N. 17 estate 2000

Wanderlust: i mad travelers

Una volta, negli ultimi decenni del XIX secolo, c’era la dromomania, denominata in francese automatisme ambulatoire.
Era una malattia.
I malati erano chiamati in Inghilterra mad travelers, in Francia alienés voyageurs: a un certo punto – spinti da un impulso irrefrenabile, poeticamente indicato in tedesco come Wanderlust – abbandonavano la casa, la famiglia, gli amici, il lavoro, e si mettevano in viaggio, senza mezzi, valige, programmi o obiettivi,  verso ignote destinazioni. Scomparivano per settimane, mesi o anni. Nessuno sapeva dove si dirigevano, né se e quando sarebbero tornati, né perché fossero partiti.
Alcuni venivano ritrovati nelle campagne vicino a casa, altri in località lontane da quella da cui erano partiti: e poiché in molti paesi il vagabondaggio era considerato a quel tempo un crimine, venivano arrestati, interrogati, picchiati, frustati, condannati ai lavori forzati e spesso rinchiusi in manicomi.
Secondo Charles B.Davenport, sostenitore delle dottrine eugenetiche e studioso dell’ereditarietà, la malattia era la esplosione psichicamente incontrollabile dell’istinto nomadico primordiale che è presente, anche se contenuto, in ciascun essere umano: era il rifiuto della civiltà, della sedentarietà, delle regole di convivenza sociali e civili.
Davenport catalogò e studiò negli Stati Uniti 168 uomini e 15 donne affette da dromomania e le loro famiglie di origine. Giunse alla conclusione che il nomadismo era il prodotto di una alterazione genetica assai diffusa in America perché la popolazione era costituita in gran parte da discendenti di dromomani europei che avevano abbandonato le loro case e le loro famiglie e si erano avventurati in un mondo sconosciuto.
Secondo altri studiosi (in prevalenza francesi) la dromomania non era un fenomeno genetico, ma una vera e propria malattia, caratterizzata dalla “fuga”, dall’irrefrenabile desiderio di vagabondare. Era frequentemente associata ad alcoolismo, isteria e altri fenomeni di disfunzione psichica; era perciò potenzialmente pericolosa e eversiva, in quanto i malati – soprattutto uomini – offrivano un esempio di irresponsabilità, di sfrenatezza, di ribellione contro la convivenza civile.
Per tutti gli studiosi, essa era pericolosa: il dromomane era portatore di malattie, e le nuove tecnologie della mobilità sviluppatesi alla fine dell’Ottocento (il treno e le navi a vapore in primo luogo), agevolando il suo vagabondare, favorivano il contagio di coloro che, rispettosi del civile principio di sedentarietà, non avrebbero corso altrimenti alcun pericolo.
Alla fine del secolo, i dromomani erano strettamente associati con la diffusione delle malattie veneree (molti studi scientifici cercarono di dimostrare la propensione genetica a tali malattie dei vagabondi), ed erano considerati individui pericolosi da respingere o isolare.
Secondo un libro di uno dei maggiori esperti di dromomania, James McCook (Alcune nuove riflessioni sul problema del vagabondaggio, 1892) il fatto che circa il 10% dei vagabondi esaminati avesse una malattia venerea dimostrava la pericolosità sociale delle persone propense alla immotivata mobilità. In un scritto successivo, “L’allarmante fenomeno degli elettori a pagamento”, McCook denuncia anche la pericolosità dei dromomani per il sistema democratico: erano infatti disposti a votare a pagamento ovunque si trovassero e anzi percorrevano miglia e miglia per votare in qualche elezione in cambio di modesti compensi. McCook propone quindi di escludere tutti i vagabondi dal diritto di voto. Il più famoso mad traveler è stato Albert Dadas impiegato del gas di Bordeaux. Era un omino dall’aria mite, con i baffetti sottili piegati all’ingiù sulla sua faccia sempre un po’ spaesata. Era un gran lavoratore ma con qualcosa di indefinibile, di sballato.
A un certo punto, mosso da un impulso incontrollabile, abbandonava il lavoro e si metteva in viaggio, così come era: senza un soldo, senza una meta. Si manteneva facendo qualche lavoretto lungo la strada, dormiva dovunque trovasse un riparo.
Viaggiava come in stato di trance, percorreva anche 70 km al giorno; si ritrovava a Berlino, o a Mosca, o a Costantinopoli: non ricordava come era arrivato, né quanto aveva viaggiato. Con difficoltà riusciva a tornare, o, più spesso, veniva rimpatriato a forza.
Non sapeva quasi leggere e scrivere. Ma nessuno come lui sapeva viaggiare, confrontarsi con popoli e civiltà sconosciute, farsi accogliere e farsi voler bene dovunque andasse. Divenne famoso a un certo punto: gli fecero scrivere le sue memorie.
I dromomani sono durati dal 1886 – primo caso descritto dalla letteratura medico-scientifica – fino al 1908.
Sono stati al centro dell’annuale congresso di psicoanalisi tenutosi  a Parigi del 1889; tra gli altri c’erano Freud, Charcot, William James, Binet. Molte relazioni sono state presentate e molto si è discusso in quel congresso di dromomania.
Poi, così come sono comparsi, sono scomparsi.
Venti anni dopo, nel congresso di psicoanalisi del 1909, della dromomania non si è più parlato.
Erano scomparsi i dromomani o era scomparsa la malattia? Oppure era in quegli anni cambiato il giudizio sulla mobilità, considerata non più come fenomeno minaccioso ma come espressione di svago, da considerare benevolmente e anche da incoraggiare per favorire lo sviluppo della nascente industria turistica? Oppure la dromomania si era trasformata in una malattia diversa e non ancora individuata?

