salmente, perché possa essere udita la voce della moderazione. Per questo, è un’arma più efficace in mano ai riformisti che non ai rivoluzionari.

Dell’inutilità della violenza per perseguire obiettivi rivoluzionari era del resto ben convinto Marx, se-condo il quale solo le contraddizioni interne all’or-ganizzazione sociale e lo sgretolarsi dei rapporti sociali su cui una società si fonda portavano verso una nuova società, il cui affermarsi poteva essere preceduto, ma mai causato, da movimenti violenti. Contrari ai suoi insegnamenti sono quindi gli slo-gan di una parte della retorica rivoluzionaria, quale il detto di Mao-Tse-Tung secondo cui il potere sor-ge sulla canna del fucile.

 

Da Hanna Arendt, Reflections on Violence. Il te-sto integrale è pubblicato sulla New York Review of Books del 27 febbraio 1969 è può essere letto in www.nybooks.com/50/Arendt.

 

 

TRE POESIE DI VOJKA SMILJANIC´-ĐIKIC´

La portinaia Vera e il vicino di Curzola

Credevamo che una volta diventati vecchi saremmo andati a Trebinje

Avremmo preso in affitto un’antica casa di pietra E ogni mattina

saremmo scesi a Dubrovnik

a sorseggiare vino e a misurare il tempo. Verso sera saremmo poi tornati a casa stanchi della luce

avremmo acceso il fuoco e mangiato la focaccia nera. Ma non ci sei più.

Da sola, andare a Trebinje

Anche se della loro stessa religione direbbero che sono una straniera come la portinaia Vera a Belgrado

quando venivano a cercare i miei genitori diceva Sono quei turchi del terzo piano.

Per questo ho deciso di invecchiare a Curzola. Ho preso in affitto una vecchia casa di pietra l’ho riempita di olio d’oliva e piante aromatiche e ho piantato nove filari di fagioli.

Intorno vicini tranquilli,

gli stessi d’estate e d’inverno

il lieve profumo di legna bruciata

e di uva passita dalle vecchie cantine.

Tutto andava bene finché uno dei vicini non mi ha aspettato davanti a casa

e, rosso in faccia, mi  ha detto:

Questa non è Bosnia Questa è terra croata.

 

Un tempo tutto era niente

Un tempo tutto era niente

e niente sarà di nuovo ma

cosa fare cosa costruire

con le mani e le parole e cosa lasciare

che i venti sparpaglino?

 

Ho smesso di scrivere

Ho completamente smesso di scrivere Ma vado sempre nei boschi

talvolta al mare

E in genere è con loro che parlo di poesia

È la cosa che mi piace di più

Perché della poesia è più facile parlare con i boschi e con il mare

che con gli esperti

che in realtà sanno poco della poesia. Ne conosco uno che sa tutto

ma vedo poco anche lui.

Quando lo vedo gli spiego piuttosto come si cucina il gallo al vino,

mi sembra che anche a lui questo piaccia di più. Ecco a cosa penso mentre passeggio

tra i boschi e le acque Il bosco sì che è pura poesia E poi

i tetti di pietra delle case abbandonate piene di correnti d’aria

che splendono al chiaro di luna e in lontananza il Mare

in quella casa di pietra sulla collina da cui si vede il mare

sotto la luna piena ho visto la poesia

ho toccato le sue spine. Potete chiudere forte gli occhi

E vedere chiaramente questa immagine la notte estiva

la luna piena

il bianco chiarore le case di pietra

le scaglie argentate dei tetti. E poi

lo stridere della civetta Vujka Vujka mi chiama. La valle echeggia risplende e muore il mare

e al chiaro di luna brillano i tetti e vegliano sulle poesie non scritte. Così penso alla poesia

Mentre passeggio tra i boschi e le acque

 

I testi sono tratti dalle raccolte Pepelnica (Le Cene-ri, 1997), Prevo´denje mora (La traduzione del mare, 2004) e Druga zemlja (Un altro paese, 2000). La traduzione dal serbo è di Ginevra Pugliese. Un’am-pia scelta di poesie è pubblicata su Fili d’aquilone n.31 del luglio 2013.

 

Vojka Smiljani´c-Điki´c è nata a Varcar Vakuf (oggi Mrkonji´c grad) in Bosnia nel 1932. Dopo essersi laureata in romanistica all’Università di Belgrado si è trasferita a Sarajevo. Ha vissuto in Francia e a Londra, in Finlandia e in Algeria. Ha pubblica-to cinque raccolte di poesie, curato un’antologia di poeti algerini e tradotto libri dal francese e dallo sloveno. È redattrice della rivista letteraria Quader-ni di Sarajevo che esce dal 2001.