Da: Ian Hacking, Mad Travelers: Reflections on the Reality of Transient Mental Illnessess, Uni Press Virginia 1999; Philippe Tissié, Les Alienés voyageurs, Bordeaux, 1887; Charles B.Davenport, Nomadism, Or the Wandering Impulse, With Special Reference to Heredity, 1915; Tim Cresswell, Encoding the mobile body: the production of the tramp in http://oassis.gcal.ac.uk/Research/Conferences/RGS_IBG/Paper1-2.html; Mirella Serra, Il viaggiatore che non si fermava mai, in La Stampa Libri 15\6\2000.

Due poesie di Letizia Muratori

I

Sono ancora qui.
Per chi sa
Che la vita sta nascosta
Negli angoli

II

Si logora un rumore
Ma lontano.
Sbiadire è una quiete
Fastidiosa

Da Letizia Muratori, Luce intermedia, Fermenti Roma 1999.

Tre poesie di Anfrid Anstel

I

Ho avuto cattivi maestri.
È stata una buona scuola.

II

Mio caro San Martino,
un mezzo mantello
per un uomo nudo
non è stato un gesto
un po’ da  pidocchioso?

III

Scrivo e scrivo.
Tutto inutile.
Quelli contro cui scrivo
Non sanno leggere.

Da ARNFRID ASTEL, in Peter Hamm, Aussichten. Junge Lyriker des deutschen Sprachraums, Munchen 1965.

Come evitare brogli elettorali

Procedura per l’elezione del Doge di Venezia, introdotta nel 1249 dal doge Jacopo Tiepolo per evitare accordi clandestini o corruzioni.
Vengono estratti a sorte 30 cittadini tra tutti quelli di età superiore a 30 anni.
I 30 sono ridotti, per esclusione a sorte, a 9.
I nove eleggono a maggioranza 40 cittadini
I 40 sono ridotti, per esclusione a sorte, a 12
I 12 eleggono 25 cittadini con maggioranza e ballottaggi
I 25 sono ridotti con esclusioni a sorte a 9
I 9 eleggono 45 cittadini.
I 45 sono ridotti per esclusione a sorte a 11
Gli 11 nominano 41 cittadini e questi eleggono, con una maggioranza di almeno 25 voti, il Doge.

Creatori, creature, creazioni

I

Quante volte l’avevo detto che non avrebbe mai potuto funzionare. Anzi, ancor prima, lo avevo pregato di lasciar perdere: altri in passato avevano fatto degli universi: solo pochissimi stavano ancora insieme, richiedendo enormi fatiche, attenzioni e sacrifici ai loro creatori.
Ma lui ha insistito, ha insistito, sembrava che fosse una questione di vita o di morte, voleva a tutti i costi sentirsi onnipotente. Alla fine, lo ho lasciato fare.
All’inizio sembrava anche che le cose andassero bene. La creazione della luce e i big bang (soprattutto il secondo) sono stati effettivamente uno spettacolo superbo, che ha lasciato tutti a bocca aperta. Anche la formazione della materia  è stata senza dubbio la migliore tra tutte quelle che ho potuto vedere.
Le giornate seguenti, in cui si è dedicato ad alcuni pianeti, e soprattutto alla Terra, lasciavano sperare che questo universo potesse funzionare: in fondo, tutti dicevano con invidia, gli è servita l’esperienza fatta dagli altri. Lui poi per la Terra ha dimostrato subito una passione particolare, e,  quando ha fatto gli alberi e le piante, un vero pollice verde.
Poi, è arrivato l’errore fondamentale, quando è passato agli animali.
Mi ero accorto che aveva in mente di arrivare all’uomo. Gli ho detto subito, fermati, fermati adesso.
Se vai avanti sarai costretto a fare l’uomo e ti rovinerà tutto quello che hai creato sinora, lo sai benissimo, è andata sempre così. Lui niente, onnipotente e testardo, era sicuro di fare un uomo diverso e migliore di quello degli altri.
E adesso è lì che si rende conto che tutto sta andando in frantumi, che l’uomo sta effettivamente devastando tutto ciò che aveva fatto, proprio come avevo previsto.
Per di più, lo vedo triste e preoccupato, mi dicono che sta trascurando i suoi compiti importanti, e non fa neppure più nulla per evitare che il suo universo si sgretoli.
Speriamo almeno che tutto finisca in fretta.