 

 

IL DOTTOR SONNE E ROBERT MUSIL

Il dottor Sonne

Arrivai un po’ in ritardo, tutti erano seduti a prende-re il té. Avevo già incontrato alcuni degli invitati, di altri conoscevo il nome o le opere. Appartato e quasi nascosto nella penombra, era seduto un uomo di cui conoscevo il viso da un anno e mezzo. Lo vedevo ogni pomeriggio al Café Museum barri-cato dietro ai giornali. Stava sempre solo e non par-lava con nessuno. Solo raramente alzava gli occhi. Mi sorprendevo ad aspettare con ansia i rari istanti in cui quel viso si mostrava. Quando entravo cerca-vo di sedermi in modo da tenerlo sempre d’occhio; stavo seduto un’ora e più di fronte a lui aspettando i momenti in cui gli vedevo la faccia. Per un anno e mezzo lo vidi così e diventò un pezzo muto della mia vita. Adesso era lì in quella sala. Mi fu presentato: “Questo è il dottor Sonne”. Da allora, cominciai a frequentarlo e divenne per me un modello di vita e di conoscenza.
Che cosa mi affascinava nel dottor Sonne? Non par-lava mai di sé. Nei suoi discorsi era assente ogni rife-rimento personale. Era qualcosa di eccezionale nel-la Vienna di quegli anni, dove ognuno straripava di compassione per sé stesso ed era gonfio della propria importanza: si viveva in piccoli gruppi perché ciascu-no aveva bisogno dell’altro, discutendo di tutto e sop-portando ogni discorso. Con il dottor Sonne però ci si sarebbe vergognati di parlare delle proprie vicende.
Escluse queste, con lui si poteva parlare di tutto e su qualsiasi cosa e il dottor Sonne rispondeva sempre in modo circostanziato e esauriente: di nessuna materia era uno specialista, ma era specialista di tutte le cose di cui l’ho sentito parlare. Ognuno dei suoi discorsi as-somigliava a un saggio, meditato e estremamente vivo. Le parole di Sonne non abolivano o liquidavano nulla: il tema trattato, alla fine, era riordinato e illuminato. Egli apriva interi territori là dove prima c’erano solo punti oscuri; analizzava ogni argomento scomponen-dolo senza però fargli perdere la sua unità. Sceglieva le singole parti da esporre alla luce, le prelevava con cautela e, dopo aver finito, con la stessa cautela le riponeva al loro posto nel tutto. Quando aveva finito un argomento, ci si sentiva illuminati e appagati, era una pagina chiusa, qualcosa su cui non si tornava più perché non c’era più nulla da dire.
In quegli anni leggevo L’uomo senza qualità, di cui allora erano usciti i primi due volumi. Mi sembra-va che nella letteratura contemporanea non ci fosse nulla paragonabile a quest’opera. Ebbene, a un certo punto mi accorsi che il dottor Sonne parlava come Musil scriveva: con la stessa chiarezza, la stessa pre-cisione e la stessa trasparenza.

 

Robert Musil

Musil era sempre in armi, pronto alla difesa e all’at-tacco. Il suo atteggiamento era la sua sicurezza: si sarebbe potuto pensare a una corazza, ma era piutto-sto un guscio. Ciò che frapponeva tra sé e il mondo non se l’era messo addosso, era cresciuto con lui.
Evitava le parole sentimentali, ogni frase di corte-sia gli riusciva sospetta. Fra tutte le cose tracciava confini, come intorno a sé stesso. Diffidava delle fratellanze, delle effusioni e delle esagerazioni. Era un uomo allo stato solido e si teneva alla larga dai liquidi e dai gas. Alle conversazioni approssimative non prendeva mai parte e, se si trovava in mezzo ai chiacchieroni dai quali a Vienna era impossibile sfuggire, si ritraeva nel suo guscio e restava muto. Si sottraeva sempre ai contatti indesiderati.
Se un ambiente non gli andava a genio, non diceva una parola. Per le vie tortuose provava disgusto. Ma non mirava affatto alla semplicità: il suo spirito era troppo ricco e troppo attivo e acuto per appagarsi del semplice.
Ascoltare i discorsi di Musil era un’esperienza tutta particolare. Non aveva nulla di manierato. Parlava in fretta ma senza mai essere precipitoso. Non na-scondeva il suo disprezzo per l’ebbrezza dell’ispi-razione, di cui si riempivano la bocca soprattutto gli espressionisti.
Conosceva il proprio valore e su questo punto non fu mai sfiorato da dubbi. I pochi che ne erano con-vinti, secondo lui non ne erano abbastanza convinti. E si dispiaceva che, per sostenerne il valore, lo in-serissero in una sorta di triade con Joyce e Broch. All’Ulisse opponeva un rifiuto categorico, mentre l’opera di Broch gli riusciva insopportabile: nella sua trilogia vedeva un tentativo di copiare il suo ca-polavoro. Su Broch non mi disse mai una parola di stima, pur conscio che Broch riconosceva apertamente il suo valore. Tra l’altro, quando Musil a seguito dell’inflazione perse tutti i suoi beni e si trovò in estrema indigenza, Broch partecipò attiva-mente a fondare una “società Musil” per versargli un contributo mensile in modo da permettergli di continuare a lavorare all’Uomo senza qualità.

da die Fackel im Ohr di Elias Canetti.