II

Lo vidi finalmente da solo, senza nulla da fare. Presi il coraggio a quattro mani, e dissi: Ho deciso di fare degli esseri viventi sul mio mondo. Ancora con il tuo mondo. Ma non hai altro a cui pensare? E poi, non è questa grande trovata: li hanno fatti in tanti, mi rispose senza quasi guardarmi, quasi tutti sono finiti male. Per di più, lo sai, fare gli esseri viventi richiede tempo e attenzione, e tu hai molte altre cose da fare.
Sì, ma io voglio fare essere viventi che si riproducono da soli.
Si riproducono da soli? Che cosa vuol dire? Intendi dire che si fanno da soli senza che tu li crei?
Esattamente, e credo di aver escogitato un meccanismo abbastanza intelligente, a cui nessuno sinora a pensato.
Quando fai così, capisco quelli che ti dicono che credi di essere il Padreterno. Con tutti quelli che passano il loro tempo libero a fare mondi e a creare la vita, ti sembra possibile che nessuno abbia mai pensato, in tutto questo tempo, al tuo meccanismo? Noi abbiamo pensato a tutto e sappiamo tutto per definizione, lo sai bene.
Eppure, nessuno ci ha pensato. La mia idea è questa: io faccio due esseri viventi, e poi fanno tutto loro. Quando dico si riproducono, intendo dire che loro si mettono insieme, con modalità che non ho ancora ben messo a punto, e ne fanno altri, e quelli che vengono fatti si mettono insieme e ne fanno altri ancora, e così via. Io, dopo i primi due, non faccio più assolutamente niente: sto a guardare e vedo come va a finire.
A questo punto, lui rimase in silenzio a pensare. L’idea è buona, disse alla fine. Ma che vantaggio c’è con questo sistema, rispetto a quello che si usa di solito?
Gli altri fanno tanti esseri viventi sempre uguali. Magari di tipo diverso l’uno dall’altro, ma tutti sempre uguali. Io introduco qualcosa che fino ad oggi non c’è: il cambiamento. Due si mettono insieme, si riproducono, fanno un altro essere che è in qualche modo la loro combinazione: uguale a loro, ma anche diverso. In pratica io faccio lo start-up, e poi tutto va avanti.
Vuoi dire che poi tu stai lì e guardi come va a finire? E che divertimento c’è, allora?
Esatto: io vedo come va a finire. Per esempio, faccio i primi due esseri viventi uguali a me. Quindi semplicissimi, microscopici e unicellulari proprio come noi. Poi li lascio fare. Loro si riproducono. Un poco alla volta, cambiano. Facciamo passare del tempo.
Secondo te, resteranno sempre uguali a me? Oppure lentamente diventano sempre più diversi, magari più grandi, più complicati. Diventeranno più belli o più brutti di noi? Più buoni o più cattivi?
Insomma, riproducendosi per molte e molte volte, posso ottenere magari degli esseri viventi che sono meglio di noi?

III

Ricordate tutti quando venne da me e con fare risoluto mi disse: Ho deciso, a questo punto per i miei esseri viventi sulla Terra ci vuole l’anima.
Ci volle poco a fargli vedere che dare l’anima a tutti i suoi esseri viventi sulla Terra, senza bloccare la loro furia riproduttiva, avrebbe provocato l’esaurimento delle nostre scorte di anime in poco tempo.
Conti alla mano, riuscii a convincerlo. Alla fine, raggiungemmo un accordo. Avremmo dato l’anima in via sperimentale solo ad una delle tante specie con cui aveva popolato la Terra, agli uomini: erano quelli che gli erano più simpatici, sosteneva perfino che gli assomigliavano tutti un po’; poi, secondo i miei tecnici, non sarebbero durati a lungo. Dovetti però imporre una ulteriore limitazione: l’anima sarebbe stata erogata solo ad alcuni uomini di sesso maschile; io e i miei assistenti nel frattempo avremmo studiato come rimpolpare le scorte di anime e organizzare la produzione.
Riuscimmo anche a risolvere un problema tecnico non da poco, perché lui voleva assolutamente che l’anima arrivasse ai suoi esseri proprio nel momento in cui nascevano, né prima, né dopo (si oppose radicalmente a una mia proposta di dare l’anima solo agli esseri già adulti, in modo da non sprecare materia prima con quelli che morivano giovani), e per di più senza che nessuno se ne accorgesse.
Per un po’ l’operazione anima è andata bene. Poi, all’improvviso, si è dimenticato di tutte le promesse e gli accordi, e senza dirmi niente ha ordinato di inserire le anime in tutti gli esseri umani maschi, non solo quelli di colore bianco come avevamo stabilito (così è stata tutta inutile la fatica di ottenere uomini di colori diversi).
Poi, un giorno, mi sono accorto che da tempo erogava l’anima anche alle femmine: è un problema di eguaglianza, mi ha detto.
Consumava anime a un ritmo sempre crescente, e pareva non rendersi conto, nonostante la sua onniscienza, che prima o poi si sarebbero esaurite. Vedrai che quando le anime finiscono troveremo qualche cosa d’altro, mi diceva, come se tutto fosse sostituibile e rinnovabile.
Bene, adesso l’ultimo giacimento disponibile sta per finire. Tutto finisce, prima o poi. Lui è lì che si dispera, come faccio a dirlo adesso ai miei esseri umani, si chiede, come faccio a dirgli che fra poco non gli darò più l’anima?

***

I quattro racconti che ho riprodotto con qualche libertà, soprattutto per rendere di agevole lettura l’involuto tedesco seicentesco, fanno parte di una raccolta che ha lo stesso titolo che ho qui utilizzato: Schopfer, Geschopfte und Schopfungen.
In realtà il titolo è stato probabilmente aggiunto successivamente, allorché i racconti sono stati inseriti nel volume in cui io li ho casualmente trovati qualche tempo fa, frugando nel polveroso scantinato di un libraio di Jena.
Il libro è stato stampato nel 1653 ad Heidelberg. Sul volume non è indicato il nome del tipografo.
Questo certamente significa che esso è stato pubblicato clandestinamente (solo successivamente, nell’ultimo decennio del secolo, si diffonderà l’obbligo, penalmente sanzionato, di indicare il nome dello stampatore).
Il libro, stampato probabilmente in poche diecine di esemplari, è stato destinato ad una circolazione limitata a pochi fidati lettori rifugiatisi da varie parti d’Europa nella piccola città universitaria per sfuggire alle galere e ai roghi delle varie sette religiose cristiane riformiste e controriformiste, confidando nella relativa e sempre precaria libertà di opinione e di discussione concessa ai suoi sudditi dal principe Karl Ludwig, elettore palatino allevato e educato in giovinezza a Amsterdam, città che costituiva l’epicentro della tolleranza nel XVII secolo, dove era fuggito al seguito del padre dalla Germania durante la guerra dei Trent’anni.
Non va del resto dimenticato che questo sovrano  pochi anni dopo, nel 1673, con grande audacia intellettuale avrebbe offerto la cattedra di filosofia nella università già celebre della sua capitale a Baruch Spinoza.
Ma anche ad Heidelberg, come pressoché ovunque in Europa,  la stampa e la diffusione di testi come quelli qui ora pubblicati non  restava impunita. Ed infatti, l’ignoto tipografo, scoperto e espulso dalla città, andò incontro ad una tragica fine, come sappiamo da una nota posta come introduzione alla ristampa settecentesca di un altro volume originariamente stampato nella medesima tipografia (a pochi mesi di distanza da Creatori, creature e creazioni, ci precisa l’autore della nota), dal titolo Confutazioni sulla teoria della predestinazione, destinato sicuramente anch’esso a circolare nella medesima ristretta cerchia di liberi pensatori.
Sappiamo dunque da questa nota che lo sfortunato tipografo, avventuratosi per ragioni sconosciute a Ginevra (probabilmente attiratovi con l’inganno o trattovi a forza), venne lì sommariamente processato da un tribunale di teologi calvinisti per aver diffuso idee eretiche sulla creazione e sulla predestinazione e pubblicamente bruciato, insieme a una discreta quantità dei volumi da lui stampati.
Quasi certamente Heidelberg non era la prima città alla quale approdò il coraggioso tipografo, uno dei molti sconosciuti eroi della battaglia condotta in quel secolo contro il fanatismo religioso. Nella medesima nota introduttiva da cui riprendo tutte queste notizie gli viene infatti attribuita anche la stampa di Propostar contra a Tradicao, un volume in lingua portoghese apparso alcuni decenni prima, nel 1616, a Amburgo, contenente dieci tesi che criticavano e ridicolizzano la veridicità del Talmud.
Autore di questo volume, del quale ci rimangono alcuni esemplari, fu Uriel Da Costa, sul quale molto è stato scritto, anche per la influenza che il suo pensiero ha avuto, secondo molti studiosi, sul giovane Baruch Spinoza.
Da Costa apparteneva infatti, come Spinoza, alla fiorente comunità ebraica di origine portoghese insediatasi a Amsterdam nei primi anni del 1600, trovando lì protezione e accoglienza.
Nel libretto pubblicato ad Amburgo Da Costa sostiene che la credenza nell’immortalità dell’anima e quella nella salvezza eterna sono falsità inventate da preti e rabbini per soggiogare i fedeli. Osserva in proposito che la Bibbia non afferma mai né che l’anima sia immortale, né che vi siano premi per i giusti e punizioni per i malvagi nell’aldilà: la Bibbia dice invece che l’essere umano, e non solo il corpo umano, è polvere e ritorna polvere dopo la morte.
Queste tesi vengono ribadite da da Costa, in modo ancor più radicale, in un libro del 1624, Esame delle tradizioni farisaiche, pubblicato questa volta ad Amsterdam.
L’abbandono di Amburgo fu quasi certamente determinato dal fatto che il nostro tipografo venne scoperto e costretto ad abbandonare la città anseatica, trovando rifugio, come abbiamo visto, a Heidelberg.
Anche Da Costa del resto non ebbe vita facile: scomunicato dalla comunità israelitica, venne subito arrestato dal Governo della città e, seppur liberato dopo qualche tempo, non resse alla situazione di isolamento, di pesante pressione psicologica e di precarietà economica in cui si trovo’ ridotto e alla fine e si uccise nel 1640.
Ma torniamo al nostro volume.
La lingua tedesca del volume che ho potuto utilizzare per estrarre e tradurre i tre racconti non è certamente quella originaria. Essa è l’evidente frutto di una frettolosa e imprecisa traduzione dalla lingua spagnola, che non necessariamente è stata la lingua in cui il volume è stato composto dal suo Autore.
Sappiamo infatti che nei primi anni Quaranta del secolo circolavano versioni del libro, oltreché in tedesco e in spagnolo,  in latino, in olandese, in portoghese e anche in francese.