Elias Canetti nasce nel 1905 in Bulgaria a Ru-stchuk, oggi Ruse. Le lingue parlate in famiglia erano, oltre al bulgaro, lo spagnolo e il tedesco che sarà la lingua utilizzata per tutte le sue opere.

Dopo la morte del padre, insieme ai due fratelli se-gue la madre in diverse città d’Europa: Zurigo (tra il 1916 e il 1921), Francoforte e, infine, Vienna, dove si laurea in chimica. Qui sposa la scrittrice Veza Taubner-Calderòn, amica di Karl Kraus. A Vienna frequenta, tra gli altri, Musil, Broch, Merkel e Alban Berg. Del 1931 è il suo unico romanzo die Blendung (Autodafè), anticipazione allegorica del totalitarismo. Nel 1938, dopo l’Anschluss, si stabi-lisce a Londra dove lavora all’opera sulla psicolo-gia delle masse pubblicata nel 1960 con il titolo di Masse e potere del 1960. Nel 1971 torna a Zurigo dove muore nel 1994. Tra il 1977 e il 1985 pubbli-ca, in più volumi, la autobiografia del periodo tra il 1905 e il 1937 (Die gerettete Zunge, Die Fackel im Ohr, Das Augenspiel) che costituisce uno dei più importanti documenti sul periodo tra le due guerre. Ottiene nel 1981 il premio Nobel per la letteratura. Muore nel 1994.

TRE POESIE DI MAGDALENA SVETINA TERCˇON

Sola

Ogni giorno

danzo davanti a te mille danze, imito i chicchi

che i colombi mangiano, cerco di mostrarti

la mia storia.

Ogni giorno. Ma so

che non mi vedi.

 

Danza

Avviarsi leggermente incrociati scivolando stretti insieme, sfiorando appena il sottobosco, è bello girare

come se fosse il corpo che ho prestato a qualcuno

condannato alla non gravità. Avviarsi lievemente incrociati con un canto uguale all’attesa che nasca una regola.

Tutto assomiglia tanto alla dimensione del nulla.

 

Una goccia di verità

Tutto quello che cercavo

nell’illusorio passato,

tutto quello che custodivo

nel cesto di vimini, tutto quello

che ho intessuto

nel ricamo della partenza,

se l’è

preso una gocciolina di buio facendolo diventare una goccia di luce.

 

Magdalena Svetina Tercˇon è nata nel 1968 a Po-stojna. Nel 1996 si è laureata all’Università di Lju-bljana. I testi sono tratti dalla raccolta Odtenki v medprostoru (Sfumature nello spazio intermedio) che ha vinto nel 2006 il “Premio letterario Prem”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2007 con testo a fronte di Jolka Mili´c.

 

IL MAESTRO DEL DOPPIOGIOCO

Il doppiogioco indica l’attività di chi, infiltratosi in una organizzazione sovversiva, spionistica o crimi-nale, o essendo già membro, fornisce informazioni a coloro che vogliono combatterla. Chi fa il doppio gioco, quindi, finge di svolgere la sua attività per una organizzazione ma in realtà la tradisce e pas-sa informazioni e documenti a un’organizzazione nemica.

Si può fare il doppiogioco per lavoro, per un ideale, per costrizione o per soldi.

Impropriamente è stato talvolta incluso in questa categoria Evno Azef, del quale si occupò nel 1978, ai tempi del sequestro Moro, uno degli storici col-laboratori dei Testi infedeli, Salvatore Giannella, inviato dall’Europeo in Libano per indagare sui collegamenti tra terrorismo mediorientale e servizi segreti occidentali.

Azef con impareggiabile abilità riuscì in un’impre-sa che nessuno ha neppure immaginato di affronta-re: un doppio doppiogioco, con una accorta combi-nazione di ideale e lucro.

La sua carriera inizia come militante rivoluzionario in Russia nel 1885; scoperto, fugge dopo poco tem-po in Germania per evitare l’arresto. Qui è contat-tato dai servizi segreti zaristi, l’Okrana e accetta di divenire un informatore in cambio di uno stipendio mensile.

Ritorna quindi nel 1899 in Russia, aderisce al par-tito social- rivoluzionario e, per l’abilità e la spre-giudicatezza dimostrata nell’organizzare azioni di terrorismo, diviene in breve tempo membro del co-mitato centrale del partito. Così, con grande equa-nimità, per un compenso di 100 rubli al mese passa informazioni all’Okrana su attentati in corso di or-ganizzazione, permettendo l’arresto di numerosi aderenti al suo partito; nello stesso tempo, fedele ai suoi ideali rivoluzionari, utilizza informazioni ot-tenute dalla polizia russa per organizzare numerosi attentati e eminenti personaggi del governo zarista. Per anni Azef è considerato il miglior agente se-greto della migliore polizia segreta dell’epoca e nello stesso tempo uno dei più stimati rivoluzionari all’interno di un partito che era considerato il più irriducibile nemico del potere zarista.

Era fedele contemporaneamente al partito e alla po-lizia segreta e cercava di non fare torti a nessuno: se permetteva la cattura di un militante rivoluzionario, doveva ricevere in cambio la possibilità di porre in essere un attentato in cui l’importanza della vittima fosse di pari livello.

Così, in cambio delle informazioni che hanno per-messo di arrestare Grigori Gershuni, il fondatore del partito e il terrorista più ricercato di Russia, Azef ottiene dall’Okrana indicazioni che permetto-no di condurre a termine l’attentato a Pleve, il mi-nistro degli interno zarista, l’uomo più odiato dal Partito rivoluzionario. Pleve viene dilaniato da una bomba nel luglio del 1904.

Nel 1912 un poliziotto traditore convince il comi-tato centrale del partito che Azef è una spia. Azefriesce però a riparare in Germania dove muore nel 1918.

Da Anna Geifman, Entangled in Terror: The Azef Affair and the Russian Revolution, Wilmington 2000; Alex Butterworth, The World That Never Was. A True Story of Dreamers, Anarchists and Se-cret Agents, Vintage 2011. w

 

TRE POESIE DI YVES BONNEFOY

 

Teatro di Douve

Al centro di un teatro, sulla scena illuminata dal mare Douve si aggira su paesi di lenzuola;

scorre una calda acqua d’angoscia.

Qui forse tutto ricomincia, Douve. In un luogo, lontano, nelle tue dita che tengo tra le mani, risuona il risveglio dei fiumi.

Dei fari si spengono. Il vento si leva dalla tua gola. Non potremmo partecipare anche noi alla tempesta, Douve?

Alla gioia dei naufraghi?

Il giardino nero dell’infanzia, le donne di pietra, le fiamme sulla bocca, il vetro del sole

sul tuo viso. Le tue mani lasciano la cenere sui nostri corpi.

Douve, seni legati alle stelle, gambe lanciate verso il cielo. In un istante, tutto si compie.

 

Una pietra

Ho sempre fame di quel luogo che per noi era uno specchio dei frutti curvi nella sua acqua della sua luce che ci salvava e inciderò nella pietra

in ricordo del suo luccicare un cerchio, quel fuoco deserto sopra il cielo è veloce.

come per un voto la pietra è chiusa che cosa cercavamo? Forse nulla, una passione non è che un sogno. Le sue mani non chiedono più.

E di chi amò un immagine

e lo sguardo la desidera ancora la voce rimane rotta

la parola è piena di cenere.

 

La Pioggia d’estate

Il più caro ma

non il meno crudele di tutti i nostri ricordi.

La pioggia d’estate, improvvisa, breve.

Andavamo, e sembrava un altro mondo,

le nostre bocche s’inebriavano dell’odore dell’erba.

Terra.

La stoffa della pioggia aderiva su di te. era come il seno

che un pittore avrebbe sognato.

E subito dopo il cielo ci consentiva

quell’oro che l’alchimia aveva tanto cercato

lo toccavamo, brillante, sui rami bassi

ne amavamo il gusto d’acqua, sulle nostre labbra.

e quando poi raccoglievamo i rami e le foglie cadute, quel fumo la sera e poi improvviso, quel fuoco. era l’oro ancora.

 

Teatro di Douve è tratta da Du mouvement et de l’immobilité de Douve che raccoglie poesie scritte fino al 1949. La pioggia d’estate è tratta dalla rac-colta Les Planches courbes del 2001. Una pietra è tratta dalla raccolta La Vie errante del 1993. Ives Bonnefoy ha studiato matematica e filosofia a Poi-tiers e poi alla Sorbona. Dopo la guerra ha viaggiato tra Europa e Stati Uniti. Ha aderito per breve tempo al movimento surrealista. Ha raggiunto la notorietà nel 1953 con la raccolta poetica Du mouvement et de l’immobilité de Douve. Ha scritto saggi sulla po-esia sulla storia dell’arte. È stato amico di Octavio Paz e di Paul Celan.

Ha tradotto Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Pe-trarca, Leopardi, Pascoli. È considerato il massimo poeta francese vivente, più volte candidato al Nobel per la letteratura.