Merita di essere riferita la curiosa modalità con la quale abbiamo notizia della traduzione in questa ultima lingua: nel verbale della perquisizione effettuata dalla polizia segreta di Luigi XIV nell’abitazione di Franciscus van der Enden, si riferisce che è stato rinvenuto e sequestrato molto materiale criminale, tra cui un volumetto blasfemo “con storie fantastiche che ridicolizzano e pongono in dubbio eventi indubitabili per la nostra Fede quali l’unicità del mondo, la creazione divina e l’unicità di Dio, così come ci sono tramandate dalle Sacre Scritture”.
Del possessore del libretto sappiamo molto: si trasferì a Parigi nei primi anni Settanta per ivi svolgere la professione di docente di lingua latina, già in precedenza esercitata con successo a Amsterdam e tenne con la affascinante moglie un salotto ove si riuniva con pochi invitati per discutere di lettere, di morale, di filosofia e di politica.
In realtà, assai probabilmente van der Emden ricoprì anche un ruolo di agente segreto olandese (il cui territorio era parzialmente occupato all’epoca dalle truppe francesi) cercando di organizzare una insurrezione democratica e repubblicana in Francia (quasi un secolo in anticipo rispetto alle prime timide manifestazioni dell’Illuminismo: pensate quanto approssimative sono le categorie storiche ormai tradizionalmente fissate dalla cultura ufficiale). Per questa supposta – ma probabilmente effettivamente svolta – attività  van der Emden subì la perquisizione che ci ha permesso di apprendere la esistenza di una traduzione francese del nostro volume, venne arrestato con altri partecipanti al suo salotto (tra cui Chevalier Louis de Rohan). Dopo poche settimane venne impiccato. Gli venne negata la decapitazione (concessa invece a Louis de Rohan), in considerazione delle sue origini non nobili.
Mi sono soffermato forse troppo a lungo su van der Emden (notizie sul suo periodo francese possono essere reperite nelle memorie di Du Cause de Nazelle, dal titolo Memoirs du temps du Louis XIV, pagg.98 segg.); ma per una coincidenza che accompagna curiosamente tutta la storia di Creazioni, creature e creatori, anche van der Emden sta in relazione con Spinoza, essendo da molti considerato il suo maestro e padre spirituale.
Naturalmente, il volumetto e tutte le altre copie in lingua francese ritrovate nella cerchia degli amici di van der Emden vennero distrutti nel giorno della sua impiccagione.
Analoga sorte delle copie in francese e in tedesco subirono anche le copie diffuse in Olanda nelle altre lingue, in uno dei rari casi di roghi di scritti eretici là verificatisi. Il libro infatti fece enorme scalpore a Amsterdam, nonostante il clima liberale della città e l’assenza di fanatismi religiosi (pur essendo presenti frange di intransigenti calvinisti).
Anche per questo, ma il fatto è certamente straordinario e ha destato l’interesse di numerosi studiosi, l’autore del volume ci è a tutt’oggi ignoto.
Secondo alcuni, esso faceva parte della cerchia degli Arminiani o Rimostranti, che, seppur aderenti alla Riforma, contestavano l’eccessiva rigidità delle tesi sulla predestinazione: essi ebbero per tutta la prima metà del secolo XVII un seguito religioso e politico in Olanda, e furono tra i principali ispiratori delle ideologie di tolleranza e di apertura democratica assai diffuse nella città.
Secondo altri, faceva parte della Comunità israelitica portoghese  e da essa si era distaccato aderendo a quel gruppo di liberi pensatori di cui erano esponenti Da Costa, Da Silva (autore negli anni precedenti di un Trattato sull’immortalità), e duramente avverso alle idee di immortalità e di vita eterna ed anche Spinoza.
A sostegno di questa tesi,  viene addotto il fatto che una copia in lingua spagnola del volume venne rinvenuto nella biblioteca di Spinoza alla sua morte, come risulta dall’inventario redatto da Van der Spyck, da cui il filosofo aveva affittato una camera negli ultimi anni della sua vita.
Secondo altri ancora, era un Sociniano che aveva trovato rifugio ad Amsterdam dopo un lungo soggiorno in Moravia (comprovato da alcuni invero non perspicui riferimenti contenuti nel volume).
Ad alcuni non è parso improbabile che l’autore non sia rimasto ignoto per caso, ma per sua scelta, trattandosi di persona che per la posizione ricoperta o per la notorietà acquisita non voleva essere associata a un testo così provocatorio e pericoloso come Creatori, creazioni, creature. E forse, secondo i sostenitori di questa tesi, anche all’autore stesso o a suoi prossimi amici, oltreché ai roghi del fanatismo religioso, deve imputarsi parte della responsabilità della scomparsa del volumetto dalla circolazione, in tutte le sue numerose traduzioni.
Infatti, alle soglie del XIX secolo residuava una sola copia, quella amburghese che ho utilizzato per la mia traduzione.
Essa, attraverso vicende che sono riuscito faticosamente a ricostruire, ma che non possono essere qui descritte, pervenne negli anni Venti del secolo appena trascorso a  Dresda, dopo essere stata acquistata a Londra a un asta di Christie’s, da un facoltoso imprenditore della città sassone.
Ma scomparve durante la seconda guerra mondiale, distrutto probabilmente dal bombardamento che ridusse in rovina la città nel 1943.
Nessuna copia oggi più esiste di Creatori, creazioni e creature.

J.V.U.

***

Ho ritrovato questo manoscritto in uno dei quattro vecchi bauli collocati da anni nella cantina della casa abitata un tempo dai miei genitori.
Non so chi ne sia l’autore (nella pagina finale compaiono solo le iniziali che ho riportato, mentre il frontespizio è corroso dall’umidità e illeggibile), né chi lo abbia riposto nel baule, tra lettere, scritti e documenti che sto lentamente leggendo e catalogando.
Ho utilizzato uno dei racconti, modificandolo parzialmente e attribuendomene la paternità, per il volume pubblicato da Augusto Bianchi in occasione del decennale del suo ritrovo del giovedì.
S.N.

Benin

Dov’è il Benin? Pochi lo sanno, molti ne ignorano l’esistenza. Solo ai più anziani il nome Dahomey – l’antica denominazione del Benin – evoca incerti ricordi.
Questa ignoranza, forse più di ogni altro indicatore, dà il segno di che cosa sia l’Africa oggi nel nostro Paese: poco più di una macchia che si espande sul mappamondo, ove tutto è confuso e privo di interesse. Una macchia scura dalla quale emergono e approdano sulle nostre coste, privi di identità, di storia, di cultura esseri di incerta provenienza – etichettati come “extracomunitari” o “marocchini” – affamati e per lo più propensi al crimine.
Per molti, l’Africa si riduce ad alcune enclaves come Malindi, Hammamet o Sharm el Sheik, pochi ettari di terra trasformati in succursali balneari di Milano Marittima, dove i nostri connazionali riescono tardivamente a vivere l’ebbrezza un po’ stracciona del colonizzatore.
Eppure il Benin, uno Stato grande un po’ meno del Portogallo che si affaccia sul Golfo di Guinea, stretto tra il Togo e la Nigeria, colonia francese fino agli anni sessanta del secolo scorso, è stato il teatro di una tragedia di incomparabili proporzioni, i cui strascichi segnano tuttora la vita civile di molte nazioni.
Da questa costa  Portoghesi, Inglesi, Francesi e Olandesi hanno deportato, tra la metà del quindicesimo e la metà del  diciannovesimo secolo, circa 10 milioni di esseri umani: più precisamente 9.391.100 schiavi, secondo i conti fatti da Philip Curtin nel 1969, con una indagine che tuttora rimane il riferimento dei successivi studi in materia (P.D.Curtin, The Atlantic Slave Trade: A Census,  University of Wisconsin Press). Attenzione però: in questo numero sono compresi solo gli schiavi effettivamente giunti a destinazione nei mercati di oltreoceano. Devono quindi aggiungersi tutti coloro che morivano durante il trasporto per mare – mediamente il 20% del carico – e tutti coloro che morivano, prima ancora, nel trasporto dal luogo di cattura al luogo di imbarco.
Complessivamente, le vittime della tratta di schiavi sono  state stimate in circa 15 milioni. Il che significa, nei periodi di maggiore domanda di schiavi, alcune migliaia di deportati al mese.
Ben più elevato è il numero delle vittime indirette: intere economie in precedenza floride sono state distrutte, vasti territori in precedenza popolati sono stati abbandonati. Recenti studi hanno dimostrato che nelle regioni che si affacciano sul Golfo di Guinea la scomparsa della foresta vergine non è avvenuta a quella velocità che finora era stata stimata, semplicemente perché la deforestazione non ha affatto riguardato una foresta vergine, ma una foresta sorta a seguito dello spopolamento di  territori prima coltivati o utilizzati a pascolo, provocato dalla tratta degli schiavi.
Soprattutto, si è accumulata in Africa e in tutti i paesi che hanno partecipato alle varie fasi dell’economia schiavistica  una pesante e irrisolta eredità di discriminazione, odio, paura, razzismo.
Sulla costa del Benin, proprio di fronte al mare, vicino a Ouidah (è obbligatorio l’invito alla lettura di un libro prezioso: il Viceré di Ouidah di Chatwin), l’Unesco ha ricordato questa tragedia, erigendo un arco, l’Arco del Non–Ritorno, per commemorare i milioni di esseri umani che l’avidità e la smodata predilezione sviluppata dagli europei per zucchero e caffè e per i vestiti di cotone hanno di lì trascinato verso un destino di sofferenza e di morte.
Poche centinaia di visitatori all’anno arrivano ai piedi di quell’Arco, e guardano verso il mare: al di là c’è l’America, terra di libertà e di ricchezza per molti, terra di terrore per quelli che da quelle zone vi erano trascinati.
Invece dovrebbe essere previsto, magari con il contributo dell’Unione europea (che tanto ha a cuore i diritti dell’uomo) l’obbligo di compiere un pellegrinaggio a Ouidah per ciascun alunno delle scuole europee: un viaggio di formazione e di riflessione sul passato, sulle origini del proprio benessere.

*

Cotonou, capitale del Benin. Si affaccia sul mare con un porto effervescente e in grande sviluppo.
È come tante città africane: il prodotto di una crescita disordinata e di uno sviluppo incontrollato (non bisogna dimenticare che tra il 1991 e il 1997 gli investimenti stranieri in Africa hanno reso mediamente di più che in ogni altro continente).
Come tante città africane, si addensano e si accavallano, nello spazio di pochi metri, l’Antico e il Moderno: il canto del gallo e il sibilo del condizionatore d’aria, odori di frutta decomposta e di gas di scarico, uffici in vetroresina e capanne di paglia. Nelle città africane i modi e gli stili di vita e le nuove tecnologie non sostituiscono quelle precedenti: il vecchio e il nuovo convivono e si sovrappongono, creando cortocircuiti spaziotemporali.
I veri protagonisti di Cotonou sono i ciclomotori giapponesi, nuovo simbolo dello sviluppo nella dimensione globale di sottosviluppo africano: migliaia e migliaia di Yamaha e Suzuki di piccola cilindrata si addensano ad ogni incrocio, stridendo e strombazzando, trasportando gruppi multicolori di persone, mai meno di due, spesso tre o quattro (ricordate la famiglia in Vespa nell’Italia pre-boom economico degli Anni Cinquanta?). Sono mototaxi, guidati da giovani in divisa, con tanto di numero di licenza esibito sulla giacchetta, che portano a destinazione per poche lire persone e non, come da noi, pacchetti. La scarsità di mezzi ha determinato  spontaneamente una soluzione che nelle città italiane si tenta di avviare per far fronte al congestionamento del traffico urbano prodotto dall’eccesso di benessere.

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A Cotonou, e in qualsiasi città o villaggio del Benin ci sono mercati: permanenti, periodici, saltuari, o eccezionali, per commemorare qualche festività. In spazi appositamente riservati o sui bordi della strada, migliaia di persone vendono oggetti di prima necessità, prodotti agricoli e ortofrutticoli e – effetto della colonizzazione francese – stupende baguettes di pane profumatissimo.
Il mercato come luogo fisico di incontro della domanda e dell’offerta e di scambio di merce contro denaro, come esisteva nei paesi europei fino a qualche secolo fa, e come esiste, ma già idealizzato, nelle teorie economiche dei primi libero scambisti classici, è presente ormai solo in Africa, certamente in Benin.
Lì soltanto, non certo dalle nostre parti del mondo, dove la concorrenza e il libero mercato devono essere sostenuti, difesi, protetti e sovvenzionati, opera ancora quella mano invisibile che per Adam Smith costituiva il miracoloso regolatore e organizzatore della concorrenza e del progresso economico: lì soltanto la vecchia contadina che vende i suoi pomodori indica un prezzo dopo aver visto la quantità e la qualità di merce analoga in vendita,  ascolta le controproposte e fissa, guidata appunto dalla mano invisibile, il prezzo del giorno.