 

In Italia sono state pubblicato diverse raccolte di poesie: Movimento e immobilità di Douve (1969), Ieri deserto regnante (1978), Pietra scritta (1985), Nell’insidia della soglia (1990), Quel che fu sen-za luce. Inizio e fine della neve (2001), Le assi curve (2007). Nel 2010 è stata pubblicata nei Me-ridiani Mondadori L’opera poetica a cura di Fabio Scotto.

 

 

LIBRI DA LEGGERE

 

Carlo Simi, Scrivere il silenzio, Castelvecchi, 2013.

Per chi è abituato a leggere su Kindle, questo og-getto rimanda a prima dei caratteri mobili. Sono gli appunti di Simi su “Wittgenstein e il problema del linguaggio”, tutti scritti a mano, con disegnini co-lorati, circolature, scritte verticali, frecce, triangoli e altri espedienti grafici che rendono ogni pagina un oggetto da contemplare ed esplorare attraverso percorsi non lineari di lettura e comprensione (per quanto si riesce). Simi parte da quello che definisce “il problema” di tutta la filosofia: come si possa in-tendere che essere e pensiero siano la stessa cosa, tauton, da Parmenide in poi. E approda a smentire l’autore del Tractatus proprio sul celebre “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, misterioso e disorientante, affermando che in realtà proprio di quello “si deve scrivere”. Come appunto ha fatto Wittgenstein: e noi abbiamo il dovere di leggerlo.

Roberto Satolli

 

Su Tong, La Berge, Gallimard 2012.

Con La Berge (il romanzo è stato pubblicato nel-la traduzione francese da Gallimard nel 2012) Su Tong, dopo Mogli e concubine, racconta un’altra tragica storia, questa volta sullo sfondo della rivo-luzione culturale, per antifrasi. I personaggi della vicenda non sono però, come nella forma classica di questo genere letterario, eroi o principi coronati, ma figure della grandiosa commedia umana della Cina del secolo scorso.

Un padre e figlio, quello che è rimasto di una fami-glia poverissima che si ritira a vivere su una chiatta del Fiume dei Passeri, con complessi e violenti rap-porti fra di loro e con gli abitanti della terra ferma. L’eroina c’è, ma è morta da tempo. E la discenden-za disputata da quella figura gloriosa è all’origine delle vicende e delle sventure che si narrano nel libro. Huixian la trovatella della flottiglia delle bar-che del fiume è il fiore di girasole che attraversa la storia di quella famiglia.

Con il suo stile intenso e senza concessioni alla gra-zia letteraria, Su ci trasporta attraverso le passioni dure, le emozioni forti e le gioie effimere di una Cina ancora presente eppure già molto lontana.

Pasquale Pasquino

 

Rachel Kushner, The Flame Throwers, Bril-liance 2013.

The Flame Throwers is the story of a young Ameri-can women, Reno, first a motor cycle racer in Ne-vada, then a lost soul in New York City in the 1970s before the City became Disneyfied and Italian Americans filled their stereotype roles, then a pas-sive lover, in New York and Italy. Her man was San-dro Valera, a rebellious Italian scion of an Italian tire and motorcycle empire, heir to a huge industrial fortune but contemptuous of it. Unfortunately for Reno as the story evolves he seems indifferent to almost everything in life including his lovers.

This is a novel that should be known: it is written with flashes of literary beauty. Kushner has been all but canonized in American literary circles. And much of it is about Italians. It combines romanti-cism and noir and historical allusion [The founder of the motorcycle company was a member of the Arditi before the company became a heartless mul-tinational exploiting the poor in Brazil.]

The Flame Throwers works in those parts that take on big questions of the youth, labor and evolving feminists movements of the 60s and 70s and where Kushner beautifully and mischievously paints pic-tures of very colorful characters – including the aristocratic Italian matriarch in Como who does not even deign to actively ignore Reno when she visits the lake villa.

“The Feltrinelli bookstore…remained open. The clerks were handin out free copies of Mao’s Little Red Book, cheap plastic-coated copies like Gideon Bibles.”

Reno seems to have no capacity to personally eval-uate what she was hearing from those around her. Either “Feltrinelli’s death was necessary and good” or “it was an act of stupidity a mix up of positive and negative leads.”

This is important material but the mix of fiction, myth, and history prevents Kushner from doing much with it.

Joseph DiMento

 

Andrew Sean Greer, La storia di un matrimonio, Adelphi 2008.

Una storia ambientata a San Francisco, che tiene con il fiato sospeso dalla prima all’ultima riga, e non solo per il susseguirsi dei colpi di scena. Una storia impastata di reticenza, caratterizzata dal non detto, che smarrisce e avvince il lettore. Una storia scritta con grandissima maestria, ricolma anche di richiami storici, che ben si inseriscono nel tessuto del romanzo: ogni capitolo e’ spiazzante e arric-chente, e suscita domande anche su di noi, i nostri cari, i nostri amici. Un libro emozionante.