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Man mano che si procede verso Nord, calano sempre più i segni della civiltà occidentale, i simboli del benessere occidentale: si fanno più rade le motociclette, scompaiono l’asfalto dalle strade, le costruzioni in muratura dalle città, le penne Bic  dalle cartelle dei ragazzi. Ci si muove nello spazio, ma è come fare un viaggio a ritroso nel tempo. Nell’estremo Nord del paese si entra nel territorio dei Somba, popolazione rimasta fortunatamente indenne dalla maggior parte degli effetti della colonizzazione.
Procedendo verso Nord, aumentano chiese, missioni, luoghi di incontro religiosi gestiti da organizzazioni gestite da preti, finti preti, ex-seminaristi, profeti e visionari. Su cartelli corrosi dalle piogge, impiantati alla bell’e meglio agli angoli delle strade, ai bordi della boscaglia, si succedono combinazioni fantasiose di Santi, cuori di Maria, soldati apostolici di Cristo, minacciose profezie di apocalissi e comandamenti  più o meno assurdi.
Dovunque sono reclamizzate organizzazioni per le quali la povertà costituisce non una situazione di necessità ma la risorsa da sfruttare, secondo il principio per cui l’aumento del bisogno materiale provoca la ricerca di compensazioni nell’Aldilà e quindi offre fertile terreno per chiunque venda prodotti immateriali e spirituali.
Tutta l’Africa è spolpata da migliaia di emuli di Credeonia Mwerinde. Questa, dopo aver condotto una vita di miseria nell’Uganda travolta dalla guerra civile – due volte vedova, molti figli, molti lavoretti (venditrice ambulante di banane, prostituta, piccolo contrabbando) –  vede nel 1988 la Madonna in una grotta  ed avvia la sua carriera di profetessa. La prima mossa è il reclutamento come aiutante profeta, consigliere e socio di Joseph Kibwetere, dotato di vasta esperienza nel settore dell’imbonimento religioso per aver svolto funzioni di ispettore dell’insegnamento cattolico. Sorge così il “Movimento per la restaurazione dei dieci comandamenti di Dio”: in pochi anni raccoglie migliaia di fedeli cui è promessa la salvezza eterna alla data ormai prossima dell’Apocalisse, a condizione che i loro beni terreni – un fazzoletto di terra, qualche risparmio – vengano lasciati al Movimento. La fede degli aderenti è ben ripagata: l’Apocalisse per loro arriva davvero, e tutti muoiono, avvelenati e felici, mentre Credeonia se la batte con il bottino.

Una versione ridotta e modificata di questo testo è stata pubblicata su Diario n.23\2000 con il titolo “La terra degli schiavi”.

Due recensioni in tema di globalizzazione

Marco d’Eramo, Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente, Feltrinelli 1999.

Mi raccontava mio padre che mio nonno, cittadino dell’impero austroungarico, si muoveva in gioventù – quindi, negli anni Settanta o Ottanta del secolo scorso –  per tutta Europa utilizzando l’unico documento che possedeva: il tesserino universitario.
Non c’erano, allora, né passaporti né carte di identità.
Il passaporto è divenuto uno strumento obbligatorio per muoversi da uno Stato all’altro in Europa solo alle soglie del Novecento. La carta di identità è a sua volta una trovata recentissima, introdotta dai regimi totalitari: in Italia, dal regime fascista con il testo unico di pubblica sicurezza del 1931 (prima era stata resa obbligatoria solo per i soggetti pericolosi o per i pregiudicati).
Solo da qualche anno, ma assai parzialmente, per effetto della globalizzazione, abbiamo raggiunto un obiettivo (muoversi senza passaporto, ma solo dentro la Comunità europea, e purché lo Stato membro sia in regola con il Trattato di Schengen) che era un patrimonio del cittadino europeo in un mondo pre-globalizzato, suddiviso in Stati, in nazioni rigidamente difese da frontiere.
La costruzione dell’identità personale come oggetto di documentazione e di verifica, come fenomeno del presente e come specifico prodotto della globalizzazione  è uno dei temi su cui si sofferma ampiamente Marco d’Eramo nel suo recente libro per evidenziare le contraddizioni e gli effetti perversi del processo di globalizzazione.
Si sofferma d’Eramo sul processo che si verifica in parallelo, e cioè la costruzione di una identità culturale di gruppo (lo Stato, l’etnia, la regione, la religione, le radici ecc.): un processo che esprime il rifiuto della libertà e della globalità. Per molti, la libertà è una catastrofe, e così si ricercano nuove prigionie: le sette, le religioni, le etnie, la regione, lo Stato-nazione di dimensioni microscopiche che fa sentire ciascuno a casa sua, le appartenenze, le squadre di calcio.
E non è chiaro se questa ricerca è l’effetto della globalizzazione che produce un mondo assai più piccolo, perché lo spazio non conta, è stato distrutto dai nuovi sistemi di comunicazione, o è l’effetto della globalizzazione che produce un mondo assai più grande, con molte dimensioni in più: siamo spettatori in tempo reale di realtà prima sconosciute, di delitti, massacri, rivoluzioni che accadono non più sotto casa, ma in luoghi dei quali fino a qualche decennio fa non avremmo neppure sentito parlare.
Essenziale per questo processo, osserva l’Autore, è anche la costruzione delle tradizioni.
Per sfuggire a un futuro globale, sono necessarie tradizioni che affondano nel passato. Se non ci sono, si inventano. In proposito, d’Eramo richiama l’opera di Hobsbawn The Invention of Tradition, che proprio dell’invenzione della tradizione in Gran Bretagna si occupa (dimostrando che, a partire dal kilt e dai clan scozzesi, fino al meticoloso cerimoniale della Corte inglese, la tradizione è un tipico prodotto dell’Ottocento).
Tutte queste osservazioni sullo strano fenomeno della globalizzazione che produce integrazione e disintegrazione, aggregazione e separazione, isolamento e comunione sono contenute in tre saggi finali del libro. La prima parte è una raccolta di diecine di tracce di questo fenomeno: episodi, situazioni, anomalie apparenti, conflittualità che costituiscono tanti reperti raccolti in ogni parte del mondo, a seguito di osservazione diretta o di lettura di giornali locali (e tra questi reperti vi è anche la vicenda – incredibile incrocio tra passato, moderno e postmoderno – dei nomadi della Yakuzia che oggi commercializzano la polvere di corna di renna ricercata per le sue doti afrodisiache avvalendosi di elicotteri offerti dall’Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite).
E sono questi reperti – in parte già pubblicati su Il Manifesto – che costituiscono il materiale che permette all’Autore di realizzare i suoi tre saggi conclusivi.
Per i cultori e i critici della globalizzazione, un libro da non perdere.