Augusto Bianchi

 

Bruce Chatwin (2013) L’alternativa nomade. Lettere 1948-1989, Adelphi 2013.

Il titolo originale è Under the sun. E’ una raccolta di lettere scritte da Bruce Chatwin a diversi amici, la cui pubblicazione è stata curata dalla moglie Eli-zabeth. Leggendo le lettere si rivivono alcune delle emozioni che si provano leggendo i suoi vari libri. La traduttrice della versione italiana ha scelto di in-titolare il libro come un suo capitolo, probabilmen-te il più suggestivo, appunto L’alternativa nomade. Il nomadismo è l’istinto al viaggio senza l’istinto al ritorno, presente invece in Chatwin, pur attratto profondamente dalla vita nomade. La sua irrequie-tezza viene bene descritta: diversa dal nomadismo, appunto perché in questo manca l’istinto al ritorno, che lui aveva forte: una coazione a partire e a va-gare per mondi diversi e una coazione a tornare a casa: a molti accade di partire, di divenire irrequieti lontani da casa dopo un mese, di ritornare e, dopo due mesi, di trovare la vita insopportabile, e ripar-tire. Il libro descrive così l’esigenza di muoversi e quella di avere una base come caratteristiche gene-tiche dell’essere umano. E’ un libro per chi che ama Chatwin e il suo girovagare illuminato.

Marina Nespor

 

Eugenio Xammar, El huevo de la serpiente Crònicas desde Alemania (1922-1924), Acantilla-do 2005.

C’era un tempo in cui un dollaro valeva 6.500 mar-chi tedeschi. Era il novembre del 1992. Avrebbe superato i 48.000 marchi nel gennaio del 1923. Siamo nel periodo dell’incontrollabile inflazione che segue la sconfitta nella prima guerra mondiale. Di questo periodo si occupano gli articoli raccolti in questo volume scritti tra il 1922 e il 1924 dal giornalista Eugenio Xammar, inviato in Germania per incarico di vari quotidiani spagnoli – anzi, ca-talani. Xammar, formatosi come funzionario della Società delle Nazioni a Ginevra, gira per il paese distrutto, visita la Ruhr occupata dai francesi, parla con la gente, con gli occupanti, con gli uomini poli-tici (Hitler compreso, allora agli esordi e pressoché sconosciuto, ma puntualmente identificato come il possibile dittatore “decerebrato” della Baviera); soprattutto, descrive e analizza con grande lucidità il disastro economico, finanziario e politico suc-cessivo alla sconfitta della prima guerra mondiale, spiega le ragioni dell’inflazione e, come Keynes (e pochissimi altri), vede nell’imposizione di risarci-menti “il cui ammontare superava il valore della stessa Germania” le basi per un futuro ancor più disastroso conflitto mondiale.

Stefano Nespor

 

Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio 2013.

Orsina è un eccellente storico di orientamento po-litico liberalconservatore: è a lui che dobbiamo l’interpretazione più profonda del berlusconismo sinora disponibile. Del berlusconismo come movi-mento politico la cui natura e il cui successo sono spiegabili solo scavando nella storia lunga del no-stro paese, dall’Unità ad oggi: parafrasando Gobetti sul Fascismo, anche per il berlusconismo le ragioni stanno in una “autobiografia della Nazione”.

Su Berlusconi come persona, come comunicatore, sulle ragioni del suo carisma, sui mezzi che è sta-to in grado di mobilitare, si è scritto moltissimo. Spesso però in modo poco utile, perché anche i commentatori più intelligenti di rado sono stati in grado di staccarsi dalle passioni, dall’avversione o dall’entusiasmo, che il fenomeno suscitava e conti-nua a suscitare. Ma le ragioni del successo di Forza Italia non stanno solo, e neppure prevalentemente, negli aspetti personali di Berlusconi. Stanno nel messaggio politico che ha lanciato; stanno nell’im-magine del paese che Berlusconi ha proposto agli italiani; stanno nella lunga storia che ha preceduto la discesa in campo di Berlusconi; stanno in un im-pasto contraddittorio –una emulsione, la definisce Orsina- tra liberalismo e populismo. E qui stanno anche le ragioni del suo fallimento, come l’autore, senza mezzi termini, conclude il suo libro.

Questa è solo una segnalazione: una mia lunga re-censione è stata pubblicata ne La Lettura, il dome-nicale del Corriere della Sera dell’11 agosto scorso, e ne riprendo l’augurio finale. Come in politica, an-che nell’analisi storica è sbagliato cercare impossi-bili “pacificazioni”: le opinioni sono destinate a re-stare diverse e le analisi di Orsina susciteranno con-trasti. L’importante è che questi contrasti e queste diversità si manifestino ad un livello intellettuale più alto dell’insulto, del sarcasmo, del moralismo e dell’antimoralismo cui ci hanno abituati gli scontri tra berlusconiani e antiberlusconiani. Prendere sul serio Orsina, tenersi al suo stesso livello, può avvia-re un confronto allo stesso tempo appassionante e utile. Ci può soccorrere nella lunga strada che dob-biamo percorrere verso una modernità civile.

Michele Salvati

 

Paolo Brusasco, Tesori rubati. Il saccheggio del patrimonio artistico nel medio Oriente, Bruno Mondadori 2013.

Un libro da non perdere. Scritto da un vero specia-lista, con un linguaggio accessibile anche ai profa-ni, che racconta impietosamente I furti e il tragico saccheggio dell’ Iraq Museum di Bagdad, la lacuna delle missioni Unesco, le investigazioni degli Sta-ti Uniti in un teatro di guerra che li vedeva copro-tagonisti del tragico misfatto. E poi il commercio internazionale delle opere d’arte, la distruzione di molti siti sumerici, babilonesi e assiri, la scompar-sa di patrimoni che privano i popoli che la subisco-no della loro storia e la loro identità. Tragedie che invitano inevitabilmente a pensare alle distruzioni che avvengono in altri contesti e per altre ragioni anche nel nostro paese, di cui lo sfacelo di Pompei può essere assunto a metafora.

 

Tommaso Braccini, Indagine sull’Orco. Miti e storie del divoratore di bambini, il Mulino 2013.

Quante sono le favole che raccontano dell’ orco cat-tivo? A raccontarle sono le tradizioni popolari e la letteratura alta, in epoche e in paesi lontani tra loro. In un libro che racconta i vari “orchi”, a partire dagli etruschi per arrivare al Signore degli Anelli, Tommaso Braccini si pone un domanda: esiste un tratto che collega, nel tempo e nello spazio, i vari personaggi così caratterizzati? Un libro originale e interessante scritto da un antichista-antropologo, che apre prospettive sorprendenti anche sul rap-porto tra noi e gli antichi: ad esempio, l’ esistenza, del tutto inaspettata, di un orco anche nella cultura di Roma antica.

Eva Cantarella

 

Claudio Fava, Mar del Plata, Add Editore 2013.

Mar del Plata è una città argentina situata sulla costa dell’oceano Atlantico, con quasi un milio-ne di abitanti. Claudio Fava, scrittore, giornalista, sceneggiatore e politico coerente, vi ambienta una storia vera di rugby e desaparecidos nell’Argentina di Videla. La racconta Raoul, l’unico sopravvissu-to di una squadra che, poco alla volta, perse i suoi giocatori fino ad essere annientata. Siamo nel ’78. Il primo a morire è Javier, ripescato dalle acque del Rio della Plata con le mani legate dietro la schiena. La domenica successiva i suoi compagni chiedono un minuto di silenzio prima della partita. Invece di minuti ne passano dieci. È una provocazione per gli sgherri di Videla che iniziano ad uccidere quei giovani uno alla volta: ma ci sono i ragazzini del vivaio che, dopo ogni morte, ne prendono il posto e quella squadra, suo malgrado, diventa un simbo-lo. Non erano combattenti quei ragazzi, c’era chi studiava, chi lavorava e per tutti il rugby era l’isola felice. Fino alla uccisione di Javier, che non li fer-mò e anzi ne scosse le anime: quei ragazzi per ogni compagno ucciso continuarono a sfidare il regime con lunghi minuti di silenzio fino all’ultimo match del campionato. E più duravano quei minuti, più la folla ne capiva il senso. E gli avversari pure, fino a scaraventare la palla ovale in tribuna, come fosse uno sputo, contro i militari attoniti. Quanto acca-deva in Argentina – scrive Fava nella postfazione – non era troppo diverso dalle mattanze mafiose in Italia: “si moriva in Argentina come in Sicilia per-ché una banda di carogne regolava in questo modo i propri conti con i dissidenti”. Ma la dignità che quel popolo oppresso seppe opporre alla “carogne” di regime la puoi scoprire a tutte le latitudini ed in ogni tempo, perché ragazzi pronti a sfidare un desti-no già scritto li puoi trovare a Buenos Aires, come a Catania. Ecco perché questo libro, più che i fatti, narra “i pensieri e i gesti di quei ragazzi che scel-sero di restare e di morire”. Perché alla fine poco importa se quei ragazzi fossero argentini o siciliani.

“Importa come vissero. E come seppero dire di no” a quei “chianchieri” in divisa, passando la palla in-dietro per andare avanti tutti insieme.

Armando Spataro

 

Delio Cantimori – Gastone Manacorda, Amici per la storia. Lettere 1942 – 1966, a cura di Albertina Vittoria, Carocci, 2013.