Victoria Glendinning, Jonathan Swift – A Portrait, Amer Ed., 1999.

Tutti conoscono Gulliver: è una delle immagini archetipiche del viaggiatore avventuroso.
Come Ulisse, e a differenza di Robinson Crusoe, creato dal contemporaneo e amico di Swift, Daniel Defoe, Gulliver ritorna sempre in patria, pronto per un altro viaggio.
Crusoe e Gulliver sono in fondo due facce di un’unica medaglia: il primo rappresenta la capacità di adattamento e di sopravvivenza dell’uomo bianco europeo, e la sua superiorità intellettuale rispetto ai “selvaggi” con i quali è costretto a confrontarsi; il secondo esprime l’ansia di ricerca e di dominio della società e del capitalismo inglese della prima parte del XVIII secolo, irridendone nel contempo le convinzioni eurocentriche, o meglio ancora anglocentriche: Gulliver nei suoi numerosi viaggi invariabilmente incontra popoli diversissimi dagli europei (è sempre più alto o più basso di quelli che incontra), provvisti di loro civiltà e di loro culture.
Se tutti conoscono almeno di nome Gulliver, sono pochi fuori dall’Inghilterra quelli che hanno letto “Gulliver’s Travels” nella edizione integrale (e non in una delle diecine di riduzioni e rimaneggiamenti per ragazzi che infestano le biblioteche di tutto il mondo), e sono ancora meno quelli che conoscono l’Autore, Jonathan Swift e la sua enorme produzione letteraria come romanziere, poeta, saggista, polemista, politologo, difensore dei diritti degli Irlandesi.
Eppure Swift, dopo aver goduto di grande fama in vita, ha continuato a costituire un punto di riferimento per la letteratura inglese. Non solo per i suoi indubbi meriti, ma anche perché il suo nome è stato legato ad una celebre controversia giudiziaria promossa dall’amico Alexander Pope al fine di far riconoscere il copyright – istituto che allora si andava definendo in Inghilterra – anche sulle lettere, a favore dell’autore delle stesse e non a favore del destinatario, proprietario “al più” – osserva il Giudice, accogliendo la domanda di Pope – “della carta e dell’inchiostro”. E le lettere di cui si è discusso erano appunto quelle scambiate tra Pope e Swift.
Se tutto è noto della sua vita pubblica, molti misteri restano irrisolti per ciò che riguarda la sua vita privata.
Prima di tutto: Swift, prete anglicano, credeva in Dio? Era matto, o faceva solo finta di esserlo, per poter liberamente insultare e sbeffeggiare tutti i suoi numerosissimi nemici politici e avversari letterari? Si sposò davvero in segreto con Esther Johnson ed ebbe, come molti sospettavano, rapporti ben più che affettuosi con Vanessa, attuando così un arditissimo per l’epoca e l’ambiente menage a trois?
Fino ad oggi, i fans di Swift avevano a disposizione la impegnativa biografia in tre volumi di Irvin Ehrenpreis “Swift, the Man, His Works and the Age”. Oggi c’è anche – senza dover rinunciare ad altre letture per tutto il tempo considerevole che richiede la lettura dell’opera di Ehrenpreis – il libro di Victoria Glendinning (già autrice di una biografia di Anthony Trollope).
Il libro è agevolmente leggibile, affronta spavaldamente, anche s non sempre convincentemente, tutti i misteri della vita privata di Swift e cerca di dipanare, offrendo soluzioni spesso intuitive, gli enigmi di cui egli amava circondarsi.
Come dice il titolo, il libro è un ritratto dell’uomo più che una sua biografia. Ma è un ritratto che, in breve, in forma discorsiva e gradevole, permette di fare la conoscenza di questo straordinario ed elusivo personaggio.

Le recensioni sono apparse su magazines online: la prima in Leparolelecose, la seconda in Hobo’s Travel.
[Le recensioni sono anche incluse nella sezione omonima di questo sito]

Proverbio

Se non sai da dove sei venuto
Non puoi sapere dove stai andando

Proverbio della Sierra Leone

Crediti

Questo diciassettesimo volume dei Testi Infedeli è stato stampato nel giugno del 2000 in duecentocinquanta copie non numerate e fuori commercio da Marco Capodaglio, in Milano, nella tipografia Cinque Giornate srl.
Come sempre, tutti i testi sono stati liberamente e infedelmente tradotti e talvolta riscritti, anche se spesso è stato rispettato – magari parzialmente – il pensiero dell’autore. Per la prima volta, ho inserito anche – ovviamente modificandoli – alcuni miei scritti già pubblicati su altre riviste.
Ringrazio per i consigli Maria Inglisa, Marina Nespor e Pasquale Pasquino.
Ricordo che il volume non sarà inviato (per effetto di una selezione automatizzata), a chi non ne accusa ricevuta per due volte consecutive.
I Testi Infedeli pubblicati dal 1992 possono essere letti nel mio sito www.nespor.com, progettato, predisposto e curato da Claudia Winkler e Beniamino Nespor.