Scambio epistolare durato un quarto di secolo tra due eminenti storici, uniti dagli interessi scientifici e dalla passione politica. Cantimori, nato nel 1904 e divenuto professore all’età di trentacinque anni, era più vecchio di un dodicennio di Manacorda, la cui carriera accademica, però, fu molto più lenta, essendo questi divenuto professore ordinario solo nel 1968. Per questo motivo, pur essendo quasi coe-tanei e molto amici, i rapporti tra i due furono quelli di maestro e allievo. L’epistolario è un genere particolare. Contiene det-tagli insignificanti e particolari illuminanti. Rivela la vita interiore e i rapporti che si stabiliscono tra gli uomini. Svela le condizioni di vita, gli umori, le trame, i pensieri nascosti. Questo epistolario, in particolare, è importante per diversi motivi. Come testimonianza di una amicizia nata sulla base di co-muni interessi storici e politici. Come cronaca dei riflessi della grande politica sulla storia intellettuale. Come analisi delle vicende di tre riviste, “Movimen-to operaio”, “Società” e “Il Contemporaneo”. Come registrazione dei rapporti universitari e di un “spac-cato di vita” accademica. Dunque, cultura, politica, organizzazione della cultura, vita di partito, legami personali, grandi e piccole vicende si mescolano e fanno di questa raccolta, splendidamente curata da Albertina Vittoria e da lei introdotta con un lunghis-simo saggio, una lettura molto interessante per com-prendere gli anni a cavallo della metà del secolo XX. Sabino Cassese

 

Theodor Sturgeon, Cristalli Sognanti, Adelphi 1997.

Mi sono imbattuta in questo libretto un paio di mesi fa, aspettando il treno per Milano a Roma Ter-mini. Ero con mio padre, grande appassionato di fantascienza, e l’ho accompagnato nella grande li-breria della stazione a cercare vecchie e nuove sto-rie di draghi e di eroi. Sono rimasta colpita dal ti-tolo del romanzo, non lo conoscevo: mio padre me l’ha regalato dicendomi che è stato un romanzo di culto arrivato al successo tramite passaparola. L’ho letto d’un fiato, avvinta dalla storia assurda di que-sto bambino ‘che fa cose cattive’, cacciato di casa dal patrigno che gli schiaccia le dita di una mano, si rifugia in un circo di nani e di mostri tenuto da una specie di Mangiafuoco che fa esperimenti di rigenerazione genetica con le piante e con gli esseri umani. Così fiabesco, così moderno: il bambino re-sta tale per otto anni, in realtà è un superuomo, a di-ciott’anni diventa un artista di rara bellezza, le ‘cose cattive’ appartenevano alla sua necessità di mangia-re formiche per assumere l’acido formico. Il padro-ne del circo è un uomo malvagio e alla fine diviene sodale del patrigno persecutore, che di mestiere fa il giudice ed è corrotto nell’animo (si sa, non a tutti gli americani piacevano i giudici). Dopo averlo let-to posso dire che il pulp e l’assurdo di molti artisti americani di successo forse è nato qui.

Giulia Gavagnin

 

Ruben Gallo, Un edipo stalinista, Il Saggiatore 2013.

Non dovrei recensirlo, perché un pezzetto di que-sto libro l’ho scritto io; però si tratta soltanto della introduzione, che ho accettato di scrivere proprio perché ho trovato avvincente la vicenda narrata dall’autore, Ruben Gallo, giovane messicano do-cente all’Università di Princeton. Si tratta di un capitolo di un grosso volume accademico dedicato a “Freud in Messico” dove si narra di un giudice del luogo che, nei primi anni ’30, si innamora degli scritti di Freud e pensa di applicare la nuova teoria ai processi penali. Il primo che gli capita e gli sem-bra adatto, per via della difficoltà di capire l’im-putato che declina generalità palesemente false, è quello sull’assassinio di Trozki. Da questo antefatto si snodano una infinità di intriganti connesse vicen-de, che toccano la guerra civile spagnola, il KGB e i suoi insospettabili ma probabili agenti, i legami con la psicanalisi, la cieca fedeltà agli ordini staliniani dei comunisti ortodossi, il rapporto drammatico fra una madre e un figlio – Ramon Mercader – che ne deriva. Tutta storia, non fiction.

Luciana Castellina

 

 

 

 

Questo quarantaquattresimo volume dei Testi Infe-deli è stato stampato nel dicembre del 2013 in due-centoventi copie non numerate e fuori commercio da Grafiche Porpora srl di Cernusco sul Naviglio, Milano. Come sempre, ho liberamente e infedel-mente tradotti e talvolta riscritti la maggior parte dei testi, spesso rispettando – ma non sempre inte-gralmente – il pensiero dell’autore.

 

Il volume non sarà più inviato a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.

I Testi Infedeli escono dal 1989.

Ringrazio per la revisione del testo Salvatore Gian-nella e Marina Nespor.